Archivi del mese: agosto 2012

Bestiario | Julio Cortázar

Titolo: Bestiario
Titolo originale: Bestiario
Autore: Julio Cortázar
Cenni sull’autore: Julio Cortázar, all’anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte, nasce a Bruxelles da genitori argentini nel 1914. Scrittore, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo, è particolarmente attivo nei generi del fantastico, della metafisica, del mistero. Stimato da Borges, è stato spesso paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe. Il suo capolavoro è Rayuela (Il gioco del mondo), del 1963, iperromanzo (o antiromanzo) in cui l’esperienza parigina, dove trascorse gran parte della sua vita, e quella argentina si giustappongono e si completano a vicenda. Il libro è composto da oltre 300 paragrafi che possono essere letti nell’ordine specificato dall’autore all’inizio del romanzo o in ordine di comparizione. Tra le altre opere, ricordiamo ‘Fine del gioco’ (1956), ‘Le armi segrete’ (1959), ‘Storie di cronopios e di famas’ (1962), ‘Ultimo round’ (1969), ‘Octaedro’ (1974). Muore a Parigi nel 1984.
Data di pubblicazione: 1951
Edizione: Einaudi
Traduttore: Flaviarosa Nicoletti Rossini, Vittoria Martinetto
Numero pagine: 156
Costo: € 10
Consigliato: Assolutamente sì

« Ogni racconto durevole è come il seme in cui sta dormendo l’albero gigantesco. Quell’albero crescerà in noi, farà ombra nella nostra memoria. »

Credo che questa frase, contenuta nello splendido saggio “Alcuni aspetti del racconto”, descriva alla perfezione il mio rapporto con Bestiario e col suo autore, Cortázar.
Aprite le orecchie. Vi racconterò una storia.
C’era una volta una liceale impacciata (e c’è ancora una donna impacciatissima) che qualche anno fa si fece coraggio, puntò i piedi e si disse: « quest’anno diventerò una persona coraggiosa! ». E non trovò nulla di meglio per dimostrare il suo nuovo coraggio che impegnarsi in prima persona in un progetto, metterci la faccia (letteralmente).
Frequentavo la seconda liceo quando la mia scuola si candidò per partecipare a “Per un pugno di libri”. Fosse stato un altro anno, un anno qualsiasi della mia vita, avrei ritorto il collo come una tartaruga e, chiusa nella mia tana personale e fumosa, sarei rimasta a guardare i miei compagni gareggiare alla tv. Ma quell’anno ero una persona coraggiosa. Quell’anno ci finii io dentro la tv. E finii, precipitai dentro Cortázar, ci inciampai un po’ per caso, un po’ per destino.
Il mio primo approccio con Bestiario – la lettura assegnata – fu caotico, spaventoso. Ricordo come ci guardavamo spauriti, liceali attorno a un tavolo, attoniti, sbalorditi che si potessero vomitare coniglietti, che si allevassero mancuspie, che tigri invisibili passeggiassero per vecchie case. Eravamo ancora bambini, ma non riuscivamo a pensare da bambini. Non accettavamo il principio di finzione. Per questo, anziché ricordare la bellezza di Bestiario, ne ricordo più che altro il mistero, l’impenetrabilità, la paura.

Che cosa è cambiato da allora? Che cosa vedo ora che non vidi allora?
Tutto. E niente. Perché tutto c’era già in potenza, Bestiario aveva già piantato i suoi artigli e lavorava e cresceva e germogliava in silenzio dentro di me. Per tanti anni Bestiario mi ha messo radici nella coscienza e me ne accorgo soltanto ora.
Me ne accorgo rileggendo i suoi racconti, sfogliando le pagine, sentendo sulla lingua la suggestione delle parole. Me ne accorgo quando ritrovo un mio pensiero, un pensiero finito qui chissà come – e capisco che il pensiero non era mio, capisco che il pensiero era di Cortázar, solo non sapevo di averlo attinto. Me ne accorgo quando le sillabe si frangono in una musicalità così perfetta e cesellata che non si può desiderare di scrivere diversamente da così. Me ne accorgo perché sento una nostalgia, una nostalgia fortissima di cose che non sapevo di aver perduto e ora ritrovo preziosissime.
La bambina che è in me non ha più paura della finzione, non ha più paura del mistero. Perché capisce che questa paura era solo un sentire troppo intenso di bellezza.

I racconti di Cortázar sono qualcosa che non si dimentica. Sotto forma di paura, sotto forma di sbalordimento, sotto forma di fascinazione: sempre lasciano un segno indelebile nella memoria. Straordinari nella loro concentrazione di senso e di perfezione stilistica, abbacinano il lettore, lo punzecchiano, non si può rimanere indifferenti. Si può non capire, ci si può arrabbiare, si può persino desiderare di darli alle fiamme: ma non si dimenticano. A ottant’anni ricorderete ancora quanto vi abbiano turbato.
Quelli che hanno più turbato me – quelli che porterò sempre nel bagaglio, anche quando non saprò di portarli – sono quattro: “Lettera a una signorina a Parigi”, “Lontana”, “Omnibus”, “Circe”.
“Lettera a una signorina a Parigi” perché vomitare coniglietti – e vomitarli con la stessa tenerezza descritta da Cortázar, vomitare quei piccoli miracoli – è davvero un’abitudine troppo affascinante per passare inosservata. Senza considerare la perfezione con cui l’elemento fantastico – assolutamente non spiegato, assolutamente ‘reale’ – si innesta su uno sfondo di un realismo assoluto, vivido, quasi maniacale, dove il dettaglio è così insistito da parer esso stesso fuori luogo, e non il fatto di vomitare coniglietti.
“Lontana” perché quella liceale impacciata lo imparò a memoria e sapeva recitarlo e, quando lo rilegge ora, a distanza di anni, capisce che parlava di lei. Parlava della vita misteriosa e parallela che si svolge in ciascuno di noi e che costantemente lotta per assorbirci.
“Omnibus” perché ci vedo dentro una storia d’amore. Una straordinaria e inquietante storia d’amore – l’amore tra due persone che si uniscono perché entrambe mancanti di qualcosa, l’amore tra due persone coalizzate insieme contro il mondo. “Omnibus” perché insegna che l’amore è avere insieme una mancanza, ma quando quella mancanza finisce, quando ci si sente reintegrati, allora si può non aver più bisogno dell’altro ed è inevitabile andare per la propria strada.
“Circe” perché è un piccolo miracolo in prosa, una perla di straordinaria e rara perfezione. E in questo risiede il fascino che esercita sul lettore, Cortázar tanto irresistibile e tanto pericoloso quanto la Circe omerica.

