Archivi del mese: febbraio 2013

Disperazione | Vladimir Nabokov

Titolo: Disperazione
Titolo originale: Despair
Autore: Vladimir Nabokov
Vladimir NabokovCenni sull’autore: Il celebre scrittore di “Lolita” nacque a Pietroburgo nel 1899 da una famiglia di vecchia nobiltà russa che, dopo la rivoluzione del 1917, emigrò in Occidente. La su formazione, dunque, è fortemente ascrivibile alla sensibilità europea, di cui ha saputo svolgere momenti e dilemmi senza abbandonare però quel senso del dramma tipico della cultura russa. Laureatosi a Cambridge, fece dell’Europa la sua casa, vivendo prima in Francia e poi in Germania, anche se i primi scritti attribuiti all’artista sono ancora in russo (motivo per cui si diffusero per lo più fra gli immigrati del suo paese). Appassionato di farfalle, Vladimir Nabokov coltivò per gli insetti una passione che divenne una vera e propria professione. Nel 1940, quando si trasferì negli Stati Uniti (nel ’45 prese la cittadinanza americana), lo fece per diventare ricercatore entomologo. Da allora scrisse in inglese. Naturalemente, il geniale scrittore non abbandonò mai la letteratura, tanto che in seguito, per ben undici anni insegnò letteratura russa alla Cornell University di Ithaca. Alternando per l’appunto l’attività di entomologo a quella letteraria (indimenticabile rimane una sua foto che lo ritrae in una boscaglia a con la retina in mano intento a cacciar farfalle). Nel 1926 uscì il suo primo romanzo, “Masenka”, a cui seguirono un paio di anni dopo “Re donna fante” e poi via via “La difesa di Luzin” (una storia basata su un’altra sua grande passione, gli scacchi), “L’occhio”, “Camera oscura”, “Gloria” e il racconto kafkiano “Invito a una decapitazione”. Sono tutte opere che in gran parte si possono tutte definire capolavori, mirabili sintesi fra temi tipicamente russi, come quello dello sdoppiamento, e crisi del romanzo tipicamente europeo. Ma uno scrittore come Nabokov non poteva rimanere neanche indifferente ad una realtà come quella americana, con i suoi drammi, le sue miserie e le sue contraddizioni. La solitudine tipica di una società così fortemente individualistica, il tema del soggetto sospinto da numerose forse di tipo seduttivo e commerciale non potevano essere ignorate dal grande spirito dell’artista russo. Sull’onda emotiva di questa analisi introspettiva scrive “La vita vera di Sebastian Knight” e, nel 1955 pubblica il libro che gli darà fama imperitura, lo scandaloso e sublime “Lolita”. Invero, con l’uscita di questo romanzo la notorietà di Nabokov schizza alle stelle in un batter d’occhio, subito il tema (quello della relazione morbosa fra un maturo professore e un’imberbe ragazzina), e lo stile del romanzo lo mettono al centro dell’attenzione critica internazionale, influenzando poi in seguito una schiera smisurata di autori. Passato il momento caldo di “Lolita”, Nabokov diede alle stampe altri libri di grande spessore, come ad esempio “Pnin ironica esplorazione del mondo dei college statunitensi, e “Fuoco pallido” anch’esso ambientato nel mondo dei college. La capacità dello scrittore, anche in questo caso, di svelare ciò che si cella dietro le apparenze dell’uomo medio occidentale e nevrotizzato non hanno eguali. Alcuni romanzi ancora usciranno dalla penna di Nabokov, non tutti valutati come avrebbero meritato ed oggetto di tardive riscoperte. Non bisogna poi dimenticare che Nabokov è stato anche un eccellente critico letterario. I suoi studi si sono concentrati soprattutto sugli autori della madre patria e fra i quali è doveroso citare almeno il fondamentale saggio “Nikolaj Gogol'”(1944). Importante, inoltre, la traduzione in inglese, con tanto di commento personale, dell’ “Evgenij Onegin” di Puskin. Altri saggi su scrittori europei dell’Ottocento e del Novecento sono stati raccolti nelle postume “Lezioni di letteratura” (1980). Una raccolta di interviste e articoli, anche di argomento entomologico, è in “Opinioni forti” pubblicato in italiano anche con il titolo “Intransigenze”. Vladimir Nabokov si è spento a Montreaux il 2 luglio 1977. (Fonte)

Edizione: Adelphi
Traduzione: Davide Tortorella
Costo: 18€
-> Consigliato: sì, a chi vuole leggere una storia un po’ diversa, non fermandosi alla produzione di Nabokov più clamorosamente nota.

happybirthday-Nabokov

 

Libri come questo vivono in una perenne condizione di precarietà. Adocchiati in libreria, su una bancarella o su uno scaffale, il loro destino si biforca: che l’ipotetico lettore conosca o meno Nabokov, probabilmente sarà condizionato dal titolo – in un caso, lo sfiderà, se lo porterà a casa deciso a capire per quale ragione un autore così fine abbia apposto alla sua opera una parola così poco accattivante; nell’altro ne sarà scoraggiato, e lasciando da parte questo libro opterà magari per quella ninfetta della sua sorellina, Lolita.

Lungi da me biasimare chiunque si riconosca nella seconda scelta: del resto, viviamo in un mondo in cui il titolo più à la page per un bestseller è: “L’ineffabile aroma delle foglie di timo”, o “La stucchevole fragranza di ricordi alla vaniglia”. Ma ora veniamo a te, gentile lettore che non ti sei fatto vincere dalla “disperazione”: lascia pertanto che ti presenti Hermann.

Mi rifaccio alle parole dello stesso Nabokov, che ci offre ragguagli sul romanzo e sul suo protagonista nella prefazione (datata 1965) al libro, composto nel 1932. Nabokov è ormai scrittore affermato, già padre, tra l’altro, di quella Lolita a cui sembra imprescindibile fare riferimento quando si tratta di lui, benché in realtà si tratti di una piacevole eccezione all’interno della sua vasta produzione.

“Non so prevedere” scrive Nabokov “né schivare gli inevitabili tentativi di cogliere, dentro gli alambicchi di Disperazione, tracce del veleno retorico da me iniettato negli accenti dell’io narrante in un romanzo alquanto posteriore. Hermann e Humbert” [il narratore di Lolita] “si somigliano nel senso in cui possono somigliarsi due draghi dipinti dallo stesso artista in differenti periodi della sua vita. Sono entrambi furfanti nevrotici, eppure in Paradiso c’è un sentiero verdeggiante dove Humbert ha il permesso di passeggiare una volta l’anno al crepuscolo; mentre l’Inferno non concederà mai a Hermann la libertà sulla parola”.

Il protagonista nonché io narrante di Disperazione, russo importato in Germania (dove il romanzo è stato scritto), è un genio del male che si nasconde dietro l’accattivante facciata di un’impresa di cioccolata. Durante una passeggiata nei dintorni di Praga, dove l’hanno portato gli affari, Hermann incontra un vagabondo di nome Felix, che egli qualifica in maniera inequivocabile come il proprio sosia. Tutto ciò lo sbalordisce senza gettarlo nel panico: Hermann non fugge spaventato, anzi cerca un contatto con il suo alter ego e scruta, indaga, saggia la perfezione di quanto vede.

Hermann, in uno dei suoi spassosi quanto frequenti a parte, rassicura subito il lettore sulla sanità mentale di chi sta scrivendo.

«Birichinate dell’intuizione, visione artistica, ispirazione, tutte le cose stupende che hanno conferito tanta bellezza alla mia vita potrebbero, suppongo, apparire a un profano, per quanto di grande acume, quasi la premessa di una lieve follia. Ma non temete; la mia salute è perfetta, il mio corpo pulito sia dentro sia fuori, il mio passo spedito; non eccedo nel bere o nel fumare, non conduco una vita sregolata. E così, al culmine del mio benessere fisico, ben vestito e con l’aspetto di un giovanotto, vagabondavo per la campagna suddetta; e l’ispirazione segreta non mi ingannò. Trovai proprio quello che ero andato inconsapevolmente cercando. Lasciatemelo ripetere: incredibile! Stavo fissando qualcosa di prodigioso, la cui perfezione, la cui mancanza di causa e di oggetto mi incutevano un insolito timore riverenziale».

Comincia così la vicenda, estremamente semplice di per sé, ma la cui linearità è interrotta dalle meditazioni di questo io tronfio e spassoso, spietato nel suo macchinare un piano criminale a regola d’arte. “Stipulata una ingente assicurazione sulla vita”, cito dalla sinossi, “induce il barbone a uno scambio d’abiti, dopodiché lo uccide. In attesa di incassare l’assicurazione con l’aiuto della moglie, rimane nascosto in un villaggio dei Pirenei”. Ma Hermann non ha la fortuna del nostrano Mattia Pascal, e ben presto è costretto a rendersi conto “che il suo piano perfetto è miseramente fallito”.

Il tema del doppio/sosia scorre godibilissimo per grazia della penna di Nabokov ed è sempre piacevole rispolverare le sue potenzialità (non concorderò mai con chi se ne esce dandolo per trito!): l’autore ci gioca, scopre le sue carte citando esplicitamente il modello dei modelli, Dostoevskij, («C’è qualcosa di un po’ troppo letterario nel nostro dialogo, un sapore di conversazioni torturanti in quelle bettole teatrali dove Dostoevskij è di casa…» è solo uno dei tanti passi), contaminandolo con una vena di thriller che rende la lettura estremamente sapida e il risultato finale assai diverso dal «vecchio e polveroso Dusty» all’ombra di cui eravamo partiti.

