Undici Solitudini | Richard Yates

ImageTitolo: Undici solitudini
Titolo originale: Eleven kinds of loneliness
Autore
: Richard Yates
Cenni sull’autore: Richard Yates (Yonkers, 10 maggio 1926 – Tuscaloosa, 3 ottobre 1992) è stato uno scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. Ha descritto la vita della classe media statunitense della metà del XX secolo, venendo spesso accostato sotto il profilo artistico ad autori come J.D. Salinger e John Cheever. […] La sua carriera di romanziere iniziò nel 1961 con la pubblicazione del celebre Revolutionary Road. […] Il primo romanzo di Yates, Revolutionary Road giunse in finale del National Book Award […]. Il suo realismo rappresentò un’importante influenza per artisti come Andre Dubus, Raymond Carver e Richard Ford. Fu anche un apprezzato autore di racconti, ma ciononostante solo uno dei suoi racconti fu pubblicato sul The New Yorker (e solo dopo numerosi rifiuti). […] Per la maggior parte della sua carriera il lavoro di Yates incontrò il favore quasi unanime della critica, nonostante il fatto che nessuno dei suoi libri fosse riuscito a vendere più di 12.000 copie in edizione rilegata. Negli anni successivi alla sua morte tutti i romanzi finirono fuori catalogo, tuttavia con il tempo la sua fama e la sua reputazione sono considerevolmente cresciute, e i suoi romanzi sono stati così ristampati e pubblicati in nuove edizioni. (da wiki)
Anno di pubblicazione: 1962
Edizione: Minimum Fax
Traduzione (a mio parere non buona): Maria Lucioni
Costo: 11,00€
-> Consigliato: A chi vuole conoscere un lato dell’America meno noto, ma consiglierei forse di cominciare dal magistrale Revolutionary Road.

Image Il fatto è che quando qualcuno dice: America, uno dei primi scrittori a cui si pensa è Francis Scott Fitzgerald, il conosciutissimo autore del Grande Gatsby. I romanzi di Fitzgerald ci offrono uno spaccato di quegli strani quanto affascinanti anni ’20 – the Roaring Twenties, come vengono chiamati – animati da un incredibile sviluppo economico, dalla nascita del sogno americano, ma anche da questioni più spinose come il protezionismo, il contrabbando, la speculazione finanziaria, ombre che avrebbero insinuato nelle fondamenta dorate di quel decennio le crepe del crollo. Tutto questo si carpisce benissimo dalle pagine di Fitzgerald: le feste di Gatsby affogano sì ogni dubbio nello scintillio delle flutes, nelle bollicine dello spumante e nel ritmo del Charleston, ma hanno anche la tragicità magniloquente di un tramonto dorato.

Ma America non è solo questo, e ho deciso di cominciare questa piccola recensione partendo da Fitzgerald proprio perché Richard Yates dichiarò che senza di lui non credeva sarebbe mai “diventato uno scrittore”. Lo considerava un maestro, un sicuro punto di riferimento a cui guardare mentre sanguinava, per dirla alla Hemingway, davanti a una macchina da scrivere.

Non serve davvero essere un eminente critico per capire quanto Fitzgerald ci sia in Yates, e allo stesso tempo quanto siano uno l’opposto dell’altro – Fitzgerald in absentia. È come se il secondo conflitto mondiale (Fitzgerald scrive negli anni ’20, Yates tra il ’50 e il ’60) avesse agito da camera oscura, ma al contrario, e ci avesse restituito il negativo della fotografia di trent’anni prima. Questo fu esattamente ciò che pensai leggendo Revolutionary Road, il primo e più famoso romanzo di Yates – e a libro concluso (perché le introduzioni vanno sempre lette alla fine) la nota introduttiva confermò le mie impressioni.

Nell’aria si sentiva l’eco di una di quelle note di Charleston, ma stonata, e tutti quei costosi liquori che affollavano i tavoli da buffet si erano trasformati in martini da quattro soldi sorseggiati sul divano di una villetta o di un appartamento subaffittato.

Manca in Yates la statura di un Jay Gatzby, che sacrifica un’esistenza nel tentativo di trasformare in realtà un sogno e muore provandoci. Sì, anche i protagonisti di Undici Solitudini hanno dei sogni, delle vaghe speranze, e in parte cercano di portarle a compimento  – ad esempio lo scrittore del racconto “Costruttori”, l’ultimo, che sogna una vita alla Ernest Hemingway – ma si rivelano in fin dei conti una manica di falliti da strapazzo, buoni a nulla – c’è persino un uomo votato alla sconfitta, l’impiegato trentenne di “Una gran voglia di punizione” –  lontani e incompresi tanto da se stessi quanto dalla propria famiglia. Come potrebbero concretizzare il loro american dream (conoscerlo, persino) se a stento conoscono se stessi? Eccoli, questi hollow men degli anni ’50, ai quali non si può assegnare nemmeno il titolo di antieroi: nascosti dietro i loro autoinganni, dentro le loro casette, occupati in lavori che non li pagano e che non amano.

Le loro piccole illusioni saranno ridimensionate dalla dura realtà, la solitudine dei loro mondi non comunicanti accentuata. C’è chi vi rinuncia in partenza, chi lascia andare le speranze di cambiamento per tornare a una squallida tranquillità, chi dalla disillusione ha ottenuto e otterrà solo cattiveria. Non c’è traccia della leggera e superficiale sbadataggine che in Fitzgerald funge da maschera alla meschinità. La crisi investe i protagonisti di Yates come una «personale discesa agli inferi» (cito dall’introduzione), la loro vita ne viene travolta da ogni angolazione. E noi, lettori, restiamo scottati da questa fiamma spenta, in qualche modo feriti, offesi. Non ci avevano insegnato che in qualche modo nei romanzi un’uscita si trova sempre?

Uno spaventoso senso di incompiutezza domina queste pagine, una tensione sotterranea ma elevata che riesce a rendere drammatica persino la disarmante e mediocre ovvietà del quotidiano. Beninteso, parlo di dramma ma il narratore non alza mai la voce per gridare quanto la realtà a lui contemporanea sia disprezzabile: possiede l’occhio clinico ereditato da Flaubert, altro grande maestro ricordato spesso da Yates (fondamentale in Revolutionary Road, la cui protagonista femminile è una moderna Emma Bovary in piena regola). Ritrae ciò che vede in modo perfettamente asettico, diretto, senza (davvero) una parola di troppo. Ma non è mai così semplice vero? No, non è mai nudo realismo a base di scialbi dialoghi e grigie atmosfere. L’autore fissa “tutti i propri personaggi, sia pure in maniera impercettibile, nell’esatto gesto di rivelarsi”. Così scrisse il nostro autore negli anni ‘80 a proposito del Gatsby, sulla «New York Times Review».

Ecco uno straordinario elemento che Richard Yates prende in prestito da Francis Scott Fitzgerald. Poco o nulla ci è detto degli abitanti dei racconti, ma alla fine ogni figura si stacca dal fondale grigio, assume i suoi tratti, persino un passato, catturata quando pensava di non essere vista. Alcuni dei protagonisti di queste undici storie rimangono spenti, scoraggiati, altri si accendono, tutto d’un tratto, di una sorta di epifania malvagia, come la luce deformante di una lampada a fluorescenza. Un gesto isolato che subito si ripiega nella solitudine imperante.

The snow was general al over Ireland scriveva Joyce alla fine dei suoi Dubliners. Così Yates alla fine dei suoi eleven kinds of loneliness:

E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre.
Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

Chiara Sandretto

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