Al faro | Virginia Woolf

Titolo: Al faro
Titolo originale: To the lighthouse
Autore: Virginia Woolf
Cenni sull’autore: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.  Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (wikipedia)
Data di pubblicazione: 1927
Edizione: Mondadori
Traduttore: Nadia Fusini
Numero pagine: 180
Costo: € 7,40
Consigliato: Sì.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

“Sì, certamente, se domani è bello” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola” aggiunse.
Un inizio quotidiano, una frase ordinaria da immaginarsi pronunciata col tono dolce di una madre. È la risposta alla domanda del figlio James, che nella riga subito precedente l’incipit le ha chiesto se il giorno seguente si andrà al faro.
Come si deduce sin dal titolo, quell’edificio alto, nudo e diritto, di un bianco e nero abbaglianti, è la nostra meta.
Prima di proseguire, però, un abbozzo di architettura narrativa: To the lighthouse è suddiviso in tre parti – La finestra / Il tempo passa / Il faro. In pieno stile Woolf, l’arco complessivo del romanzo abbraccia una decina d’anni, ma questa si dipana tutta nella brevissima sezione centrale (una ventina di pagine, circa un decimo del totale), mentre la prima e l’ultima sezione descrivono ciascuna gli accadimenti di una sola giornata. I due ‘momenti’ sono tra loro ‘complementari e opposti’, sospesi entrambi nel mare dell’attesa – per la prima parte, l’attesa della gita al faro, annunciata ma adombrata da quell’ipotetica incipitaria, se domani è bello; per la terza, la realizzazione della gita al faro e una nuova attesa, quella dell’approdo, durante il tragitto in barca.

Il perno del primo momento è la signora Ramsay, donna dal portamento e dall’anima regale per quanto semplice, che secondo la giovane Lily racchiude in cuor suo,come il tesoro nelle tombe dei re, tavole di scritti sacri, che a saperle leggere le avrebbero insegnato tutto, ma mai sarebbero state esibite apertamente, mai rese pubbliche. Una sorta di Beatrice quotidiana, invecchiata ma ancora capace di portare luce, di vincere le sue battaglie, di lasciare attoniti con il mistero che porta con sé. Tutti cercano di trovare la sua chiave di volta, di comprenderla, invano, o almeno senza mai avere la certezza di esserci riusciti. Era saggezza? Era esperienza? O, ancora una volta, era l’inganno della bellezza, la trappola d’oro in cui le percezioni, a mezza strada dalla verità, si impigliano? Le persone le orbitano attorno come a un asse di rotazione, a un sole. Anche i tentativi di abbozzare alcuni suoi difetti (ad esempio il piacere che prova nell’organizzare appuntamenti, preparando futuri matrimoni) non vengono portati avanti con tenacia. I suoi pregi li rendono trascurabili, le vengono perdonati senza sforzo. Non leggiamo mai una vera descrizione che la riguardi, eppure nella prima parte del libro riusciamo a disegnare un ritratto tutt’altro che sommario, grazie alle varie voci che di lei parlano – se stessa, il marito, Lily la pittrice oppure Bankes, uomo di scienza – come tanti raggi che intersecandosi creino una figura a tutto tondo. E anche se non conosciamo il colore dei suoi occhi questa figura femminile – non più, ricordiamolo, giovane, anzi madre di otto figli – non è comunque priva di concretezza, e anzi leggerla dal suo punto di vista, cosa che la scrittura ‘mentale’ di Virginia Woolf ci permette di fare, risulta piacevolmente umano – la vediamo in tutti i suoi riflessi, intenta a preoccuparsi della casa, dei bambini, del marito, dei soldi, del giardino, dei futuri lavori di ristrutturazione.

