1Q84 | Haruki Murakami

Titolo: 1Q84

Haruki MurakamiAutore: Haruki Murakami
Dettagli sull’autore
: Murakami Haruki è cresciuto a Kobe. È autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. […] Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembrava appartenere alla tradizione nipponica. (continua a leggere)
Anno di pubblicazione: 2011-2012
Editore: Einaudi
Numero di pagine: +1000 in totale
Costo:  I-II volume (20€), II volume (18€).
Consigliato: Solo con le dovute precauzioni.

 

Ho finito 1Q84. Questa è l’unica certezza, al momento. È quasi mezzanotte, la luna è ridiventata una sola e io sono tornata nel 2012. La seconda parte del romanzo è qui accanto a me. Non so cosa provo. È stata una tirata a cui mi sono preparata per un anno e che è durata, come da previsioni, poco meno di un mese. Cinquanta pagine al giorno tutti i giorni, per più di mille pagine.

Senza fretta ho conosciuto Aomame e Tengo, Fukaeri, Komatsu e Ushikawa, li ho seguiti dove Murakami voleva che li seguissi, alcuni li ho persi di vista, i primi due li ho accompagnati fin sull’orlo dell’ultima pagina, dove mi è concesso arrivare, e li ho visti incamminarsi verso il futuro mano nella mano.

Quando si legge Murakami, la sospensione dell’incredulità è messa alla prova in tutta la sua elasticità. Il telo bianco su cui si snodano le ombre cinesi della storia viene tirato, rovesciato, stropicciato, a volte persino tagliato in alcuni punti, così da lasciarci intravedere un oltre.

Questa è una prima ragione per cui Murakami non è per tutti: di certo non per la maggior parte dei miei amici. È al di fuori di ogni definizione, perché, se posso parafrasare Wilde, definire è razionalizzare. Ogni volta che comincio un suo romanzo, stringo con lui un patto con il quale mi impegno a non giudicare quanto leggo fino alla fine. Perché, semplicemente, non si può: c’è sempre spazio per un movimento inaspettato della telo che rimescolerà le carte. Non è possibile capire tutto, bisogna abbandonarsi al flusso senza pretendere di conoscere in ogni recesso la realtà che abbiamo davanti, lasciare che il cuore si colmi del «sentimento dell’irrealtà».

1Q84 – che io leggo millequottantquattro – è più che mai un romanzo di Murakami, in questo senso. Ci sono una storia d’amore, il ricordo di un gesto di affetto che sopravvive per vent’anni nella memoria di una donna e di un uomo che sperano di stringersi ancora, un libro sulle cui basi pare adattarsi la realtà (ah! il sogno di ogni bibliofilo), una misteriosa setta religiosa, creature fantastiche chiamate “daughters” (ombre dell’anima di una persona, la mother), ma soprattutto i Little People, piccoli esseri che tessono crisalidi d’aria, vecchi quanto il mondo (o il suo rovescio, in cui si svolge la storia), ma di cui non si sa nient’altro: quasi ogni cosa che accade ha a che fare con loro, ma nessuno sa chi siano. Ad alcuni eletti è dato percepirli, ma cosa loro rivelino è un mistero.

 Breve sinossi. La storia, nella sua prima parte, è molto scorrevole, realistica e ben riuscita, e ha due protagonisti: da un lato Aomame, una killer incaricata di uccidere uomini responsabili di violenze sulle donne, che senza accorgersene varca le soglie di un’altra dimensione (dal 1984 al 1Q84) scendendo una scala d’emergenza della tangenziale 7 di Tokyo; dall’altro Tengo, un aspirante scrittore che decide, insieme a un editor dal buon fiuto, di diventare il ghost writer del romanzo dell’esordiente Fukada Eriko: esso potrebbe infatti avere tutte le carte in regola per diventare un bestseller, se non fosse per lo stile grezzo. Il titolo è: La crisalide d’aria. Tengo rimaneggia il romanzo e lo approfondisce nei suoi aspetti più fantastici. Fin qui tutto bene, ma ben presto quello che lui riscrive inizierà a verificarsi nella realtà: ecco che discende anche lui, come Aomame, in una dimensione parallela, in apparenza identica all’altra, ma piena di insidie in agguato nell’ombra. Il primo indizio di un cambiamento sarà la comparsa in cielo di una seconda luna, verdastra e più piccola, accanto a quella consueta.

