Bestiario | Julio Cortázar

Titolo: Bestiario
Titolo originale: Bestiario
Autore: Julio Cortázar
Cenni sull’autore: Julio Cortázar, all’anagrafe Julio Florencio Cortázar Descotte, nasce a Bruxelles da genitori argentini nel 1914. Scrittore, poeta, critico letterario, saggista e drammaturgo, è particolarmente attivo nei generi del fantastico, della metafisica, del mistero. Stimato da Borges, è stato spesso paragonato a Čechov e Edgar Allan Poe. Il suo capolavoro è Rayuela (Il gioco del mondo), del 1963, iperromanzo (o antiromanzo) in cui l’esperienza parigina, dove trascorse gran parte della sua vita, e quella argentina si giustappongono e si completano a vicenda. Il libro è composto da oltre 300 paragrafi che possono essere letti nell’ordine specificato dall’autore all’inizio del romanzo o in ordine di comparizione. Tra le altre opere, ricordiamo ‘Fine del gioco’ (1956), ‘Le armi segrete’ (1959), ‘Storie di cronopios e di famas’ (1962), ‘Ultimo round’ (1969), ‘Octaedro’ (1974). Muore a Parigi nel 1984.
Data di pubblicazione: 1951
Edizione: Einaudi
Traduttore: Flaviarosa Nicoletti Rossini, Vittoria Martinetto
Numero pagine: 156
Costo: € 10
Consigliato: Assolutamente sì

« Ogni racconto durevole è come il seme in cui sta dormendo l’albero gigantesco. Quell’albero crescerà in noi, farà ombra nella nostra memoria. »

Credo che questa frase, contenuta nello splendido saggio “Alcuni aspetti del racconto”, descriva alla perfezione il mio rapporto con Bestiario e col suo autore, Cortázar.
Aprite le orecchie. Vi racconterò una storia.
C’era una volta una liceale impacciata (e c’è ancora una donna impacciatissima) che qualche anno fa si fece coraggio, puntò i piedi e si disse: « quest’anno diventerò una persona coraggiosa! ». E non trovò nulla di meglio per dimostrare il suo nuovo coraggio che impegnarsi in prima persona in un progetto, metterci la faccia (letteralmente).
Frequentavo la seconda liceo quando la mia scuola si candidò per partecipare a “Per un pugno di libri”. Fosse stato un altro anno, un anno qualsiasi della mia vita, avrei ritorto il collo come una tartaruga e, chiusa nella mia tana personale e fumosa, sarei rimasta a guardare i miei compagni gareggiare alla tv. Ma quell’anno ero una persona coraggiosa. Quell’anno ci finii io dentro la tv. E finii, precipitai dentro Cortázar, ci inciampai un po’ per caso, un po’ per destino.
Il mio primo approccio con Bestiario – la lettura assegnata – fu caotico, spaventoso. Ricordo come ci guardavamo spauriti, liceali attorno a un tavolo, attoniti, sbalorditi che si potessero vomitare coniglietti, che si allevassero mancuspie, che tigri invisibili passeggiassero per vecchie case. Eravamo ancora bambini, ma non riuscivamo a pensare da bambini. Non accettavamo il principio di finzione. Per questo, anziché ricordare la bellezza di Bestiario, ne ricordo più che altro il mistero, l’impenetrabilità, la paura.

Che cosa è cambiato da allora? Che cosa vedo ora che non vidi allora?
Tutto. E niente. Perché tutto c’era già in potenza, Bestiario aveva già piantato i suoi artigli e lavorava e cresceva e germogliava in silenzio dentro di me. Per tanti anni Bestiario mi ha messo radici nella coscienza e me ne accorgo soltanto ora.
Me ne accorgo rileggendo i suoi racconti, sfogliando le pagine, sentendo sulla lingua la suggestione delle parole. Me ne accorgo quando ritrovo un mio pensiero, un pensiero finito qui chissà come – e capisco che il pensiero non era mio, capisco che il pensiero era di Cortázar, solo non sapevo di averlo attinto. Me ne accorgo quando le sillabe si frangono in una musicalità così perfetta e cesellata che non si può desiderare di scrivere diversamente da così. Me ne accorgo perché sento una nostalgia, una nostalgia fortissima di cose che non sapevo di aver perduto e ora ritrovo preziosissime.
La bambina che è in me non ha più paura della finzione, non ha più paura del mistero. Perché capisce che questa paura era solo un sentire troppo intenso di bellezza.

