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L’incantatrice di Firenze, Salman Rushdie

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Salman Rushdie. L’incantatrice di Firenze. Potrei aprire questo libro su una pagina a caso e ritrovarmi immediatamente catapultata in tempi remoti, posti all’altro capo della terra: bastano poche righe di questo autore per sentirti rapiti dalla magia e dimenticare tutto il resto. Lo leggo per questo Rushdie, perché mantiene la promessa di portarmi via, e facendolo mi conduce di volta in volta in posti nuovi, nello stesso libro, addirittura, siamo andati in India, in America, e non ci siamo mai dimenticati di passare per Firenze. Per farlo, abbiamo seguito un misterioso viaggiatore che attraversa terre sconosciute e affronta innumerevoli pericoli per farsi ricevere alla corte Mogol, al cospetto di Akbar il Grande, diretto discendente di Gengis Khan. Dovrebbero bastarvi questi pochi elementi per capire che siamo di fronte a un capolavoro letterario itinerante. Si valicano confini, si sfidano mappamondi e clessidre, e si va avanti e indietro senza fermarsi, e la mente insegue leggera e incuriosita questa trottola di parole e personaggi. Se poi vi specifico che il misterioso viaggiatore è Niccolò Vespucci, nipote del grande navigatore che fu Amerigo Vespucci, bhè, vi chiederete come faccia tutto questo a stare insieme senza diventare un gran pasticcio senza capo né coda. La risposta è una: Salman Rushdie. Lo scrittore che ha sfidato una religione, che per scrivere ha rischiato la pena di morte, è capace di questo, e ben altro. Per tutta la lettura, in sua compagnia, mi sono barcamenata tra nomi e segreti di corte, regine immaginarie e improbabili coincidenze, e la cosa grandiosa è che tutto mi è sembrato ovvio, quasi che questa illogicità fosse naturale.

Per sbrogliare questa matassa caleidoscopica potrei partire dal titolo e parlare dell’incantatrice di Firenze, chi è? Come collega Occidente e Oriente? E come può unire Machiavelli (sì, QUEL Machiavelli) e la corte Mogol? A spiegarvi tutto vi svelerei troppo, mentre voglio riservarvi il piacere della lettura e del farvi condurre da chi questa storia l’ha ideata. Posso solo accennarvi al fatto che l’incantesimo avviene tutte le volte in cui vi ritroverete a credere a cose incredibili, e vi stupirete di quanti lati comuni esistano nelle varie culture. Basta solo cambiare prospettiva. E lasciare trasportavi dalle parole.

Lasciatevi incantare da un libro che non smetterà di stupirvi sino all’ultima parola.

Luana Cau

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Cioccolata a colazione | Pamela Moore

Titolo: Cioccolata a colazione
Titolo originale: Chocolates for breakfast
Autore: Pamela Moore
Pamela Moore 2Cenni sull’autore: Salutata nel 1956 come la Francoise Sagan d’America, Pamela Moore a soli 18 anni divenne dalla sera alla mattina un clamoroso caso letterario. Cioccolata a colazione, questo il romanzo che le portò subito la notorietà, fu un vero e proprio success de scandale. Nelle sue pagine la giovanissima scrittrice affrontò, con la giusta dose di disincanto, argomenti considerati allora tabù come l’omosessualità, l’eccessivo uso di alcol, il suicidio giovanile. Per sfuggire alla curiosità ossessiva dei mass media, Pamela Moore visse quei “mesi caldi” in Europa, lontana dalla madrepatria. Così mentre il suo romanzo d’esordio sulla gioventù dorata di New York e Los Angeles vendeva milioni di copie ed i giornali si interrogavano su questa studentessa di buona famiglia che scandalizzava l’America ma conquistava l’Europa, l’autrice si dedicava, anima e corpo, ai suoi serissimi studi di storia medievale a Parigi. Un successo che non venne però replicato dai successivi romanzi e l’interesse dei giornali andò inevitabilmente scemando. Sposatasi con un giovane avvocato, Pamela Moore, sofferente, a quanto pare, di bipolarismo, si tolse drammaticamente la vita nel giugno del 1964 con un colpo di carabina. Non aveva ancora 27 anni. (Fonte: http://www.queerblog.it/post/14873/cioccolata-a-colazione-pamela-moore)
Data di pubblicazione: 1957
Edizione: Oscar Mondadori
Traduttore: Tommaso Giglio
Numero pagine: 253
Consigliato: Sì.

 

L’innocenza può essere raggiunta solo nell’amore. Credo che tu non lo sappia. Qui, chez-nous, l’amore non è mai innocente. E’ corrotto come l’occhiata furtiva di un vecchio. I cocktail falsano le sensazioni; l’oscurità nasconde la giovinezza dei corpi; gli occhi chiusi, le narici contratte, il silenzio, annullano il piacere.

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Non capisco – e tanto meno penso che capirò mai – il meccanismo per il quale alcuni libri finiscano nel dimenticatoio mentre altri rimangano scintillanti sotto le luci della ribalta. Gli alcuni libri di cui parlo, naturalmente, sono libri che valgono la pena di essere letti, che hanno conosciuto momenti di fama ed in seguito hanno perduto del tutto seguito.. Non mi preoccupo infatti di quei libri che, smaniosi della meritata fama del più forte, nell’orgia assassina della catena letteraria defraudano i pesci più piccoli, più deboli, meno leggibili, meno godibili.