«1Q84» è un nome coniato da Aomame stessa:  “Era cosciente del fatto che non stava vivendo nel 1984, ma nell’anno 1Q84, e apparteneva a un modo che aveva subito diverse modifiche. […] «Anno 1Q84. Ecco, d’ora in poi lo chiamerò così», decise Aomame. Q è la Q del question mark, il punto interrogativo.”

Il lettore di Murakami sorride compiaciuto, e pervaso da quello che qualcuno ha chiamato «il sentimento dell’irrealtà». “Ecco che il vecchio Haruki l’ha fatto un’altra volta” esclama, sorseggiando un buon tè o leggendo sul treno, e si addentra in questo mondo nuovo, sempre più avanti. La capacità del narratore di tenere viva l’attenzione del lettore, aggiungendo a intervalli regolari dei dettagli nella storia, approfondendo sempre più il carattere e il passato dei protagonisti, impreziosendo la narrazione con citazioni letterarie e musicali, è notevole. Il lettore vede ovunque elementi incomprensibili, ma spera trovino un approfondimento adeguato: non una spiegazione cartesiana, perché gli affezionati dello scrittore nipponico hanno imparato la sua lezione (“Alcuni significati, nel momento in cui vengono spiegati a parole, si perdono”), però sanno che svanire è anche il destino di ciò che è nebuloso.

Il lettore parla con i suoi amici: «Allora, questo libro dal titolo impronunciabile? Come procede?». È mordendosi un po’ il labbro che risponde: «Sono in attesa, qualcosa non quadra».

Dalle ovvie allusioni a Orwell, che saltano agli occhi a libro ancora chiuso, ai Little People (presentati en passant come figure opposte al Big Brother, perché sanno tutto di noi ma non sono né il Bene né il Male), alle funzioni di chi li percepisce (perceivers) e di chi li “riceve” (receivers), alle creature nate dalle crisalidi d’aria da loro tessute (le daughters): tutto rimane vago. Non il vago «e indefinito» a cui ci ha abituato Murakami, che è riuscito a farci credere a uccelli giramondo, a scheletri che guardano la televisione, a uomini pecora e così via, a boschi e ascensori che conducono in un’altra dimensione. No: il vago che non convince (sarà forse per l’uso dei termini inglesi?), il vago di un’idea forse troppo grossa per un mondo che non sia l’immaginazione.

Le interpretazioni che si possono dare di tutte le figure elencate poco sopra sono moltissime: lo spazio di manovra è ampio. Io stessa mi sono posta e mi pongo molti perché: è il bello di un libro visionario – qualcuno potrebbe dire che è il bello di un libro e basta. Ma in questo caso mi ritrovavo a dover fare un sacco di congetture perché non trovavo informazioni salde sulla pagina. Prima pecca: lo spazio per delle spiegazioni non sarebbe di certo mancato.

