Espiazione | Ian McEwan

Titolo: Espiazione
Titolo originale: Atonement
Autore: Ian McEwan
Cenni sull’autore:  È nato nel 1948 ad Aldershot e vive ad Oxford. È autore di due raccolte di racconti e di dieci romanzi. Tutti i suoi libri vengono pubblicati in Italia da Einaudi. La sua prima pubblicazione è la collezione di brevi racconti Primo amore, ultimi riti nel 1975. Nel 1998 fa discutere la sua premiazione al Booker Prize per il romanzo Amsterdam. Il libro del 1997, L’amore fatale, su una persona affetta dalla Sindrome di de Clerambault, viene da molti considerato un capolavoro, ma anche il suo romanzo Espiazione, ha ricevuto critiche egualmente favorevoli. Nel marzo e nell’aprile 2004, solo qualche mese dopo che il governo britannico lo aveva invitato a presenziare a una cena in onore della First Lady Laura Bush, a McEwan è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti dal Dipartimento per la Homeland Security non essendo provvisto del visto corretto per un soggiorno di lavoro (lo scrittore si accingeva a tenere una serie di lezioni dietro compenso). Solo dopo diversi giorni di esposizione del caso sulla stampa britannica a McEwan è stato concesso l’ingresso, a ragione del fatto che, come illustrato da un funzionario di frontiera, «siamo ancora dell’avviso che lei non dovrebbe entrare, ma il suo caso ci sta procurando un danno di immagine.» Il suo romanzo Chesil Beach, è stato pubblicato il 6 novembre 2007 dalla casa editrice torinese Einaudi, che ha in catalogo tutti i suoi libri, per la traduzione di Susanna Basso.  È soprannominato “Ian Macabre” per i toni cupi di molte delle sue narrazioni.
Edizione: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2002
Traduzione: Susanna Basso
Numero pagine: 388
Consigliato: Imposto.

<<Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro: come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il  punto. Si risolve tutto nel tentativo.>>

Sono attonita. Sgomenta. Irreparabilmente avvinghiata dalla storia che ho appena terminato di vivere, dalla quale McEwan mi ha gettata via a calci perché abbandonassi i suoi personaggi, i suoi luoghi, i suoi ritorni di parole. Sono ancora sbigottita, meravigliata, incredula. Non avrei mai creduto che potesse essere stata scritta una storia così bella, in un modo così tanto doloroso e con uno stile così perfetto in cui suoni, significati e simboli danzano attorno ad un drammatico filo conduttore fatale.

Gli sviluppi della storia imboccano tre strade abbastanza frequentate da molti scrittori, si parla d’amore, di guerra e di potenza dell’immaginazione e della figlia sua, la scrittura. Il libro, inoltre, è un libro di bugiardi, di bugiardi e per bugiardi, nel senso che sino alla fine vengono raccontate e il lettore a sua volta si racconta un mucchio di falsità per evitare di scontrarsi con l’evidenza dei fatti, con la necessità imperante che la vita e la storia hanno di affermarsi, nonostante tutto e tutti.

Amore, guerra, bugie e immaginazioni si sconvolgono tra di loro al punto tale da avere tutti la stessa portata per i protagonisti di una storia cattiva dalla quale non ci si salva, perché il tentativo di espiazione è fine a se stesso, senza possibilità di sviluppi esteriori, e esattamente come il vaso pregiato che in questo libro ha un ruolo centrale, una volta distrutti i cocci, non li si può più assemblare.

Si parte dall’immaginazione, dalla penetrazione nella mente di una scrittrice in fasce, una piccola donna tredicenne che vuole un ordine nel mondo, uno sviluppo concreto e equilibrato, uno sviluppo simile allo scrivere, che vuole che tutto si adatti per diventare da lei scrivibile, che tutto possa essere romanzato nelle sue luci, ombre e colori. E ai fini della narrazione una bugia in fondo conta solo come una percezione alternativa, un’altra possibilità di vedere lo sviluppo dei fatti, teatrale al punto giusto per condire una narrazione degna in cui è molto quello sui cui si tace, e quello che si cerca di comprendere, di idealizzare. Ai fini della vita reale, una bugia è un evento irreparabile. Le parole possono essere devastanti.