Va da sé che non capisco come un libro quale “Cioccolata a colazione” di Pamela Moore sia potuto andare a finire del dimenticatoio, e non dedicherò altre parole a questo mistero al quale guardo con sdegno. Piuttosto, mi cimenterò a scrivere parole che possano, nel mio piccolo, indurre altre persone a reperire questo testo e goderne la lettura. Inizierò a parlare di questa folgorante lettura prendendomi una licenza, azzardo un altissimo paragone, dirò infatti che Pamela Moore è l’erede diretta di Francis Scott Fitzgerald. Da quest’ultimo infatti ha ereditato eleganza nello stile, disillusione nello svolgersi degli eventi, realismo nel dipingere i personaggi. E, come il mentore che le ho attribuito, sia la scrittrice, che i suoi personaggi, fanno parte della Generazione perduta. Non la stessa Fitzgeraldiana che occupò tra frizzi e sollazzi gli Anni Venti, ma un’altra, altrettanto alcolizzata, disincantata, annoiata, quella degli anni Cinquanta. Il palcoscenico è sempre l’America. L’atmosfera è sempre quella ambigua dei cocktail parties al quale già Jay Gatsby ci aveva invitati.

Cambia il punto di vista. Il filo della narrazione si dipana concentrandosi su Courtney Farrell, sedicenne figlia di un’attrice di Hollywood ormai in declino e di un padre assente nei cui confronti prova quasi paura ogni volta in cui si incontrano, come se si trattasse di uno sconosciuto. Dapprima rinchiusa tra le pareti del college di Scaisbrooke, in seguito giovane scopritrice delle false apparenze del mondo poco brillante di Hollywood, ed infine catapultata nel ritmo frenetico di New York, Courtney è un’anima infelice. Lega la sua infanzia al ricordo degli alcolici di cui era succube la madre, per diventarne vittima nell’adolescenza in un modo quasi automatico, come se si trattasse di un destino inevitabile. Depressa, smarrita nella ricerca della verità, questa giovane ragazza americana passerà dal parlare di Joyce con un’insegnante del suo college al cambiare di compagnia in compagnia maschile per porre rimedio ad un’infanzia perduta in un castello di sabbia andatosi frantumando.

Gli aspetti interessanti di questo libro andato perduto sono tanti. Omosessualità, distruzione del mito hollywoodiano, suicidio giovanile. La stessa Pamela Moore si uccise a meno di trent’anni con un colpo di carabina, e questo suo anelito di morte si avverte per tutta la narrazione. Per questo parlo di questo libro in modo così impietrito, perché sono amareggiata, ancora una volta toccata da una mano quasi mortale, proprio come mi accade quando leggo Francis Scott che, se non si suicidò, non volle sicuramente bene alla propria vita. Tutte le pagine ingiallite di questo volume trasudano amarezza, abbandono, sono come un grido d’aiuto che si perde soffocato tra litri d’alcool e notte fattesi mattino in compagnia della “ciurma”, poco assennata compagnia composta da giovani studenti rivoltosi di Yale con i quali Courtney scorrazza per New York. E questi giovani sbandati, che si annoiano nel divertimento, che nella noia stessa e nella routine avvinazzata e smodata ricercano se stessi, non sono altro che i Belli e dannati ai quali Fitzgerald già si abituò, è curioso notare che ricorrono persino delle omonimie. C’è un Anthony perduto là, c’è un Anthony perduto qua. Balza agli occhi il fatto che la frenesia con la quale i personaggi vivono è un modo azzardato di combattere il fatto che raggiungere la felicità sia impossibile. Qualsiasi aspetto dell’esistenza, persino la sessualità, è trattato con superficialità. Tanto per i giovani, quanto per gli adulti. La madre di Courtney, attrice fallita, ne è l’emblema. Impegnata a salvare le apparenze, non si cura di indebitarsi per una cifra molto più alta di quella che potrà restituire.

Ma la nota dolente di questo romanzo è il personaggio di Janet, compagna di stanza di Courtney presso Scaisbrooke e sua Caronte per la bella e giovane vita di New York, è un personaggio tragico all’inverosimile  lo scarto della società, il prodotto di un mondo che non si cura di volersi bene, e di voler bene ai propri figli. Anche nel rapporto tra le due si nota una certa forma di mutismo, quasi un’impossibilità a essere se stessi, un impasse di emozioni e capacità di conoscersi più a fondo. Parlano di ragazzi, dell’alcool che bevono continuamente e delle sigarette che una insegna all’altra a fumare. Nemmeno quando sarà troppo tardi, riusciranno a tendersi realmente la mano.

Una prosa impeccabile, un accanimento nei confronti del lettore silenzioso, ma profondo, fanno di questo romanzo un prodotto imperdibile. E ne fanno per me un oggetto di inestimabile valore, in quanto giuntomi dalle mani di una persona amata che, per me, lo ha riesumato dalla polvere di un mercatino, consapevole di quanto ci avrei ritrovato i miei amati Zelda e Francis Scott. Non posso purtroppo provvederne la ristampa, ma vi chiedo gentilmente, per voi stessi, di munirvi di questa lettura, spulciate nei mercatini, chiedete alle biblioteche. Non perdete per nulla al mondo il grido che Pamela Moore fece prima di saltare nel vuoto.

