I figli della mezzanotte | Salman Rushdie

Titolo: I figli della mezzanotte
Autore: Salman Rushdie
Data di pubblicazione: 1980
Edizione: Oscar Mondadori Contemporanea
Traduzione: Ettore Capriolo
Numero pagine: 660
Costo: 11 euro
Consigliato: Vivamente sì

I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta; ma non devono mai diventare la creazione bizzarra di una mente sconnessa e malata. No: la malattia non c’entra.

DSC_0223

Accade con i libri made in India una sorta di rituale da lettore, un qualcosa che accade anche quando si legge l’America Latina, ossia, quando si apre uno di questi romanzi, si iniziano già a sentire odori, rumori e voci come se si fosse stati risucchiati in una torre di Babele, e la protagonista indiscussa è già lì, l’India entra in scena ancora prima dei personaggi. Ma lontani anni luce dalle atmosfere di Aladin e anche da quelle malconce periferie che ospitano gli innumerevoli appartenenti alle caste inferiori e in cui attingono la penna scrittori contemporanei sempre desiderosi di denunciare l’ultima realtà sociale degradata alla moda, con Rushdie il percorso è totalmente nuovo, siamo in India, ma dalla parte di coloro che, si può dire, hanno soldi abbastanza da vivere agiatamente e siamo in un periodo storico che va dal 1947 agli anni ’80. Una cavalcata temporanea che va dall’India dell’Indipendenza a quella di Indira Ghandi, in un processo di modernizzazione e svecchiamento di un Paese la cui storia non può affatto essere svecchiata, in cui accanto alle automobili di ultima fabbricazione troveranno sempre posto le vacche sacre. A Saleem Sinai è affidato il compito di raccontarci cosa accadde, ma il modo è bizzarro, si tratta infatti di una sorta di biografia, di un insieme di memorie appartenenti ad un personaggio alquanto singolare il cui narrare degli eventi di portata nazionale è reso possibile dal fatto che sembra che questi si intreccino indissolubilmente con quelli della sua vita privata.

Saleem nasce a mezzanotte il 15 Giugno del 1947, momento in cui nacque l’India sotto il baluardo della tanto agognata Indipendenza, e questa data lo renderà magico, lui, come tutti i bambini nati in quella fatidica mezzanotte che calò su di loro come una maledizione o una sorta di rimedio da fattucchiere del destino. Questa è l’apertura. E allora, forse, ci si aspetterebbe un romanzo serio, una cronaca, una lineare rappresentazione degli eventi al fine della conoscenza storica. E invece no. Risucchiati nel vortice da quest’apertura:

Io sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Bé, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arriva le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro, diciamolo chiaro; nell’istante in cui l’India pervenne all’indipendenza, io fui scaraventato nel mondo;

si viene poi completamente stravolti. O perlomeno, è ciò che è successo a me. L’ho iniziato in un giorno di Gennaio in cui i toni dell’allegria erano lontani dal coinvolgermi, e così decisi di iniziare un libro così, un libro indiano, perché avevo bisogno di magia. Ho fatto la scelta adatta perché, in un mese intero di lettura, ogni volta in cui ho aperto le pagine di questo libro ho potuto sganciare i piedi dal solido pavimento della mia camera e andare ad assistere con i miei occhi agli avvenimenti di un paese in rivolta, ma, prima ancora, agli avvenimenti di un personaggio in rivolta con se stesso, con la propria data di nascita, con la propria genealogia, e con la propria, innegabile, bruttezza. Il ceppo si innesta su una famiglia in cui sono magici e fatali i ritorni, le coincidenze, le scelte prese nel giro di un secondo che rendono per sempre diverse le conseguenze di un’intera famiglia. E’ stato per questo motivo, per il ricordo penetrante di qualcosa che avevo già letto, che ho iniziato a sentirmi parte de I figli della mezzanotte, perché la struttura famigliare, il modo in cui i personaggi venivano a me era lo stesso ed identico del tanto amato Middlesex; indianità e grecità si trovavano accomunate dalla presentazione quasi mitologica degli avi di una famiglia destinata a quelle grandi e piccole cose che accadono in ogni famiglia, ma nelle famiglie letterarie ancora di più. E così, a partire da un nonno tornato medico e innamoratosi della sua pazienza pezzo per pezzo attraverso il buco di un lenzuolo, arriva Saleem Sinai, che, essendo nato nella fatidica mezzanotte, ha un potere: il suo è quello della telepatia. Vissuto da sempre con la convinzione di dover rivestire un ruolo fondamentale nella propria nazione, surclassato da una sorella che diventerà una cantante di fama nazionale, preso in giro per le bizzarre deformazioni che lo rendono un brutto bambino, Saleem diventerà adulto attraverso una vita rocambolesca segnata da due principali eventi. Il primo di questi, appunto, la scoperta di essere telepatico, di poter guardare nel cuore degli uomini, potere che lo aiuterà a fondare la Conferenza dei Figli della Mezzanotte, essendo sua volontà quella di riunire tutti i suoi fratelli dovuti al legame dell’attimo di nascita per creare una società di bambini magici che giovino al proprio paese con i poteri di cui sono capaci. Il secondo di questi, la perdita di questo potere e l’acquisizione di un altro: quello dell’olfatto sensitivo, la messa appunto della scienza dell’etica nasale attraverso cui egli può decifrare negli odori i sentimenti, i fallimenti, i progetti di chi lo richieda per lui.