Senza contare che il perno del libro non è tanto Felix, il presunto sosia, quanto chi il libro lo scrive – ma non fatelo sapere al suo ego. Hermann è davvero un personaggio che vale la pena conoscere: caratterizzato da una più che totale mancanza di modestia (a titolo d’esempio basti l’incipit: «Se non fossi assolutamente certo delle mie doti di scrittore e della mia abilità meravigliosa nell’esprimere idee con grazia e vivacità supreme… Così, più o meno, avevo pensato di iniziare il mio raconto»), anche dinanzi allo scacco, e da giudizi caustici sulle figurine che gli si muovono attorno, egli rappresenta la personalissima rielaborazione che Nabokov operò sui temi cari all’intera letteratura russa, partendo proprio da quel Raskol’nikov di «Delitto e Fanghiglia» (Crime and Slime), che arriva a legittimare l’omicidio in ragione del proprio porsi al di sopra delle leggi della morale (il “diritto al delitto” degli “uomini straordinari”, per usare le parole di Dostoevskij). Qui il fine in apparenza è molto meno superomistico e coincide con una facile (si fa per dire), ricchezza, ma a loro modo anche le elucubrazioni di Hermann sul crimine che si appresta a commettere, che occupano la maggior parte del romanzo, insistono sul carattere straordinario delle circostanze, del piano concepito, della mente che lo ha ideato. Le macchinazioni di Hermann sono precise, ogni mossa viene sapientemente calcolata e prevista; ma forse tutto è troppo perfetto per essere vero. E dopotutto, un narratore che parla con noi sin dalle prime pagine, scoprendo le finzioni, dichiarando con i suoi vocalizzi che “l’invenzione artistica contiene ben più verità intrinseca della vita reale”, sarà poi così affidabile? Perché il misfatto fallisce?

Respiriamo l’atmosfera di eccezionalità che Hermann ci propina, ci lasciamo portare dai suoi splendidi giri di parole come da un ballerino provetto, senza accorgerci che ci stava pestando i piedi dall’inizio delle danze. Intanto la finzione è riuscita, l’illusionista ci ha ingannati ancora una volta: ma chiudiamo questo libro non senza amarezza – ci hanno insegnato che per ogni colomba che esce dal cappello ce n’è una schiacciata nel marchingegno del prestigiatore.

Hermann volteggia con noncuranza tra i gironi dell’Inferno e i peccati capitali: non possiede l’impareggiabile magnetismo che sarà di Humbert Humbert, capace di portarci dalla sua parte fino a giustificarlo, ma in fondo non lo cerca davvero, fuor di retorica. Siamo ben consapevoli (è lui stesso a ribadirlo) di leggere la confessione di un uomo che non merita alcuna compassione. Nonostante questo non lo odiamo, stiamo al suo gioco: quando Hermann cade dal trapezio fin nella rete della giustizia, sappiamo che la condanna ufficiale è ciò che si merita; eppure la brillante verve di Nabokov è già intervenuta a salvarlo almeno in parte da quella più crudele: la nostra.

 

Chiara Sandretto


Club del libro a tema | Marzo

Il Club del Libro è un momento virtuale, ma non per questo meno avvincente di un incontro dal ‘vivo’, in cui, sulla pagina Facebook ‘Un buon libro, un ottimo amico’ di cui questo blog è diretto erede, rispondendo a domande e proponendone, si ricostruiscono i frammenti della lettura di un libro che leggiamo tutti insieme per poi sviscerarlo. Rispondere a domande che non ci si era posti, leggere le risposte altrui, dedicare il post-lettura all’osservazione dei post-lettura altrui sono tutte azioni semplici, gratuite, piacevoli attraverso le quali alcuni aspetti nebulosi di un libro possono diventare chiari e restituire una migliora lettura d’insieme.
Quindi, perché non partecipare?

A questo punto è fondamentale però aprire le votazioni che ci consentiranno, tra cinque libri eletti attraverso le gare di citazioni, di scegliere quale libro leggeremo insieme per il mese di Marzo.

I cinque finalisti sono:

1. Gita al faro, Virginia Woolf 

Gita al faro

 

2. L’isola di Arturo, Elsa Morante

Isola di arturo ediz mia

 

3. Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi

leggere lolit

 

4. Penelope alla guerra, Oriana Fallaci

guerra

 

5. Memorie di una ragazza perbene, Simone de Beauvoir

sim

 

 

Lettori e lettrici, l’invito caloroso è quello a esprimere il vostro voto, magari accompagnandolo con una motivazione entro le 21.30 di Martedì 26 Febbraio. La vostra partecipazione è fondamentale per dare avvio a questo nostro nuovo incontro!

Quindi, via alle votazioni!

Post scriptum (IMPORTANTE): gli unici voti validi sono quelli espressi nei commenti del blog, non valgono invece quelli lasciati su Facebook
Post scriptum 2: cliccando sui titoli avrete l’accesso a pagine con descrizione delle trame dei libri in gara 


Zorro. L’inizio della leggenda | Isabel Allende

Titolo: Zorro. L’inizio della leggenda
Titolo originale: El Zorro. Comienza la leyenda
Autore: Isabel Allende
isabelCenni sull’autore: Isabel è una bambina vivace ed inquieta che legge moltissimo. L’immaginazione della piccola si alimenta di romanzi d’avventura, di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, che ha la passione dei misteri legati allo spiritismo che lasceranno nella nipotina i semi di fantastiche storie. Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende, futuro presidente del Cile, poi ucciso nel colpo di Stato del 1973, Isabel e la sua famiglia non ha problemi economici e può frequentare le migliori scuole. Nel 1956 la madre si risposa con un diplomatico e la famiglia farà dei soggiorni all’estero, prima in Bolivia dove Isabel frequenta una scuola privata americana, poi in Europa e in Libano, a Beirut dove frequenta una scuola privata inglese. Queste esperienze le permetteranno di conoscere un mondo diverso da quello della sua infanzia. Anche se lui letture cambiano: legge libri di filosofia, psicologia, psicanalisi e frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che influenzerà il suo futuro di scrittrice: nascosta in un armadio La ragazzina Isabelita legge “Le mille e una notte”.
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 348
Consigliato: Vivissimamente. 

Per sua fortuna, le persone che lo circondavano, preoccupate com’erano delle loro passioni e delle loro imprese, dimenticarono di controllarlo. Arrivò ai quindici anni senza grandi difetti né pregi, fatta eccezione per una smisurata sete di giustizia che non saprei se collocare nella prima o nella seconda categoria; diciamo semplicemente che era un tratto imprescindibile del suo carattere. Potrei aggiungere un’altra sua peculiarità, la vanità, ma così facendo anticiperei troppo, visto che emerse in un secondo momento, solo quando Diego si rese conto che i nemici aumentavano, il che è sempre un buon segno, così come gli ammiratori, sopratutto quelli di sesso femminile.

11) Zorro

 

Arrivava un momento, a casa mia, quando ero più piccola, in cui bastava che andasse in onda una sigla televisiva per far sì che sulla cucina scendesse un’aura di sacertà senza eguali, era il momento in cui un cavallo nero impennava all’orizzonte e la sigla televisiva faceva così “Zorro, Zorro, ha una vita segreta; Zorro, Zorro il segno suo è la zeta”. Per quante volte avessimo già visto le trite e ritrite puntate, l’eroe mascherato di nero continuava ad avere su di noi, figlie, l’effetto che aveva prodotto su mio padre fin dalla sua infanzia. Un eroe semplice, il cui mezzo era un cavallo nero dal nome Tornado, che si occupava di campagnoli e usava come uniche armi una spada e una frusta. Era ciò che più di vicino mio padre sarebbe potuto essere da bambino, e siccome certe cose si portano dentro, non era difficile capire quanto ci tenesse, consapevole di tutte le volte in cui Zorro avrebbe battuto Moncada, continuava a fare un tifo speranzoso, quasi la sorte potesse cambiare e strizzare l’occhio all’avversario tanto odiato. E di questo suo baluginio di tremiti e speranza, noi siamo state le dirette ereditiere, innamorate di questo hidalgo dall’accento seducente, i modi spagnoli, l’agilità di gatto e la furbizia di volpe.

Quindi, nei confronti di un libro che narrasse le avventure di un eroe di casa, potrebbe dirsi, di questo ospite che a cena aveva sempre modo di raccontarci un’avventura in più, non potevo che essere esigente, chiedere la verità, quei particolari che mi ero sempre persa, chiedere che gettasse luce su quei lati oscuri che mi avevano sempre più incuriosita. Il fatto che a narrare le avventure di questo eroe che è il perfetto incrocio tra il realmente esistito e la leggenda fosse Isabel Allende era di sicuro rassicurante, una penna così dedita alle avventure, ai caldi ritmi spagnoli e latini non poteva che rendere giustizia a Diego de la Vega. Inutile dire che il risultato ha di gran lunga superato le aspettative. Lo scenario storico e geografico è fin da subito inquadrato con grande semplicità: California, fine Settecento, colonialismo spagnolo imperante nell’assoluta convinzione della superiorità della razza bianca sugli indigeni i cui costumi sono riprovevoli. Alejandro de la Vega, valoroso militare spagnolo, conosce, durante una rappresaglia india diretta contro la colonia di padre Mendoza, la sua futura sposa, e così, questa coppia originale darà alla luce il piccolo Diega la cui balia darà il latte dell’infanzia anche al piccolo Bernardo, figlio di un’india. Il resto, è storia, o meglio, leggenda, di tutte e due un po’. Il terreno in cui Diego coltiverà la sua sete di giustizia è fertile, un periodo storico e un inquadramento geografico in cui gli abusi e soprusi sono all’ordine del giorno in nome di una gerarchia prestabilita che il giovane riuscirà a mettere in discussione facendosi forte di una cultura spregiudicata a cui tutte le persone che incontrerà, da un capitano di nave a una comitiva di zingari, daranno elementi per abbattere i pregiudizi. La condizione di sottoposto di suo fratello di latte Bernardo il quale passa per sordomuto, quasi per ritardato, ma che è in realtà un giovane saggio e premuroso, spingeranno ancor più sul senso di onore e di ingiustizia che contribuiranno a far sì che Diego sviluppi una doppia personalità e dia vita a Zorro.