Luana Cau


Zorro. L’inizio della leggenda | Isabel Allende

Titolo: Zorro. L’inizio della leggenda
Titolo originale: El Zorro. Comienza la leyenda
Autore: Isabel Allende
isabelCenni sull’autore: Isabel è una bambina vivace ed inquieta che legge moltissimo. L’immaginazione della piccola si alimenta di romanzi d’avventura, di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, che ha la passione dei misteri legati allo spiritismo che lasceranno nella nipotina i semi di fantastiche storie. Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende, futuro presidente del Cile, poi ucciso nel colpo di Stato del 1973, Isabel e la sua famiglia non ha problemi economici e può frequentare le migliori scuole. Nel 1956 la madre si risposa con un diplomatico e la famiglia farà dei soggiorni all’estero, prima in Bolivia dove Isabel frequenta una scuola privata americana, poi in Europa e in Libano, a Beirut dove frequenta una scuola privata inglese. Queste esperienze le permetteranno di conoscere un mondo diverso da quello della sua infanzia. Anche se lui letture cambiano: legge libri di filosofia, psicologia, psicanalisi e frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che influenzerà il suo futuro di scrittrice: nascosta in un armadio La ragazzina Isabelita legge “Le mille e una notte”.
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 348
Consigliato: Vivissimamente. 

Per sua fortuna, le persone che lo circondavano, preoccupate com’erano delle loro passioni e delle loro imprese, dimenticarono di controllarlo. Arrivò ai quindici anni senza grandi difetti né pregi, fatta eccezione per una smisurata sete di giustizia che non saprei se collocare nella prima o nella seconda categoria; diciamo semplicemente che era un tratto imprescindibile del suo carattere. Potrei aggiungere un’altra sua peculiarità, la vanità, ma così facendo anticiperei troppo, visto che emerse in un secondo momento, solo quando Diego si rese conto che i nemici aumentavano, il che è sempre un buon segno, così come gli ammiratori, sopratutto quelli di sesso femminile.

11) Zorro

 

Arrivava un momento, a casa mia, quando ero più piccola, in cui bastava che andasse in onda una sigla televisiva per far sì che sulla cucina scendesse un’aura di sacertà senza eguali, era il momento in cui un cavallo nero impennava all’orizzonte e la sigla televisiva faceva così “Zorro, Zorro, ha una vita segreta; Zorro, Zorro il segno suo è la zeta”. Per quante volte avessimo già visto le trite e ritrite puntate, l’eroe mascherato di nero continuava ad avere su di noi, figlie, l’effetto che aveva prodotto su mio padre fin dalla sua infanzia. Un eroe semplice, il cui mezzo era un cavallo nero dal nome Tornado, che si occupava di campagnoli e usava come uniche armi una spada e una frusta. Era ciò che più di vicino mio padre sarebbe potuto essere da bambino, e siccome certe cose si portano dentro, non era difficile capire quanto ci tenesse, consapevole di tutte le volte in cui Zorro avrebbe battuto Moncada, continuava a fare un tifo speranzoso, quasi la sorte potesse cambiare e strizzare l’occhio all’avversario tanto odiato. E di questo suo baluginio di tremiti e speranza, noi siamo state le dirette ereditiere, innamorate di questo hidalgo dall’accento seducente, i modi spagnoli, l’agilità di gatto e la furbizia di volpe.

Quindi, nei confronti di un libro che narrasse le avventure di un eroe di casa, potrebbe dirsi, di questo ospite che a cena aveva sempre modo di raccontarci un’avventura in più, non potevo che essere esigente, chiedere la verità, quei particolari che mi ero sempre persa, chiedere che gettasse luce su quei lati oscuri che mi avevano sempre più incuriosita. Il fatto che a narrare le avventure di questo eroe che è il perfetto incrocio tra il realmente esistito e la leggenda fosse Isabel Allende era di sicuro rassicurante, una penna così dedita alle avventure, ai caldi ritmi spagnoli e latini non poteva che rendere giustizia a Diego de la Vega. Inutile dire che il risultato ha di gran lunga superato le aspettative. Lo scenario storico e geografico è fin da subito inquadrato con grande semplicità: California, fine Settecento, colonialismo spagnolo imperante nell’assoluta convinzione della superiorità della razza bianca sugli indigeni i cui costumi sono riprovevoli. Alejandro de la Vega, valoroso militare spagnolo, conosce, durante una rappresaglia india diretta contro la colonia di padre Mendoza, la sua futura sposa, e così, questa coppia originale darà alla luce il piccolo Diega la cui balia darà il latte dell’infanzia anche al piccolo Bernardo, figlio di un’india. Il resto, è storia, o meglio, leggenda, di tutte e due un po’. Il terreno in cui Diego coltiverà la sua sete di giustizia è fertile, un periodo storico e un inquadramento geografico in cui gli abusi e soprusi sono all’ordine del giorno in nome di una gerarchia prestabilita che il giovane riuscirà a mettere in discussione facendosi forte di una cultura spregiudicata a cui tutte le persone che incontrerà, da un capitano di nave a una comitiva di zingari, daranno elementi per abbattere i pregiudizi. La condizione di sottoposto di suo fratello di latte Bernardo il quale passa per sordomuto, quasi per ritardato, ma che è in realtà un giovane saggio e premuroso, spingeranno ancor più sul senso di onore e di ingiustizia che contribuiranno a far sì che Diego sviluppi una doppia personalità e dia vita a Zorro.