Si accompagnano a queste due tappe fondamentali, un errore fin dalla nascita, un fratello di coincidenze che lo terrorizzerà a vita, una guerra che non gli appartiene, un amore incestuoso, l’amnesia totale del proprio nome, mentre il Bangladesh ottiene l’indipendenza, così il Pakistan, mentre il comunismo dilaga in India ed Indira Ghandi promuove la campagna per la diminuzione drastica delle nascite. Una lezione di storia che ha i toni dell’inverosimile, in cui tutto diventa il contrario di tutto, e a chi legge non rimane che credere al racconto strampalato di un bambino, poi adulto, megalomane il cui desiderio di pervenire ad uno status di rilevanza nazionale non farà che intralciare il sereno svolgimento delle vite di chi lo attornia.

Questo non è un libro comune, non è le stereotipo dell’India, ci si ritrovano, sì, tanti elementi già conosciuti, ma Rushdie è uno scrittore geniale, e non ha attinto nemmeno una volta da quel pentolone di luoghi comuni spesso utilizzati per presentare a noi snob occidentali un mondo tanto diverso dal nostro. La connivenza di tantissime divinità spesso tra loro in conflitto, la credenza superstiziosa, il convivere di antico e moderno sono presentati in chiave ironica da un uomo che conosce il proprio Paese, che ha subito il giudizio religioso di una fatwa, una condanna, proprio per i toni scanzonati con cui parla della religiosità. C’è un’opera di coscienza tale in questo autore, mista ad uno stile ridanciano, che sa denunciare, ma senza elevarsi al punto di dire che la soluzione è quella alla quale è pervenuto lui, che non si può relegarlo al ruolo del solito ‘mistico d’oriente’. Rushdie – ancora più di Pamuk – è un orientale che conosce i costumi occidentali e ha saputo raccontare la propria identità in modo tale da non rendere un divario troppo ampio rispetto ai secondi senza, tuttavia, scadere nell’etnico da tre soldi.

L’amore, il ruolo fatale delle donne, un sentimento imprenditoriale misto a superstizioni, personaggi improbabili che si avventurano nelle mezzanotti di queste pagine, sono tutti elementi strettamente attorcigliati ad eventi storici che Rushdie mi ha raccontato senza presunzione, non in una comune lezione di storia, ma in un romanzo che è un capolavoro di divertissement e serietà congiunti al punto tale dal sentirsi presi in giro, ma solo al punto di una risata che si riprende giusto in tempo per continuare ad ascoltare. Come quando un bravo professore che sa di dover affrontare un argomento noioso a lezione fa le battute giuste al momento giusto sapendole dosare in modo da dare un po’ di leggerezza in cambio di ancora maggiore concentrazione.

Se un po’ vi ho incuriositi, andate pure a leggere a farvi incantare dalle parole di Saleem/Salman che sono sicuramente narratori molto più abili e meno pasticcioni di me.

Luana Cau

Annunci

Informazioni su unbuonlibrounottimoamico

Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico

One response to “I figli della mezzanotte | Salman Rushdie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: