Il vizio di parlare a me stessa | Goliarda Sapienza

Titolo: Il vizio di parlare a me stessa
Autore: Goliarda Sapienza
Cenni sull’autore: «Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio),Il filo di mezzogiorno (Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. (Per continuare a leggere, clicca qui)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 251
Consigliato:

 

<<Ricordare è tutto: l’etica fondamentale della vita>>

7) Il vizio di parlare a me stessa

E’ intima Goliarda. E infatti questo non è un romanzo. Il vizio di parlare a me stessa è il nome sotto cui sono stati riuniti i suoi taccuini, nei quali scriveva pensieri, fugacità, in cui annotava rabbie e frustrazioni, ma anche momenti semplici, come un raggio di sole preso sul mare; sono i taccuini che lasciò in eredità ad Angelo Pellegrino, il marito, il quale ora li regala a noi, scoprendoci una nuova parte di questa scrittrice che il Novecento ha mal compreso e poco valorizzato. Si tratta degli anni ’80, Goliarda è una sessantenne che ha occhi e sensibilità per qualsiasi cosa le accada intorno, nulla le sfugge, è una vera e propria protagonista del suo tempo, ha l’attualità in pugno e realizzare confronti generazionali le viene facile, se pur doloroso. Figlia di Maria Giudice, convinta socialista, e di Giuseppe Sapienza, anch’egli socialista, la Goliarda dei taccuini è alle prese con difficoltà economiche, le quali la costringono ad accantonare il richiamo letterario, per spingerla nuovamente verso il mondo del teatro, dove guadagna dando ripetizioni di dizione. Il teatro, così come il cinema, non le aggradano, sono mondi claustrofobici, è solo con la scrittura che si sente libera. E dunque riempie fogli, fogli, fogli, che noi ora possiamo leggere, sviscerare, quasi violando l’intricata mente di una donna la cui penna fu un vizio, un vizio per lei, al pari del tabacco e del bere, e un vizio per noi, lettori, che ne vorremmo sempre di più, sempre un pezzetto in più.

La lucidità della scrittrice è lampante: quello che dovrebbe essere un diario di segreti, sembra in realtà la bozza di un articolo di giornale, talvolta, o di un romanzo, tanta è la linearità e la coerenza di idee. Salta subito all’occhio la necessità di ricercare quel disordine geniale, demoniaco, sublime irrazionale nello stile, ma non nelle idee, che sono chiare, sì, piene di vita, ma compatte, non sfugge una sola virgola nonostante raccolgano tutti gli aspetti della vita interiore della scrittrice, ma anche esteriore, quella che la circonda. E’ di quegli anni il riconoscimento di mille figli naturali, la cui notizia, appresa da un quotidiano, getta Goliarda in alcuni pensieri malinconici riguardo la sua sterilità, il suo bisogno di sentirsi madre, una figura così ricercata, tanto che poi, più avanti, dirà del dolore di non poter più pronunciare la parola mamma in seguito alla morte di questa; è forte il dolore del distacco materno, ma è altrettanto forte il dolore dell’impossibilità di non poter ricoprire questo ruolo così ambito, che le darebbe un impegno personale, ma anche sociale. Ma per Goliarda è un attimo, e dalla sfera privata, da un dolore che sente come intimo e segreto, si passa subito alla necessità di valutare ciò che accade intorno: la ripercussione del comunismo. Quest’ideologia ormai tramontata, che ha scosso i fiori del campo italiano come un vento imperterrito, viene valutata negativamente da Goliarda che, dopo un viaggio in Russia e in Cina, dopo la sua esperienza transiberiana, sente di dover rigettare questa lezione politica e si chiede cosa accada alla sua generazione, figlia di fascismo e comunismo, così imborghesita e reazionaria. Proprio per separarsi nettamente da questo imperante atteggiamento borghese, ruba oggetti di valore e viene condannata ad un periodo di reclusione a Rebibbia; un atto di sfida, ricercato e mai rivalutato che la conduce in carcere, dove le sembra di trascorrere il periodo più vero della sua vita, circondata da donne sature di esperienze, di sentimenti, di insegnamenti. Ed è sulle donne che spesso Goliarda si sofferma, da quelle come Virginia Woolf, che con il loro passo forte e deciso hanno saputo sfidare oltrepassare la linea di confine e farsi sentire dagli uomini, a quelle che invece sono la condanna della propria stessa stirpe con i moralismi e le lingue da serpi. Poi amici, innumerevoli amici, Goliarda sente di non esserne mai stanca, di volerne sempre di nuovi, affamata di vita come è, e benedice la gioventù, della quale coglie sofferenze e egoismi. C’è il viaggio in Europa, con un ritratto così vivido da poter quasi sentire l’odore dei canali di Copenhagen. E nomi di letterati, Moravia, Pasolini che, come lei, hanno contribuito al proprio tempo, rendendo gli anni Ottanta italiani un palco di produzione artistica notevole, della quale non rimane che essere nostalgici. E la morte, la morte come spettro, ma non come paura, perché in fondo la morte è di chi rimane, non di colui che la vive in prima persona.

E di Luana? Di Luana-lettrice che ne è stato? E’ presto detto. Conoscevo già Goliarda Sapienza, ne lessi L’arte della gioia ormai quattro o cinque anni fa, restandone affascinata e eroticamente ammaliata. E prendere possesso di questi Taccuini, scoprire chi è stata Modesta, la protagonista del romanzo appunto citato, per Goliarda, scoprire quanto sia stato doloroso il travaglio editoriale di questo imperdibile personaggio per questa madre letteraria così spesso rifiutata, è stato un colpo. Non un colpo che mi abbia indebolita, l’ho recepito, anzi, come quelle palle di cannone che poi rimangono sulle mura ad abbellirle nei secoli, come un orpello invidiabile. Mi sono sentita vicina a questa donna, naturalmente ammirata, e, inevitabilmente, invidiosa dell’incredibile capacità di raccontarsi e di raccontare, di analisi, di comprensione. Ho sentito dolorosamente vivo e mio il passaggio in cui Goliarda spiega cosa sia per lei Angelo che va via, quando il lavoro lo porta lontano da lei, e tutto diventa assenza, ma mai elemosina d’amore, è una donna, questa scrittrice, che sa affidarsi al proprio uomo, ma tiene forte la sua posizione, ama appassionatamente, ma non dimentica di amare anche se stessa. Pensieri e parole come proiettili a volte, e a volte come carezze, che mi hanno convinta che pensare e scrivere, e sopratutto, ricordare, siano azioni fondamentali, quasi etiche, quasi dei doveri per il rispetto degli altri, e anche di se stessi. Ho letto inquietudini che sono un po’ anche le mie, e trovato risposte che cercavo senza saperlo. Mi sono nutrita del focolare di Goliarda sapendo che di donne ce ne sono tante, ma di donne così ce ne sono veramente poche.

Luana Cau

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