Poiché tutto questo però lo sapete già, vi racconterò perché vale la pena avventurarsi in una nuova versione di questa storia che, bene o male, fa parte di tutte le nostre infanzie. Isabel Allende assume, per raccontare, un punto di vista davvero curioso, non vi svelerò quello di chi, altrimenti vi toglierei gran parte di gusto della lettura, che consente di vedere Zorro non solo in tutti i suoi pregi di eroe, ma lo presenta anche sotto gli aspetti più quotidiani. Diego de la Vega è vanitoso, sempre incline a esagerare le proprie avventure, e abbastanza sfigato in amore: destinato ad amare solo donne che non lo ricambiano, e a fuggire dai letti delle amanti con più solerzia di quanto non faccia Zorro alla fine dei suoi attacchi. Un punto di vista che consente di osservare da vicino il periodo di Zorro più trascurato dalle varie produzioni cinematografiche e televisive, quello trascorso a Barcellona, gli anni di formazione del giovane impavido, quelli in cui apprenderà l’arte dello spadaccino, in cui apprenderà i modi galanti del gentiluomo che sa ballare, corteggiare, vestire, in cui affinerà la bravura del baro nel gioco. E mentre le pagine scorrono via, quando si arriva al finale, si lascia Diego a vent’anni, quando le zeta non sono ancora lontanamente vicine a sfiorare il numero, e in poche pagine viene riassunto ciò che ne sarà di lui. Tutta la narrazione infatti è dedicata all’inizio della leggenda, quella parte di cui tutti danno per scontato di sapere, ma che in realtà in pochi sanno, quella parte che è la più misteriosa, la più intrigante da scoprire in quanto mette in luce i perché che rimangono sospesi e invece sono fondamentali. Il sordomutismo di Bernardo, il perché della maschera di Zorro, il perché di questo nome, e altri mille quesiti che io mi sono sempre posta e che trovo essere i più interessanti, sono racchiusi in queste 350 pagine di narrazione in cui Isabel Allende impiega tutta la sua bravura nell’arte di narrare per restituire un ritratto fedele e al quale ci si affeziona facilmente di questo eroe romantico e lontano dalla contemporaneità, ma sempre vivo nell’immaginario comune. Arrivati alla fine senza nemmeno accorgervene, sentirete una profonda nostalgia per quest’avventura fatta di una parte di storia che si distinse per le ingiustizie a cielo aperto alla fine di una civiltà di vinti che si dimostrerà infinitamente superiore a quella dei presunti vincitori. Il confronto tra vecchio e nuovo mondo in cui lo schiavismo e il colonialismo non producono solo vittime umane, ma anche culturali, nel tentativo di imporre il cattolicesimo e i modi europei, infatti, andrà persa una cultura centenaria fatta di amore per la natura, di una comunicazione simbolica, di una vita semplice, ma completa. Tutti questi fattori insieme contribuiranno a creare il personaggio di Zorro. E, se volete sapere cosa faceva il giovane de la Vega prima di giungere in California e infliggere zeta alle persone e ai luoghi che hanno meritato vendetta, leggete dunque questo libro. In cui scoprirete che a forgiare il carattere dell’eroe mascherato furono elementi tanto spagnoli quanto indi, in cui scoprirete che Bernardo era tutt’altro che un semplice aiutante, e imparerete ad amare ancor più, se possibile, il più galante e sfuggevole degli eroi popolari. Zorro, per servirvi.

Luana Cau


Nord e Sud | Elizabeth Gaskell

Titolo: Nord e Sud
Titolo originale: North and South
elizaAutore: Elizabeth Gaskell
Cenni sull’autore: Elizabeth Cleghorn Stevenson nasce a Londra il 29 Settembre da William Stevenson e Elizabeth Hollande. Frequenta le scuole di Warwick e Stratford-upon-Avon. Nel 1832 sposa il reverendo William Gaskell, un funzionario di Cross Street Chapel e si traferiscono a Manchester. Così facendo si scontra con una società industriale fino ad allora a lei sconosciuta. Entra anche in contatto con il mondo dei lavoratori. Fra il 1847 e il 1848 pubblica i primi racconti  su “Howitts Journal”. Nel 1848 pubblica il romanzo Mary Barton. Nel 1849 conosce Dickens nel 1850 comincia a pubblicare sulla sua rivista, “Householde Words”. Nel 1853 vengono pubblicate le versioni integrali di Cranford e Ruth. Nel 1854 esce la prima puntata di Nourth and South sulla rivista di Dickens, a cui seguiranno poi le altre ventuno parti. La collaborazione con Dickens continuerà anche successivamente, quando la rivista cambierà nome in “All he Year around”. Continua a scrivere fino al 1865 quando la morte la coglie all’improvviso, il 12 novembre mentre si trovava nell’Hampshire.
Data di pubblicazione: 1855
Edizione: Jo March
Traduzione: Laura Pecoraro
Costo: 16 €
Consigliato: sì, in particolare agli amanti dell’epoca vittoriana.