Poiché tutto questo però lo sapete già, vi racconterò perché vale la pena avventurarsi in una nuova versione di questa storia che, bene o male, fa parte di tutte le nostre infanzie. Isabel Allende assume, per raccontare, un punto di vista davvero curioso, non vi svelerò quello di chi, altrimenti vi toglierei gran parte di gusto della lettura, che consente di vedere Zorro non solo in tutti i suoi pregi di eroe, ma lo presenta anche sotto gli aspetti più quotidiani. Diego de la Vega è vanitoso, sempre incline a esagerare le proprie avventure, e abbastanza sfigato in amore: destinato ad amare solo donne che non lo ricambiano, e a fuggire dai letti delle amanti con più solerzia di quanto non faccia Zorro alla fine dei suoi attacchi. Un punto di vista che consente di osservare da vicino il periodo di Zorro più trascurato dalle varie produzioni cinematografiche e televisive, quello trascorso a Barcellona, gli anni di formazione del giovane impavido, quelli in cui apprenderà l’arte dello spadaccino, in cui apprenderà i modi galanti del gentiluomo che sa ballare, corteggiare, vestire, in cui affinerà la bravura del baro nel gioco. E mentre le pagine scorrono via, quando si arriva al finale, si lascia Diego a vent’anni, quando le zeta non sono ancora lontanamente vicine a sfiorare il numero, e in poche pagine viene riassunto ciò che ne sarà di lui. Tutta la narrazione infatti è dedicata all’inizio della leggenda, quella parte di cui tutti danno per scontato di sapere, ma che in realtà in pochi sanno, quella parte che è la più misteriosa, la più intrigante da scoprire in quanto mette in luce i perché che rimangono sospesi e invece sono fondamentali. Il sordomutismo di Bernardo, il perché della maschera di Zorro, il perché di questo nome, e altri mille quesiti che io mi sono sempre posta e che trovo essere i più interessanti, sono racchiusi in queste 350 pagine di narrazione in cui Isabel Allende impiega tutta la sua bravura nell’arte di narrare per restituire un ritratto fedele e al quale ci si affeziona facilmente di questo eroe romantico e lontano dalla contemporaneità, ma sempre vivo nell’immaginario comune. Arrivati alla fine senza nemmeno accorgervene, sentirete una profonda nostalgia per quest’avventura fatta di una parte di storia che si distinse per le ingiustizie a cielo aperto alla fine di una civiltà di vinti che si dimostrerà infinitamente superiore a quella dei presunti vincitori. Il confronto tra vecchio e nuovo mondo in cui lo schiavismo e il colonialismo non producono solo vittime umane, ma anche culturali, nel tentativo di imporre il cattolicesimo e i modi europei, infatti, andrà persa una cultura centenaria fatta di amore per la natura, di una comunicazione simbolica, di una vita semplice, ma completa. Tutti questi fattori insieme contribuiranno a creare il personaggio di Zorro. E, se volete sapere cosa faceva il giovane de la Vega prima di giungere in California e infliggere zeta alle persone e ai luoghi che hanno meritato vendetta, leggete dunque questo libro. In cui scoprirete che a forgiare il carattere dell’eroe mascherato furono elementi tanto spagnoli quanto indi, in cui scoprirete che Bernardo era tutt’altro che un semplice aiutante, e imparerete ad amare ancor più, se possibile, il più galante e sfuggevole degli eroi popolari. Zorro, per servirvi.

Luana Cau


Nord e Sud | Elizabeth Gaskell

Titolo: Nord e Sud
Titolo originale: North and South
elizaAutore: Elizabeth Gaskell
Cenni sull’autore: Elizabeth Cleghorn Stevenson nasce a Londra il 29 Settembre da William Stevenson e Elizabeth Hollande. Frequenta le scuole di Warwick e Stratford-upon-Avon. Nel 1832 sposa il reverendo William Gaskell, un funzionario di Cross Street Chapel e si traferiscono a Manchester. Così facendo si scontra con una società industriale fino ad allora a lei sconosciuta. Entra anche in contatto con il mondo dei lavoratori. Fra il 1847 e il 1848 pubblica i primi racconti  su “Howitts Journal”. Nel 1848 pubblica il romanzo Mary Barton. Nel 1849 conosce Dickens nel 1850 comincia a pubblicare sulla sua rivista, “Householde Words”. Nel 1853 vengono pubblicate le versioni integrali di Cranford e Ruth. Nel 1854 esce la prima puntata di Nourth and South sulla rivista di Dickens, a cui seguiranno poi le altre ventuno parti. La collaborazione con Dickens continuerà anche successivamente, quando la rivista cambierà nome in “All he Year around”. Continua a scrivere fino al 1865 quando la morte la coglie all’improvviso, il 12 novembre mentre si trovava nell’Hampshire.
Data di pubblicazione: 1855
Edizione: Jo March
Traduzione: Laura Pecoraro
Costo: 16 €
Consigliato: sì, in particolare agli amanti dell’epoca vittoriana.

Conversazione in treno con un amico.

“Chiara, dovresti proprio vedere una miniserie della BBC!”

“Ah sì, e quale?”

“Nord e Sud, tratto dal romanzo di Elizabeth Gaskell”

“Ah, lo conosco! Ma prima vorrei leggere il romanzo, guarderò la miniserie solo dopo!”.

nord e sud

 

E così, dopo questa conversazione, mi sono convinta definitivamente e ho preso in mano ‘Nord e Sud’.
Un romanzo di più di cinquecento pagine, con una copertina splendida e deliziosa, e un affresco incredibile di una società in cambiamento. Ambientato nell’800 inglese in una cittadina del nord, Milton-Northern, posto quasi esclusivamente industriale, il romanzo vede svolgersi la storia di più persone diverse. La giovane Margaret Hale, assieme al padre e la madre, che si trasferisce (per cause legate al lavoro del padre) dal caldo e accogliente sud, dalla bellissima Helstone, alla città di Milton ove si scontra immediatamente con una realtà che non le appartiene.  Oltre ad una diversità fisica fra le due città, la differenza Margaret la coglie anche nelle tradizioni, nei valori fondamentali in cui ha sempre creduto.  Margaret fa fatica ad adattarsi ad un paesaggio così grigio, così lontano dai colori di Helstone che tanto ama, non riesce ad integrarsi completamente e soprattutto, non riesce ad apprezzare persone come il signor Thornton, uomo d’industria e anche magistrato, conosciutissimo e benvoluto a Milton e altrove, ma completamente sconosciuto a Margaret, almeno fino a quel momento. Thornton incarna in qualche modo l’uomo nuovo, e l’uomo del progresso; uomo che è riuscito, nonostante gli inizi piuttosto difficili, a conquistare un posto in società, un ottimo lavoro, e un futuro prospero per la madre e la sorella. Ma, nonostante tutto questo, Margaret non è affascinata da lui come tutti gli altri; al contrario, lo disprezza profondamente, considerandolo un subdolo commerciante che si arricchisce sulle spalle di più sfortunati lavoratori. Ed è proprio a questa categoria di uomini meno fortunati  che si lega Margaret, stringendo amicizia con una lavoratrice di nome Bessy, molto malata e condannata ad una vita poco felice.  Letto con voracità, è una storia tipicamente vittoriana, che quindi consiglierei soprattutto agli amanti dell’epoca in questione e a coloro amino Jane Austen. Molte volte, infatti, il romanzo della Gaskell è stato avvicinato ad ‘Orgoglio e Pregiudizio’, con la differenza sostanziale che quest’ultimo ha sempre goduto di maggior fama e fortuna. Nord e Sud ha il pregio di evidenziare in maniera chiara e netta, questioni sociali piuttosto importanti e nuove per l’epoca come, ad esempio, la condizione di vita dei lavoratori nelle fabbriche, la questione importante degli scioperi e il punto di vista estremamente cinico e capitalista, invece, degli industriali. Pagine e pagine sono incentrate su dispute interessantissime che chiariscono e mettono in luce una sensibilità particolare che la Gaskell possiede rispetto questi temi. Probabilmente questo interessamento così forte verso le società industriali derivava  anche dalla vicenda biografica dell’autrice la quale modellò il personaggio di Margaret partendo proprio da una serie di esperienze personali. Anche per questo, forse, ‘Nord e Sud’ meriterebbe una maggiore attenzione da parte di lettori e lettrici, se non altro per riscoprire una piccola perla di letteratura inglese rimasta troppo tempo sepolta sotto la polvere.

Chiara Coppola


Il pozzo letterario | Proposte di Marzo

Come in ogni concorso, ecco la parte più avvincente: le votazioni. In questa fase tutti i partecipanti al pozzo – ossia coloro che hanno gettato i titoli nelle oscurità – potranno portare alla luce un titoli da altri proposto e farne propria la lettura e l’eventuale promozione (che avverrà sia attraverso post che attraverso la recensione finale da accompagnarsi a foto personalizzata, il tutto sulla pagina Facebook ‘Un buon libro, un ottimo amico’. Ricordo che ognuno potrà far proprio un solo titolo e che, quando un libro verrà scelto, ovvero riportato alla luce dalle profondità del nostro pozzo letterario, sarà automaticamente depennato dalla lista sottostante e comparirà, accanto al titolo, il solo nome di chi ha lo ha prescelto. Questo è tutto. Adesso, datevi da fare per far sì che il titolo che vi siete prefigurati di leggere diventi il vostro di diritto.

