Un amore | Dino Buzzati

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e sarà autore di libretti per musica), il disegno, la montagna, vera compagna dell’infanzia e ispiratrice di molti suoi romanzi e racconti, che con una scrittura semplice e piana, accompagnano il lettore in un mondo fantastico e surreale. Dal 1928 intraprende la carriera di giornalista al “Corriere della sera” per il quale sarà inviato speciale ad Addis Abeba nel 1939 e cronista di guerra nel ’40 sull’incrociatore Fiume; nel 1931 inizia la collaborazione a “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore. Tra le sue opere più conosciute : “Barnabo delle Montagne” che nel 1933 inaugura la sua attività di scrittore, “Il segreto del Bosco Vecchio”, “Il deserto dei tartari” e “Sessanta racconti”, volume con cui vince il Premio Strega nel 1958. Buzzati muore a Milano, nel gennaio del 1972.Anno di pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Pagine: 269
Costo: 9.50€
Consigliato: Sì.



In molti conoscono Buzzati come uno scrittore di racconti onirici, dal cipiglio vagamente allucinato, e soprattutto del Deserto dei Tartari. Atmosfere allucinate, desolate lande interiori. Ho deciso di leggere Un amore proprio sulla scorta di uno dei racconti contenuti nella Boutique del mistero: “Gli inviti superflui”. Riporterò l’inizio, visto che ho l’abitudine di parlare sempre di tutto tranne che del libro che recensisco.

 Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.  Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

[…] Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. […] Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

 Si prosegue poi con altre sezioni articolare nello stesso modo. Vorrei… ma tu non, insomma un io narrante metodico nella definizione dei suoi desideri, la cui realizzazione è però ostacolata dalla realtà, dalla refrattarietà della stessa donna amata alla piena idealizzazione.

Perché cito questo racconto? Innanzitutto perché tanto questo come Un amore appartengono a quella parte della prosa di Buzzati che lascia i toni fantastici per farsi più intima e dolorosa, ma anche perché tanto nell’uno quanto nell’altro avviene prima una sorta di scollamento dal piano della realtà e poi il brusco rientro in essa, anche se con effetti diversi e potremmo dire opposti.

Il protagonista di Un amore, Antonio Dorigo, è un architetto stimato, piuttosto riservato, senz’altro rispettabile (parola imprescindibile quando si parla di borghesi). Per usare le sue parole: «un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato». Nella casa di appuntamenti di cui è assiduo frequentatore (ha infatti problemi a instaurare veri rapporti con l’altro sesso, e deve accontentarsi di sesso a pagamento) incontra Laide, una ragazzina che sulle prime non lo colpisce più di tanto. Ma ecco che già in questa occasione ella gli entra in testa con un pensiero minore: possibile che fosse la stessa ragazza vista qualche tempo prima tra i vicoli di Milano? Questo è, in nuce, un’anticipazione della trama di Un amore, più trama psicologica che narrativa, perché essa consiste in poche parole nello sviluppo di un’idea-rovello, quella di Laide, che cresce e cresce fino a che distinguere dove finisce la realtà e comincia l’ossessione è impossibile. Di ossessione infatti si tratta: e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime […] allora lui trovava pace. Ma l’attenzione di lei non è costante, e allora ecco che i dubbi uncinano Dorigo, l’angoscia lo travolge come un’onda nera mentre è sdraiato sul letto a osservare le crepe nell’intonaco, mentre è al lavoro e non riesce a concentrarsi. Sempre. Le sue ansie diventano veri propri flussi di coscienza che partono da un dettaglio minimo e si ramificano, proseguono in direzioni spesso inconcludenti, vengono inghiottiti da una città – Milano – anch’essa sensuale e allucinata, topografia dell’anima di Dorigo per quanto contorta, piena di golfi d’ombra, nervosa, e di Laide, come esplicitamente detto:

In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.

Ma questa piccola Lolita non è, nei canoni di Dorigo, ossessione, bensì amore. Un amore non felice, certo: mentre sta correndo in macchina per andarla a prendere, egli capisce che l’espressione degli alberi fuggenti ai lati della strada corrisponde infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato.

Ma come risolvere questa situazione? Farla finita è impossibile, pena il proprio annichilimento, il definitivo deragliamento dei nervi, ma impossibile è anche cambiare lo status quo: Lui non può sposarla, perché la famiglia non approverebbe, perché sarebbe disdicevole, perché lei è una prostituta. Ma Laide lo ha stregato, lo tiene al laccio e, per quanto Dorigo voglia fargliela pagare per le sue disattenzioni e bugie, in fondo è sempre il primo a tornare, a chiedere scusa. È una situazione ai limiti della sindrome di Stoccolma, in cui Laide è sì la donna-domina che tiene in pugno, ma è anche una fonte di salvezza capace di tenere lontani i pensieri nocivi della morte, della vecchiaia, della solitudine, del senso di fiasco incombente della propria vita, al di là del successo lavorativo.

Buzzati è un maestro di stile in questo caso, nel delineare le due psicologie, quella di Dorigo e quella di Laide, con cambi di tempo narrativo, di passaggio dalla prima alla terza persona, brusche virate che riempiono le pagine di tensione. E i rovelli di Dorigo, sempre a battere sullo stesso punto con una visibile sensazione di ripetitività, la accentuano ancora di più.

Si aspetta il finale, arriverà di certo lo scacco, ci diciamo. E invece no, anche le ultime righe lasciano il tutto in sospeso, lasciando al lettore una serie di interrogativi sulla natura dell’amore, mentre fuori dalla finestra incombe una torre nera non meglio identificata, che assurge a simbolo della negatività del mondo e pare tornata alla ribalta dai più allucinati racconti della Boutique. È l’amore in grado di tenerle testa, di distoglierci da essa, o la lotta di tutti gli amanti è in fondo vana? Dove ci conduce questo sentimento, ed esiste per lui l’eternità? Per ora l’incantesimo regge, e noi ci guardiamo dallo spezzarlo, non osserviamo ciò che ci aspetta fuori dalla finestra della camera da letto.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di:
-> La boutique del mistero
-> Il deserto dei Tartari

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Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico2011

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