Conversazione in treno con un amico.

“Chiara, dovresti proprio vedere una miniserie della BBC!”

“Ah sì, e quale?”

“Nord e Sud, tratto dal romanzo di Elizabeth Gaskell”

“Ah, lo conosco! Ma prima vorrei leggere il romanzo, guarderò la miniserie solo dopo!”.

nord e sud

 

E così, dopo questa conversazione, mi sono convinta definitivamente e ho preso in mano ‘Nord e Sud’.
Un romanzo di più di cinquecento pagine, con una copertina splendida e deliziosa, e un affresco incredibile di una società in cambiamento. Ambientato nell’800 inglese in una cittadina del nord, Milton-Northern, posto quasi esclusivamente industriale, il romanzo vede svolgersi la storia di più persone diverse. La giovane Margaret Hale, assieme al padre e la madre, che si trasferisce (per cause legate al lavoro del padre) dal caldo e accogliente sud, dalla bellissima Helstone, alla città di Milton ove si scontra immediatamente con una realtà che non le appartiene.  Oltre ad una diversità fisica fra le due città, la differenza Margaret la coglie anche nelle tradizioni, nei valori fondamentali in cui ha sempre creduto.  Margaret fa fatica ad adattarsi ad un paesaggio così grigio, così lontano dai colori di Helstone che tanto ama, non riesce ad integrarsi completamente e soprattutto, non riesce ad apprezzare persone come il signor Thornton, uomo d’industria e anche magistrato, conosciutissimo e benvoluto a Milton e altrove, ma completamente sconosciuto a Margaret, almeno fino a quel momento. Thornton incarna in qualche modo l’uomo nuovo, e l’uomo del progresso; uomo che è riuscito, nonostante gli inizi piuttosto difficili, a conquistare un posto in società, un ottimo lavoro, e un futuro prospero per la madre e la sorella. Ma, nonostante tutto questo, Margaret non è affascinata da lui come tutti gli altri; al contrario, lo disprezza profondamente, considerandolo un subdolo commerciante che si arricchisce sulle spalle di più sfortunati lavoratori. Ed è proprio a questa categoria di uomini meno fortunati  che si lega Margaret, stringendo amicizia con una lavoratrice di nome Bessy, molto malata e condannata ad una vita poco felice.  Letto con voracità, è una storia tipicamente vittoriana, che quindi consiglierei soprattutto agli amanti dell’epoca in questione e a coloro amino Jane Austen. Molte volte, infatti, il romanzo della Gaskell è stato avvicinato ad ‘Orgoglio e Pregiudizio’, con la differenza sostanziale che quest’ultimo ha sempre goduto di maggior fama e fortuna. Nord e Sud ha il pregio di evidenziare in maniera chiara e netta, questioni sociali piuttosto importanti e nuove per l’epoca come, ad esempio, la condizione di vita dei lavoratori nelle fabbriche, la questione importante degli scioperi e il punto di vista estremamente cinico e capitalista, invece, degli industriali. Pagine e pagine sono incentrate su dispute interessantissime che chiariscono e mettono in luce una sensibilità particolare che la Gaskell possiede rispetto questi temi. Probabilmente questo interessamento così forte verso le società industriali derivava  anche dalla vicenda biografica dell’autrice la quale modellò il personaggio di Margaret partendo proprio da una serie di esperienze personali. Anche per questo, forse, ‘Nord e Sud’ meriterebbe una maggiore attenzione da parte di lettori e lettrici, se non altro per riscoprire una piccola perla di letteratura inglese rimasta troppo tempo sepolta sotto la polvere.

Chiara Coppola


Tu, mio | Erri de Luca

Titolo: Tu, mio
Autore: Erri De Luca
ErrideLucaCenni sull’autore: Cenni sull’autore:  Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d’ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.
Data di pubblicazione: 1998
Edizione: Economica Feltrinelli
Costo: Sei euro e cinquanta
Consigliato: Sì.

 

Ho conosciuto Erri De Luca l’anno scorso, ascoltandolo parlare a Torino. Non avevo idea di cosa avesse scritto, quali fossero le sue storie e quale la sua storia. Rimasi folgorata dal modo in cui parlava, con quella voce un po’ bruciata di vento marino che rimbomba sulle rocce di un promontorio. Con In alto a sinistra, che acquistai subito dopo la conferenza, si conquistò anche la mia fiducia in quanto scrittore. Ho sentito adesso, in un periodo di stanchezza mentale, il bisogno di ritrovare le sue parole.

«Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto in un giardino dove gli altri ballano al ritmo di una musichetta… […]».

tu,mio

 

Tu, mio è il racconto di un’estate al mare, di un ragazzo su un precipizio di sentimenti che scopre, custodite dentro di sé, emozioni contrastanti, quasi estranee per la novità con cui gli si presentano, eppure in fondo sempre conosciute, accolte con abbandono in quanto parte di un grande rito di passaggio – e con la consapevolezza, quindi, che esse lasceranno su di lui un segno, come i denti di una murena capace di penetrare non solo la carne della mano ma anche lo spirito. L’odio, l’amore, la cattiveria, il desiderio di offrire protezione…  I grandi sentimenti che preludono all’età adulta e all’ingresso nella vera umanità sono trattati con delicatezza, assottigliati dal sapiente paroliere che è Erri: essi appaiono scabri come ciottoli, leggermente bruciati dal sole e dal sale, scolpiti in eguale misura dall’acqua e dal vento. Prendiamo in mano il primo innamoramento come una stella marina, un riccio o una conchiglia dal profilo affilato.

Impariamo che anche un nome possiede una sua cadenza magica – Caia, Haia, Haiele – fatta apposta per essere ripetuta dalla bocca di un giovane innamorato; impariamo che in chiunque si può riconoscere la traccia di una persona che abbiamo perso, se solo siamo disposti a crederlo possibile.

Impariamo che si può invecchiare di anni in pochi giorni, di nascosto: capita allora di dover buttare via le scarpe vecchie e di camminare scalzi sulla spiaggia rovente, sbilanciati verso età che non ci appartengono ancora ma che già sentiamo nostre. Siamo diversi, lo dicono tutti: ma chi siamo diventati? Persino le mani hanno assunto una nuova ruvidezza, fatta di sale, sabbia e spine sottopelle.

Impariamo che l’odio di un ragazzo scoppia come un petardo, violento e sordo, per ragioni che si impossessano di lui totalmente, mentre certi uomini sopravvissuti all’odio – alla sua intera declinazione, appresa in guerra – diventano incapaci di odiare, di mettersi contro un altro essere umano.

Impariamo la pazienza dei pescatori, la fatica di uomini che cavalcano il mare in burrasca consci di poter solo addomesticare (e non domare, come alcuni sciocchi credono) quella bestia, soprattutto di non doverla mai offendere o defraudare.

Impariamo anche altre cose, ma andate e scopritele: aprite questa piccola ostrica e cogliete il suo segreto. Non ci vorrà molto, è un viaggio di poche pagine. La voce che ce le racconta è inconfondibile.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Erri de Luca potete leggere la recensione di:
-> In alto a sinistra


Il vizio di parlare a me stessa | Goliarda Sapienza

Titolo: Il vizio di parlare a me stessa
Autore: Goliarda Sapienza
Cenni sull’autore: «Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio),Il filo di mezzogiorno (Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. (Per continuare a leggere, clicca qui)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 251
Consigliato:

 

<<Ricordare è tutto: l’etica fondamentale della vita>>

7) Il vizio di parlare a me stessa

E’ intima Goliarda. E infatti questo non è un romanzo. Il vizio di parlare a me stessa è il nome sotto cui sono stati riuniti i suoi taccuini, nei quali scriveva pensieri, fugacità, in cui annotava rabbie e frustrazioni, ma anche momenti semplici, come un raggio di sole preso sul mare; sono i taccuini che lasciò in eredità ad Angelo Pellegrino, il marito, il quale ora li regala a noi, scoprendoci una nuova parte di questa scrittrice che il Novecento ha mal compreso e poco valorizzato. Si tratta degli anni ’80, Goliarda è una sessantenne che ha occhi e sensibilità per qualsiasi cosa le accada intorno, nulla le sfugge, è una vera e propria protagonista del suo tempo, ha l’attualità in pugno e realizzare confronti generazionali le viene facile, se pur doloroso. Figlia di Maria Giudice, convinta socialista, e di Giuseppe Sapienza, anch’egli socialista, la Goliarda dei taccuini è alle prese con difficoltà economiche, le quali la costringono ad accantonare il richiamo letterario, per spingerla nuovamente verso il mondo del teatro, dove guadagna dando ripetizioni di dizione. Il teatro, così come il cinema, non le aggradano, sono mondi claustrofobici, è solo con la scrittura che si sente libera. E dunque riempie fogli, fogli, fogli, che noi ora possiamo leggere, sviscerare, quasi violando l’intricata mente di una donna la cui penna fu un vizio, un vizio per lei, al pari del tabacco e del bere, e un vizio per noi, lettori, che ne vorremmo sempre di più, sempre un pezzetto in più.

