Infinite Jest | David Foster Wallace

Titolo: Infinite jest
Autore: Davide Foster Wallace
Cenni sull’autore: Wallace nasce a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962 da Donald Wallace e Sally Foster. Fino alla quarta elementare, Wallace ha vissuto a Champaign, Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove ha frequentato la Yankee Ridge School. Iscritto all’Amherst College, la stessa università del padre, si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, per poi frequentare il primo semestre del corso di filosofia presso l’università di Harvard, che abbandonò alla fine del 1989 dopo il ricovero alla clinica psichiatrica McLean’s.

A metà della sua brillante carriera universitaria, il giovane David Foster Wallace, un perfetto nerd appassionato di filosofia, matematica e logica, ha quella che lui stesso definisce “una crisi di mezz’età a vent’anni”: in preda a un improvviso calo di motivazione lascia gli studi per un semestre e se ne torna a casa; gli capita in mano The Balloon, un racconto di Donald Barthelme, uno dei maestri della narrativa postmoderna; ne rimane folgorato, comincia a scrivere.La sua prima opera pubblicata è The Broom of the System (La scopa del sistema), nelle parole dell’autore “il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida”, che riceve dalla critica un’accoglienza entusiastica.

Il mondo della critica letteraria nota subito il talento di Wallace che, a soli venticinque anni, si distingue per il suo stile ironico, complesso e acuto. Nel 1989 esce negli Stati Uniti “La ragazza con i capelli strani”, una raccolta di racconti che tocca temi tipici di Wallace e viene considerata un suo manifesto poetico e stilistico.

Il successo è immediato e i paragoni illustri (benché spesso non incontrino il favore di Wallace) abbondano: i nomi di De Lillo, Pynchon, Barth e di tutti i grandi padri della narrativa postmoderna e sperimentale vengono citati per elogiare uno stile che mescola intellettualismo e comicità, surrealtà e iperrealismo, ironia e reale commozione.

Il secondo romanzo, “Infinite Jest”, esce nel 1996 e Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. Il romanzo, considerato il capolavoro dello scrittore americano, descrive la complessità della società contemporanea: le difficoltà nei rapporti interpersonali, l’uso delle droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo, dei media e dell’intrattenimento, l’esasperata competizione sociale, raccontata attraverso il tennis, sport praticato a livelli agonistici dallo stesso Wallace.

Nel frattempo, dopo aver pubblicato nel 1999 un secondo libro di racconti, Brief Interviews with Hideous Men (Brevi interviste con uomini schifosi), che raccoglie pezzi inediti e già apparsi su rivista nel corso di diversi anni, Wallace è tornato a due dei suoi grandi amori di gioventù, la matematica e la filosofia, nel suo volume più recente, Everything and More, uscito nell’autunno 2003 negli Stati Uniti: un saggio sulla storia del concetto di infinito nella matematica che lo consacra ancora una volta come artista geniale capace di scrivere di tutto con immancabile acutezza di visione e perizia stilistica.

Wallace è stato trovato dalla moglie, Karen Green, impiccato nel patio di casa sua a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008.

Fonti: http://www.wikipedia.it;http://www.railibro.rai.it

Traduzione: Nesi E.; Villoresi A.; Giua G.
Anno di pubblicazione (ed. originale): 1996
Edizione: Einaudi, 2006
Pagine: 1281
Costo: € 27,00
Valutazione: ●●●○○ (3/5)
Consigliato: Ni, per molti, ma non per tutti.

La differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia: Ucciderebbe qualcun altro pur di uscire dalla gabbia?

Leggere Infinite Jest significa immergersi totalmente nel mondo creato da David Foster Wallace: la trama è solo un elemento contingente che veicola la vera essenza del romanzo (e su quale sia questa essenza se ne potrebbe discutere per giorni): quindi se concepite lo scorrere del tempo in linea retta; se pensate che pagine e pagine di pensieri, emozioni, sensazioni rendano un libro “lento”; se siete dei fan delle tre unità di spazio, tempo e azione allora state alla larga da questo libro. Semplicemente non fa per voi.

Per me Infinite Jest è una vorticosa immersione nell’inferno della dipendenza: dipendenza da Sostanze, dipendenza da una persona, dipendenza maniacale dalle proprie routine, dipendenza da un’ideologia, dipendenza dall’agonismo e dall’idea di successo, dipendenza dall’intrattenimento.
La dipendenza nasconde spesso un totale vuoto interiore oppure maschera un’interiorità stracolma e ormai traboccante di pensieri, ricordi, emozioni troppo dolorose perché la coscienza le possa tollerare.

