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Il grande Gatsby | Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Il grande Gatsby
Titolo originale: The great Gatsby
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Cenni sull’autore: Nato a Saint Paul (Minnesota) nel 1896 (morto a Hollywood nel 1940). Il padre era un gentiluomo del sud di scarsa fortuna economica, la madre di ascendenza cattolica e irlandese, figlia di un ricco commerciante. Grazie al nonno materno studiò alla Newman School (New Jersey) e poi a Princeton dove strinse durevole amicizia con Edmund Wilson, la sua “coscienza intellettuale”. Nel 1918 lasciò gli studi per arruolarsi nell’esercito. Incontrò a Motgomery (Alabama) Zelda Sayre, che divenne modello di tutte le “ragazze dorate” dei suoi racconti, e che sposò appena raggiunse i primi successi letterari. Fitzgerald divenne famoso e ricco, visse tra europa e america, tra Paris dove conobbe gli espatriati americani (Stein, Hemingway, Dos Passos), e New York in piena “età del jazz”. Nel 1921 nacque la figlia Scottie, iniziarono le difficoltà finanziarie e emotive di Fitzgerald, i sintomi della malattia mentale di Zelda che nel 1929 fu costretta a ricoveri sempre più frequenti in clinica (nel 1948 morì nell’incendio del- la clinica in cui viveva). Dimenticato, alcoolizzato, Fitzgerald tentò disperatamente di trovare un lavoro a Hollywood come sceneggiatore. La morte lo colse al lavoro. Questa parte di paradiso (This side of paradise, 1920) fu il primo romanzo di Fitzgerald, tra autobiografia documento e favola, lo specchio in cui si riconobbe una generazione che aveva trovato “tutti gli dei morti, le guerre combattute, le possibili tà di fede nell’uomo sconvolte”. Belli e dannati (The beautiful and damned, 1922) è ritratto di una coppia inquieta, uno studio del sogno e del disincanto. Il grande Gatsby (The great Gatsby, 1925) analizza emozioni e motivazioni della classe agiata, indicandone l’implicita distruttività. La forza del romanzo è nella lucidità formale di narrazione “indiretta” che, secondo la lezione di James e di Conrad, affida a un “testimone” il compito di evocare il magico e dramma tico percorso del mito americano.
In Tenera è la notte (Tender is the night, 1934) i grandi temi di Fitzgerald, la felicità e lo spreco, il fascino e il denaro, trovano nuova enunciazione in un linguaggio fastoso e spettrale, in una tormentata struttura ‘aperta’. Nell’incompiuto Gli ultimi fuochi (The last tycoon, 1941) l’a nalisi della sconfitta di un uomo di genio ha la suggestione di un testamento.
Anno di pubblicazione: 1925
Edizione: Mondadori
Traduzione: Fernanda Pivano
Pagine: 272
Costo: 6,50 €
Consigliato: Non posso che rispondere affermativamente.

‘Incominciò a farmi domande con quella voce che l’orecchio segue in tutte le modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai più ripetuto. Il viso di lei era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi splendenti e una splendente bocca piena d’ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile da dimenticare.’

Inizio questo mio piccolo commento a questo grande, grandissimo libro con la citazione soprastante per sottolineare immediatamente e fortemente, senza rimorsi, la grandezza e la scossa che ogni volta, inevitabilmente, ho preso leggendo le Sue parole. Sue maiuscolo sì, perché Francis Scott Fitzgerald non dev’essere stato umano, o almeno non lo è stato per quanto riguarda la scrittura e tutto ciò che ruota attorno ad essa. C’è qualcosa, una specie di scintilla che scocca ogni volta che si ha a che fare con un certo tipo di scrittori, quelli che rimani ammaliato di fronte a tanta bellezza, a cotanta bravura, agilità nello scrivere che solamente pochi eletti sono in grado di raggiungere.
Non c’è che dire, ho passato gran parte del tempo durante la lettura di questo libro con la bocca spalancata, sorpresa, affascinata, rapita, il solo ed unico rimorso che ha mangiato parte del mio fegato è stato quello di averlo scoperto solo adesso; quant’è brutta, cristo, l’ignoranza!