La lucidità della scrittrice è lampante: quello che dovrebbe essere un diario di segreti, sembra in realtà la bozza di un articolo di giornale, talvolta, o di un romanzo, tanta è la linearità e la coerenza di idee. Salta subito all’occhio la necessità di ricercare quel disordine geniale, demoniaco, sublime irrazionale nello stile, ma non nelle idee, che sono chiare, sì, piene di vita, ma compatte, non sfugge una sola virgola nonostante raccolgano tutti gli aspetti della vita interiore della scrittrice, ma anche esteriore, quella che la circonda. E’ di quegli anni il riconoscimento di mille figli naturali, la cui notizia, appresa da un quotidiano, getta Goliarda in alcuni pensieri malinconici riguardo la sua sterilità, il suo bisogno di sentirsi madre, una figura così ricercata, tanto che poi, più avanti, dirà del dolore di non poter più pronunciare la parola mamma in seguito alla morte di questa; è forte il dolore del distacco materno, ma è altrettanto forte il dolore dell’impossibilità di non poter ricoprire questo ruolo così ambito, che le darebbe un impegno personale, ma anche sociale. Ma per Goliarda è un attimo, e dalla sfera privata, da un dolore che sente come intimo e segreto, si passa subito alla necessità di valutare ciò che accade intorno: la ripercussione del comunismo. Quest’ideologia ormai tramontata, che ha scosso i fiori del campo italiano come un vento imperterrito, viene valutata negativamente da Goliarda che, dopo un viaggio in Russia e in Cina, dopo la sua esperienza transiberiana, sente di dover rigettare questa lezione politica e si chiede cosa accada alla sua generazione, figlia di fascismo e comunismo, così imborghesita e reazionaria. Proprio per separarsi nettamente da questo imperante atteggiamento borghese, ruba oggetti di valore e viene condannata ad un periodo di reclusione a Rebibbia; un atto di sfida, ricercato e mai rivalutato che la conduce in carcere, dove le sembra di trascorrere il periodo più vero della sua vita, circondata da donne sature di esperienze, di sentimenti, di insegnamenti. Ed è sulle donne che spesso Goliarda si sofferma, da quelle come Virginia Woolf, che con il loro passo forte e deciso hanno saputo sfidare oltrepassare la linea di confine e farsi sentire dagli uomini, a quelle che invece sono la condanna della propria stessa stirpe con i moralismi e le lingue da serpi. Poi amici, innumerevoli amici, Goliarda sente di non esserne mai stanca, di volerne sempre di nuovi, affamata di vita come è, e benedice la gioventù, della quale coglie sofferenze e egoismi. C’è il viaggio in Europa, con un ritratto così vivido da poter quasi sentire l’odore dei canali di Copenhagen. E nomi di letterati, Moravia, Pasolini che, come lei, hanno contribuito al proprio tempo, rendendo gli anni Ottanta italiani un palco di produzione artistica notevole, della quale non rimane che essere nostalgici. E la morte, la morte come spettro, ma non come paura, perché in fondo la morte è di chi rimane, non di colui che la vive in prima persona.

E di Luana? Di Luana-lettrice che ne è stato? E’ presto detto. Conoscevo già Goliarda Sapienza, ne lessi L’arte della gioia ormai quattro o cinque anni fa, restandone affascinata e eroticamente ammaliata. E prendere possesso di questi Taccuini, scoprire chi è stata Modesta, la protagonista del romanzo appunto citato, per Goliarda, scoprire quanto sia stato doloroso il travaglio editoriale di questo imperdibile personaggio per questa madre letteraria così spesso rifiutata, è stato un colpo. Non un colpo che mi abbia indebolita, l’ho recepito, anzi, come quelle palle di cannone che poi rimangono sulle mura ad abbellirle nei secoli, come un orpello invidiabile. Mi sono sentita vicina a questa donna, naturalmente ammirata, e, inevitabilmente, invidiosa dell’incredibile capacità di raccontarsi e di raccontare, di analisi, di comprensione. Ho sentito dolorosamente vivo e mio il passaggio in cui Goliarda spiega cosa sia per lei Angelo che va via, quando il lavoro lo porta lontano da lei, e tutto diventa assenza, ma mai elemosina d’amore, è una donna, questa scrittrice, che sa affidarsi al proprio uomo, ma tiene forte la sua posizione, ama appassionatamente, ma non dimentica di amare anche se stessa. Pensieri e parole come proiettili a volte, e a volte come carezze, che mi hanno convinta che pensare e scrivere, e sopratutto, ricordare, siano azioni fondamentali, quasi etiche, quasi dei doveri per il rispetto degli altri, e anche di se stessi. Ho letto inquietudini che sono un po’ anche le mie, e trovato risposte che cercavo senza saperlo. Mi sono nutrita del focolare di Goliarda sapendo che di donne ce ne sono tante, ma di donne così ce ne sono veramente poche.

Luana Cau


La sonata a Kreutzer | Lev N. Tolstoj

Titolo: La sonata a Kreutzer
Autore: Lev N. Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”,“Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo“Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Edizione: Bur Superclassici
Traduzione: Mario Visetti
Numero pagine: 151
Consigliato: Assolutamente sì

Sono un rudere, io, un menomato. Una cosa sola c’è in me, so “io”: e ho fede di sapere quello che non tutti riusciranno a conoscere tanto presto.

son kreut

Qualche tempo fa, nel tentativo di consolare un’amica che, avendo lasciato il proprio ragazzo e avendolo rivisto con un’altra, si sentiva quantomai sola e ripeteva “Alla fine rimango sola sempre e solo io”, ho compiuto uno degli errori più grossi della mia carriera di consolatrice. Le ho risposto, con la convinzione di darle sicuramente molto sollievo, quello che da tempo ho constatato: “Sei solo anche quando stai con qualcuno”. L’altra ragazza che era al momento con noi ha tremato sul posto, tanto il movimento di dissenso espresso dalla sua testa era forte. “No, se stai con qualcuno non sei solo”, ha detto mitigando l’indignazione con una risata nervosa “solo che…” ed è passata ad altre consolazioni socialmente più accettabili.
Be’, bella mia, bisogna vedere allora che cosa si intenda per solitudine. Se si fa riferimento solo al piano fisico, allora tanto vale prendersi un gatto. Ma se si intende quello spirituale, allora posso portare sul banco delle prove tutta una caterva di sensazioni, pensieri, angosce e costrutti mentali che dimostrano quanto due persone, seppure insieme, seppure unite in una relazione più o meno stabile, siano in realtà lontane anni luce e addirittura parlino (e più spesso non parlino) lingue diverse.
Se avete letto il libro, capirete perché io, incontrando Pozdnysev su quel treno diretto dalla notte verso l’alba, mi sia sentita invasa da un sentimento di rivalsa.

