Un divorzio tardivo | Abraham B. Yehoshua

Titolo: Un divorzio tardivo
Titolo originale:  Gerushim Meuharim
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore:   A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1982
Edizione: Einaudi
Traduzione:  Gaio Sciloni
Pagine: 366
Costo: 12 €
Consigliato: Sì

Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci.

Forse per rendere vagamente l’idea di cosa sia un libro di Yehoshua – dopo aver letto L’amante posso iniziare a pensare che il suo sia proprio un modus operandi – bisogna partire dal titolo. Dà sempre titoli semplici, chiari, poco luccicanti. L’amante. Un divorzio tardivo. Il responsabile delle risorse umane. Uno magari è lì che si cerca la frase ad effetto, un po’ alla Grossman, arriva a Yehoshua e si ritrova davanti categorie nette che non sanno di ordinario, sono la quintessenza dell’ordinario. Sai già cosa aspettarti. Sicuro?

Il fatto è che lui usa il singolare, ma nei due libri che ho letto finora gli amanti e i divorzi sono ben lungi dall’essere al singolare. Lui quei due sostantivi – amante e divorzio – li prende, li spezza come pane arabo e poi descrive non solo i due tozzi che gli sono rimasti in mano, ma anche ogni singola briciola caduta a terra. Con una vividezza, con un’onestà assurde: se il pane è ammuffito non te lo nasconde, anzi, cerca il modo migliore per farti sentire la consistenza della muffa sotto le dita o l’odore che rilascia. Il divorzio non è solo quello dei due sessantenni Yehudà e Na’omi, è quello dei loro figli, è quello di ogni singolo personaggio che lotta con gli altri ma anche – soprattutto – con se stesso.

La tecnica narrativa usata è molto simile: una stessa storia osservata da più personaggi, in modo da riprodurre non il reale – che cos’è poi il reale? – ma la frantumazione del reale. L’amante risultava così la perfetta rappresentazione della difficoltà dell’incontro umano, mostrava una nuvola di esseri umani spocchiosi e in bilico tra la comprensione e la pugnalata. Ma si era ancora sul versante delle riflessioni personali ordinate. Un divorzio tardivo ha un valore aggiunto: i pensieri dei personaggi sono totalmente liberi di scorrere senza che la punteggiatura ponga loro un giogo, ordinando e impacchettando. I punti e le virgole che si incontrano a tratti sembrano più degli attimi di silenzio, dei momenti in cui il cervello prende un attimo di respiro prima di ripartire nella stratificazione di versioni più o meno oneste della realtà. E’ come nella mente della nonna Vaduccia de L’amante quando questa sta riprendendo coscienza di sé. Ed è questo il fatto: i personaggi di Un divorzio tardivo sono impegnati inconsciamente in una lunga fase di recupero di loro stessi. Ecco i tozzi di pane, ecco le briciole, ecco la muffa: gigantesche ambizioni personali, desiderio di rivalsa, egoismo, l’ebrezza dell’autogiustificazione, il retrogusto acido del dubbio e della disperazione, l’intrinseca difficoltà di sentire gli altri. Il professore Assa pensa al suo futuro in terza persona, come se fosse un biografo alle prese con la vita di un uomo straordinario, ma ci riesce solo quando gli altri non sono nei paraggi. Gran parte degli altri personaggi non sono da meno in quanto a megalomania. Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci: ci vediamo sempre come il più, e il sorriso onesto è spesso lontano dal nostro viso, da un sentimento di sincera comprensione. Impossibile non rivedersi in almeno uno dei personaggi, impossibile leggere senza arrivare a vergognarsi.

Oltre al lato individuale (che è contemporaneamente universale), c’è quello prettamente israeliano. Se volessimo fare un paragone col mondo del cinema, potremmo paragonare questo libro a “Una separazione” di Asghar Farhadi (o meglio, viceversa, dato che quest’ultimo è del 2011). Se lì si coglie il pretesto di una separazione per descrivere il reticolo di tensioni che intrappolano la vita in Iran (tensione tra integralisti e laici, tensione tra il desiderio di fuggire verso il sogno occidentale di benessere e quello di rimanere nella propria casa per ricostruirla), in questo libro con il divorzio si riproduce l’immagine di una società, quella israeliana, ripiegata su se stessa e ammalata di contraddizione. C’è il nuovo che aleggia tra i personaggi come una bestia impaurita che mostra le zanne, pronta a mordere e dilaniare, e c’è la tradizione ferma in uno sguardo di riprovazione, nella mente dei personaggi, nei gesti di un rituale che un gruppo di pazzi in un manicomio sbagliano continuamente. C’è un’immagine molto bella, che rende bene l’idea: Na’omi in ospedale non aspetta la fine della benedizione per mangiare un pezzo di pane. Tutti la guardano, cercano di bloccarla, il rabbino integralista è irritato. Ma lei mangia voracemente, non si ferma: la sua è una necessità, il rituale è solo un’imposizione vuota che non ha niente a che fare con il proprio corpo. E i parallelismi non si sprecano: tutto il libro è allo stesso tempo pensiero individuale e pensiero collettivo, esprime la tensione di un paese che va avanti verso un futuro che non ha né colore né forma: il buio dietro e il buio davanti, come nell’immagine evocata ossessivamente da Yehudà. Ritroverete questa tensione ovunque, e simboli e richiami in ogni personaggio, a partire dal cinico Israel Kedmi, con la sua lingua pronta a ferire familiari e arabi, con la sua mania di grandezza e la sua certezza di essere nel giusto, senza averne assolutamente le prove.

Yehoshua si conferma un autore capace, spietato, onesto. Un autore capace di parlare al plurale usando un ordinario singolare, capace di parlarti del divorzio di due personaggi per farti divorziare da te stesso.

Pensavo che ci dovesse essere assolutamente un posto un punto immaginario a partire dal quale ti saresti scomposto. […] Nei secoli dei secoli l’Uomo deve vedere se stesso.

Elisa Lai

Sempre riguardo Abraham B. Yehoshua potete leggere la recensione di:
-> L’amante

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