Dona Flor e i suoi due mariti | Jorge Amado

Titolo: Dona Flor e i suoi due mariti
Autore: Jorge Amado
Cenni sull’autore:  Il grande scrittore brasiliano Jorge Amado nasce il 10 agosto 1912 in una fattoria nell’interno di Itabuna nello stato di Bahia, in Brasile. Figlio di un grande proprietario terriero produttore di cacao (un cosiddetto “fazendeiro“), fu testimone fin da bambino delle lotte violente che venivano scatenate per il possesso della terra. Si tratta di ricordi indelebili, più volte riutilizzati nella stesura delle sue opere. Attratto dalla letteratura fin dall’adolescenza , si propone subito come giovane ribelle, sia dal punto di vista letterario che politico, scelta fra l’altro alla quale il grande “cantore di Bahia” non ha mai deflesso, anche quando i pericoli erano assai minacciosi (ad esempio, negli anni della dittatura nazista, che, se avesse vinto, rischiava di contagiare anche le civiltà sudamericane). Inoltre, è utile sottolineare che il Brasile della gioventù di Amado era un Paese assai arretrato e ancorato a tradizioni che gettavano le loro radici addirittura nel sistema schiavistico, peraltro a quel tempo recentemente smantellato. Un Paese, quindi, che guardava con sospetto e timore a qualsiasi forma di “sovversione”. Infine, la forte crisi economica e la conseguente apertura delle frontiere, che determinò un fortissimo flusso migratorio di tutte le razze (italiani compresi), non faceva che minare il senso di sicurezza dei cittadini, desiderosi vieppiù di garanzie e stabilità.
In questo mondo attraversato da profonde trasformazioni Jorge Amado esordisce non ancora ventenne con il suo primo romanzo “Il paese del Carnevale” . […] Seguirono subito dopo due romanzi di impegno sociale “Cacao” e “Sudore“: il primo sul drammatico problema degli “affittati” (in pratica schiavi utilizzati nelle piantagioni di cacao), il secondo sulla condizione non meno drammatica del sottoproletariato urbano. Ma il grande esordio che lo pone davvero all’attenzione di tutti, anche al di fuori del mondo delle lettere, avviene nel 1935 con il romanzo “Jubiabá“, dal nome del protagonista, il grande stregone negro di Bahia. Romanzo provocatorio quant’altri mai per la mentalità brasiliana, a causa dell’intensa narrazione che vede protagonisti cultura e personaggi negri (in un paese la cui cultura ufficiale aveva fino ad allora negato il valore della cultura negra in quanto tale), nonché una storia d’amore di un uomo nero con una donna bianca (argomento assolutamente tabù). Infine, sullo sfondo sono tratteggiate le vicende di un grande sciopero, visto come il superamento delle differenze razziali nella lotta di classe. Insomma, un gran calderone che infrangeva in un una sola grande narrazione tutte le fragili, ma al tempo stesso radicate resistenze della cultura brasiliana.
A quel punto il cammino di Jorge Amado è tracciato, la sua scelta ideale di vita troverà nelle opere successive una serie di precise conferme mentre le sue scelte politiche, come l’adesione al Partito Comunista, provocheranno più volte il suo arresto e l’esilio. Finita la seconda guerra mondiale, infatti, costretto ad allontanarsi dal Brasile con l’ascesa alla presidenza di Enrico Gaspar Dutra, Jorge Amado vive prima a Parigi e poi, vincitore del premio Stalin, passa tre anni nell’Unione Sovietica. Nel 1952 pubblica in tre volumi “I sotterranei della libertà“, la storia delle lotte del partito comunista in Brasile. Pubblica in seguito altre opere minori sul suo soggiorno nei paesi dell’Unione Sovietica.
Poco dopo, però, ecco un’altra grande svolta, avvenuta precisamente nel 1956. Questa è la data della sua uscita dal Partito Comunista Brasiliano per dissensi sugli sviluppi del comunismo in Unione Sovietica.
Nel 1958, ritornato in Brasile, pubblica con sorpresa di tutti “Gabriella, garofano e cannella“. Un ritorno al passato, alla sua terra d’origine e alle lotte dei “fazendeiros” per il possesso delle terre; nel romanzo, tra una sparatoria e una cavalcata la bella Gabriela ama e rivendica il diritto di amare. Questo diritto di amare al femminile, questo superamento del binomio sesso-peccato può sembrare banale, al giorno d’oggi, ma a quel tempo, nel 1958, ottenne un effetto provocatorio forse superiore a quello dello stesso “Jubiabá” vent’anni prima. Una riprova? Amado non poté rimettere piede a Ilhéus per molto tempo a causa delle minacce ricevute per aver offeso l’onore e la rispettabilità delle donne del posto.
Molti anni più tardi, quando compirà ottant’anni, il “paese del carnevale” gli renderà omaggio con una grandiosa festa, un gigantesco carnevale nel vecchio quartiere bahiano del Pelourinho, tante volte descritto dal “bahiano più bahiano di Bahia”. Verso la fine della sua vita, il bilancio del vecchio e indomito scrittore non potè che essere improntato all’orgoglio e alla soddisfazione. I suoi libri, pubblicati in 52 paesi e tradotti in 48 lingue e dialetti, hanno venduto milioni di copie, contribuendo a risvegliare le coscienze ma anche a distendere e a divertire (soprattutto grazie alla sua “seconda fase”, quella “spensierata” di “Gabriella garofano e cannella”). Il leggendario cantore di Bahia è scomparso il 6 agosto 2001. ( http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=241&biografia=Jorge+Amado )
Anno di pubblicazione: 1966
Edizione: Garzanti
Pagine: 524
Costo: 18.80 €
Consigliato: Personalmente no. Lo consiglierei solo agli appassionati di realismo magico.