Fitzgerald, in questo suo immane scritto, anche un poco autobiograficamente, volendo, racconta la vita negli Stati Uniti durante il primo dopoguerra: vi ritroviamo il tema dell’ ‘American Dream’, il sogno di arrivare in quella sorta di ‘terra promessa’ santificata da Dio, dove la ricchezza, il benessere e il lusso vanno di pari passo con la povertà in tantissime altre e sfortunate parti del mondo; il luogo dove si pensa che i sogni possano essere realizzati al meglio, nella loro totalità, dove il divertimento, l’alcol e il lusso sono, inevitabilmente, all’ordine del giorno. Ed è proprio la voglia di realizzare questo sogno che porterà il narratore dell’intera vicenda a trasferirsi dal middle West americano al più ricco e tanto acclamato East e sarà proprio il nostro raffinato e sensibile Nick Carraway che ci svelerà i segreti più nascosti nella vita dell’affascinantissimo protagonista Jay Gatsby.
Ancora autobiograficamente, viene sviluppato dallo stesso ‘extraterrestre della scrittura’ e portato avanti per l’intera durata del racconto un altro tema, aggiunto e andante di pari passo al precedente, ovvero quello più romantico dell’Amore.
Jay Gatsby è un uomo che è riuscito, in un modo o nell’altro, legalmente o meno, ad ottenere tutto ciò che ogni giovane, a quei tempi, avrebbe desiderato: una casa fastosa e mastodontica, dai particolari più pregiati, racchiude tutta la sua vita fatta di divertimento, feste di lusso, alcol e tante altre ‘immoralità sociali’ automaticamente ammesse; lo circonda una compagnia di uomini e donne che, ricchi e ingenui, si recano alle sue feste solo ed esclusivamente per non perdere il loro diritto di far parte di quella ristretta cerchia di nobili da baraccone ragguardevole.
Ma a Gatsby, nonostante tutti i suoi averi, manca ancora qualcosa: l’amore. L’amore che, nel fiore dei suoi anni, gli è stato dato e poi dolorosamente negato dalla bellissima Daisy per la sua precedente condizione economica. Un amore che diventerà un sogno impossibile da realizzare, una meta improbabile da raggiungere, una ‘luce verde’ che farà brillare gli occhi dello stesso protagonista, che gli darà una vita fatta di speranza, un amore che, dopo aver dato la consapevolezza del suo non raggiungimento, lo porterà inesorabilmente al suo più completo fallimento.

‘Ma i sogni più sono belli meno hanno la probabilità di avverarsi’, così dice Fernanda Pivano, parlando forse un po’ troppo generalmente, riguardo a questo libro, ed è forse questa la consapevolezza che il genere umano è sempre meno incline ad accettare.

Voto: 9/10

Alessandra Mugnai


Il diavolo, certamente | Andrea Camilleri

Titolo: Il diavolo, certamente
Autore: Andrea Camilleri
Cenni sull’autore: E’ nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Ha sin da giovanissimo la passione per il palcoscenico ed inizia a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena oltre cento titoli, molti dei quali di Pirandello, da “Così è (se vi pare)” nel 1958 a “Ma non è una cosa seria” nel ‘64, fino a “Il gioco delle parti” nel 1980. E’ stato il primo a portare in Italia il teatro dell’assurdo di Beckett (“Finale di partita”, nel 1958, al teatro dei Satiri a Roma e poi nella versione televisiva interpretata da Adolfo Celi e Renato Rascel) e di Adamov (“Come siamo stati”, nel 1957), ha rappresentato testi di Ionesco (“Il nuovo inquilino” nel 1959, “Le sedie” nel 1976), ha rappresentato i poemi di Majakovskij nello spettacolo “Il trucco e l’anima” (1986).
E’ stato autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la TV; ha inoltre prodotto diversi programmi televisivi, tra cui un ciclo dedicato dalla Rai al teatro di Eduardo e le famose serie poliziesche del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Ha insegnato, in vari periodi, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. I suoi primi racconti sono stati editi da riviste e quotidiani, quali “L’Italia Socialista” e “L’Ora” di Palermo. La sua opera narrativa d’esordio, “Il corso delle cose”, è del 1967-68, ma ha visto la luce solo dieci anni più tardi presso l’editore Lalli.
Nell’80 è apparso, per i tipi della Garzanti, “Un filo di fumo”. Seguono, per Sellerio: “La strage dimenticata” (1984), “La stagione della caccia” (1992), “La bolla di componenda” (1993), “La forma dell’acqua” (1994, che segna l’esordio del commissario Montalbano), “Il birraio di Preston” (1995, generalmente riconosciuto come il suo capolavoro), “La concessione del telefono” (1999). Ancora con Sellerio ha pubblicato gli altri romanzi del ciclo Montalbano, mentre per Mondadori sono usciti i racconti di “Un anno con Montalbano” (1998), “Gli arancini di Montalbano” (1999) e “La paura di Montalbano” (2002), oltre a quel “La scomparsa di Patò “(2000) che riprende il filone dei libri “storici”.
Dopo un successo che non ha precedenti (sei milioni e mezzo di copie vendute soltanto in Italia, 120 traduzioni in tutte le lingue), continuano le inchieste del commissario Montalbano con “Storie di Montalbano” (2002). Il volume, che fa parte della prestigiosa collana dei “Meridiani”, raccoglie tutti i romanzi ed una selezione di racconti, ov’è protagonista assoluto il celebre poliziotto creato dalla fantasia di Andrea Camilleri.
Nel 2003 esce per Sellerio la genesi de “Il giro di boa”, nel quale Camilleri presenta un commissario Montalbano più deciso a dare un “cambio di rotta” alla propria vita. Nel 2004 esce “La prima indagine di Montalbano” e il secondo dei due “Meridiani” “Romanzi storici e civili” dedicati all’opera di Andrea Camilleri. Il volume (curato dal critico Salvatore Silvano Nigro, che firma pure l’ottima introduzione) raccoglie i nove romanzi d’ispirazione storica e civile dell’autore, ambientati in Sicilia in un periodo – con l’eccezione de “La presa di Macallé”, che si svolge in epoca fascista – compreso tra la fine del Seicento e l’Ottocento.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Mondadori
Pagine: 169
Costo: 10euro
Consigliato: sì, se si vuole una lettura fresca, leggera e piacevole