Pronti? VIA! – Periodo di scelta sino al 20 Febbraio; periodo di lettura sino al 31 Marzo;

Durante il periodo delle letture potete inviare le vostre recensioni con immagini a luana_cau@hotmail.it .

  • La sottile linea scura – Joe R. Lansdale.
    Proposto da: Luana
    Verrà letto da: Giulia
  • Cassandra – Christa Wolf.
    Proposto da: Luana
    Verrà letto da: Aurora
  • 22/11/63 – Stephen King.
    Un portale nel magazzino di un ristorante americano permette di tornare indietro nel tempo, fino agli anni ’50. Due amici, il proprietario del ristorante e un professore, decidono di usarlo per cambiare un evento drammatico del passato americano. l’omicidio di Kennedy per mano di Lee Harvey Oswald. Il passato, però, è refrattario, non vuole farsi cambiare, e i protagonisti rischiano di perdere molto più del tempo per raggiungere il loro scopo… (Maryskye)
  • Cose preziose – Stephen King.
    Leland Gaunt, misterioso personaggio, apre a Castle Rock il negozio che dà il nome al libro: una raccolta eterogenea di oggetti, ognuno “cosa preziosa” per un abitante della cittadina. Il prezzo da pagare per ottenere questi oggetti sarà molto più alto di quanto non si aspettino gli ignari abitanti di Castle Rock. (Maryskye)
  • Il postino di Neruda – Antonio Skàrmeta.
    Proposto da: Giulia
    Verrà letto da: Elisabetta Vinci
  • I Malavoglia – Verga.
    E’ ambientato ad Aci Trezza e racconta la storia dei membri della famiglia Toscano.
    L’inizio è, forse, un po’ ostico, ma dopo le prime pagine riesce a trasportare il lettore nella Sicilia di fine Ottocento con tutte le sue sfaccettature. Consigliatissimo! (Giulia)
  • 1Q84 – Haruki Murakami.
    *_____________* ogni parola sarebbe superflua, vi basti sapere che è assolutamente perfetto. (Dora)
  • Splendente come una padella – Amélie Nothomb.
    Per chi ha già letto i romanzi di questa scrittrice belga-giapponese, per chi già la ama, per chi non le si è ancora appassionato, per chi per il momento non la conosce… per chiunque questi quattro racconti brevi sono una chicca da non perdere! (Dora)
  • L’ultimo giorno di un condannato a morte – Victor Hugo.
    Un libricino molto sottile, sono circa 100 pagine, ma dal grande impatto emotivo. Un libro che fa riflettere e apre gli occhi su uno die più grandi abomini del mondo: la pena di morte, contro la quale Hugo si scaglia apertamente. (Simona)
  • Il colore viola – Alice Walker.
    Un libro che indigna e che racconta in modo magistrale la violenza, gli abusi sulle donne, perché è ora di dire “Basta!” (Simona)
  • Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro.
    Proposto da: Anastasia
    Verrà letto da: Rossella
  • Il mito di Sisifo – Albert Camus.
    Proposto da: Anastasia
    Verrà letto da: Simona
  • Middlesex – Jeffrey Eugenides.
    Proposto da: Claudia
    Verrà letto da: Antonia
  • Sorella, mio unico amore – Carol Joyce Oates.
    Proposto da: Claudia
    Verrà letto da: Alessia
  • Fai bei sogni – Massimo Gramellini.
    Proposto da: Elisabetta Vinci
    Verrà letto da: Claudia
  • Fuga senza fine- Joseph Roth.
    “Sano e vivace, un uomo giovane e forte, dai molti talenti, nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo.” (Elisabetta Vinci)
  • Un cappello pieno di ciliegie – Oriana Fallaci.
    Proposto da: Antonia
    Verrà letto da: Luana
  • Cronaca di una morte annunciata – G. G. Marquez.
    Proposto da: Antonia
    Verrà letto da: Virginia
  • La custode di mia sorella – Jodi Picoult.
    Lo ripropongo perché è una storia commovente e fantastica. ti prende dal primo istante, i fatti sono ben raccontati e i capitoli scritti in prima persona dai veri personaggi ti mostrano i mille lati di una tragedia familiare che finisce come non ti aspetti. (Virginia)
  • Il Dio del fiume – Wilbur Smith.
    Le pagine di questo libro scorrono in un susseguirsi di battaglie, trionfi, lacrime e amori; non c’è spazio per la noia perchè ci si ritrova catapultati nella civiltà egizia antica. (Virginia)
  • Chiedi alla polvere – John Fante.
    Proposto da: Federica
    Verrà letto da: Elisa Barisone
  • Miele – Ian McEwan.
    Proposto da: Federica
    Verrà letto da: Anastasia
  • Il seme del male – Joanne Harris.
    Proposto da: Ofelia
    Verrà letto da: Marina Allemani
  • Intervista col vampiro – Anne Rice.
    Proposto da: Ofelia
    Verrà letto da: Ilenia
  • Grottesco – Patrick McGrath.
    Proposto da: Giusi
    Verrà letto da: Serena
  • Sotto il segno della pecora – Murakami Haruki.
    Proposto da: Giusi
    Verrà letto da: Panda Bamboo
  • Il peso specifico dell’amore – Gianluca Antoni.
    Un romanzo sorprendente di un autore poco conosciuto ma che mi ha fatto commuovere, ridere, riflettere. Un piccolo gioiello per chi ama quei libri che ti tengono incollata alla pagina, leggeri nella lettura ma profondi nel contenuto. Non un semplice romanzo d’amore di coppia: si parla d’amore nelle sue diverse forme; amore verso i genitori, i figli, per il cane, per il lavoro, per il proprio talento, per la vita in genere. Consigliatissimo! (Monica Gregorini)
  • Orgoglio e pregiudizio – Jane Austen.
    Un classico, di cui è stato scritto tutto e c’è poco da aggiungere. Uno dei più bei romanzi d’amore della storia della letteratura. (Monica Gregorini)
  • Nemico senza volto – Charlotte Link.
    Un thriller psicologico di un’autrice formidabile di cui sento parlare troppo poco :) I suoi romanzi sono qualcosa di eccezionale, intrecci inaspettati, coinvolgenti.. credetemi appena leggerete qualcosa della Link vi innamorerete e non riuscirete più a smettere. (Francesca)
  • La doppia vita – Charlotte Link.
    Come secondo titolo propongo sempre uno della Link per gli stessi motivi riportati sopra.Opto per “La doppia vita” il suo primo romanzo che ho letto, che ha scaturito tutta l’ammirazione che ho per quest’autrice. (Francesca)
  • Festa mobile – Ernest Hemingway 
    Proposto da: Elisa
    Verrà letto da: Anya
  • Cani neri – Ian McEwan.
    Scritto nel 1992 dall’autore conosciuto soprattutto per il grande successo di Espiazione, Cani Neri è per me un inno agli ideali e alla vita anche quando si stanno spegnendo, la storia di un grande amore e di una grande incompatibilità, l’eterna lotta fra la casualità ed il destino attraverso le parole di due personaggi troppo caparbi per perdonare un’epoca che li ha delusi. Tutto accompagnato dalla meravigliosa scrittura di McEwan e da uno sfacciato simbolismo. (Elisa)
  • Il signore delle mosche – William Golding.
    Proposto da: Flavia
    Verrà letto da: Dora
  • I pilastri della terra – Ken Follett.
    Non fatevi spaventare dalla grandezza. Ve lo divorate, vi immergete nella costruzione di una cattedrale senza sosta, con intrecci medievali e colpi di scena esilaranti. (Flavia)
  • Body Art – Don DeLillo.
    Proposto da: Elisa
    Verrà letto da: Federica
  • Le ragazze di Sanfrediano – Vasco Pratolini.
    Frizzante, divertente, intrigante, costellato di ritratti perfettamente modellati. Un gioioso passatempo che mi ha trasportata in una realtà colorata e giocosa, un “garbato divertissement letterario”. (Elisa Barisone)
  • Dieci piccoli indiani – Agatha Christie.
    Proposto da: Panda Bamboo
    Verrà letto da: Francesca
  • L’anno della morte di Ricardo Reis – José Saramago.
    Questo libro è difficile, intenso e doloroso, e racconta una pagina difficile della storia portoghese. Lo fa attraverso un personggio bellissimo, Ricardo Reis, pseudonimo di Pessoa. Un libro in cui si incontrano due grandi della letteratura portoghese, e Ricardo Reis è il filtro attraverso cui Saramago ama, denuncia, racconta senza sconti Lisbona. (Panda Bamboo)
  • I viceré – Federico De Roberto.
    Rinnovo l’invito a non lasciarsi spaventare dalla mole, è una lettura che merita assolutamente di essere rivalutata. La cronaca spietata dell’epopea di una famiglia siciliana e della fine (ma ne siamo proprio sicuri?) di un’epoca. (Alessia)
  • Jane Eyre – Charlotte Bronte.
    Che dire, è il mio romanzo preferito di sempre, nessuno è riuscito mai ad emozionarmi allo stesso modo. Lo getto nel pozzo nella speranza che regali a qualcun’altro le stesse meravigliose sensazioni che ha donato a me. (Alessia)
  • Il potere e la gloria – Graham Greene.
    Se amate una scrittura che chiama in causa la vostra identità morale e se vi piace giocare, come piace a me, con le nozioni di bene e male, peccato e redenzione, misticismo e grottesco. La penna di Greene, in un modo che ho trovato solo in Dostoevskij, chiama in causa la coscienza del lettore, lo precipita negli abissi della perdizione e lo scaraventa alto verso il cielo. Il tutto ambientato in uno dei luoghi narrativamente più affascinanti al mondo, il rovente e arido Messico. (Chiara Pagliochini)
  • Confessioni di una maschera – Yukio Mishima.
    Proposto da: Chiara
    Verrà letto da: Giusi
  • Lucinde – Friedrich Schlegel.
    Diciamo che è una lettura controversa, si tratta principalmente di un turbine di riflessioni riguardo l’amore e l’erotismo; queste riflessioni ruotano, sempre più velocemente, ti avvolgono e arrivano quasi ad intrappolarti, non ti permettendoti di uscire dal loro cerchio d’azione. (Andrea Ussy)
  • Verdi colline d’Africa – Ernest Hemingway.
    Questa per me è stata una sfida, da profondo oppositore di quella che definirei “caccia sportiva”, posso dire che forse non ho apprezzato a pieno il romanzo. Trovo comunque che sia una grandiosa opera di stile: le descrizioni paesaggistiche delle sconfinate e maestose lande africane arrivano quasi a farti vibrare l’anima. (Andrea Ussy)
  • In una sola persona – John Irving.
    E’ Billy Abbott, il protagonista, a parlare; su di un arco temporale che va dagli anni ’50 ai giorni nostri si dispiegano la sua vita di lettore e scrittore, la scoperta dell’altro, di sé stesso e della sua (bi)sessualità, in un’America in movimento i cui valori stanno cambiando, ma in cui riuscirà comunque a trovare dei punti fermi: il suo vecchio collegio e l’amore per il teatro su tutti. Questo romanzo è un inno alla diversità e un manifesto della cultura LGBT insieme. (Erika)
  • In viaggio con Erodoto – Ruyard Kapuscinski.
    L’autore era un reporter polacco con la fissa di “attraversare la frontiera” (che a noi europei post-Maastricht sembra una cosa da nulla…andatelo a raccontare a chi come lui ha dovuto avere a che fare con le restrizioni sovietiche!); grazie ad una capo-redattrice molto lungimirante riesce a farsi spedire un po’ dappertutto nel mondo (Cina, India, Africa), sempre accompagnato dalle Storie di Erodoto che, come lui, attraversò mari e monti per conoscere e raccontare “l’Altro”; è un viaggio da seduti, credetemi! (Erika) 
  • Ritorno a Brideshead – Evelyn Waugh.
     Una storia struggente e malinconica, che in me ha toccato corde profonde. L’impossibilità di essere felici, il peso schiacciante di una rigida educazione religiosa, il triste e lento declino dell’aristocrazia inglese alle soglie della seconda guerra mondiale, una casa che diviene simbolo di tutto questo. La quarta di copertina lo presenta come un romanzo satirico: niente di tutto ciò, solo grande poesia e passione. Ne è stato tratto anche un bellissimo film. (Anya)
  • La commedia umana – William Saroyan.
    Una storia di formazione, un ragazzino che impara a vivere e a prendere sul serio la vita nell’America degli anni ’40. Ad illuminare la sua vita grama, il grande sogno americano: chiunque tu sia, non importa da dove tu provenga, se lavori sodo puoi farcela ed avere successo. Una storia di tristezza e di speranza, scritta da un autore che fu molto acclamato all’epoca, ma oggi è quasi dimenticato. (Anya)
  • Ci sono bambini a zigzag – David Grossman
    Una bella storia, da gustare parola per parola. (airelav)
  • L’uccello che girava le viti del mondo – Murakami Haruki 
    Murakami allo stato puro, Murakami. (airelav)
  • Le ragazze di Kabul – Roberta Gately 
    Per aprire gli occhi su ciò che avviene dall’altra parte del mondo (la storia è romanzata, ma l’autrice è davvero stata in Afghanistan, qualcosa di vero ci sarà). (Ilenia)
  • Il padrino – Mario Puzo 
    Per tuffarsi a capofitto nel mondo della mafia. Morte, amore, tradimenti, “integrità”… c’è davvero tutto. (Ilenia)
  • Caligola – Albert Camus
    E’ decisamente tra i miei preferiti. E’ un’opera teatrale che riesce a farti provare compassione per un carnefice, con un testo asciutto e tagliente (e a tratti un po’ inquietante).  (Silvia)
  • La fine del Titanic – H. M. Enzensberger
    E’ l’ultima mia lettura; è un testo in poesia non troppo conosciuto (sulle vicende del manoscritto, tra l’altro, si potrebbe scrivere una storia a parte). Molto bello, niente a che vedere con le solite storie stucchevoli sul Titanic. (Silvia)
  • Il fattore Q – Alberto Lori
    Posso descrivere questo libro come un’opera di forte crescita personale. E’ il libro giusto per coloro che hanno bisogno di accrescere la fiducia in se stessi, perché aiuta ad affrontare le difficoltà con metodo scientifico e fa comprendere come spesso gli unici veri ostacoli per la realizzazione dei nostri sogni siamo noi stessi e le nostre paure. “Ogni nave in porto è sicura, ma non è questo lo scopo per il quale è stata costruita”. (Roberta)
  • La mia vita è un romanzo – Eugenio Masciari 
    Emozionante e profondo. Si tratta di una raccolta di racconti scritti da un gruppo di ergastolani che partecipano ad un corso di scrittura creativa organizzato in carcere.
    I temi trattati sono tanti e diversi: libertà, giustizia, teologia, libero arbitrio.
    E’ un libro che stupisce e fa riflettere perchè nonostante filosofi, artisti e poeti di ogni tempo abbiano tentato di spiegare e rappresentare cosa sia la libertà, solo in queste pagine se ne ritrova il senso autentico.
    Le mura di un carcere sono quanto di più lontano dalla libertà si possa immaginare, eppure questo libro ci fa capire che mentre la libertà del corpo è confinata in una cella, lo spirito può riscoprirsi libero di esplorare spazi interiori e sconfinati. Semplicemente da leggere! (Roberta)
  • Il Grande Mazziere – Massimo Spadetto
    Bellissima storia di un giovane rampante degli anni Ottanta, che viene travolto dal Destino. Un romanzo che si distingue per il magico connubio di Anima e Realta, Crudezza e Freschezza, Amore e Solitudine, Caduta e Rinascita. Lo consiglio caldamente! (Zorina Florea)
  • Giobbe: romanzo di un uomo semplice – Joseph Roth
    Un successo internazionale, una storia dolorosa, e commovente… (Zorina Florea)
  • La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo – Audrey Niffenegger.
    Perchè è una storia che mi ha molto appassionato e commosso, una lettura “leggera” adatta a chi ama le storie romantiche ma… particolari. (Serena Lampis)
  • Uno, nessuno, centomila – Luigi Pirandello.
    Proposto da: Serena Lampis
    Verrà letto da: Flavia
  • Il lupo della steppa – Hesse.
    Proposto da: Alessandro
    Verrà letto da: Roberta
  • Nelle terre estreme – Jon Krakauer.
    Proposto da: Alessandro
    Verrà letto da: Monica Gregorini
  • Saggio sulla lucidità – José Saramago.
    Lo sto leggendo proprio in questo periodo; questo è il romanzo che tutti dovrebbero leggere soprattutto in periodo elettorale, e la domanda a cui risponde è: cosa succederebbe se gli abitanti di una città decidessero di votare in massa scheda bianca, e quindi di ribellarsi al governo? Da sottolineare che bisogna aver letto Cecità per leggere questo, ritroverete alcuni dei personaggi in una storia tanto surreale quanto tristemente realistica. CONSIGLIATO! (Rossella)
  • Lettera al padre – Franz Kafka.
    Proposto da: Rossella
    Verrà letto da: Silvia
  • Cime Tempestose -Emily Bronte
    Proposto da: LaMusaIspiratrice162
    Verrà letto da: Ofelia
  • Grandi speranze – Charles Dickens
    Proposto da: LaMusaIspiratrice162
    Verrà letto da: Erika
  • Senza guardarsi indietro – Pearse Lesley
    Non è molto conosciuto e quando mi si chiede di dire il mio libro preferito nessuno lo conosce… Ma è fantastico… Un viaggio con la mente e con il cuore…
    Ciò che mi fa impazzire è che non è una storia d’amore, non è un avventura, non è il solito libro banale… In quel libro c è tutto. È sicuramente una lettura di svago.. Ma che non ti fa distogliere l’attenzione nemmeno per un momento. E poi è ambientato nella Londra dickensiana.. Nell America che è fatta di sogni e speranze.. E’ emozionante. Tutto qui. (Marta)
  • L’uomo che guardava passare i treni – Georges Simenon
    Proposto da: Marta
    Verrà letto da: Andrea Ussy
  • L’età dell’innocenza – Edith Wharton.
    Un romanzo ambientato a New York agli inizi del 900 e che racconta le passioni, le convenzioni e le ipocrisie sociali dello Smart-set newyorchese. (Aurora)
  • Nessun luogo, da nessuna parte – Christa Wolf.
    Proposto da: Aurora
    Verrà letto da: Elise

Tu, mio | Erri de Luca

Titolo: Tu, mio
Autore: Erri De Luca
ErrideLucaCenni sull’autore: Cenni sull’autore:  Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d’ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.
Data di pubblicazione: 1998
Edizione: Economica Feltrinelli
Costo: Sei euro e cinquanta
Consigliato: Sì.