La signora Ramsay viene improvvisamente a mancare nella seconda parte. “Ramsay incespicando lungo il corridoio tese le braccia una scura mattina, ma poiché la signora Ramsay era morta improvvisamente la notte avanti, tese le braccia e basta. Rimasero vuote.” Le ultime parole si commentano da sé. Non esiste per il vuoto un indice di intensità. È venuto a mancare il sole. Privata dell’incantesimo della signora Ramsay, la casa cade irrimediabilmente in rovina insieme al resto della famiglia – alcuni muoiono, gli altri non tornano più tra quelle mura – e mentre Virginia Woolf sfoglia gli anni come se fossero minuti i rampicanti spaccano i vetri, l’erba cresce nel giardino, i tavoli e i libri diventano grigi di polvere, ripuliti solo ogni tanto da un’anziana donna di servizio. Queste pagine sono sospinte da una narrazione veloce su cui non ci si sofferma, i fatti più spiccioli vengono addirittura riportati tra parentesi quadre.

Il Faro, la terza parte, chiude il cerchio: qui viene finalmente compiuta la gita di cui abbiamo appreso all’inizio – rimandata, dieci anni prima, a causa del maltempo. Tutto è cambiato, a parte l’immutabile Faro, e l’ultima sezione costituisce quindi un progresso rispetto alla prima, ma di questa rappresenta anche un parallelo in negativo: come La finestra era centrata sulla figura della signora Ramsay, la conclusione è dominata dalla sua assenza, ma presente e quanto mai concreta. Lily, protagonista attiva di quest’ultima sezione, alle prese con un quadro iniziato dieci anni prima, pensa:

“[…] ma come si faceva a esprimere in parole queste emozioni del corspo? a esprimere quel vuoto? (Guardava gli scalini del salotto, erano straordinariamente vuoti). Era un sentimento del corpo, non della mente. Le sensazioni fisiche che derivavano dall’evidenza nuda degli scalini le furono d’un tratto estremamente sgradevoli. Volere, e non avere […] – come le strappava il cuore, lo torceva, lo straziava! Oh, signora Ramsay! chiamò in silenzio […], come per rimproverarla d’essere scomparsa, ed essendo scomparsa, di tornare.” E più avanti: “Se la esigevano con violenza […] allora la bellezza si sarebbe ravvolta in se stessa, lo spazio riempito, quei vuoti ghirigori avrebbero preso forma. Se avessero gridato forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”.

Naturalmente la linea della signora Ramsay non è l’unica che attraversa il romanzo e l’ultima sezione in particolare, ma ho scelto di sviluppare questa, perché amo il tema della presenza/assenza, della persistenza delle persone, per così dire. Volendo fare un altro accenno, una seconda direttrice molto nitida è quella del signor Ramsay, che entra in scena all’inizio del libro per dire con freddezza al figlio: “Ma non sarà bello”, non potranno andare al Faro, e sarà da James odiato per sempre a causa di questa tagliente verità. Il sì della signora Ramsay e il no di suo marito chiariscono meglio di qualsiasi descrizione la profonda differenza tra le due figure, ma giustificano anche in parte la dipendenza tra i due. Ognuno può essere profondamente se stesso soltanto in presenza del suo opposto all’altro lato della tavola, della vita. Si capisce perciò come il signor Ramsay dell’ultima sezione sia se stesso a metà, sempre arcigno e scuro, tirannico nei confronti dei figli, ma anche solo sotto la corazza della sua cultura, chiuso in un dolore egoistico, e così bisognoso di parlare da mettersi a dissertare con Lily Briscoe riguardo ai suoi stivali.

Tutto si conclude con il completamento del quadro di Lily, da dieci anni in attesa di conclusione. “Mi piace la fine” scrisse la Woolf il 21 marzo 1927 a proposito di ‘To the lighthouse’. Proprio mentre il signor Ramsay sbarca coi figli al Faro, “Eccolo – il suo quadro. […] Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.” Ora anche Lily, come un tempo la signora Ramsay, sa suggellare un momento in magia. E, come spesso accade, ancora una volta spetta all’arte chiudere il cerchio di una famiglia, mettere fine con una pennellata a un’attesa lunga un decennio – di una linea, di un approdo, di un senso.

 

 

Chiara Sandretto

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