Ho aperto questo libro credendo di trovarci una storia, una storia sola, fatta di avversità e di sconfitte che il ‘diavolo’ (così come dice il titolo) non può non porre dinnanzi a tutti noi durante l’arco di questa nostra dolceamara esistenza, ma ne sono rimasta delusa. In compenso però, ho avuto per meno di ventiquattro ore una serie di storie l’una dietro l’altra per trentatre volte, ognuna di tre pagine ciascuna che mi hanno fatto dimenticare la delusione iniziale. Si tratta di racconti di vita di tutti i giorni, molti altri più improbabili e meno ‘ordinari’, storie di donne e uomini innamorati, storie d’amore passionali, viscerali, di matrimoni felici e di altri che col tempo vanno infelicemente distrutti, storie che inevitabilmente mettono in risalto le vittorie più attese e sperate ma sopratutto quelle più avvincenti e inaspettate, le sconfitte più deludenti, le menzogne più spietate, vi troviamo, inoltre, il ritratto delle bassezze, dei vizi, della perfidia che, alle volte, è caratteristica innata nella natura umana, storie che iniziano da una normalità quasi noiosa e che vanno a sfociare nell’assurdo, ciò che inizialmente è considerata dal lettore come una storia del tutto priva di elementi strani e sorprendenti cambia, attraverso l’incredibile abilità dello scrittore, in un attimo e quella normalità che ci sembrava tanto noiosa inizialmente non c’è più: così, come per magia, ci è stata sottratta e noi, come dei veri e propri pesci lessi, rimaniamo col libro in mano e ci chiediamo come Camilleri abbia potuto far finire in quel modo quella che sembrava la più normale delle situazioni. Risvolti, colpi di scena, oserei chiamarli ‘cambiamenti’, che se ci si pensa bene non sono del tutto infondati ma che la vita, perfida puttana, continua a somministrarci ogni qualvolta le cose sembrano andare per il verso giusto.
Ma la domanda che sistematicamente sorge spontanea, alla fine di ogni racconto, è: ma per opera di chi tutto ciò è avvenuto? Chi è stato il terribile autore di questa scena così meschina? E la risposta non può che essere una: la vita…ehm, il diavolo, certamente!