Ho divorato le prime due parti segnando a margine dei punti interrogativi, ma confidando che il terzo volume sarebbe giunto a breve per trasformarli in punti fermi. Invece, il contenuto (si legga: narrazione fattuale, di spiegazione dei concetti chiave) di quest’ultimo è così ridotto da spingermi a dire: era davvero necessario? Tutto l’insieme non avrebbe tratto beneficio, se fosse stato più snello di duecento pagine di descrizioni, e più ricco di dieci di approfondimento ed enucleazione dell’elemento fantastico? Sì, certo, l’ultima parte gioca molto sulla suspence; sì, certo, è scritta molto bene; sì, certo, gli scrittori orientali hanno un modo di scrivere diverso dagli occidentali, e l’attenzione agli aspetti più minuti (e in apparenza inutili) fa parte della loro essenza; sì certo, ci avviciniamo ai personaggi protagonisti, facciamo la conoscenza di un terzo (se la narrazione dei primi due volumi era a due voci, l’ultimo è un coro a tre); va bene tutto, ma non cambio idea. La (mia) sensazione, dopo che l’indice ha voltato l’ultima pagina in alto a destra, è quella di chi si aspettava ulteriore gradino e invece si è ritrovata in cima alla scala.

Aomame e Tengo, dopo essersi cercati per vent’anni e mille pagine, si ricongiungono, si stringono di nuovo la mano come vent’anni prima, in quel ricordo rimasto cristallizzato nel tempo, e fuggono dal 1Q84.

Il lettore di Murakami sospira: «Haruki, fai sul serio?». Si torna nel 1984 senza che tutti i segreti dell’altra dimensione siano stati svelati? Si chiude semplicemente il coperchio di un mondo così misterioso, anche dopo che nuove spie di un possibile seguito sono state disseminate nel testo?

Forse lo scrittore nipponico è già proiettato verso un 1Q85 o un 198S? Non mi è dato saperlo, ma non posso evitare di domandarmi cosa sarebbe successo se Pandora avesse potuto richiudere il famoso Vaso, una volta aperto.

Mi sono quasi convinta che Murakami abbia scelto questa conclusione per dirci che non è davvero importante conoscere i segreti del mondo, che è meglio oppure che non bisogna disturbare i suoi tabu, pena il non poter tornare più indietro, il perdere la strada nel bosco. Lasciamo stare: scegliamo un compagno di viaggio, ancoriamoci a un mondo – un mondo che sia abitabile – e diamo spazio alla vita in un luogo dove non esistono demoni o strane creature sospese tra il bene e il male che ci osservano e sanno tutto di noi. Così potremo guardare ancora la luna insieme, e il mondo non sarebbe più un’illusione, un mondo da circo Barnum, perché la persona amata sarebbe con noi.

La mia interpretazione può essere giusta o meno, ma è l’unica spiegazione soddisfacente che riesco a trovare, e che tuttavia non compensa quanto non ho saputo e avrei voluto apprendere. La mia bocca è tirata in una smorfia seria quando ripongo i due volumi sullo scaffale. Il mio giudizio finale non è né positivo né negativo. Non può essere negativo, perché gli spunti gettati come semi sulle pagine sono tanti (innumerevoli le citazioni letterarie e musicali, as always) le tematiche affrontate sono enormi, e il modo di affrontarle mai banale: due su tutte, la violenza sulle donne e la grande dicotomia bene/male.

Il basso continuo di violenza/ossessione/depravazione, in particolare, mi pare fare un po’ da contrappeso al grande filo rosso dell’amore-vero-mai-dimenticato tra Aomame e Tengo, e quindi riconnettersi, nella sua linea più generale, al binomio bene/male su cui è giocato tutto il romanzo.

La stessa protagonista, Aomame, è in bilico sul loro confine, essendo sì un’assassina, ma per buone ragioni (punire gli «uomini che odiano le donne») e anche quel poco che sappiamo dei Little People non ci porta a dare un giudizio definito su di loro. Sono il bene o il male? Proprio questa vaghezza di contorni, come ho scritto più sopra, mi pare renderli molto diversi dal Grande Fratello orwelliano, di cui si parla all’inizio del primo libro, e fare di essi tutt’al più delle creature misteriose da racconto alla Lovecraft.

