Di tutte le ricchezze | Stefano Benni

Titolo: Di tutte le ricchezze
Autore: Stefano Benni
Notizie sull’autore: Stefano Benni (Bologna, 12 agosto 1947) è uno scrittore, giornalista, sceneggiatore, poeta, drammaturgo e umorista italiano. Collabora attualmente con la rivista “Libération”, “La Repubblica” e con la rivista araba “al Doha”. Ha curato la regia e la sceneggiatura del film Musica per vecchi animali (1989), scrive per il teatro e ha allestito e recitato in numerosi spettacoli con vari musicisti jazz e classici.
(fonte: mix tra la quarta di copertina del libro e Wikipedia)
Anno di pubblicazione: 2012
Casa editrice: Feltrinelli
Numero di pagine: 207
Prezzo: € 16,00
Consigliato: assolutamente SÌ.

Lascia che in diversa musica racconti
Di me vivo tra le vive cose
Lascia che io sia il tuo miglior sguardo
Il tuo cuore e le parole che scegli
Oggi il vento autunnale spoglia gli alberi
Dei ricordi ardenti dell’estate
A terra li confonde, ma noi sappiamo
Che ciò che è narrato a noi rimane

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Le righe qui sopra sono l’inizio di un viaggio, anzi più di uno. Benni ci prende per mano con delicatezza e ironia, come sempre, e ci porta a scoprire la vita di Martin B., autoironico settantenne orsoprofessore in pensione, nella sua casa di Borgocornio, ben arroccato nella sua dorata solitudine con il fedele compagno peloso Ombra, un incrocio “tra un Terranova e un treno merci, quando carica festoso”. Il professore, Martin, vive tranquillo la sua pensione, scrivendo saggi e studiando il Catena, un misterioso poeta locale, vissuto e morto in manicomio, qualcuno dice suicida, qualcuno insinua assassinato. Borgocornio è un paese felicemente di campagna, i suoi pochi abitanti sono di carattere chiuso e del resto Martin stesso manifesta ben poca voglia di socializzare con i bipedi suoi simili: gli basta parlare con gli animali suoi vicini, che dal bosco passano da lui a scambiare qualche parola e qualche bocconcino.
Questa fortezza di serena solitudine dorata viene sconvolta quando due nuovi vicini prendono possesso del casolare di fronte alla casa di Martin: lui, Aldo il Torvo (come lo soprannominerà Martin), gallerista ombroso e scontento e, soprattutto, LEI: Michelle, bionda, occhi azzurri e pericolosissimamente somigliante alla sola donna che Martin abbia mai amato in vita sua.

Come spesso succede, i due “cittadini” subito mal si adattano ai ritmi di campagna, anche perché la loro decisione di trasferirsi a Borgocornio deriva anche da fallimenti personali e professionali difficili da digerire: il Torvo è in una situazione di stallo, lavorativamente parlando: la sua galleria d’arte gli sembra vuota, di clienti, certo, ma soprattutto di significato e motivazione; Michelle ha intrapreso la carriera più ovvia per una bellezza come lei: fa l’attrice, o meglio, vorrebbe farlo. Non riceve altro che proposte per ruoli mediocri, o da pezzo di carne da mostrare, se non, quando va male, proposte con sottintesi osceni. Entrambi, quindi, arrivano portandosi appresso un pesante carico di delusione e tristezza, che grava anche sul loro rapporto, ormai alla fine.
In tutto questo, Martin diventa il vicino anziano (ahilui) con cui sfogarsi quando si litiga col partner, da invitare a cena per scambiare quattro chiacchiere e sentirsi meno forestieri, e per il professore si concretizza il rischio che Michelle riesca a far breccia nella sua collaudata corazza di vecchio orso.
Il tratto distintivo delle storie di Benni, e questa non fa eccezione, è l’ironia leggera e magnifica con cui fa raccontare al suo protagonista di se stesso e delle cose che lo circondano; veniamo così a conoscenza della (per me utilissima) ricetta del Vitello alla Souviens-moi (vitello alla Ricordati di Me), o del decalogo del cane (che dovrei inculcare per bene nella zuccaccia pelosa del mio Ombra personale) e, soprattutto, della vita non proprio esente da errori e segreti del professore, del paese e dei suoi nuovi vicini.

Questa è una storia di solitudine, non necessariamente una solitudine negativa, né necessariamente legata alla vecchiaia (mi sono dimenticata dei settant’anni di Martin alla quarta pagina), ma derivante da scelte personali e dal dolore inevitabilmente presente nella vita di tutti, settantenni orsi e professori o meno. C’è la serenità di una vita consolidata, routine tranquilla e riposante punteggiata di eventi, tutto letto con ironia e una spruzzata di autocritica deliziose. C’è l’imprevedibilità di un cambiamento, che superficialmente sembra indesiderato, fastidioso quasi, pericoloso sicuramente, ma che man mano che gli eventi si susseguono diventa imprescindibile per capire meglio con chi abbiamo a che fare veramente ed esalta le qualità dei personaggi. È, anche, una storia d’amore, non limitatamente l’amore di un uomo per una donna che è insieme ricordo e novità, ma anche l’amore di quell’uomo per il suo paese, la sua storia e la sua vita. Il suo amore per il figlio musicista, lontano, che gli telefona ogni tanto e gli manda le sue composizioni e, soprattutto, l’amore che Benni riesce a risvegliare nel cuore e nella mente di chi legge per una storia raccontata con delicatezza, fatta di personaggi che diventano subito di carne e sangue, più che parole su carta.
Il racconto scorre veloce, suscita risate quando il cane Ombra rischiara con la sua presenza pelosa e tenera le giornate del professore (il decalgo del cane è, ripeto, una delle tante chicche del libro), lacrime ed emozioni profonde quando i personaggi si confrontano con i loro dolori passati, le paure e le ombre della loro vita.
C’è un elemento prezioso nello stile di Benni, come ho già detto: la sua ironia. I suoi protagonisti non sono mai perfetti, esenti da errori, non sono i personaggi caratterizzati col righello di tanti altri autori, no: i suoi più che personaggi sono persone, le cui sfumature emergono lentamente e a volte non completamente: finito il libro, la compagnia di Martin e Ombra manca come quella di due amici di lunga data, con cui è rilassante parlare e la cui visione della vita può arricchire la nostra, farci vedere tante cose che diamo per scontate sotto una luce diversa, il loro prendersi in giro e prendere in giro le varie rigidità di persone e situazioni è un balsamo leggero con cui condire le giornate e da cui, perché no, prendere spunto per la nostra vita quotidiana. Questo, ed è un’altra inestimabile grandezza di questo autore, non impedisce alle sue storie di parlare di cosetristi, come il dolore, la perdita, gli errori irreparabili che condizionano tutta un’esistenza, ma le mette in una prospettiva che le rende più gestibili, le fa accettare come parte inevitabile di una vita (e di una storia) piena, che vale la pena di vivere fino in fondo.

Marina Allemani

 

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