 

Ho conosciuto Erri De Luca l’anno scorso, ascoltandolo parlare a Torino. Non avevo idea di cosa avesse scritto, quali fossero le sue storie e quale la sua storia. Rimasi folgorata dal modo in cui parlava, con quella voce un po’ bruciata di vento marino che rimbomba sulle rocce di un promontorio. Con In alto a sinistra, che acquistai subito dopo la conferenza, si conquistò anche la mia fiducia in quanto scrittore. Ho sentito adesso, in un periodo di stanchezza mentale, il bisogno di ritrovare le sue parole.

«Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto in un giardino dove gli altri ballano al ritmo di una musichetta… […]».

tu,mio

 

Tu, mio è il racconto di un’estate al mare, di un ragazzo su un precipizio di sentimenti che scopre, custodite dentro di sé, emozioni contrastanti, quasi estranee per la novità con cui gli si presentano, eppure in fondo sempre conosciute, accolte con abbandono in quanto parte di un grande rito di passaggio – e con la consapevolezza, quindi, che esse lasceranno su di lui un segno, come i denti di una murena capace di penetrare non solo la carne della mano ma anche lo spirito. L’odio, l’amore, la cattiveria, il desiderio di offrire protezione…  I grandi sentimenti che preludono all’età adulta e all’ingresso nella vera umanità sono trattati con delicatezza, assottigliati dal sapiente paroliere che è Erri: essi appaiono scabri come ciottoli, leggermente bruciati dal sole e dal sale, scolpiti in eguale misura dall’acqua e dal vento. Prendiamo in mano il primo innamoramento come una stella marina, un riccio o una conchiglia dal profilo affilato.

Impariamo che anche un nome possiede una sua cadenza magica – Caia, Haia, Haiele – fatta apposta per essere ripetuta dalla bocca di un giovane innamorato; impariamo che in chiunque si può riconoscere la traccia di una persona che abbiamo perso, se solo siamo disposti a crederlo possibile.

Impariamo che si può invecchiare di anni in pochi giorni, di nascosto: capita allora di dover buttare via le scarpe vecchie e di camminare scalzi sulla spiaggia rovente, sbilanciati verso età che non ci appartengono ancora ma che già sentiamo nostre. Siamo diversi, lo dicono tutti: ma chi siamo diventati? Persino le mani hanno assunto una nuova ruvidezza, fatta di sale, sabbia e spine sottopelle.

Impariamo che l’odio di un ragazzo scoppia come un petardo, violento e sordo, per ragioni che si impossessano di lui totalmente, mentre certi uomini sopravvissuti all’odio – alla sua intera declinazione, appresa in guerra – diventano incapaci di odiare, di mettersi contro un altro essere umano.

Impariamo la pazienza dei pescatori, la fatica di uomini che cavalcano il mare in burrasca consci di poter solo addomesticare (e non domare, come alcuni sciocchi credono) quella bestia, soprattutto di non doverla mai offendere o defraudare.

Impariamo anche altre cose, ma andate e scopritele: aprite questa piccola ostrica e cogliete il suo segreto. Non ci vorrà molto, è un viaggio di poche pagine. La voce che ce le racconta è inconfondibile.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Erri de Luca potete leggere la recensione di:
-> In alto a sinistra


Il pozzo letterario | Invito (calorosissimo) alla partecipazione

Chi sta parlando? Piacere, Anastasia. Liceale sedicenne – quasi diciassettenne! – e fedele adepta non solo del sacrosanto libro, ma anche del Un buon libro, un ottimo amico. Leggo seriamente solo da pochi anni, ma con tanta dedizione (tradotto: in modo onnivoro, compulsivo e mai, dico mai stanco di se stesso). La mia libreria invoca aiuto ma io non l’ascolto, e compro tanto quanto leggo, cosa che mi crea non pochi problemi di carattere tecnico-logistico. Ma potendo vantare un minimo di inventiva, il posto per i nuovi arrivati lo trovo sempre ignorando bellamente la mia torbida coscienza. Si capirà da queste poche rige che sono tutto tranne che una persona seria, responsabile et similia: anzi, beffarmi di me stessa è la mia principale occupazione. Cosa che ha i suoi vantaggi, ma anche le sue conseguenze.

Visto che agli utenti di Goodreads sembra piacere, vi propongo una nuova “catena di lettura”, cioè Il pozzo letterario. Ci sono dei libri che consigliereste caldamente a chiunque? Magari sono libri che amate, ma che pensate non abbiano la notorietà che si meritano, o comunque libri che vi sono piaciuti particolarmente e vorreste far leggere a più gente possibile, indipendemente da quanto siano conosciuti. Bene, è arrivato il momento di metterli in gioco.

L’idea di questa sorta di “pozzo letterario” è quella di proporre ogni mese due titoli che vorreste fossero letti per i più svariati motivi e leggere in cambio un titolo tra le tante proposte. Potranno essere libri di qualunque genere letterario, nessun tipo di limite: quindi narrativa, ma anche poesia, teatro, biografie e autobiografie, saggi (a vostro rischio e pericolo), tutto quello che volete. Due sole cose vi si chiedono:

– che i libri proposti siano reperibili facilmente, in modo da non essere costretti ad andare in capo al mondo per trovarli.

– che motiviate con due righe di spiegazione il perché delle vostre proposte, in modo da incitare alla lettura chi si ritrova a dover scegliere (non dite solo “bellissimo!”, siate persuasivi!).

La scelta di proporre due titoli invece di uno trova subito spiegazione: vorrei ci fosse la più ampia scelta possibile, in modo da andare incontro ai gusti di tutti. Stesso motivo per cui avete completa carta bianca sui titoli da proporre: facciamo circolare, circolare e circolare e condividiamo. L’idea è proprio quella di uno scambio letterario informale e libero, dove per quel che si da si riceve altrettanto. Ma attenti: una volta che un titolo tra i proposti viene scelto, è depennato dalla lista delle possibili proposte e lasciato a chi si è preso carico della sua lettura. Questo per far sì che tutte le proposte abbiano le stesse opportunità, non vorrei mai che tutti si avventassero sullo stesso titolo lasciando nel dimenticatoio tutti gli altri. Le proposte sono aperte per quattro giorni: scaduto il tempo, queste vengono chiuse e raccolte in un elenco. Nel momento in cui questo elenco sarà disponibile, potrete accalappiarvi il titolo adocchiato e verrete segnati come “proprietari” di quella lettura. Avrete tre giorni per scegliere prima che l’elenco mensile di proposte venga chiuso. Potete cominciare a leggere dal momento in cui avete reperito la vostra scelta, la lettura dovrà essere terminata e possibilmente commentata entro trenta giorni dalla chiusura delle scelte. Potete lasciare delle mini-recensioni con foto del libro nell’album apposito creato per questa iniziativa.

Termini: Le proposte vanno dal 9 al 16 Febbraio. Dal 16 al 20 si vota e poi si legge entro il 31 Marzo.

Le proposte devono essere fatte sul blog. Le votazioni saranno fatte sul blog.

Le recensioni dei libri letti devono essere mandate a luana_cau@hotmail.it accompagnate da una foto del libro (meglio se autoprodotta e personalizzata).


Il vizio di parlare a me stessa | Goliarda Sapienza

Titolo: Il vizio di parlare a me stessa
Autore: Goliarda Sapienza
Cenni sull’autore: «Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio),Il filo di mezzogiorno (Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. (Per continuare a leggere, clicca qui)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 251
Consigliato:

 

<<Ricordare è tutto: l’etica fondamentale della vita>>

7) Il vizio di parlare a me stessa

E’ intima Goliarda. E infatti questo non è un romanzo. Il vizio di parlare a me stessa è il nome sotto cui sono stati riuniti i suoi taccuini, nei quali scriveva pensieri, fugacità, in cui annotava rabbie e frustrazioni, ma anche momenti semplici, come un raggio di sole preso sul mare; sono i taccuini che lasciò in eredità ad Angelo Pellegrino, il marito, il quale ora li regala a noi, scoprendoci una nuova parte di questa scrittrice che il Novecento ha mal compreso e poco valorizzato. Si tratta degli anni ’80, Goliarda è una sessantenne che ha occhi e sensibilità per qualsiasi cosa le accada intorno, nulla le sfugge, è una vera e propria protagonista del suo tempo, ha l’attualità in pugno e realizzare confronti generazionali le viene facile, se pur doloroso. Figlia di Maria Giudice, convinta socialista, e di Giuseppe Sapienza, anch’egli socialista, la Goliarda dei taccuini è alle prese con difficoltà economiche, le quali la costringono ad accantonare il richiamo letterario, per spingerla nuovamente verso il mondo del teatro, dove guadagna dando ripetizioni di dizione. Il teatro, così come il cinema, non le aggradano, sono mondi claustrofobici, è solo con la scrittura che si sente libera. E dunque riempie fogli, fogli, fogli, che noi ora possiamo leggere, sviscerare, quasi violando l’intricata mente di una donna la cui penna fu un vizio, un vizio per lei, al pari del tabacco e del bere, e un vizio per noi, lettori, che ne vorremmo sempre di più, sempre un pezzetto in più.