A chi voglia scrivere racconti e a chi sia interessato a capire come si scrivono raccomando la lettura dei saggi contenuti nell’edizione Einaudi, “Alcuni aspetti del racconto” e “Del racconto breve e dintorni”. In essi Cortázar descrive la genesi del racconto come un processo misterioso e quasi indipendente dalla volontà dello scrittore stesso. Scrivere – e specialmente scrivere racconti fantastici – è secondo lui lo stesso che un esorcismo:“rifiutare creature invadenti”, lo chiama. Un bravo scrittore di racconti deve essere “posseduto” dal suo racconto, “come chi si toglie di dosso un predatore”. Questo conferirà al racconto due delle caratteristiche essenziali della sua grandezza, l’intensità e la tensione. Ogni tema può trasformarsi in un buon racconto, non ci sono buoni temi e cattivi temi. È lo scrittore che, credendo in esso e trattandolo al meglio delle sue possibilità, rende un buono o un cattivo tema un racconto straordinario o mediocre.
Quando un racconto arriva, questo ci dice Cortázar, lo si sente come qualcosa che ci cade addosso. Un racconto è un’intuizione poetica. Non si può respingere. Non si può ritardare. Va scritto, ora, subito. Rifiuta qualsiasi distrazione collaterale. Un buon racconto non si progetta, si scrive da sé perché si impone alla coscienza dello scrittore come un tutt’uno misterioso, non ancora strutturato ma compatto.
Non si scrivono racconti con la testa, questo ci dice Cortázar. Si scrivono con la pancia. Si scrive come per liberarsi del mal di stomaco.
Ed è per questo che Cortázar non si dimentica: perché per liberarsi del mal di stomaco ce lo deve trasmettere. Di Cortázar ci si ammala. E non c’è volontà di capire che tenga, non c’è medicina se non soccombere sotto il peso della fascinazione.

Chiara Pagliochini

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Le correzioni | Jonathan Franzen

Titolo: Le correzioni
Titolo originale: The corrections
Autore: Jonathan Franzen
Cenni sull’autore:  Jonathan Franzen è nato il 17 agosto 1959 a Western Springs, una cittadina a pochi chilometri da Chicago (Illinois), ma è cresciuto a Webster Groves, nel Missouri, da padre svedese e da madre statunitense. Ha studiato al Swarthmore alla Freie Universität di Berlino. Vive a New York e parla il tedesco. Esordisce nel 1988 con La ventisettesima città. Nel 2002 viene consacrato dalla critica con Le correzioni che riceve il National Book Award nella sezione Romanzo e il James Tait Black Memorial Prizeper la narrativa. Pubblica regolarmente racconti e saggi sul New Yorker e su Harper’s. È uno dei compilatori dei lemmi del Futuro dizionario d’America (The Future Dictionary of America, 2005). Nel corso del 2007 stringe un accordo con la casa editrice Farrar, Straus and Giroux per il suo nuovo romanzo, ma a causa di ritardi e collaborazioni con giornali e riviste, non completa la prima stesura fino al dicembre 2009. Il romanzo, Libertà (Freedom in originale) è stato estremamente atteso negli Stati Uniti, il Time dedica a Franzen l’onore della copertina, ed il volume, incentrato sulla vita di una famiglia del Midwest, è uscito in libreria il 31 agosto 2010.
Edizione: Einaudi
Pagine: 599
Costo: 14,50 €
Consigliato: Sì.

“Aveva perso le tracce di ciò che voleva, e poiché una persona è ciò che vuole, si poteva dire che avesse perso le tracce di se stesso.” 

A scuola
Alle elementari abbiamo avuto tutti la prof che ci correggeva i qual è con l’apostrofo, o le virgole dove non vanno messe. Abbiamo assaggiato cosa significava essere corretti. Eravamo nel torto, ci hanno raddrizzatto. Forse solo perché noi potessimo correggere altri, una volta adulti.

A casa
La mamma ci avrà detto un sacco di volte che non si fa questo e non si fa quello. Ci ha corretti. Lo ha fatto per il nostro bene. Immaginate di crescere tra continue correzioni al vostro comportamento. Renderebbe irrespirabile l’aria familiare. Ma succede.

Da grandi
Si cresce strani quando non abbiamo imparato a crescere. Quando siamo anarchici dentro, che non si comprendono e non comprendono. Quando amiamo follemente tutto quanto solo per odiarlo ulteriormente. Invece di correggerci, aumentiamo esponenzialmente il numero degli errori, finché raggiunge un punto critico ed esplodiamo.