I racconti di Cortázar sono qualcosa che non si dimentica. Sotto forma di paura, sotto forma di sbalordimento, sotto forma di fascinazione: sempre lasciano un segno indelebile nella memoria. Straordinari nella loro concentrazione di senso e di perfezione stilistica, abbacinano il lettore, lo punzecchiano, non si può rimanere indifferenti. Si può non capire, ci si può arrabbiare, si può persino desiderare di darli alle fiamme: ma non si dimenticano. A ottant’anni ricorderete ancora quanto vi abbiano turbato.
Quelli che hanno più turbato me – quelli che porterò sempre nel bagaglio, anche quando non saprò di portarli – sono quattro: “Lettera a una signorina a Parigi”, “Lontana”, “Omnibus”, “Circe”.
“Lettera a una signorina a Parigi” perché vomitare coniglietti – e vomitarli con la stessa tenerezza descritta da Cortázar, vomitare quei piccoli miracoli – è davvero un’abitudine troppo affascinante per passare inosservata. Senza considerare la perfezione con cui l’elemento fantastico – assolutamente non spiegato, assolutamente ‘reale’ – si innesta su uno sfondo di un realismo assoluto, vivido, quasi maniacale, dove il dettaglio è così insistito da parer esso stesso fuori luogo, e non il fatto di vomitare coniglietti.
“Lontana” perché quella liceale impacciata lo imparò a memoria e sapeva recitarlo e, quando lo rilegge ora, a distanza di anni, capisce che parlava di lei. Parlava della vita misteriosa e parallela che si svolge in ciascuno di noi e che costantemente lotta per assorbirci.
“Omnibus” perché ci vedo dentro una storia d’amore. Una straordinaria e inquietante storia d’amore – l’amore tra due persone che si uniscono perché entrambe mancanti di qualcosa, l’amore tra due persone coalizzate insieme contro il mondo. “Omnibus” perché insegna che l’amore è avere insieme una mancanza, ma quando quella mancanza finisce, quando ci si sente reintegrati, allora si può non aver più bisogno dell’altro ed è inevitabile andare per la propria strada.
“Circe” perché è un piccolo miracolo in prosa, una perla di straordinaria e rara perfezione. E in questo risiede il fascino che esercita sul lettore, Cortázar tanto irresistibile e tanto pericoloso quanto la Circe omerica.

A chi voglia scrivere racconti e a chi sia interessato a capire come si scrivono raccomando la lettura dei saggi contenuti nell’edizione Einaudi, “Alcuni aspetti del racconto” e “Del racconto breve e dintorni”. In essi Cortázar descrive la genesi del racconto come un processo misterioso e quasi indipendente dalla volontà dello scrittore stesso. Scrivere – e specialmente scrivere racconti fantastici – è secondo lui lo stesso che un esorcismo:“rifiutare creature invadenti”, lo chiama. Un bravo scrittore di racconti deve essere “posseduto” dal suo racconto, “come chi si toglie di dosso un predatore”. Questo conferirà al racconto due delle caratteristiche essenziali della sua grandezza, l’intensità e la tensione. Ogni tema può trasformarsi in un buon racconto, non ci sono buoni temi e cattivi temi. È lo scrittore che, credendo in esso e trattandolo al meglio delle sue possibilità, rende un buono o un cattivo tema un racconto straordinario o mediocre.
Quando un racconto arriva, questo ci dice Cortázar, lo si sente come qualcosa che ci cade addosso. Un racconto è un’intuizione poetica. Non si può respingere. Non si può ritardare. Va scritto, ora, subito. Rifiuta qualsiasi distrazione collaterale. Un buon racconto non si progetta, si scrive da sé perché si impone alla coscienza dello scrittore come un tutt’uno misterioso, non ancora strutturato ma compatto.
Non si scrivono racconti con la testa, questo ci dice Cortázar. Si scrivono con la pancia. Si scrive come per liberarsi del mal di stomaco.
Ed è per questo che Cortázar non si dimentica: perché per liberarsi del mal di stomaco ce lo deve trasmettere. Di Cortázar ci si ammala. E non c’è volontà di capire che tenga, non c’è medicina se non soccombere sotto il peso della fascinazione.

Chiara Pagliochini

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