La lucidità della scrittrice è lampante: quello che dovrebbe essere un diario di segreti, sembra in realtà la bozza di un articolo di giornale, talvolta, o di un romanzo, tanta è la linearità e la coerenza di idee. Salta subito all’occhio la necessità di ricercare quel disordine geniale, demoniaco, sublime irrazionale nello stile, ma non nelle idee, che sono chiare, sì, piene di vita, ma compatte, non sfugge una sola virgola nonostante raccolgano tutti gli aspetti della vita interiore della scrittrice, ma anche esteriore, quella che la circonda. E’ di quegli anni il riconoscimento di mille figli naturali, la cui notizia, appresa da un quotidiano, getta Goliarda in alcuni pensieri malinconici riguardo la sua sterilità, il suo bisogno di sentirsi madre, una figura così ricercata, tanto che poi, più avanti, dirà del dolore di non poter più pronunciare la parola mamma in seguito alla morte di questa; è forte il dolore del distacco materno, ma è altrettanto forte il dolore dell’impossibilità di non poter ricoprire questo ruolo così ambito, che le darebbe un impegno personale, ma anche sociale. Ma per Goliarda è un attimo, e dalla sfera privata, da un dolore che sente come intimo e segreto, si passa subito alla necessità di valutare ciò che accade intorno: la ripercussione del comunismo. Quest’ideologia ormai tramontata, che ha scosso i fiori del campo italiano come un vento imperterrito, viene valutata negativamente da Goliarda che, dopo un viaggio in Russia e in Cina, dopo la sua esperienza transiberiana, sente di dover rigettare questa lezione politica e si chiede cosa accada alla sua generazione, figlia di fascismo e comunismo, così imborghesita e reazionaria. Proprio per separarsi nettamente da questo imperante atteggiamento borghese, ruba oggetti di valore e viene condannata ad un periodo di reclusione a Rebibbia; un atto di sfida, ricercato e mai rivalutato che la conduce in carcere, dove le sembra di trascorrere il periodo più vero della sua vita, circondata da donne sature di esperienze, di sentimenti, di insegnamenti. Ed è sulle donne che spesso Goliarda si sofferma, da quelle come Virginia Woolf, che con il loro passo forte e deciso hanno saputo sfidare oltrepassare la linea di confine e farsi sentire dagli uomini, a quelle che invece sono la condanna della propria stessa stirpe con i moralismi e le lingue da serpi. Poi amici, innumerevoli amici, Goliarda sente di non esserne mai stanca, di volerne sempre di nuovi, affamata di vita come è, e benedice la gioventù, della quale coglie sofferenze e egoismi. C’è il viaggio in Europa, con un ritratto così vivido da poter quasi sentire l’odore dei canali di Copenhagen. E nomi di letterati, Moravia, Pasolini che, come lei, hanno contribuito al proprio tempo, rendendo gli anni Ottanta italiani un palco di produzione artistica notevole, della quale non rimane che essere nostalgici. E la morte, la morte come spettro, ma non come paura, perché in fondo la morte è di chi rimane, non di colui che la vive in prima persona.

E di Luana? Di Luana-lettrice che ne è stato? E’ presto detto. Conoscevo già Goliarda Sapienza, ne lessi L’arte della gioia ormai quattro o cinque anni fa, restandone affascinata e eroticamente ammaliata. E prendere possesso di questi Taccuini, scoprire chi è stata Modesta, la protagonista del romanzo appunto citato, per Goliarda, scoprire quanto sia stato doloroso il travaglio editoriale di questo imperdibile personaggio per questa madre letteraria così spesso rifiutata, è stato un colpo. Non un colpo che mi abbia indebolita, l’ho recepito, anzi, come quelle palle di cannone che poi rimangono sulle mura ad abbellirle nei secoli, come un orpello invidiabile. Mi sono sentita vicina a questa donna, naturalmente ammirata, e, inevitabilmente, invidiosa dell’incredibile capacità di raccontarsi e di raccontare, di analisi, di comprensione. Ho sentito dolorosamente vivo e mio il passaggio in cui Goliarda spiega cosa sia per lei Angelo che va via, quando il lavoro lo porta lontano da lei, e tutto diventa assenza, ma mai elemosina d’amore, è una donna, questa scrittrice, che sa affidarsi al proprio uomo, ma tiene forte la sua posizione, ama appassionatamente, ma non dimentica di amare anche se stessa. Pensieri e parole come proiettili a volte, e a volte come carezze, che mi hanno convinta che pensare e scrivere, e sopratutto, ricordare, siano azioni fondamentali, quasi etiche, quasi dei doveri per il rispetto degli altri, e anche di se stessi. Ho letto inquietudini che sono un po’ anche le mie, e trovato risposte che cercavo senza saperlo. Mi sono nutrita del focolare di Goliarda sapendo che di donne ce ne sono tante, ma di donne così ce ne sono veramente poche.

Luana Cau


La sonata a Kreutzer | Lev N. Tolstoj

Titolo: La sonata a Kreutzer
Autore: Lev N. Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”,“Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo“Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Edizione: Bur Superclassici
Traduzione: Mario Visetti
Numero pagine: 151
Consigliato: Assolutamente sì

Sono un rudere, io, un menomato. Una cosa sola c’è in me, so “io”: e ho fede di sapere quello che non tutti riusciranno a conoscere tanto presto.

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Qualche tempo fa, nel tentativo di consolare un’amica che, avendo lasciato il proprio ragazzo e avendolo rivisto con un’altra, si sentiva quantomai sola e ripeteva “Alla fine rimango sola sempre e solo io”, ho compiuto uno degli errori più grossi della mia carriera di consolatrice. Le ho risposto, con la convinzione di darle sicuramente molto sollievo, quello che da tempo ho constatato: “Sei solo anche quando stai con qualcuno”. L’altra ragazza che era al momento con noi ha tremato sul posto, tanto il movimento di dissenso espresso dalla sua testa era forte. “No, se stai con qualcuno non sei solo”, ha detto mitigando l’indignazione con una risata nervosa “solo che…” ed è passata ad altre consolazioni socialmente più accettabili.
Be’, bella mia, bisogna vedere allora che cosa si intenda per solitudine. Se si fa riferimento solo al piano fisico, allora tanto vale prendersi un gatto. Ma se si intende quello spirituale, allora posso portare sul banco delle prove tutta una caterva di sensazioni, pensieri, angosce e costrutti mentali che dimostrano quanto due persone, seppure insieme, seppure unite in una relazione più o meno stabile, siano in realtà lontane anni luce e addirittura parlino (e più spesso non parlino) lingue diverse.
Se avete letto il libro, capirete perché io, incontrando Pozdnysev su quel treno diretto dalla notte verso l’alba, mi sia sentita invasa da un sentimento di rivalsa.

“L’amore… l’amore è la preferenza assoluta di una, o di uno, nei confronti di tutti gli altri.”
“Preferenza per quanto tempo: un mese, due mesi, mezz’ora?”
“No, scusi, lei evidentemente parla di un’altra cosa.”
“No, parlo proprio di questo. […] È una cosa che succede solo nei romanzi, nella vita vissuta non capita mai. Nella vita pratica succede forse che tale preferenza duri un anno, ed è già un fatto raro, più spesso mesi, quando non settimane, o giorni, o anche ore”[…]
“Oh, ma che dice! Ma no, via!” esclamammo tutti a una voce.
“Sì, signori, lo so bene” scattò il signore canuto alzando la voce più di noi. “Voi parlate di ciò che credete avvenga, io parlo di ciò che è. Ogni uomo prova per qualsiasi bella donna quello che voi qualificate amore.”

Quando una scultura è coperta da un velo, possiamo indovinarne il soggetto dalle forme, la bellezza dalla grazia dei lineamenti, dall’armonia dei drappeggi. Ma se, caduto il velo, vi scopriamo un mostro, allora solo due cose possiamo fare: ricoprirlo rapidamente, per non vederlo più, e star bene attenti a non dirlo a nessuno, oppure possiamo fermarci a contemplarlo e prendere atto della sua esistenza. Se una qualche bruttura ci viene rivelata da un’esperienza personale, e quindi ci troviamo come l’illuso ammiratore che vede cadere il velo, percepiamo la colpa come nostra, vedendo che nessun altro ha scoperto la verità (non può essere vero se nessuno l’ha visto). E stiamo zitti, cercando di ricordare l’impressione che la scultura coperta ci aveva dato. Ma provate a levare il velo all’improvviso davanti a un gruppo di persone prese dall’ammirazione per quelle forme idealizzate: la disillusione li armerà contro di voi.
Tolstoj fa questo: prende un uomo disilluso che si fa beffe dell’amore come sentimento nobile ed elevato, trattandolo per quello che è – un desiderio fisico, lo mette in un treno tra tanti illusi, e poi lascia che racconti la sua storia, mentre il giorno diventa notte e la luce abbandona sempre più il suo volto tanto da lasciare distinguibile, verso fine, solo la sua voce. Una voce tra le tante, una voce come le altre. Poi, è l’alba. Si scende dal treno e tutto ricomincia.

Il treno di Tolstoj va dritto dritto verso il punto che lui vuole smuovere nelle coscienze dei suoi contemporanei: poiché l’amore è fisico, e di conseguenza è cosa ben volubile, allora diamoci alla castità, e sposiamoci definitivamente, senza mai divorziare, per giustificare la nostra maialeria e riscattarci dal nostro peccato educando i figli alla castità. E se poi ci estinguiamo, allora sarà il regno di Dio (tanto prima o poi deve accadere). Ed è qui che la nostra idea diverge, solo nel rimedio. Perché per giungere a questa cattolicissima conclusione, lui opera le persone a cuore aperto, tirando fuori i pensieri e le realtà più viscide e inguardabili, senza cercare di occultare alcunché: Pozdnysev è cinico anche verso se stesso, non è pronto a trovare in altri la giustificazione della propria condotta.