Da bambini
Dopo essere stati grandi si torna bambini. E allora capiamo che la più grande correzione di tutte è correggere noi stessi tanto da capire che la vita è nostra e che la speranza la gestiamo noi. Allora ci rendiamo conto che non dobbiamo più farci correggere dagli altri, ma correggerci noi come crediamo meglio.

Da innamorati
Se qualcuno ci dice di tentare e noi non tentiamo perché abbiamo paura di soffrire, allora non siamo pronti ad amare, non ci siamo ancora corretti, vogliamo solo correggere gli altri. Nel momento in cui ci diamo completamente a qualcuno, allora siamo pronti a ricevere egualmente un’altra persona. Allora saremo capaci di vivere e correggerci ogni giorno sempre meno, perché anche se è vero che siamo sbagliati tutti dal primo all’ultimo, è anche vero che è questo essere sbagliati a renderci così belli da far innamorare qualcuno.

Marco Tamborrino


Dona Flor e i suoi due mariti | Jorge Amado

Titolo: Dona Flor e i suoi due mariti
Autore: Jorge Amado
Cenni sull’autore:  Il grande scrittore brasiliano Jorge Amado nasce il 10 agosto 1912 in una fattoria nell’interno di Itabuna nello stato di Bahia, in Brasile. Figlio di un grande proprietario terriero produttore di cacao (un cosiddetto “fazendeiro“), fu testimone fin da bambino delle lotte violente che venivano scatenate per il possesso della terra. Si tratta di ricordi indelebili, più volte riutilizzati nella stesura delle sue opere. Attratto dalla letteratura fin dall’adolescenza , si propone subito come giovane ribelle, sia dal punto di vista letterario che politico, scelta fra l’altro alla quale il grande “cantore di Bahia” non ha mai deflesso, anche quando i pericoli erano assai minacciosi (ad esempio, negli anni della dittatura nazista, che, se avesse vinto, rischiava di contagiare anche le civiltà sudamericane). Inoltre, è utile sottolineare che il Brasile della gioventù di Amado era un Paese assai arretrato e ancorato a tradizioni che gettavano le loro radici addirittura nel sistema schiavistico, peraltro a quel tempo recentemente smantellato. Un Paese, quindi, che guardava con sospetto e timore a qualsiasi forma di “sovversione”. Infine, la forte crisi economica e la conseguente apertura delle frontiere, che determinò un fortissimo flusso migratorio di tutte le razze (italiani compresi), non faceva che minare il senso di sicurezza dei cittadini, desiderosi vieppiù di garanzie e stabilità.
In questo mondo attraversato da profonde trasformazioni Jorge Amado esordisce non ancora ventenne con il suo primo romanzo “Il paese del Carnevale” . […] Seguirono subito dopo due romanzi di impegno sociale “Cacao” e “Sudore“: il primo sul drammatico problema degli “affittati” (in pratica schiavi utilizzati nelle piantagioni di cacao), il secondo sulla condizione non meno drammatica del sottoproletariato urbano. Ma il grande esordio che lo pone davvero all’attenzione di tutti, anche al di fuori del mondo delle lettere, avviene nel 1935 con il romanzo “Jubiabá“, dal nome del protagonista, il grande stregone negro di Bahia. Romanzo provocatorio quant’altri mai per la mentalità brasiliana, a causa dell’intensa narrazione che vede protagonisti cultura e personaggi negri (in un paese la cui cultura ufficiale aveva fino ad allora negato il valore della cultura negra in quanto tale), nonché una storia d’amore di un uomo nero con una donna bianca (argomento assolutamente tabù). Infine, sullo sfondo sono tratteggiate le vicende di un grande sciopero, visto come il superamento delle differenze razziali nella lotta di classe. Insomma, un gran calderone che infrangeva in un una sola grande narrazione tutte le fragili, ma al tempo stesso radicate resistenze della cultura brasiliana.
A quel punto il cammino di Jorge Amado è tracciato, la sua scelta ideale di vita troverà nelle opere successive una serie di precise conferme mentre le sue scelte politiche, come l’adesione al Partito Comunista, provocheranno più volte il suo arresto e l’esilio. Finita la seconda guerra mondiale, infatti, costretto ad allontanarsi dal Brasile con l’ascesa alla presidenza di Enrico Gaspar Dutra, Jorge Amado vive prima a Parigi e poi, vincitore del premio Stalin, passa tre anni nell’Unione Sovietica. Nel 1952 pubblica in tre volumi “I sotterranei della libertà“, la storia delle lotte del partito comunista in Brasile. Pubblica in seguito altre opere minori sul suo soggiorno nei paesi dell’Unione Sovietica.
Poco dopo, però, ecco un’altra grande svolta, avvenuta precisamente nel 1956. Questa è la data della sua uscita dal Partito Comunista Brasiliano per dissensi sugli sviluppi del comunismo in Unione Sovietica.
Nel 1958, ritornato in Brasile, pubblica con sorpresa di tutti “Gabriella, garofano e cannella“. Un ritorno al passato, alla sua terra d’origine e alle lotte dei “fazendeiros” per il possesso delle terre; nel romanzo, tra una sparatoria e una cavalcata la bella Gabriela ama e rivendica il diritto di amare. Questo diritto di amare al femminile, questo superamento del binomio sesso-peccato può sembrare banale, al giorno d’oggi, ma a quel tempo, nel 1958, ottenne un effetto provocatorio forse superiore a quello dello stesso “Jubiabá” vent’anni prima. Una riprova? Amado non poté rimettere piede a Ilhéus per molto tempo a causa delle minacce ricevute per aver offeso l’onore e la rispettabilità delle donne del posto.
Molti anni più tardi, quando compirà ottant’anni, il “paese del carnevale” gli renderà omaggio con una grandiosa festa, un gigantesco carnevale nel vecchio quartiere bahiano del Pelourinho, tante volte descritto dal “bahiano più bahiano di Bahia”. Verso la fine della sua vita, il bilancio del vecchio e indomito scrittore non potè che essere improntato all’orgoglio e alla soddisfazione. I suoi libri, pubblicati in 52 paesi e tradotti in 48 lingue e dialetti, hanno venduto milioni di copie, contribuendo a risvegliare le coscienze ma anche a distendere e a divertire (soprattutto grazie alla sua “seconda fase”, quella “spensierata” di “Gabriella garofano e cannella”). Il leggendario cantore di Bahia è scomparso il 6 agosto 2001. ( http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=241&biografia=Jorge+Amado )
Anno di pubblicazione: 1966
Edizione: Garzanti
Pagine: 524
Costo: 18.80 €
Consigliato: Personalmente no. Lo consiglierei solo agli appassionati di realismo magico.