C’è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi: omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore.
Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston iniziano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che per lo meno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all’infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto. Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle Sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un’altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde

Attorno a questo nucleo centrale, Wallace ha costruito un mondo distopico (anche se, per certi aspetti, mica tanto) in cui gli USA hanno ampliato i loro confini, a nord verso il Canada e a sud verso il Messico dando vita all’Interdipendenza, ovvero alla Organization of North American Nations (O.N.A.N.). Inoltre, quelli che una volta erano gli Stati Uniti del nord est sono diventati un’enorme e insalubre discarica annessa al Quebec conosciuta come La Grande Concavità. Di converso, il Canada tende a non voler riconoscere il territorio come proprio (per ovvi motivi): si tratta, insomma, di una terra di nessuno. 
Un modo dove i valori hanno perso significato e gli uomini e le donne dell’era dell’Interdipendenza sono suscettibili a qualsiasi forma di dipendenza, in cui anche l’intrattenimento diventa uno strumento per lenire i dolori di un’esistenza ormai svuotata da qualsiasi senso.
Gli americani vengono descritti come bambini capricciosi che, per dirla con il buon vecchio Freud, non hanno mai imparato a sublimare il principio del piacere e a trovare la loro soddisfazione secondo le vie indicate dal principio di realtà. Non sanno assumersi le loro responsabilità, ma le scaricano sulle spalle degli altri (a livello politico sui Canadesi, a livello personale assumono le Sostanze che leniscono il dolore e narcotizzano la coscienza.)

D. F. Wallace ha uno stile straordinario: Il suo stile si adatta al personaggio riuscendo a far provare le emozioni di cui scrive. È riuscito a trasmettermi l’angoscia e il dolore di una crisi di astinenza da stupefacenti o alcool (nonostante l’unica vera crisi di astinenza che io abbia mai provato, è quella dal cioccolato); mi ha fatto appassionare alle vicende del Quebec post-interdipendenza, mi ha fatto diventare un’esperta di stupefacenti e narcotici, mi ha fatto venire voglia di entrare in un gruppo degli AA (alcolisti anonimi) di Boston (perché sono i più fighi di tutti, perché ci sono i coccodrilli), mi ha fatto guardare con altri occhi il mondo del tennis e dell’agonismo.

Siate uno Studioso del Gioco. È una cosa profonda, come la maggior parte dei cliché sportivi. Potete piegarvi o spezzarvi. In mezzo non c’è granché. Provate a imparare. Siate allenabili. Provate a imparare da chiunque, specialmente da quelli che falliscono. Questa parte è difficile. Compagni che fanno fiasco o scoppiano o crollano, scappano, scompaiono dalle graduatorie mensili, escono dal circuito. Compagni dell’Eta in attesa che deLint bussi piano alla loro porta e chieda di fare quattro chiacchiere. Avversari. Tutto può essere educativo. Il tuo essere un promettente Studioso del Gioco sarà una funzione di ciò a cui riuscirai a prestare attenzione senza scappare. Reti e recinzioni possono essere specchi. E fra le reti e le recinzioni anche gli avversari diventano specchi. Ecco perché la cosa mette paura. Ecco perché tutti gli avversari sono terrorizzanti e gli avversari più deboli lo sono in modo particolare.
Cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari. Vi porteranno a capire il Gioco. Ad accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura. Che il suo scopo è allontanare da voi ciò che sperate non tornerà.

A questo punto posso immaginare che starete pensando: se è tutto così stupendo, perché solo tre stellette? Già perché! La risposta è che alla fine di tutte le belle descrizioni di Wallace non mi è rimasto quasi nulla: un’esaltazione momentanea, una forte carica emotiva hic et nunc ma poi tutto mi scivolava addosso, come se non lo avessi mai letto; anzi verso la fine in un angolino della mia mente c’era anche una certa insoddisfazione e noia per la ripetitività delle descrizioni e delle situazioni, un pensiero molesto che si affacciava timidamente con la sua vocina per dire con un certo imbarazzo:“Va beh, adesso basta però, passiamo ad altro”, come quando vado a una mostra di pittura astratta e al quindicesimo quadro che mi suscita senza ombra di dubbio emozioni e sensazioni da dipanare ed esplicitare, comincio a stancarmi. Per carità, a me la pittura astratta piace però a dosi moderate, ecco, sì. Una mostra al giorno per due mesi forse è troppo.

Patrizia Oddo

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