Per sottolineare quanto il suo racconto sia molesto, Pozdnysev alterna le parole alle scuse. Scusi se vi incomodo, sarà stanco, non vorrà più ascoltarmi, né salutarmi e tenermi la mano. Con la rassegnazione di chi sa di aver compiuto un reato imperdonabile (anzi, due).

Tolstoj non è poi così cinico, se si considera la soluzione che propone all’impossibilità dell’amore coniugale. Mi meraviglio dell’ingenuità della sua conclusione, dopo la performance di Pozdnysev. Ha fatto molto di più Saul Bellow, quando in  Un futuro padre  ha scombussolato un normalissimo fidanzatino con il terrore di mettere al mondo figli disgraziati, odiosi, aventi tutti i difetti peggiori della loro madre e dei loro nonni, lo ha fatto decidere sulla necessità di troncare ogni rapporto con la fidanzata scroccona e arraffona, e poi, come se nulla fosse, gli ha fatto dimenticare tutto grazie al fatto che la fidanzata ha deciso di lavargli i capelli, e gli ha massaggiato dolcemente la testa.
Ma erano tempi diversi, religioni diverse. Col tempo, sicuramente, ci siamo inaciditi.
Sempre sotto il velo, però.

Elisa Lai

Sempre riguardo Lev Tolstoj potete leggere la recensione di:
-> Guerra e pace


I figli della mezzanotte | Salman Rushdie

Titolo: I figli della mezzanotte
Autore: Salman Rushdie
Data di pubblicazione: 1980
Edizione: Oscar Mondadori Contemporanea
Traduzione: Ettore Capriolo
Numero pagine: 660
Costo: 11 euro
Consigliato: Vivamente sì

I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta; ma non devono mai diventare la creazione bizzarra di una mente sconnessa e malata. No: la malattia non c’entra.

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Accade con i libri made in India una sorta di rituale da lettore, un qualcosa che accade anche quando si legge l’America Latina, ossia, quando si apre uno di questi romanzi, si iniziano già a sentire odori, rumori e voci come se si fosse stati risucchiati in una torre di Babele, e la protagonista indiscussa è già lì, l’India entra in scena ancora prima dei personaggi. Ma lontani anni luce dalle atmosfere di Aladin e anche da quelle malconce periferie che ospitano gli innumerevoli appartenenti alle caste inferiori e in cui attingono la penna scrittori contemporanei sempre desiderosi di denunciare l’ultima realtà sociale degradata alla moda, con Rushdie il percorso è totalmente nuovo, siamo in India, ma dalla parte di coloro che, si può dire, hanno soldi abbastanza da vivere agiatamente e siamo in un periodo storico che va dal 1947 agli anni ’80. Una cavalcata temporanea che va dall’India dell’Indipendenza a quella di Indira Ghandi, in un processo di modernizzazione e svecchiamento di un Paese la cui storia non può affatto essere svecchiata, in cui accanto alle automobili di ultima fabbricazione troveranno sempre posto le vacche sacre. A Saleem Sinai è affidato il compito di raccontarci cosa accadde, ma il modo è bizzarro, si tratta infatti di una sorta di biografia, di un insieme di memorie appartenenti ad un personaggio alquanto singolare il cui narrare degli eventi di portata nazionale è reso possibile dal fatto che sembra che questi si intreccino indissolubilmente con quelli della sua vita privata.

Saleem nasce a mezzanotte il 15 Giugno del 1947, momento in cui nacque l’India sotto il baluardo della tanto agognata Indipendenza, e questa data lo renderà magico, lui, come tutti i bambini nati in quella fatidica mezzanotte che calò su di loro come una maledizione o una sorta di rimedio da fattucchiere del destino. Questa è l’apertura. E allora, forse, ci si aspetterebbe un romanzo serio, una cronaca, una lineare rappresentazione degli eventi al fine della conoscenza storica. E invece no. Risucchiati nel vortice da quest’apertura:

Io sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Bé, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arriva le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro, diciamolo chiaro; nell’istante in cui l’India pervenne all’indipendenza, io fui scaraventato nel mondo;

si viene poi completamente stravolti. O perlomeno, è ciò che è successo a me. L’ho iniziato in un giorno di Gennaio in cui i toni dell’allegria erano lontani dal coinvolgermi, e così decisi di iniziare un libro così, un libro indiano, perché avevo bisogno di magia. Ho fatto la scelta adatta perché, in un mese intero di lettura, ogni volta in cui ho aperto le pagine di questo libro ho potuto sganciare i piedi dal solido pavimento della mia camera e andare ad assistere con i miei occhi agli avvenimenti di un paese in rivolta, ma, prima ancora, agli avvenimenti di un personaggio in rivolta con se stesso, con la propria data di nascita, con la propria genealogia, e con la propria, innegabile, bruttezza. Il ceppo si innesta su una famiglia in cui sono magici e fatali i ritorni, le coincidenze, le scelte prese nel giro di un secondo che rendono per sempre diverse le conseguenze di un’intera famiglia. E’ stato per questo motivo, per il ricordo penetrante di qualcosa che avevo già letto, che ho iniziato a sentirmi parte de I figli della mezzanotte, perché la struttura famigliare, il modo in cui i personaggi venivano a me era lo stesso ed identico del tanto amato Middlesex; indianità e grecità si trovavano accomunate dalla presentazione quasi mitologica degli avi di una famiglia destinata a quelle grandi e piccole cose che accadono in ogni famiglia, ma nelle famiglie letterarie ancora di più. E così, a partire da un nonno tornato medico e innamoratosi della sua pazienza pezzo per pezzo attraverso il buco di un lenzuolo, arriva Saleem Sinai, che, essendo nato nella fatidica mezzanotte, ha un potere: il suo è quello della telepatia. Vissuto da sempre con la convinzione di dover rivestire un ruolo fondamentale nella propria nazione, surclassato da una sorella che diventerà una cantante di fama nazionale, preso in giro per le bizzarre deformazioni che lo rendono un brutto bambino, Saleem diventerà adulto attraverso una vita rocambolesca segnata da due principali eventi. Il primo di questi, appunto, la scoperta di essere telepatico, di poter guardare nel cuore degli uomini, potere che lo aiuterà a fondare la Conferenza dei Figli della Mezzanotte, essendo sua volontà quella di riunire tutti i suoi fratelli dovuti al legame dell’attimo di nascita per creare una società di bambini magici che giovino al proprio paese con i poteri di cui sono capaci. Il secondo di questi, la perdita di questo potere e l’acquisizione di un altro: quello dell’olfatto sensitivo, la messa appunto della scienza dell’etica nasale attraverso cui egli può decifrare negli odori i sentimenti, i fallimenti, i progetti di chi lo richieda per lui.

Si accompagnano a queste due tappe fondamentali, un errore fin dalla nascita, un fratello di coincidenze che lo terrorizzerà a vita, una guerra che non gli appartiene, un amore incestuoso, l’amnesia totale del proprio nome, mentre il Bangladesh ottiene l’indipendenza, così il Pakistan, mentre il comunismo dilaga in India ed Indira Ghandi promuove la campagna per la diminuzione drastica delle nascite. Una lezione di storia che ha i toni dell’inverosimile, in cui tutto diventa il contrario di tutto, e a chi legge non rimane che credere al racconto strampalato di un bambino, poi adulto, megalomane il cui desiderio di pervenire ad uno status di rilevanza nazionale non farà che intralciare il sereno svolgimento delle vite di chi lo attornia.

Questo non è un libro comune, non è le stereotipo dell’India, ci si ritrovano, sì, tanti elementi già conosciuti, ma Rushdie è uno scrittore geniale, e non ha attinto nemmeno una volta da quel pentolone di luoghi comuni spesso utilizzati per presentare a noi snob occidentali un mondo tanto diverso dal nostro. La connivenza di tantissime divinità spesso tra loro in conflitto, la credenza superstiziosa, il convivere di antico e moderno sono presentati in chiave ironica da un uomo che conosce il proprio Paese, che ha subito il giudizio religioso di una fatwa, una condanna, proprio per i toni scanzonati con cui parla della religiosità. C’è un’opera di coscienza tale in questo autore, mista ad uno stile ridanciano, che sa denunciare, ma senza elevarsi al punto di dire che la soluzione è quella alla quale è pervenuto lui, che non si può relegarlo al ruolo del solito ‘mistico d’oriente’. Rushdie – ancora più di Pamuk – è un orientale che conosce i costumi occidentali e ha saputo raccontare la propria identità in modo tale da non rendere un divario troppo ampio rispetto ai secondi senza, tuttavia, scadere nell’etnico da tre soldi.

L’amore, il ruolo fatale delle donne, un sentimento imprenditoriale misto a superstizioni, personaggi improbabili che si avventurano nelle mezzanotti di queste pagine, sono tutti elementi strettamente attorcigliati ad eventi storici che Rushdie mi ha raccontato senza presunzione, non in una comune lezione di storia, ma in un romanzo che è un capolavoro di divertissement e serietà congiunti al punto tale dal sentirsi presi in giro, ma solo al punto di una risata che si riprende giusto in tempo per continuare ad ascoltare. Come quando un bravo professore che sa di dover affrontare un argomento noioso a lezione fa le battute giuste al momento giusto sapendole dosare in modo da dare un po’ di leggerezza in cambio di ancora maggiore concentrazione.

Se un po’ vi ho incuriositi, andate pure a leggere a farvi incantare dalle parole di Saleem/Salman che sono sicuramente narratori molto più abili e meno pasticcioni di me.

Luana Cau


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