E’ al tempo stesso la dona Flor vigilante e intrepida di fronte al pericolo, onorata, austera e intransigente – e la dona Flor piena di fretta di darsi, prima che sia troppo tardi. Quale delle due è la vera dona Flor?

Dona Flor ha un gran da fare con una marea di grattacapi in duplice copia, e i mariti sono solo uno dei tanti. E’ messa al bivio tra tradizione e innovazione, e vede passare di tutto di fronte a lei: la cultura, la morale, la società, le proprie pulsioni sessuali. Tutti indecisi se andare a destra o sinistra, a volte spinti su una via, a volte affaticati sull’altra. La processione passa di fronte a lei ma soprattutto dentro di lei: questo è un romanzo imperniato sulla donna – poco importa che si chiami Dona Flor – e su tutte le responsabilità e i problemi che gravano su di essa.
Volendo comprendere in una sola parola tutto il romanzo, si potrebbe ricorrere al termine “sincretismo”. Il duplice si scontra, lotta e ne esce mescolato, e sono sempre carne e pulsioni individuali a scontrarsi con spirito e morale: come le divinità africane che si aggirano per le strade e per i terreiros incarnate nei vari figli-di-santo, troppo amorali per essere accettate coi loro nomi (Oxossi, Exu), ma decisamente accettabili se imprigionate nella comoda effigie di qualche santo cristiano (e consultabili senza andar contro i precetti cristiani). Le pulsioni del popolo africano trasferitesi a Bahia grazie alle navi negriere dei secoli precedenti ricevono il battesimo della giustificazione, un cantuccio nella zona franca del “ciò che si può ma non si dovrebbe”, proprio grazie alla trasformazione in santi dabbene. E questa tensione tra il si-deve/non-si-deve permea tutta la società bahiana, ma guarda caso colpisce solo le donne.
Come sono le donne di Bahia? Sono donne confuse tra dovere e pulsione, anche solo inconsciamente. Sono donne di mondo, nella duplice valenza della definizione: sanno vivere in società e sono prostitute. Ci sono le puttane ricche di forza spirituale, come Dionisia, ci sono le donne di mondo che non sono puttane di professione ma per passione, ci sono le ex prostitute diventate bacchettone perché appassite. Sono donne che mandano avanti una morale che le intrappola, cercando di aprire piccoli varchi a suon di giustificazione personale (o a vantaggio delle donne amiche). Quando una novità è possibile dietro l’angolo, seguono il movimento delle altre donne che le circondano. Quando Marilda deve scegliere tra una carriera musicale e un marito che le vieta ogni lavoro, è assurdo il comportamento delle donne del vicinato: prima convinte sostenitrici del matrimonio come unico sbocco professionale della donna per bene, poi avvelenate contro il marito despota, ma solo quando Dona Flor porta senza vergogna un’opinione differente e altamente condivisibile.
La pulsione più controversa è quella sessuale, ed è questa una delle maggiori riflessioni al centro del libro: può una donna essere vorace come una puttana? Stando ai discorsi (e ai pensieri) che rimbalzano sulle bocche delle donne per bene della Bahia di Flor, carichi di allusioni a peni invidiabili e segrete porte da spalancare, si direbbe di sì. Ma la realtà è più difficile di quanto non sembri: per la donna la vita è un districarsi continuo tra contraddizioni che confondono la segnaletica per una vita onorevole. E’ bene un anno di lutto, non è bene un anno e un mese di lutto. E’ bene uno sposalizio come si deve, non è bene fare l’amore prima del permesso divino e civile (ma tutti lo fanno). E’ bene vivere una vita regolare, anche sessualmente, ordinata come una prescrizione medica. Quella è la felicità, anche se dentro ti si agita una puttana che reclama un marito slegato dall’etichetta. Ma la pulsione sessuale è bene solo se tenuta a bada decorosamente. Il marito, al massimo, ricorrerà a una donnina delle case, ma il tuo onore sarà intatto. Dona Flor sarà la sintesi e la chiave di risoluzione di questa morale incerta, il cavallo di Troia penetrato all’interno della sua fortezza.
E’ interessante chiedersi se le cose stiano ancora così: quanta dose di moralismo opprime ancora la libertà delle donne? Personalmente, vivo in un contesto sociale in cui ragazze madri continuano a guardare con riprovazione il sesso prima del matrimonio. Ancora non ce l’abbiamo fatta a districarci, ad accettare completamente la nostra carica erotica e – soprattutto – la sua normalità. Ancora il desiderio puro e semplice (a prescindere dal proprio partner) viene guardato come umiliante se femminile, esaltante se maschile.
Amado è ironico e malizioso, spesso fa sorridere, porta in scena e smaschera le contraddizioni di una società con un piede sul proprio desiderio e l’altro sul dovere autoimposto in una sovraestimazione delle proprie capacità. Sebbene io non possa non riconoscere che si tratta di un buon romanzo, personalmente l’ho trovato spesso ridondante, noioso, i personaggi poco interessanti e abbastanza stilizzati (ma questo è riconducibile alla tradizione della cultura orale, a cui il libro sembra ispirarsi, che crea più dei “personaggi-simbolo” e non delle persone), non mi ha spinta a leggere voracemente e con grande interesse. E’ stata una lettura abbastanza piatta, ma mi riservo la possibilità di rileggere Amado nei suoi romanzi politico-sociali. E’ un autore che probabilmente ha tanto da dare, forse anche a voi (e a me).
Elisa Lai