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai


Cime Tempestose | Emily Brontë

Titolo: Cime Tempestose
Titolo originale: Wuthering Heights
Autore: Emily Brontë
Cenni sull’autrice: Scrittrice inglese originale e tormentata, spiccatamente romantica, Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton, nello Yorkshire (Inghilterra). Figlia del reverendo Brontë e di sua moglie Maria Branwell, alla fine di aprile del 1820 si trasferisce con la famiglia ad Haworth, sempre nello Yorkshire, dopo che al reverendo viene assegnata la chiesa di Saint Michael and All Angels. Nel settembre del 1821 Maria Branwell muore e sua sorella Elizabeth va ad abitare temporaneamente con loro per aiutarli.
Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Altre due perdite colpiscono la famiglia Brontë nel 1825: muoiono, colpite entrambe da tisi, le sorelle maggiori di Emily, Maria ed Elizabeth. Abbandonata la scuola, i giovani Brontë continuano la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le “arti femminili”. Nel 1826 il padre, di ritorno da un viaggio, porta una scatola di soldatini ai figli: i soldatini diventano “I Giovanotti”, protagonisti di varie storie scritte dalle sorelle.
Nel 1835 Charlotte ed Emily entrano nella scuola di Roe Head. Dopo tre mesi Emily torna a casa fisicamente distrutta e il suo posto a Roe Haed viene preso dalla sorella minore Anne. Il 12 luglio 1836 Emily scrive la sua prima poesia datata. Nel 1838 entra come insegnante nella scuola di Law Hill, ma dopo soli sei mesi torna a casa. In una lettera del 1841 Emily parla di un progetto per aprire, insieme alle sue sorelle, una scuola che sia tutta loro.
L’anno successivo Emily e Charlotte partono per Bruxelles dove frequentano il Pensionato Heger. Alla morte della zia Elizabeth tornano a casa e ognuna di loro eredita 350 sterline. Emily torna da sola a Bruxelles nel 1844 e comincia a trascrivere le sue poesie in due quaderni, uno senza titolo, l’altro intitolato “Gondal Poems”. Charlotte trova questo quaderno nel 1845 e prende forma in lei la decisione di pubblicare un volume dei loro versi. Emily acconsente purché il libro esca con uno pseudonimo.
Nel 1846 esce quindi “Poems” di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell (Brontë). Nel 1847 vengono pubblicati “Cime tempestose” di Emily, “Agnes Grey” di Anne e “Il Professore” e “Jane Eyre” di Charlotte.
“Cime tempestose” solleva un gran clamore. E’ un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina una sensazione di tensione e ansia mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale. Un libro soffuso di sensazioni forti, inquietanti, che suscitò un comprensibile scalpore e fece scorrer fiumi di inchiostro.
Famosa diventerà la trasposizione cinematografica del 1939, “Wuthering heights” (Cime tempestose – La voce nella tempesta, con Laurence Olivier), tratto dall’omonimo romanzo.
Il 28 settembre 1848 Emily si raffredda durante il funerale del fratello (morto di tisi) e si ammala gravemente. Morirà anche lei di tisi il 19 dicembre dello stesso anno.
Anno di pubblicazione: 1847
Edizione: Einaudi
Pagine: 379
Costo: Ai suoi tempi 16 mila lire
Consigliato: sì, ma non ai deboli di cuore.

Poche settimane fa quasi per caso ho cercato un libro che potesse soddisfare la mia voglia e il mio pseudo bisogno di leggere una storia d’amore e a questo proposito, rovistando tra le recensioni proprio sotto questa dicitura, Cime tempestose veniva descritta senza dubbio come la migliore, o una delle migliori, dai tempi dei tempi, in tutta la storia della letteratura mondiale. Ora, terminata la mia lettura sono fermamente convinta del fatto che definire questo libro non sia cosa di poco conto, e nel caso lo si volesse fare, lo si potrebbe solo ed esclusivamente attraverso delle magiche pinze che minuziosamente scelgano le parole adatte da utilizzare e mettere per iscritto in modo da rendergli totalmente giustizia; tutto ciò per affermare che descrivere questo libro non è una passeggiata nella solitaria e selvaggia brughiera dello Yorkshire in Inghilterra, ovvero il luogo in cui la vicenda è malignosamente ambientata. Ebbene sì, dico malignosamente perché è pressoché impossibile che una brughiera, un luogo arido, secco e privo di vegetazione vera e propria, abbia potuto ospitare una vicenda di tale portata, ricca, in cui i protagonisti si struggono, impazziscono, muoiono per l’Amore, in cui i protagonisti danno gran voce all’odio più spietato, all’indifferenza più maligna, in alcuni casi, insomma, essi possono essere definiti in qualsiasi altro modo tranne che ‘aridi’; ma forse è proprio il terreno che li sorregge a fare in modo che essi nascessero con una natura totalmente contraria alla sua.
Cime tempestose è un romanzo che si districa tutt’intorno alla figura del povero Heathcliff, un trovatello portato nella dimora di Wuthering Heights dal padrone di casa, Earnshaw. Subito il piccolo inizia la sua convivenza coi suoi due figli, Hindley e Catherine, instaurando con quest’ultima, una giovane fanciulla dai nobili portamenti e dalla bellezza innata, un ottimo rapporto che ben presto sfocierà in un tormentatissimo innamoramento. Se con la bella Catherine Heathcliff si trova immediatamente a suo agio, lo stesso non sarà con gli altri membri della famiglia, compresa la servitù, e tanto meno con i Linton, coloro che vivono nella dimora a pochi chilometri dalla loro e con i quali la famiglia ha sempre avuto dei buoni rapporti. Sarà proprio quest’avversione nei suoi confronti che tramuterà il piccolo in un mostro bisbetico e senza cuore agli occhi altrui, diventando ancora più insostenibile quando, dopo il ritorno da una fuga di quasi tre anni dovuta al rifiuto di Catherine, egli troverà colei che era sempre stata l’unico oggetto del suo amore, sposata con Edgar Linton.
Inizialmente ho realmente pensato che questo romanzo parlasse di Heathcliff, ma ora che sono arrivata alla fine non posso non affermare di essere stata una stupida ad averlo creduto: questa non è solo la sua storia, questa è la mia storia, come la tua, come quella di qualsiasi altro essere umano su questa terra; è una storia di sentimenti che contrastano l’aria intorno, quelli che riuscirebbero a farti arrivare su Marte, a farti ridiscendere sulla terra e a farti fare il giro del mondo in due giorni; si parla di passioni viscerali, di odi profondi suscitati da amori ancora più intensi, un sentimento non ne rinnega un altro e ogni cosa si sussegue, inizialmente senza una logica precisa ed è appunto anche senza una ‘giusta’ logicità che i sentimenti in Wuthering Heights si diramano e diventano prorompenti quanto una cascata che si getta con tutta la sua forza nelle acque che l’ospiteranno.

