Bellezza e tristezza | Yasunari Kawabata

Titolo: Bellezza e tristezza
Autore: Yasunari Kawabata
Cenni sull’autore:  Kawabata Yasunari, nato a Saka nel 1899, è morto suicida nel 1972. Nel 1968 gli è stato assegnato il premio Nobel per la letteratura. Tra i suoi romanzi: Mille gruIl suono della montagnaIl paese delle nevi( Einaudi 1959), La casa delle belle addormentateBellezza e tristezza (Einaudi 1985), Il sogno del piviere (Einaudi, 2005), La banda di Asakusa (Einaudi, 2007), Immagini di cristallo (Einaudi, 2007) e Il maestro di go (Einaudi, 2012).
Traduzione dal giapponese di Atsuko Suga.
Edizione: Einaudi
Pagine: 171
Consigliato: sì!

bellezzatristezza

A lettura ultimata ho un momento di sbatti-ciglia piuttosto in riga con la mia sensibilità decisamente occidentale che cozza con quella giapponese: si riconfermano gran parte delle sensazioni, perplessità divertita – lo confesso – davanti a certi modi di esprimere i propri sentimenti (mordersi a vicenda quando si vuole infliggere del male al proprio partner per riscattarsi), certi modi di pensare e ancora certe ostinazioni che vanno fuori dai miei codici, principi e abitudini, e proprio perché non è un codice con cui io mi relaziono con la realtà immancabilmente arriva quel momento in cui subentra una sorta di retrogusto in mezzo all’assurdo, in cui subentra la fascinazione che si potrebbe provare davanti ad un curioso alieno che si può osservare da lontano. Motivo per cui alla fine si riconferma sempre interessante leggere di questi strani alieni che aprono le finestre all’uomo dall’altra parte del mondo.

Bellezza e tristezza, appunto, non fa una piega, per quanto alla fin dei conti non abbia una trama al di fuori di ogni previsione. Le dinamiche si concentrano su una sorta di pentagono: c’è Oki, scrittore ormai in là con gli anni, che desidera tornare sulle tracce di una sua vecchia fiamma, la pittrice Otoko, con cui intrattenne una relazione tanto tempo prima, e che gli permise di scrivere il suo acclamato capolavoro: La sedicenne, dal momento che sì, Otoko aveva solo sedici anni e lui invece proprio non direi che fosse giovane, una sorta di Lolita-Humbert. Tutto sarebbe rose e fiori se le dinamiche si fermassero qui, ma subentra non solo la moglie di Oki, Fumiko, che subisce l’umiliazione del tradimento copiando il suo manoscritto a macchina; ma anche la generazione successiva con il figlio Taichiro e l’allieva della pittrice, la diciannovenne Keiko.
Inutile dire che finiranno per andare in una sorta di calderone dove uno sfiora l’altro attraverso il loro ruolo preciso all’interno della storia, come pedine su una scacchiera.
Forse in realtà tutto il motore della vicenda è proprio Keiko, che si pone come interprete di una giustizia talmente intransigente da suonare agghiacciante nella sua logica, e proprio per questo quasi disumana, iperbolica, non adatta ad una persona e una mente che fa i conti con la realtà di sempre, di tutti i giorni. Forse è l’unico personaggio che sembra destinato a rimanere a fine lettura, lei sopra tutti gli altri che non possono far nient’altro che farsi trascinare dalla sua corrente – colpevoli forse di una certa passività – , e se messi a confronto risultano più pallidi, più “normali” di sicuro, meno risaltanti; in fondo sono comuni personaggi appartenenti ad una storia che in fondo è la copia di una copia di una copia se guardiamo le dinamiche e la trama. Curioso, è la seconda volta nel giro di un mese di lettura che mi capita di fare i conti con un personaggio che ha idealizzato completamente ciò che lo circonda, lo ha piegato ai suoi principi e lo ha inevitabilmente travisato. Se c’è una cosa su cui sono sicura è che se incontrassi una Keiko nella mia vita..per carità, alla larga da me: agli, rosari, crocifissi, mascotte e così via. Daaah!
In tutta la fatalità della vicenda ci ritrovo la moderna tragedia greca, che effettivamente si confa così bene ad una sensibilità come quella giapponese. Più a loro che a noi, paradossalmente. Ed è vero: per quanto guarda caso mi trovi a cozzare pure con i classici greci, subisco anche da loro una certa fascinazione per questi processi così rigorosi e dettati da questa sorta di marchio “sentimentale” indelebile, a cui tutto è dovuto, anche il sacrificio della razionalità e del rassegnato e/o umile ridimensionamento dei propri mali e di quelli altrui. Keiko parte in quarta come una protagonista tutta greca ed è per questo che alla fine riconosco a Kawabata quella soggezione mista a fascino che crea non solo negli altri personaggi, ma anche in me!
(Come già specificato: tanto curiosa e affascinante, per carità, ma la dovuta distanza prego)
Un mix interessante questo: il senso quasi rivisitato della tragedia greca misto a una sensibilità tutta giapponese, e ne esce fuori Bellezza e tristezza.