Club del libro ‘La scelta dei lettori’ | Settembre

Il Club del Libro è un momento virtuale, ma non per questo meno avvincente di un incontro dal ‘vivo’, in cui, sulla pagina Facebook ‘Un buon libro, un ottimo amico’ di cui questo blog è diretto erede, rispondendo a domande e proponendone, si ricostruiscono i frammenti della lettura di un libro che leggiamo tutti insieme per poi sviscerarlo. Rispondere a domande che non ci si era posti, leggere le risposte altrui, dedicare il post-lettura all’osservazione dei post-lettura altrui sono tutte azioni semplici, gratuite, piacevoli attraverso le quali alcuni aspetti nebulosi di un libro possono diventare chiari e restituire una migliora lettura d’insieme.
Quindi, perché non partecipare?

A questo punto è fondamentale però aprire le votazioni che ci consentiranno, tra cinque libri eletti attraverso le gare di citazioni, di scegliere quale libro leggeremo insieme per il mese di Settembre.

I cinque finalisti sono:

1. Le ore, Michael Cunningham

2. Le vergini suicide, Jeffrey Eugenides

 

3. La casa del sonno, Jonathan Coe

 

4. Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar

5. New York, Edward Rutherfurd

Lettori e lettrici, l’invito caloroso è quello a esprimere il vostro voto, magari accompagnandolo con una motivazione entro le 21.30 di Venerdì 31 Agosto. La vostra partecipazione è fondamentale per dare avvio a questo nostro nuovo incontro!

Quindi, via alle votazioni!

Post scriptum (IMPORTANTE): gli unici voti validi sono quelli espressi nei commenti del blog, non valgono invece quelli lasciati su Facebook
Post scriptum 2: cliccando sui titoli avrete l’accesso a pagine con descrizione delle trame dei libri in gara 

 

 


Un amore | Dino Buzzati

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e sarà autore di libretti per musica), il disegno, la montagna, vera compagna dell’infanzia e ispiratrice di molti suoi romanzi e racconti, che con una scrittura semplice e piana, accompagnano il lettore in un mondo fantastico e surreale. Dal 1928 intraprende la carriera di giornalista al “Corriere della sera” per il quale sarà inviato speciale ad Addis Abeba nel 1939 e cronista di guerra nel ’40 sull’incrociatore Fiume; nel 1931 inizia la collaborazione a “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore. Tra le sue opere più conosciute : “Barnabo delle Montagne” che nel 1933 inaugura la sua attività di scrittore, “Il segreto del Bosco Vecchio”, “Il deserto dei tartari” e “Sessanta racconti”, volume con cui vince il Premio Strega nel 1958. Buzzati muore a Milano, nel gennaio del 1972.Anno di pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Pagine: 269
Costo: 9.50€
Consigliato: Sì.



In molti conoscono Buzzati come uno scrittore di racconti onirici, dal cipiglio vagamente allucinato, e soprattutto del Deserto dei Tartari. Atmosfere allucinate, desolate lande interiori. Ho deciso di leggere Un amore proprio sulla scorta di uno dei racconti contenuti nella Boutique del mistero: “Gli inviti superflui”. Riporterò l’inizio, visto che ho l’abitudine di parlare sempre di tutto tranne che del libro che recensisco.

 Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.  Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

[…] Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. […] Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

 Si prosegue poi con altre sezioni articolare nello stesso modo. Vorrei… ma tu non, insomma un io narrante metodico nella definizione dei suoi desideri, la cui realizzazione è però ostacolata dalla realtà, dalla refrattarietà della stessa donna amata alla piena idealizzazione.

Perché cito questo racconto? Innanzitutto perché tanto questo come Un amore appartengono a quella parte della prosa di Buzzati che lascia i toni fantastici per farsi più intima e dolorosa, ma anche perché tanto nell’uno quanto nell’altro avviene prima una sorta di scollamento dal piano della realtà e poi il brusco rientro in essa, anche se con effetti diversi e potremmo dire opposti.

Il protagonista di Un amore, Antonio Dorigo, è un architetto stimato, piuttosto riservato, senz’altro rispettabile (parola imprescindibile quando si parla di borghesi). Per usare le sue parole: «un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato». Nella casa di appuntamenti di cui è assiduo frequentatore (ha infatti problemi a instaurare veri rapporti con l’altro sesso, e deve accontentarsi di sesso a pagamento) incontra Laide, una ragazzina che sulle prime non lo colpisce più di tanto. Ma ecco che già in questa occasione ella gli entra in testa con un pensiero minore: possibile che fosse la stessa ragazza vista qualche tempo prima tra i vicoli di Milano? Questo è, in nuce, un’anticipazione della trama di Un amore, più trama psicologica che narrativa, perché essa consiste in poche parole nello sviluppo di un’idea-rovello, quella di Laide, che cresce e cresce fino a che distinguere dove finisce la realtà e comincia l’ossessione è impossibile. Di ossessione infatti si tratta: e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime […] allora lui trovava pace. Ma l’attenzione di lei non è costante, e allora ecco che i dubbi uncinano Dorigo, l’angoscia lo travolge come un’onda nera mentre è sdraiato sul letto a osservare le crepe nell’intonaco, mentre è al lavoro e non riesce a concentrarsi. Sempre. Le sue ansie diventano veri propri flussi di coscienza che partono da un dettaglio minimo e si ramificano, proseguono in direzioni spesso inconcludenti, vengono inghiottiti da una città – Milano – anch’essa sensuale e allucinata, topografia dell’anima di Dorigo per quanto contorta, piena di golfi d’ombra, nervosa, e di Laide, come esplicitamente detto:

In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.

Ma questa piccola Lolita non è, nei canoni di Dorigo, ossessione, bensì amore. Un amore non felice, certo: mentre sta correndo in macchina per andarla a prendere, egli capisce che l’espressione degli alberi fuggenti ai lati della strada corrisponde infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato.

Ma come risolvere questa situazione? Farla finita è impossibile, pena il proprio annichilimento, il definitivo deragliamento dei nervi, ma impossibile è anche cambiare lo status quo: Lui non può sposarla, perché la famiglia non approverebbe, perché sarebbe disdicevole, perché lei è una prostituta. Ma Laide lo ha stregato, lo tiene al laccio e, per quanto Dorigo voglia fargliela pagare per le sue disattenzioni e bugie, in fondo è sempre il primo a tornare, a chiedere scusa. È una situazione ai limiti della sindrome di Stoccolma, in cui Laide è sì la donna-domina che tiene in pugno, ma è anche una fonte di salvezza capace di tenere lontani i pensieri nocivi della morte, della vecchiaia, della solitudine, del senso di fiasco incombente della propria vita, al di là del successo lavorativo.

Buzzati è un maestro di stile in questo caso, nel delineare le due psicologie, quella di Dorigo e quella di Laide, con cambi di tempo narrativo, di passaggio dalla prima alla terza persona, brusche virate che riempiono le pagine di tensione. E i rovelli di Dorigo, sempre a battere sullo stesso punto con una visibile sensazione di ripetitività, la accentuano ancora di più.

Si aspetta il finale, arriverà di certo lo scacco, ci diciamo. E invece no, anche le ultime righe lasciano il tutto in sospeso, lasciando al lettore una serie di interrogativi sulla natura dell’amore, mentre fuori dalla finestra incombe una torre nera non meglio identificata, che assurge a simbolo della negatività del mondo e pare tornata alla ribalta dai più allucinati racconti della Boutique. È l’amore in grado di tenerle testa, di distoglierci da essa, o la lotta di tutti gli amanti è in fondo vana? Dove ci conduce questo sentimento, ed esiste per lui l’eternità? Per ora l’incantesimo regge, e noi ci guardiamo dallo spezzarlo, non osserviamo ciò che ci aspetta fuori dalla finestra della camera da letto.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di:
-> La boutique del mistero
-> Il deserto dei Tartari


Il grande Gatsby | Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Il grande Gatsby
Titolo originale: The great Gatsby
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Cenni sull’autore: Nato a Saint Paul (Minnesota) nel 1896 (morto a Hollywood nel 1940). Il padre era un gentiluomo del sud di scarsa fortuna economica, la madre di ascendenza cattolica e irlandese, figlia di un ricco commerciante. Grazie al nonno materno studiò alla Newman School (New Jersey) e poi a Princeton dove strinse durevole amicizia con Edmund Wilson, la sua “coscienza intellettuale”. Nel 1918 lasciò gli studi per arruolarsi nell’esercito. Incontrò a Motgomery (Alabama) Zelda Sayre, che divenne modello di tutte le “ragazze dorate” dei suoi racconti, e che sposò appena raggiunse i primi successi letterari. Fitzgerald divenne famoso e ricco, visse tra europa e america, tra Paris dove conobbe gli espatriati americani (Stein, Hemingway, Dos Passos), e New York in piena “età del jazz”. Nel 1921 nacque la figlia Scottie, iniziarono le difficoltà finanziarie e emotive di Fitzgerald, i sintomi della malattia mentale di Zelda che nel 1929 fu costretta a ricoveri sempre più frequenti in clinica (nel 1948 morì nell’incendio del- la clinica in cui viveva). Dimenticato, alcoolizzato, Fitzgerald tentò disperatamente di trovare un lavoro a Hollywood come sceneggiatore. La morte lo colse al lavoro. Questa parte di paradiso (This side of paradise, 1920) fu il primo romanzo di Fitzgerald, tra autobiografia documento e favola, lo specchio in cui si riconobbe una generazione che aveva trovato “tutti gli dei morti, le guerre combattute, le possibili tà di fede nell’uomo sconvolte”. Belli e dannati (The beautiful and damned, 1922) è ritratto di una coppia inquieta, uno studio del sogno e del disincanto. Il grande Gatsby (The great Gatsby, 1925) analizza emozioni e motivazioni della classe agiata, indicandone l’implicita distruttività. La forza del romanzo è nella lucidità formale di narrazione “indiretta” che, secondo la lezione di James e di Conrad, affida a un “testimone” il compito di evocare il magico e dramma tico percorso del mito americano.
In Tenera è la notte (Tender is the night, 1934) i grandi temi di Fitzgerald, la felicità e lo spreco, il fascino e il denaro, trovano nuova enunciazione in un linguaggio fastoso e spettrale, in una tormentata struttura ‘aperta’. Nell’incompiuto Gli ultimi fuochi (The last tycoon, 1941) l’a nalisi della sconfitta di un uomo di genio ha la suggestione di un testamento.
Anno di pubblicazione: 1925
Edizione: Mondadori
Traduzione: Fernanda Pivano
Pagine: 272
Costo: 6,50 €
Consigliato: Non posso che rispondere affermativamente.