‘Sì, è stata una bugiarda fino all’ultimo! Dov’è ella? Non lassù, non in cielo, non morta… dove? Oh! Dicesti che non t’importava delle mie sofferenze! E io levo una sola preghiera, la ripeterò finché la mia lingua mi si seccherà: Catherine Earnshaw, che tu non possa trovare riposo finché io viva! Dicesti che ti avevo uccisa io; perseguitami allora! Gli uccisi perseguitano i loro assassini, credo. So che degli spiriti hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me; prendi qualunque forma; fammi impazzire! solo non abbandonarmi in questo abisso, dove io non riesco a vederti. Oh, Dio! E’ cosa inesprimibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!’

La stessa ‘illogicità’, lo stesso contrastare tra sentimenti opposti arrivano al lettore diretti, come una spada che trafigge da parte a parte e oltrepassa la carne; il lettore non può non oscillare tra un sentimento d’amore e uno d’odio nei confronti dello stesso personaggio nel giro di mano che intercorre tra capitolo e capitolo.
Ancora, è una storia che ti prende, ti sconquassa come fossi un oggetto inanimato e ti getta nel pavimento, in pezzi, ansimante, tu vorresti chiedere pietà, ma non è la pietà quella che cerchi e ancora un capitolo e poi un altro e poi un altro ancora. Io ho ancora i brividi.