Ma mi fermo, mi devo fermare. Voi siete qui per un giudizio definitivo: eccolo. Leggetelo? Sì, leggetelo, ma solo se conoscete bene il vecchio Haruki. 1Q84 è un romanzo discreto, ma non bellissimo, senz’altro non il capolavoro di M. Non badate a quella frase fuorviante: «1Q84 sta a Murakami come il White Album sta ai Beatles o come 2001: Odissea nello spazio sta a Kubrick». Consideratela tutt’al più come i moniti perentori sui pacchetti di sigarette. E un consiglio per i novizi: E andate a leggervi Dance Dance Dance, Norwegian Wood o L’uccello che girava le viti del mondo (o quello che volete, insomma).

Post scriptum: La nota finale va alla banalissima copertina dell’edizione Einaudi, che con un panorama così ricco di elementi visionari e fantastici non ha saputo tirare fuori dal cappello un concept più originale di una figura che si specchia nel suo riflesso (forse battuta solo dall’edizione francese, che ci propone un disegno minimal con un filo d’erba).

Chiara Sandretto

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3 responses to “1Q84 | Haruki Murakami

  • Flavia

    L’ho terminato in questo istante e ero pronta a leggere la tua recensione. Posso dire anche io di essere tornata nel 2012 e essermi affacciata fuori. Speravo di vedere ancora due lune, un po’ sognanti e un po’ fantasiose, ma ne ho vista una sola. Beh, che dire? Tutto e niente sarebbe il modo migliore per commentare questo libro.
    Di sicuro sono d’accordo con te per quanto riguarda il fatto che non sia il miglior libro di Murakami.
    Anche io mi sono chiesta, e più di una volta, se fossero necessari tanti giri di parole e tante pagine, specialmente nei primi due volumi. Il terzo, e ultimo, mi ha fatto ricredere e posso dire con certezza che non sono rimasta delusa dagli enigmi che ha voluto lasciare nell’altro mondo. Credo non ci sarebbe potuta essere un finale diverso, se non quello delle loro mani che si sono ritrovate.
    Per il resto, forse Haruki ha voluto che la nostra mente continuasse a spaziare, e che noi ci facessimo una nostra idea su quei piccoli nani, sulla crisalide d’aria e su quella setta.
    E a me sta bene così. 🙂

  • unbuonlibrounottimoamico

    Questa volta però non mi sarebbe dispiaciuto sentire la sua idea in proposito, Flavia 🙂 Dopo aver scomodato così tanti esseri, troppo facile dire “Adesso ditemi voi cosa è meglio farne”. Invece Murakami stesso ha dichiarato che i Little People gli sono apparsi all’improvviso, e che non sapeva bene cosa fare di loro se non che doveva metterli per iscritto. Diciamo che ho preferito altri suoi libri in cui la possibilità di spaziare era vasta ma circoscritta, e in cui lui aveva ben saldo il controllo sul mondo da lui creato. Ma è un’opinione personale.
    -Chiara

  • Marco

    1Q84 è il libro più bello che io abbia mai letto. Il mondo in cui si svolge è un mondo ideale, è il mondo della psiche, dove la percezione del tempo e della realtà dei fatti è in continuo mutamento. Per citare Kafka, “non tutti possono vedere la verità, ma possono esserla”. Non ha senso avere o rincorrere una spiegazione razionale della realtà del racconto: Tengo e Aomame si sono stretti la mano quando erano bambini. Un gesto che ha lasciato una impronta indelebile nelle loro vite. Tutto il resto, la realtà stessa, si è semplicemente modificata affinchè potessero realizzare il loro patto d’amore. La dimensione esteriore delle cose è secondaria. Il tutto è poi corredato dalla incredibile abilità di Murakami nel caratterizzare i personaggi, nel farci entrare nella loro vera intimità. Il testo rivela una incredibile capacità dello scrittore nel condurre il gioco, riuscendo in pochi paragrafi a indurre nel lettore lo stato emotivo che desidera avere in quel contesto (ricorrendo naturalmente a un uso estetico della parola e a qualche effetto speciale, come accadrebbe in un buon film). In sintesi: è un libro SUPERLATIVO.

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