‘Incominciò a farmi domande con quella voce che l’orecchio segue in tutte le modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai più ripetuto. Il viso di lei era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi splendenti e una splendente bocca piena d’ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile da dimenticare.’

Inizio questo mio piccolo commento a questo grande, grandissimo libro con la citazione soprastante per sottolineare immediatamente e fortemente, senza rimorsi, la grandezza e la scossa che ogni volta, inevitabilmente, ho preso leggendo le Sue parole. Sue maiuscolo sì, perché Francis Scott Fitzgerald non dev’essere stato umano, o almeno non lo è stato per quanto riguarda la scrittura e tutto ciò che ruota attorno ad essa. C’è qualcosa, una specie di scintilla che scocca ogni volta che si ha a che fare con un certo tipo di scrittori, quelli che rimani ammaliato di fronte a tanta bellezza, a cotanta bravura, agilità nello scrivere che solamente pochi eletti sono in grado di raggiungere.
Non c’è che dire, ho passato gran parte del tempo durante la lettura di questo libro con la bocca spalancata, sorpresa, affascinata, rapita, il solo ed unico rimorso che ha mangiato parte del mio fegato è stato quello di averlo scoperto solo adesso; quant’è brutta, cristo, l’ignoranza!

Fitzgerald, in questo suo immane scritto, anche un poco autobiograficamente, volendo, racconta la vita negli Stati Uniti durante il primo dopoguerra: vi ritroviamo il tema dell’ ‘American Dream’, il sogno di arrivare in quella sorta di ‘terra promessa’ santificata da Dio, dove la ricchezza, il benessere e il lusso vanno di pari passo con la povertà in tantissime altre e sfortunate parti del mondo; il luogo dove si pensa che i sogni possano essere realizzati al meglio, nella loro totalità, dove il divertimento, l’alcol e il lusso sono, inevitabilmente, all’ordine del giorno. Ed è proprio la voglia di realizzare questo sogno che porterà il narratore dell’intera vicenda a trasferirsi dal middle West americano al più ricco e tanto acclamato East e sarà proprio il nostro raffinato e sensibile Nick Carraway che ci svelerà i segreti più nascosti nella vita dell’affascinantissimo protagonista Jay Gatsby.
Ancora autobiograficamente, viene sviluppato dallo stesso ‘extraterrestre della scrittura’ e portato avanti per l’intera durata del racconto un altro tema, aggiunto e andante di pari passo al precedente, ovvero quello più romantico dell’Amore.
Jay Gatsby è un uomo che è riuscito, in un modo o nell’altro, legalmente o meno, ad ottenere tutto ciò che ogni giovane, a quei tempi, avrebbe desiderato: una casa fastosa e mastodontica, dai particolari più pregiati, racchiude tutta la sua vita fatta di divertimento, feste di lusso, alcol e tante altre ‘immoralità sociali’ automaticamente ammesse; lo circonda una compagnia di uomini e donne che, ricchi e ingenui, si recano alle sue feste solo ed esclusivamente per non perdere il loro diritto di far parte di quella ristretta cerchia di nobili da baraccone ragguardevole.
Ma a Gatsby, nonostante tutti i suoi averi, manca ancora qualcosa: l’amore. L’amore che, nel fiore dei suoi anni, gli è stato dato e poi dolorosamente negato dalla bellissima Daisy per la sua precedente condizione economica. Un amore che diventerà un sogno impossibile da realizzare, una meta improbabile da raggiungere, una ‘luce verde’ che farà brillare gli occhi dello stesso protagonista, che gli darà una vita fatta di speranza, un amore che, dopo aver dato la consapevolezza del suo non raggiungimento, lo porterà inesorabilmente al suo più completo fallimento.

‘Ma i sogni più sono belli meno hanno la probabilità di avverarsi’, così dice Fernanda Pivano, parlando forse un po’ troppo generalmente, riguardo a questo libro, ed è forse questa la consapevolezza che il genere umano è sempre meno incline ad accettare.

Voto: 9/10

Alessandra Mugnai


Un divorzio tardivo | Abraham B. Yehoshua

Titolo: Un divorzio tardivo
Titolo originale:  Gerushim Meuharim
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore:   A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1982
Edizione: Einaudi
Traduzione:  Gaio Sciloni
Pagine: 366
Costo: 12 €
Consigliato: Sì

Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci.