Voto: 8,5/10

Alessandra Mugnai


Io non ho paura | Niccolò Ammaniti

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Nato a Roma il 25 settembre 1966, Niccolò Ammaniti si è quasi laureato in Scienze Biologiche con una tesi intitolata “Rilascio di Acetilcolinesterasi in neuroblastoma”. Nonostante gli mancassero pochi esami non ce l’ha fatta, e la leggenda vuole che l’abbozzo della sua tesi si sia trasformato in “Branchie!”, il primo romanzo.
Assieme al padre Massimo, docente di Psicopatologia generale e dell’età evolutiva presso La Sapienza di Roma, ha pubblicato “Nel nome del figlio”, un saggio sui problemi dell’adolescenza, ristampato a furor di popolo. Nel 1996 partecipa a “Ricercare”, e sempre in quell’anno esce la raccolta di racconti che lo fa conoscere al grande pubblico, “Fango”. Per un po’ di tempo è stato tacciato di cannibalismo, ma se ne è sempre fregato, continuando a fare quello che gli piaceva. Scrive o ha scritto di libri, viaggi, cinema e altro per “Tuttolibri”, “Pulp”, “La bestia”, “Musica!”, “Micromega”, “Amica” e “Ciak”. Ha intervistato per “Liberal” il suo amico scrittore Aldo Nove, con il quale ha condiviso tante avventure tra le quali la fondazione, insieme ad altri scrittori, del movimento collettivo “Nevroromanticismo” (ispirato all’opera del cantante Garbo) e l’esperienza di “Kitchen”, la trasmissione di Mtv condotta da Andrea Pezzi.
Un racconto di Niccolò Ammaniti è comparso nell’antologia curata da Valerio Evangelisti che festeggiava i 45 anni di “Urania”, e un altro in un volumetto della collana “Supergiallo Mondadori” a cura di Daniele Brolli. Nel 1997 RadioRai trasmette un suo radiodramma, “Anche il sole fa schifo”. Ha scritto la postfazione a “La notte del drive-in” di Joe R.Lansdale (Einaudi, 1998), uno scrittore che Niccolò ama molto e che non smette mai di lodare.
Per l’agenda Einaudi “Stile libero” ha scritto il racconto breve “A letto col nemico”, mentre il racconto in tre puntate “Astuzia da chirurgo” è uscito per la rivista telematica “Caffè Europa”.
Insieme alla sorella ha fatto un breve cameo nel film di Fulvio Ottaviano, “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, del 1996. Dal racconto lungo che apre “Fango” il regista Marco Risi ha tratto il film con Monica Bellucci “L’ultimo capodanno” (1998), del quale esistono due versioni. L’anno seguente nei cinema è uscito “Branchie”, interpretato da Gianluca Grignani per la regia di Francesco Ranieri Martinotti.
Per la casa di produzione americana MondoMedia ha progettato e scritto la sceneggiatura di un serial in animazione digitale 3D per Internet – del quale esiste solo il pilot – intitolato “Gone Bad”, da lui stesso definito “una storia di zombi tra Merola, Leone e Sam Raimi”.
Ammaniti è molto apprezzato anche all’estero, tanto che i suoi libri sono stati tradotti in francese, greco, polacco, russo, spagnolo, tedesco, giapponese, rumeno, finlandese e un sacco di altre lingue a noi sconosciute. Nel 2001 è uscito per Einaudi Stile Libero “Io non ho paura”, il suo best-seller: si è aggiudicato il Premio Viareggio e le numerose ristampe del romanzo (fra cui un’edizione scolastica) continuano a muoversi fra i primi posti nelle classifiche di vendita italiane.
Lo stesso anno, Vasco Rossi ha scritto una canzone dal titolo “Ti prendo e ti porto via”, che ha dato (semmai ce ne fosse stato ancora bisogno) uno spintone all’omonimo, bellissimo romanzo di formazione, da cui si vociferava si stesse realizzando pure un film – con la regia di Goran Paskaljevic – ma non s’è più saputo nulla.
Invece, nel 2003 il buon Gabriele Salvatores ha diretto “Io non ho paura”, scritto da Niccolò Ammaniti e Francesca Marciano, che ha rischiato persino di finire nella rosa dei candidati all’Oscar come miglior film straniero (ha comunque vinto tre Nastri d’argento e un David di Donatello).
Negli ultimi anni Niccolò è stato coinvolto in centinaia di iniziative: presentazioni di “Io non ho paura” su e giù per l’Italia, collaborazioni a romanzi collettivi in rete (è da poco uscito per Einaudi “Il mio nome è nessuno – Global Novel”, che raccoglie quest’esperienza), premi e onorificenze d’ogni sorta in quasi tutti i luoghi del mondo, interviste televisive e radiofoniche, lezioni presso scuole di scrittura, prefazioni, postfazioni, fascette e strilli in copertina come un novello e nostrano Stephen King.
Dopo aver ripetutamente annunciato l’uscita di un romanzo di circa seicento pagine dall’improbabile titolo “Il libro italiano dei morti” – uscito a puntate su «Rolling Stone» – parte del progetto ha preso forma nella sceneggiatura scritta proprio da Ammaniti per il secondo film di Alex Infascelli, “Il siero della vanità” (2003).
Nell’estate del 2004 è uscito per Einaudi Stile Libero Big “Fa un po’ male”, che contiene tre storie a fumetti (scritte insieme a Daniele Brolli, disegnate da Davide Fabbri), già edite – parzialmente – a puntate su «l’Unità».
Il 17 settembre 2006 si è sposato – in località segreta – con l’attrice Lorenza Indovina.
Edizione: Mondadori (I miti)
Pagine: 219
Costo: 5,00
Consigliato: Vivamente!

‘Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri.’

