Belli e dannati | Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Belli e dannati
Titolo originale: The Beautiful and Damned
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Cenni sull’autore: La bella vita di F. Scott ha ruotato attorno alle feste e attorno ai cocktail. I coniugi Fitzgerald (ché mai bisogna dimenticare Zelda) hanno inseguito le feste su entrambe le sponde dell’Atlantico, e in questo modo sono diventati l’icona della belle époque contemporanea, quella degli anni ‘20. Scelsero per la loro unica figlia un nome originalissimo: Frances Scott Fitzgerald; e a partire da quel nome traspare l’attaccamento che F. Scott Sr. provava per F. Scott Jr. Internet è piena di lettere e consigli che F. Scott diede alla figlia: consigli di scrittura, soprattutto (minimum fax ne ha pubblicati una buona parte in un piccolo libro intitolato Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato), ma anche di vita: per lui erano importanti il coraggio, la pulizia e l’efficienza, il non preoccuparsi del passato o del futuro, il fregarsene dell’opinione comune, dei trionfi e dei fallimenti, a meno che questi ultimi non nascessero dai propri errori.
Verso la fine degli anni ’20 Zelda aveva cominciato a mostrare segni di squilibrio più evidenti, ma il colpo finale alla leggerezza di quel periodo la dà il crac di Wall Street del ’29. Fitzgerald, per il quale Zelda occupava un posto di primo piano, crolla, e si trova a dover scrivere per Hollywood, mestiere che disprezza ma che in quel momento è l’unico salvagente a sua disposizione. Dal ’20 – anno di pubblicazione di Di qua dal Paradiso – alla morte nel 1940, Fitzgerald pubblica quattro romanzi e quattro raccolte. Nel ’41 verrà pubblicato Gli ultimi fuochi, e in seguito altre sei raccolte di racconti. Ma se volete innamorarvi di Fitzgerald, vi basta Il grande Gatsby.   (rubacchiato da questo bel sito)
Anno di pubblicazione: 1922
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione a cura di: Fernanda Pivano
Numero pagine: 365
-> Consigliato: Consigliatissimo

<<C’è un’unica morale da imparare dalla vita, comunque>> interruppe Gloria, non per contraddirlo, ma in una specie di consenso melanconico.
<<Qual è?>> chiese Maury tagliente.
<<Che non c’è morale da imparare dalla vita.>>

Mi sembra ancora di sentire il rumore di bottiglie infrangersi e di risate posticce. Di vedere abiti costosi e di sentire chiamare un taxi nel cuore profondo della notte mentre tutto il resto di New York dorme e i belli si divertono mentre ancora non sanno di essere ormai dannati.
Mi fanno quest’effetto i libri di Francis Scott Fitzgerald: di dirmi la realtà, di raccontarmi qualcosa che poi posso rielaborare con gli occhi, che posso sentire con le orecchie, mi sembra di potermi trovare negli anni Venti, forse bella e inevitabilmente dannata anche io.
Basta sapere anche poco della storia di Francis e Zelda per conoscere Gloria e Anthony, la coppia di questo libro la cui descrizione è tagliamente e sinteticamente ridotta nel titolo del secondo romanzo dell’autore che più di tutti seppe dare un volto agli Anni Ruggenti, alla frenesia ed isteria di un’epoca in cambiamento, fra nuove mode, nuove tecnologie e lussi sempre più sfrenati. E poi, mi verrebbe da aggiungere a questi due aggettivi così eloquenti, apparenti. In questo libro i personaggi non sono, appaiono. Si appropriano di maschere sfarzose e belle per andarsene in giro a fare baccano, a sperperare rendite inesistenti nella più totale depravazione. Come traspare dalle parole di Gloria, l’unica morale è l’assenza di morale. Tutto si consuma e si spegne e si riduce in un’indifferenza continua, canzonatoria degli impegni della vita, mentre tutto va avanti tra una festa e l’altra. C’è, in questo romanzo, un edonismo sfrenato, un’efferata ricerca della bellezza che non consente all’etica di bussare alla porta delle case che visitiamo nei vari baccanali; l’unica preoccupazione evidente è la paura che tutto possa passare senza la possibilità di rinchiuderlo, a Gloria sembra servire un’assicurazione sull’aspetto, una garanzia di potersi svegliare tutta la vita con lo stesso volto, gli stessi fianchi e lo stesso fascino che lo specchio le rendeva indietro quando vi si rimirava a vent’anni.

Non basteranno una guerra, il dissesto economico e la diseredazione inaspettata da parte del nonno di Anthony a spostare l’attenzione da questa chimera, l’aspetto, la luminosa apparenza.
Eppure, la dannazione è in atto. La maledizione aspetta i coniugi dietro l’angolo e si manifesta negli aspetti più fatiscenti, Gloria non riesce a diventare un’attrice, Anthony diventa un alcolizzato senza via d’uscita, la declassazione da aristocratici a borghesi è in atto da un pezzo quando i due si decidono a fare i conti e scoprono di non avere nemmeno più un conto. E gli amici, quelli di una volta, non ne vogliono più sapere, perché se le apparenze son tutto, lo sono anche per un sentimento nobile come l’amicizia. Quando poi la giovane coppia ormai vecchia a trent’anni otterrà il riscatto, sarà troppo tardi, perché ormai, la vita, che non dona senza chiedere indietro, si è ormai ripresa tutto.

Non riesco a non vedere in Gloria Zelda. Quella che fece innamorare Francis Scott dapprima respingendolo e poi tradendolo e umiliandolo. Non riesco a non vedere in Anthony Francis, uno scrittore che spera sempre e che non combina mai nulla, che scrive e fallisce, che ama la bellezza al punto da non sapere più come trattenerla. E nell’intreccio tra personaggi reali e personaggi fittizi risulta così forte il declino di quest’amore che è straziante accorgersi di come anche un sentimento forte come la luce del sole possa costringersi a diventare forse ombra, buio ripugnante e sperduto. La solitudine che le due coppie hanno vissuto, quando ormai il nome non era più garanzia di prestigio è insieme commiserevole e fastidiosa. Verrebbe voglia di entrare dentro al racconto per prenderli e scuoterli mentre sprecano gli ultimi soldi per comprare una cassa di gin, verrebbe voglia di mettere a zittire Gloria quando inizia ad enumerare i capricci o a umiliare gli altri, o di far sbrigare Anthony a cercarsi un lavoro. Eppure, contemporaneamente, è fortissimo il fascino, l’attrazione nei confronti di tutto questo sfarzo e ostentazione, nei confronti di quest’amore a vent’anni così bello e dieci anni dopo così dannato. Viene quasi da giustificarli, da dar loro ragione quando lasciano che la bellezza assuma il tono della cosa più importante.

E poi c’è la Gente. La Gente di Fitzgerald è descritta minuziosamente. Sembra quasi un circo per lui predisposto. Dai ballerini nei Club, alle bambinaie al parco, dagli amici della coppia ai componenti della Guerra. Sembra che l’umanità intera sia messa a disposizione dello scrittore per fornirgli materiale umano da cui attingere per produrre le cose belle che ha scritto. E tutto, anche i dettagli più volgari nella sostanza, assume nella forma un’eleganza innata, la stessa che traspare dalle foto di quello che fu un uomo fascinoso, ma profondamente insoddisfatto e infelice e innamorato. Molto più bello e dannato di quanto lo fosse Anthony Patch che ha mandato in questo libro a raccontare a tutti che i soldi non fanno la felicità.

E i belli e dannati ne sanno qualcosa.

Luana Cau

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