Ed è a questo punto che entra in gioco l’Amore. Il più grande dei sentimenti, l’essenza giustificatrice di fatti e misfatti, di condotte oscure e atti irrazionali, in questo libro deve fare i conti con una bugia, con un’alterazione delle cose tale che l’ostacolo che gli amanti incontrano sulla strada non potrà essere altro che lacerante, un ostacolo con un ego ipertrofico che segna inevitabilmente il destino di due persone, anzi, di tre che vivranno tutto il resto della propria esistenza sulla base di un fatto falso. Sembra quasi di poter morire quando si leggono quelle poche parole torna da me, torna indietro, torna da me. Un sussurro che ha la forza atavica delle cose che si dicono da sempre senza perdere un minimo di credibilità, di compattezza, di forza.

Il potere delle parole. ‘Sì, l’ho visto’, ammettere una cosa sacrilega, farsi parolieri e menzogneri al punto tale da plasmare il corso degli eventi. Distruttivo. Un potere forte, unito a quello dell’immaginazione, poi, devastante. Irreparabile. Inespiabile. E se poi si fa avanti la Guerra, a quel punto le parole scompariranno, salteranno insieme a una bomba, confondendosi in un caleidoscopio di brandelli e di frammenti, senza però che possano perdere il loro vantaggio su tutto il resto; anzi, tutto, in questo romanzo, si nutre di parole, gli amanti lontani, il soldato in guerra, l’infermiera alle prime armi di fronte a feriti ormai condannati.

Scriverle queste parole, sussurrarle, affermarle. Una preghiera tra due persone distanti e follemente innamorate, l’unico appiglio di umanità di un soldato che vede la gamba di un bambino su un albero e si interroga sul senso del mondo, la condanna di una sorella minore che a sua volta conduce all’ergastolo dei sentimenti chi colpe non ne ha, per celare un misfatto troppo grande. Ormai ammuffito quando il tempo di svelare è giunto senza che più niente importi a nessuno.

Ci sono in questo romanzo delle pagine meravigliose su cosa significhi essere scrittori. Su cosa significhi assumere una nuova visuale del mondo per adattarlo alla carta; c’è uno stravolgimento totale, un’inversione completa, non è la carta che si adatta al mondo, è quest’ultimo che prende la forma della prima, che le diventa servo, schiavo, frustrato sotto il desiderio della musicalità e dell’ordine delle parole. A cosa può portare amare la scrittura al punto da vedere l’intera realtà sotto l’influenza di questa?

Lo sa Briony. Lo sanno Cecilia e Robbie, anche se indirettamente. Protagonisti di un amore solido, di un amore impetuoso, fatto di pochi gesti e poche parole, ma cementato al punto da superare gli orrori, le separazioni, da nutrire di forza due persone che di forza non ne hanno più. E’ uno strazio al cuore leggere quelle parole lontane, nutrite ormai solo di echi che risuonano in lontananza, senza una vera lucidità, troppo astratte. Ad un certo punto del libro, Briony ammette di sentire la mancanza della sorella, di Cecilia, e specifica di sentire la mancanza, per la precisione, di ‘lei insieme a Robbie. Il loro amore’ perché a distruggerli non erano bastati né la guerra, né la tremenda bugia che si tenta di espiare in tutto un romanzo che è un tentativo di mettere a posto pezzi di un puzzle deformato sotto l’acido corrosivo dell’irreparabilità.

Ed è alla fine del romanzo, quando non ha più senso tracciare un confine tra buoni e cattivi, quando ormai si sente solo il desiderio che tutto trovi una sua pace, i morti, i rimasti, i colpevoli, che si assume tutto il senso dell’inevitabilità del fatto, quando ormai non si può tornare indietro, e si apprende la difficilissima lezione che “ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare”.

Luana Cau

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