“L’amore… l’amore è la preferenza assoluta di una, o di uno, nei confronti di tutti gli altri.”
“Preferenza per quanto tempo: un mese, due mesi, mezz’ora?”
“No, scusi, lei evidentemente parla di un’altra cosa.”
“No, parlo proprio di questo. […] È una cosa che succede solo nei romanzi, nella vita vissuta non capita mai. Nella vita pratica succede forse che tale preferenza duri un anno, ed è già un fatto raro, più spesso mesi, quando non settimane, o giorni, o anche ore”[…]
“Oh, ma che dice! Ma no, via!” esclamammo tutti a una voce.
“Sì, signori, lo so bene” scattò il signore canuto alzando la voce più di noi. “Voi parlate di ciò che credete avvenga, io parlo di ciò che è. Ogni uomo prova per qualsiasi bella donna quello che voi qualificate amore.”

Quando una scultura è coperta da un velo, possiamo indovinarne il soggetto dalle forme, la bellezza dalla grazia dei lineamenti, dall’armonia dei drappeggi. Ma se, caduto il velo, vi scopriamo un mostro, allora solo due cose possiamo fare: ricoprirlo rapidamente, per non vederlo più, e star bene attenti a non dirlo a nessuno, oppure possiamo fermarci a contemplarlo e prendere atto della sua esistenza. Se una qualche bruttura ci viene rivelata da un’esperienza personale, e quindi ci troviamo come l’illuso ammiratore che vede cadere il velo, percepiamo la colpa come nostra, vedendo che nessun altro ha scoperto la verità (non può essere vero se nessuno l’ha visto). E stiamo zitti, cercando di ricordare l’impressione che la scultura coperta ci aveva dato. Ma provate a levare il velo all’improvviso davanti a un gruppo di persone prese dall’ammirazione per quelle forme idealizzate: la disillusione li armerà contro di voi.
Tolstoj fa questo: prende un uomo disilluso che si fa beffe dell’amore come sentimento nobile ed elevato, trattandolo per quello che è – un desiderio fisico, lo mette in un treno tra tanti illusi, e poi lascia che racconti la sua storia, mentre il giorno diventa notte e la luce abbandona sempre più il suo volto tanto da lasciare distinguibile, verso fine, solo la sua voce. Una voce tra le tante, una voce come le altre. Poi, è l’alba. Si scende dal treno e tutto ricomincia.

Il treno di Tolstoj va dritto dritto verso il punto che lui vuole smuovere nelle coscienze dei suoi contemporanei: poiché l’amore è fisico, e di conseguenza è cosa ben volubile, allora diamoci alla castità, e sposiamoci definitivamente, senza mai divorziare, per giustificare la nostra maialeria e riscattarci dal nostro peccato educando i figli alla castità. E se poi ci estinguiamo, allora sarà il regno di Dio (tanto prima o poi deve accadere). Ed è qui che la nostra idea diverge, solo nel rimedio. Perché per giungere a questa cattolicissima conclusione, lui opera le persone a cuore aperto, tirando fuori i pensieri e le realtà più viscide e inguardabili, senza cercare di occultare alcunché: Pozdnysev è cinico anche verso se stesso, non è pronto a trovare in altri la giustificazione della propria condotta.

Per sottolineare quanto il suo racconto sia molesto, Pozdnysev alterna le parole alle scuse. Scusi se vi incomodo, sarà stanco, non vorrà più ascoltarmi, né salutarmi e tenermi la mano. Con la rassegnazione di chi sa di aver compiuto un reato imperdonabile (anzi, due).

Tolstoj non è poi così cinico, se si considera la soluzione che propone all’impossibilità dell’amore coniugale. Mi meraviglio dell’ingenuità della sua conclusione, dopo la performance di Pozdnysev. Ha fatto molto di più Saul Bellow, quando in  Un futuro padre  ha scombussolato un normalissimo fidanzatino con il terrore di mettere al mondo figli disgraziati, odiosi, aventi tutti i difetti peggiori della loro madre e dei loro nonni, lo ha fatto decidere sulla necessità di troncare ogni rapporto con la fidanzata scroccona e arraffona, e poi, come se nulla fosse, gli ha fatto dimenticare tutto grazie al fatto che la fidanzata ha deciso di lavargli i capelli, e gli ha massaggiato dolcemente la testa.
Ma erano tempi diversi, religioni diverse. Col tempo, sicuramente, ci siamo inaciditi.
Sempre sotto il velo, però.

Elisa Lai

Sempre riguardo Lev Tolstoj potete leggere la recensione di:
-> Guerra e pace


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