Oddio, adesso dire che Bellezza e tristezza si ferma solo a questo è errato: si discosta dal semplice scivolare sotto un suo antenato con lo stile di Kawabata, la sensazione che ancora prima della trama subentri la neccessità di dipingere quadri su quadri fra le pagine – proprio come Otoko – tant’è vero che a volte ci sono delle vere e proprie didascalie su opere artistiche. Il suo stile è impegnativo – ci ho messo più tempo rispetto alla mia norma per leggere questo libretto -, come alcuni lo hanno elogiato per questi ritratti così suggestivi dei paesaggi, dei personaggi e delle loro azioni – quasi fossero statue dinamiche sempre pronte a fermarsi e posare per l’autore -, altri lo hanno additato un po’ deludenti per lo stesso motivo, questa perdità della spontaneità forse, l’essere più inquadrato, rigoroso o geometrico (ma come parlo, ahahah) rispetto ad altri come Murakami etc. Che dire, so’ due autori decisamente diversi, interessante per noi occidentali paragonare i vari autori giapponesi, ma non vedo perché questi debbano per forza rientrare nello stesso insieme, se non per il fatto che abitano nello stesso paese. Come variano un Alfieri e un Goldoni (eh, direi proprio), variano anche Kawabata e Murakami etc etc.
Però lo ammetto anche io, questa sensazione di spostarsi solo da quadro in quadro con il filo connettore di una trama non è esattamente ciò che più si addice ai miei gusti, per quanto non possa fare a meno di notare le considerevoli (!) abilità di Kawabata.
(Mi vien da ridere a parlare di “considerevoli abilità” in merito a un Premio Nobel, però, va detto oh)
Forse l’unica cosa per cui mi sento di storcere il naso è questa altalenante farraginosità dello stile, ogni tanto Kawabata esprime concetti due volte nel giro di poche frasi – come se non riuscissi a tenere il filo del discorso – o ancora prima ripete nomi, aggettivi, parole che danno allo stile quella sensazione della “ripetizione macchinosa”.
E come inteso prima, i personaggi di questa storia rimangono confinati ai loro quadri, alla loro composizione e sono interessanti proprio perché immersi là e solo là: non sono quei personaggi a cui ti affezioni irrimediabilmente e che ti sentiresti di trasportare qui, nella tua realtà attuale, pensando che questi possano mantenere una loro singolarità se messi alla prova dalla quotidianità. Singolarità che, per inciso, in realtà non sostengono neanche nel loro stesso componimento. Keiko forse rimarebbe “unica”, ma io già espressi la mia riluttanza a rapportarmi con codesto personaggio. 😀

Anastasia Piperno

Annunci

Informazioni su unbuonlibrounottimoamico2011

Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico2011

2 responses to “Bellezza e tristezza | Yasunari Kawabata

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: