Sunset Limited | Cormac McCarthy

Titolo: Sunset Limited
Autore: Cormac McCarthy
Titolo originale: The Sunset Limited
Notizie sull’autore: Nato a Providence, nel Rhode Island, il 20 luglio 1933, lo scrittore (all’anagrafe Charles McCarthy Jr) è il terzo di sei figli della coppia Charles Joseph e Gladys Christina McGrail McCarty. Nel 1937 la famiglia si trasferisce a Knoxville. Qui, il giovane Cormac studia presso la Catholic High School, anticamera per la University of Tennessee frequentata nel biennio 1951-1952 e interrotta in seguito alla decisione di arruolarsi, un anno più tardi, nella U.S. Air Force (quattro anni di servizio, due dei quali trascorsi in una base in Alaska). Negli anni tra il 1957 e il 1960, McCarthy riprende gli studi (senza portarli a termine) e pubblica due racconti sulla rivista studentesca ‘The Calling’, firmandoli C. J. McCarthy Jr. Sempre all’università, vince il premio Ingram-Merrill per la scrittura creativa e conosce Lee Holleman, studentessa che sposerà e dalla quale avrà un figlio di nome Cullen.
Trasferitosi a Chicago con moglie e figlio, McCarthy lavora come meccanico in un’autorimessa, scrive, poi fa ritorno nel Tennessee, dove il suo matrimonio finisce (nel 1991, Lee Holleman pubblicherà una raccolta di poesie dal titolo Desirès door).
Nel 1965, poco prima di veder pubblicato il primo romanzo The Orchard keeper (grazie ad Albert Erskine, per molti anni amico ed editor di Faulkner), riceve una borsa di studio dalla American Academy of Arts and Letters e sfrutta tale somma per compiere un viaggio in Europa alla ricerca delle sue origini irlandesi. Proprio durante la lunga traversata in nave, incontra Anne DeLisle, cantante e ballerina inglese con la quale si unirà in matrimonio in Inghilterra nel 1966. Insieme alla nuova consorte, lo scrittore soggiorna in Francia, Svizzera, Italia e Spagna. Ad Ibiza termina Outer dark, pubblicato negli States dalla Random House nel 1968, un anno dopo il rientro di McCarthy nel Tennessee. Il romanzo – sorta di fiaba nera incentrata sui personaggi di Culla e Rinthy, fratelli e amanti maledetti in un Sud depresso e violento – riceve una buona accoglienza da parte della critica e porta una nuova borsa di studio (la Guggenheim per la scrittura creativa) destinata a migliorare le condizioni economiche dello scrittore.
Tra il 1973 ed il 1976, McCarthy pubblica Child of God, scrive la sceneggiatura per il film The Gardener’s son, diretto da Richard Pearce e si separa da Anne. Da questo momento in avanti, lo scrittore andrà a vivere nel Texas, ad El Paso, cominciando un progressivo autoesilio dalla scena pubblica con interviste sempre più rare.
Nel 1979, dopo circa un ventennio di gestazione, esce Suttree, per alcuni il vero capolavoro di McCarthy, contrapposto al ‘romanzo della svolta’ Blood meridian, or the Evening Redness in the West (1985), mentre nel 1992 vede la luce All the pretty horses, primo tomo della ‘trilogia del confine’.
Nel 1994 viene pubblicata dalla Ecco Press The Stonemason, tragedia teatrale scritta a metà degli anni Settanta che ruota intorno alle vicende di tre generazioni di una famiglia di neri del Kentucky. A breve distanza, Knopf fa arrivare in libreria The Crossing, secondo volume della ‘trilogia del confinè, mentre il terzo ed ultimo romanzo del fortunato ciclo, Cities of the plan, vedrà la luce nel 1998 e sarà caratterizzato dall’incontro, nello stesso scenario, tra i protagonisti dei primi due episodi John Grady Cole e Billy Parham.
McCarthy attualmente non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l’eccezione dell’intervista televisiva con Oprah Winfrey).
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Traduzione: Martina Testa
Pagine: Come ho già detto, 115.
Consigliato: DOVETE LEGGERLO!

Ho appena chiuso questo libro e non posso che esserne sollevata: mi sento meglio. Potrei avere e spiegare mille delle motivazioni che mi vengono in mente ma la più chiara e la più evidente è la forza insita in questo romanzo. Una forza dirompente, che non ti lascia fiato, non ti lascia il tempo di realizzare ciò che hai letto o forse lo fa talmente in fretta che ti ritrovi alla fine a chiederti come fa una persona ad essere così diretta, a prenderti l’animo e a scuoterlo talmente forte da farti ritrovare senza fiato, abbandonato a te stesso con cento pensieri per la testa, tutti indotti da quella stessa ‘forza’ di cui vi parlavo prima. Io non so che tipo di testa abbia McCarthy ma sono sicura del fatto che è un tipo di mentalità che io oso definire geniale. Perché solamente un genio, una grandissima testa riesce a spiegare dei concetti così importanti come quelli trattati in Sunset Limited in un men che non si dica: in 115 pagine. Mi piacerebbe sapere come si fa, perché è plausibile che probabilmente a me non basterebbe la vita intera per riuscire ad esporre la mia ‘indagine esistenziale’ (cito l’Einaudi sul retro della copertina del libro) in modo così perfetto. Perfetto. Sì, perfetto è la parola adatta.

Iniziando a parlare di quella che è la trama di questo cortissimo ma incantevole capolavoro, cito il signore dei signori scrittori, a mio parere, ovvero Fedor Dostoevskij in una frase del suo scritto per eccellenza, nell’opera d’arte della letteratura mondiale, ergo I fratelli Karamazov che mi è venuta in mente mentre stavo seduta sulla poltrona a leggere Sunset Limited:

“Con un uomo intelligente anche due chiacchiere sono interessanti.”

Ma non è di Dostoevskij che dobbiam parlare, nonostante la cosa mi piacerebbe molto, quindi…torniamo a noi.
La trama del libro, di questa grande sceneggiatura, infatti, tratta di chiacchiere tra due uomini. Chiacchiere che non possono non essere definite interessanti. Un uomo di colore e un uomo bianco combattono dialetticamente, l’uno difendendo a spada tratta la sua idea esistenziale contro l’altro, a volte menefreghisti nei confronti dell’uno, a volte fin troppo interessati, conquistati, rapiti dall’altro. Per tutta la durata del racconto essi si trovano seduti di fronte ad un tavolo, il tavolo dell’abitazione del signore di colore, sopra il quale si trova una Bibbia e qualche altro oggetto.
La Bibbia, ovviamente, non sta lì per caso: tutto il discorso è incentrato su questioni esistenziali che, automaticamente, non possono che portare a parlare di religione e qui si sa che la conversazione, oltre che iniziare ad essere interessante, non può che prendere fuoco come un piccolo pezzetto di legno rimasto per mesi alla luce del sole. Il male di vivere, la delusione e la frustrazione verso un mondo da cui ci aspetta troppo e non dà nulla, la vita degli uomini appesa ad un filo così sottile che, a tratti, diventa invisibile anche alla vista più acuta, piccoli e grandi fraintendimenti tra gli uomini e la vita che portano spesso a decisioni brusche, il senso di smarrimento che da sempre accomuna gli uomini, la troppa consapevolezza vista inevitabilmente come un male incurabile si scontra con la fiducia verso il mondo e verso il prossimo, una visione ottimistica della vita si distende per tutta la durata del discorso e fuoriesce dalle fauci fin troppo assetate di un uomo che ha conosciuto la ‘salvezza’ ma le cui tesi crollano man mano che ci si avvicina alla fine del racconto.
Da questo punto troviamo la distinzione tra bianco e nero, che non è una distinzione dovuta alla diversità di colore cutaneo ma è una distinzione (ed è proprio su questa che McCarthy punta) di ideologie, di mondi intellettuali, di modi di pensare che, essendo completamente opposti, non possono che dare origine ad uno scontro. Uno scontro che in questo caso, nonostante gli sforzi vari, non porterà a nulla di positivo.

Non voglio esprimere nient’altro riguardo al testo e alla trama poiché rovinerei il succo del racconto a chi ancora non ha avuto la fortuna di possedere questo libro tra le mani e, per la prima volta, nella storia della mia carriera (:D) da umile ‘recensitrice’ assegno a questo capolavoro un bel dieci, perché è impensabile che possa prendere un voto più basso e, nel caso esistesse una valutazione maggiore dell’eccellenza penso che se la meriterebbe appieno.

 

Alessandra Mugnai

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