Ci sono delle cose che i bambini durante la loro infanzia hanno, implacabili, dentro loro stessi che inevitabilmente vanno via esaurendosi man mano che la maturità e il loro essere ‘uomini’ arrivano a sostenerli con delle braccia da giganti e indispesabilmente li cambiano nella loro totalità: una di queste potrebbe essere identificata con quello che noi, solitamente, definiamo ‘coraggio’. Esso è insito nella natura del bambino, non c’è niente tra le cose che più lo attraggono che non farebbe; non c’è sensazione al mondo che eviterebbe di provare se solo non ci fossero quegli enormi mostri adulti che, doverosamente, impediscon loro di arrivare alla meta, all’oggetto bramato. E poi ci sono quelle cose e quei sentimenti che, invece, i bambini non provano fino al periodo, appunto, del loro essere ‘grandi’: la paura è una di queste. Essi sì, provano un certo senso di terribile angoscia nei confronti di tutto ciò che non è reale, che è frutto dell’immaginazione e non solo, ignorando, com’è ovvio, le caratteristiche proprie di ciò che è reale e che non hanno ancora sperimentato sulla loro pelle. Ed è proprio verso quest’ultimo ‘mondo’ che essi si rivolgono, si agitano verso di esso, incoscienti, ignoranti, curiosi di conoscere tutto ciò che ne fa parte, mostrando e mettendo in atto quel coraggio a loro tanto caro.
Uno di questi bambini è Michele, un bambino di nove anni che sente la naturale necessità, assieme ai suoi amici, di sperimentare, di conoscere, di perlustrare i territori delle campagne del paesino del sud Italia dove vivono e dove questo stesso, a causa di una penitenza durante un gioco, verrà a conoscenza dell’esistenza di un tragico segreto, che farà talmente tanto male che lui stesso, in alcune situazioni, si pentirà di aver scoperto.
Sarà proprio quell’innata, ma incosciente e sciagurata audacia a portare Michele ad una situazione ormai insostenibile, a fargli aprire gli occhi, anche se troppo tardi, e a fargli capire che, in realtà, ciò che il padre gli aveva suggerito riguardo ai mostri, ai fantasmi e a tutto ciò che di irreale si era creato nella sua mente, era soltanto pura verità.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Niccolò Ammaniti potete leggere la recensione di:
-> Ti prendo e ti porto via