Forse per rendere vagamente l’idea di cosa sia un libro di Yehoshua – dopo aver letto L’amante posso iniziare a pensare che il suo sia proprio un modus operandi – bisogna partire dal titolo. Dà sempre titoli semplici, chiari, poco luccicanti. L’amante. Un divorzio tardivo. Il responsabile delle risorse umane. Uno magari è lì che si cerca la frase ad effetto, un po’ alla Grossman, arriva a Yehoshua e si ritrova davanti categorie nette che non sanno di ordinario, sono la quintessenza dell’ordinario. Sai già cosa aspettarti. Sicuro?

Il fatto è che lui usa il singolare, ma nei due libri che ho letto finora gli amanti e i divorzi sono ben lungi dall’essere al singolare. Lui quei due sostantivi – amante e divorzio – li prende, li spezza come pane arabo e poi descrive non solo i due tozzi che gli sono rimasti in mano, ma anche ogni singola briciola caduta a terra. Con una vividezza, con un’onestà assurde: se il pane è ammuffito non te lo nasconde, anzi, cerca il modo migliore per farti sentire la consistenza della muffa sotto le dita o l’odore che rilascia. Il divorzio non è solo quello dei due sessantenni Yehudà e Na’omi, è quello dei loro figli, è quello di ogni singolo personaggio che lotta con gli altri ma anche – soprattutto – con se stesso.

La tecnica narrativa usata è molto simile: una stessa storia osservata da più personaggi, in modo da riprodurre non il reale – che cos’è poi il reale? – ma la frantumazione del reale. L’amante risultava così la perfetta rappresentazione della difficoltà dell’incontro umano, mostrava una nuvola di esseri umani spocchiosi e in bilico tra la comprensione e la pugnalata. Ma si era ancora sul versante delle riflessioni personali ordinate. Un divorzio tardivo ha un valore aggiunto: i pensieri dei personaggi sono totalmente liberi di scorrere senza che la punteggiatura ponga loro un giogo, ordinando e impacchettando. I punti e le virgole che si incontrano a tratti sembrano più degli attimi di silenzio, dei momenti in cui il cervello prende un attimo di respiro prima di ripartire nella stratificazione di versioni più o meno oneste della realtà. E’ come nella mente della nonna Vaduccia de L’amante quando questa sta riprendendo coscienza di sé. Ed è questo il fatto: i personaggi di Un divorzio tardivo sono impegnati inconsciamente in una lunga fase di recupero di loro stessi. Ecco i tozzi di pane, ecco le briciole, ecco la muffa: gigantesche ambizioni personali, desiderio di rivalsa, egoismo, l’ebrezza dell’autogiustificazione, il retrogusto acido del dubbio e della disperazione, l’intrinseca difficoltà di sentire gli altri. Il professore Assa pensa al suo futuro in terza persona, come se fosse un biografo alle prese con la vita di un uomo straordinario, ma ci riesce solo quando gli altri non sono nei paraggi. Gran parte degli altri personaggi non sono da meno in quanto a megalomania. Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci: ci vediamo sempre come il più, e il sorriso onesto è spesso lontano dal nostro viso, da un sentimento di sincera comprensione. Impossibile non rivedersi in almeno uno dei personaggi, impossibile leggere senza arrivare a vergognarsi.

Oltre al lato individuale (che è contemporaneamente universale), c’è quello prettamente israeliano. Se volessimo fare un paragone col mondo del cinema, potremmo paragonare questo libro a “Una separazione” di Asghar Farhadi (o meglio, viceversa, dato che quest’ultimo è del 2011). Se lì si coglie il pretesto di una separazione per descrivere il reticolo di tensioni che intrappolano la vita in Iran (tensione tra integralisti e laici, tensione tra il desiderio di fuggire verso il sogno occidentale di benessere e quello di rimanere nella propria casa per ricostruirla), in questo libro con il divorzio si riproduce l’immagine di una società, quella israeliana, ripiegata su se stessa e ammalata di contraddizione. C’è il nuovo che aleggia tra i personaggi come una bestia impaurita che mostra le zanne, pronta a mordere e dilaniare, e c’è la tradizione ferma in uno sguardo di riprovazione, nella mente dei personaggi, nei gesti di un rituale che un gruppo di pazzi in un manicomio sbagliano continuamente. C’è un’immagine molto bella, che rende bene l’idea: Na’omi in ospedale non aspetta la fine della benedizione per mangiare un pezzo di pane. Tutti la guardano, cercano di bloccarla, il rabbino integralista è irritato. Ma lei mangia voracemente, non si ferma: la sua è una necessità, il rituale è solo un’imposizione vuota che non ha niente a che fare con il proprio corpo. E i parallelismi non si sprecano: tutto il libro è allo stesso tempo pensiero individuale e pensiero collettivo, esprime la tensione di un paese che va avanti verso un futuro che non ha né colore né forma: il buio dietro e il buio davanti, come nell’immagine evocata ossessivamente da Yehudà. Ritroverete questa tensione ovunque, e simboli e richiami in ogni personaggio, a partire dal cinico Israel Kedmi, con la sua lingua pronta a ferire familiari e arabi, con la sua mania di grandezza e la sua certezza di essere nel giusto, senza averne assolutamente le prove.

Yehoshua si conferma un autore capace, spietato, onesto. Un autore capace di parlare al plurale usando un ordinario singolare, capace di parlarti del divorzio di due personaggi per farti divorziare da te stesso.

Pensavo che ci dovesse essere assolutamente un posto un punto immaginario a partire dal quale ti saresti scomposto. […] Nei secoli dei secoli l’Uomo deve vedere se stesso.

Elisa Lai

Sempre riguardo Abraham B. Yehoshua potete leggere la recensione di:
-> L’amante


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