E’ al tempo stesso la dona Flor vigilante e intrepida di fronte al pericolo, onorata, austera e intransigente – e la dona Flor piena di fretta di darsi, prima che sia troppo tardi. Quale delle due è la vera dona Flor?

Dona Flor ha un gran da fare con una marea di grattacapi in duplice copia, e i mariti sono solo uno dei tanti. E’ messa al bivio tra tradizione e innovazione, e vede passare di tutto di fronte a lei: la cultura, la morale, la società, le proprie pulsioni sessuali. Tutti indecisi se andare a destra o sinistra, a volte spinti su una via, a volte affaticati sull’altra. La processione passa di fronte a lei ma soprattutto dentro di lei: questo è un romanzo imperniato sulla donna – poco importa che si chiami Dona Flor – e su tutte le responsabilità e i problemi che gravano su di essa.
Volendo comprendere in una sola parola tutto il romanzo, si potrebbe ricorrere al termine “sincretismo”. Il duplice si scontra, lotta e ne esce mescolato, e sono sempre carne e pulsioni individuali a scontrarsi con spirito e morale: come le divinità africane che si aggirano per le strade e per i terreiros incarnate nei vari figli-di-santo, troppo amorali per essere accettate coi loro nomi (Oxossi, Exu), ma decisamente accettabili se imprigionate nella comoda effigie di qualche santo cristiano (e consultabili senza andar contro i precetti cristiani). Le pulsioni del popolo africano trasferitesi a Bahia grazie alle navi negriere dei secoli precedenti ricevono il battesimo della giustificazione, un cantuccio nella zona franca del “ciò che si può ma non si dovrebbe”, proprio grazie alla trasformazione in santi dabbene. E questa tensione tra il si-deve/non-si-deve permea tutta la società bahiana, ma guarda caso colpisce solo le donne.
Come sono le donne di Bahia? Sono donne confuse tra dovere e pulsione, anche solo inconsciamente. Sono donne di mondo, nella duplice valenza della definizione: sanno vivere in società e sono prostitute. Ci sono le puttane ricche di forza spirituale, come Dionisia, ci sono le donne di mondo che non sono puttane di professione ma per passione, ci sono le ex prostitute diventate bacchettone perché appassite. Sono donne che mandano avanti una morale che le intrappola, cercando di aprire piccoli varchi a suon di giustificazione personale (o a vantaggio delle donne amiche). Quando una novità è possibile dietro l’angolo, seguono il movimento delle altre donne che le circondano. Quando Marilda deve scegliere tra una carriera musicale e un marito che le vieta ogni lavoro, è assurdo il comportamento delle donne del vicinato: prima convinte sostenitrici del matrimonio come unico sbocco professionale della donna per bene, poi avvelenate contro il marito despota, ma solo quando Dona Flor porta senza vergogna un’opinione differente e altamente condivisibile.
La pulsione più controversa è quella sessuale, ed è questa una delle maggiori riflessioni al centro del libro: può una donna essere vorace come una puttana? Stando ai discorsi (e ai pensieri) che rimbalzano sulle bocche delle donne per bene della Bahia di Flor, carichi di allusioni a peni invidiabili e segrete porte da spalancare, si direbbe di sì. Ma la realtà è più difficile di quanto non sembri: per la donna la vita è un districarsi continuo tra contraddizioni che confondono la segnaletica per una vita onorevole. E’ bene un anno di lutto, non è bene un anno e un mese di lutto. E’ bene uno sposalizio come si deve, non è bene fare l’amore prima del permesso divino e civile (ma tutti lo fanno). E’ bene vivere una vita regolare, anche sessualmente, ordinata come una prescrizione medica. Quella è la felicità, anche se dentro ti si agita una puttana che reclama un marito slegato dall’etichetta. Ma la pulsione sessuale è bene solo se tenuta a bada decorosamente. Il marito, al massimo, ricorrerà a una donnina delle case, ma il tuo onore sarà intatto. Dona Flor sarà la sintesi e la chiave di risoluzione di questa morale incerta, il cavallo di Troia penetrato all’interno della sua fortezza.
E’ interessante chiedersi se le cose stiano ancora così: quanta dose di moralismo opprime ancora la libertà delle donne? Personalmente, vivo in un contesto sociale in cui ragazze madri continuano a guardare con riprovazione il sesso prima del matrimonio. Ancora non ce l’abbiamo fatta a districarci, ad accettare completamente la nostra carica erotica e – soprattutto – la sua normalità. Ancora il desiderio puro e semplice (a prescindere dal proprio partner) viene guardato come umiliante se femminile, esaltante se maschile.
Amado è ironico e malizioso, spesso fa sorridere, porta in scena e smaschera le contraddizioni di una società con un piede sul proprio desiderio e l’altro sul dovere autoimposto in una sovraestimazione delle proprie capacità. Sebbene io non possa non riconoscere che si tratta di un buon romanzo, personalmente l’ho trovato spesso ridondante, noioso, i personaggi poco interessanti e abbastanza stilizzati (ma questo è riconducibile alla tradizione della cultura orale, a cui il libro sembra ispirarsi, che crea più dei “personaggi-simbolo” e non delle persone), non mi ha spinta a leggere voracemente e con grande interesse. E’ stata una lettura abbastanza piatta, ma mi riservo la possibilità di rileggere Amado nei suoi romanzi politico-sociali. E’ un autore che probabilmente ha tanto da dare, forse anche a voi (e a me).
Elisa Lai
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