Assassinio sull’Orient Express | Agatha Christie

Titolo: Assassinio sull’Orient Express
Titolo originale: Murder on the Orient Express
Autore: Agatha Christie
Cenni sull’autore: Agatha Christie, il cui vero nome è Agatha Mary Clarissa Miller, nasce il 15 settembre 1890 nel Devonshire, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, da padre americano, un agente di cambio e madre inglese, una signora della buona società.
Contrariamente ai suoi fratelli, Agatha non frequentò mai una scuola e della sua educazione si occuparono personalmente la madre, la nonna e le numerose governanti. Da ragazzina Agatha Christie sognava di diventare una cantante lirica ed a 16 anni ottenne di andare a Parigi per perfezionarsi in musica e canto, ma bastarono due anni per convincerla di non avere la stoffa della cantante lirica e cominciò a dedicarsi alla scrittura, l’altro suo hobby.
All’inizio la giovane scrittrice con lo pseudonimo di Mary Westmacott riesce a pubblicare alcune poesie su “The Poetry Review”, ma i suoi racconti e le sue biografie romanzate spediti a vari editori vengono puntualmente respinti.
Allo scoppio la prima guerra mondiale, nel 1914, come molte sue coetanee di buona famiglia presta servizio come crocerossina all’ospedale di Torquay e lavorando come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni apprende nozioni che poi le tornerannoutili nella sua carriera di giallista. Sempre nel 1914 sposa il fidanzato, conosciuto due anni prima, il tenente Archibald Christie, che presta servizio nella Royal Flying Corps (la futura Raf) ed ha una figlia, Rosalind.
Nel 1920 Agatha Christie pubblica il primo romanzo, “Poirot a Styles Court”, giallo nato per una scommessa fatta con la sorella Madge, scettica circa la capacità di Agatha di scrivere una bella “detective story”, dove il lettore potesse capire, dagli indizi dati, chi fosse l’assassino. Il romanzo, che dà vita all’investigatore belga vanitoso e maniaco dell’ordine Hercule Poirot, l’eccentrico personaggio dalla testa d’uovo e dai baffi impomatati, e che era stato scritto quattro anni prima e rifiutato da vari editori, ha un discreto successo che la spinge a insistere su quella strada.
Agatha Christie scrisse altri romanzi, ma con modesti risultati fino al 1926 quando con “The Murder of Roger Ackroyd” (“Dalle nove alle dieci”), cominciò il vero successo ed in breve diviene una delle autrici più lette d’Inghilterra.
Nell’Aprile del 1928, dopo diversi mesi di attesa di un improbabile ripensamento del marito e dopo un viaggio alle Canarie con la figlia, Agatha Christie accettò il divorzio, ma chiese di poter mantenere il cognome del marito per non perdere la popolarità acquisita ed affronta un periodo di depressione che supera però nel 1930 conoscendo, durante un viaggio in Mesopotamia, Max Mallowan, un archeologo che sposa poco tempo dopo.
Negli anni trascorsi a fare scavi in Medio Oriente e a Torquay, Agatha crea il personaggio di miss Marple in “La morte nel villaggio” e scrive i suoi testi più famosi, come “Assassinio sull’Orient Express” e “Dieci piccoli indiani”.
Scrittrice assai prolifica e ormai tradotta in tutto il mondo, nel 1950 la Christie divenne membro della Royal Society of Literature. Nel 1951 venne messo in scena “The Hollow “(“La tana”) e cominciò il periodo d’oro del teatro.
Agata Christie, vanta tra i suoi fans la regina Mary, che nel 1947, per il suo ottantesimo compleanno, le chiede in dono una commedia: Agatha risponde scrivendo “Trappola per topi”, che a partire dal 1952 diventa il testo più rappresentato nei teatri di Londra e di tutto il mondo.
Altro successo fu “Witness for the Prosecution” (“Testimone d’accusa”), che l’Autrice considerava il suo capolavoro teatrale.
Nel 1954 Agatha Christie ricevette il Grand-Master Award of the Mystery Writers of America. In quel periodo tre commedie tenevano contemporaneamente il cartellone a Londra: The Mousetrap, Witness for the Prosecution e Spider’s Web (“La tela del ragno”).
Nel 1955 la Christie venne presentata alla regina Elisabetta e vinse un importante premio americano per la migliore opera teatrale straniera rappresentata a New York nella stagione ’54-’55.
Nel 1956 le venne conferita l’onorificenza di Commander of the Order of the British Empire (CBE) e, l’anno dopo, vi fu il successo cinematografico con “Witness for the Prosecution” (“Testimone d’accusa”) per la regia di Billy Wilder, con Tyrone Power, Marlene Dietrich e Charles Laughton.
Nel 1961 arrivò anche la laurea, Honoris Causa, in Lettere, dall’Università di Exeter nel Devon.
A coronamento di una così brillante carriera, Agatha Christie, nel 1971, riceve la massima onorificenza concessa ad una donna, quella di D.B.E (Dama dell’Impero Britannico).
Un’anno dopo la morte del suo primo personaggio, Poirot, nel romanzo “Sipario”, il 12 gennaio 1976, muore anche lei nella sua villa di campagna di Wallingford.
I romanzi della Christie sono stati tradotti in 103 lingue e, dopo la sua morte, venne pubblicata la sua autobiografia che la scrittrice aveva scritto negli ultimi quindici anni di vita.
Anno di pubblicazione: 1934
Edizione: Mondadori
Pagine: 223
Costo: 8,50
Consigliato: cosa state aspettando?

Sono appena scesa dalle porte del treno più rinomato e famoso della storia della letteratura inglese e mondiale, frutto dell’inventiva di una signora che io immagino avvolta al di sotto del collo fino alle forti ginocchia dal tepore di un semplice abito giallo, ovviamente, con degli occhialetti lucenti posti sulla punta del naso ed i capelli avvolti in un crocchia all’estremità della nuca, sempre attenta e pronta, astuta e dotata di un’intelligenza di straordinaria efficacia: Agatha Christie.
Ho percorso la tratta seguita dalle rotaie percorse dall’Orient Express in bilico tra un sentimento che oscillava dalla dolce tranquillità delle prime pagine all’ansia più totale del fulcro della vicenda, tipica emotività dovuta alla lettura di un qualsiavoglia libro dell’acuta scrittrice.
Il treno che ho preso, non è stato – al contrario di quanto si possa pensare – fermato da alcun clima rigido e freddo tipico della zona orientale della nostra Europa, ma il mio è stato un viaggio oltre ogni confine, un viaggio lungo la bellezza di duecentoquindici pagine, uno di quelli che durano troppo poco per rendersi conto di quanto accade mentre si è saltati sù.
Ed è proprio questo ciò che mi è capitato: salita sul convoglio ferroviario le cose mi sembravano abbastanza chiare, le dodici persone che avevano scelto la mia stessa tratta, non erano, a parte alcune eccezioni, delle figure rilevanti, non erano nemmeno persone sospette, si trattava semplicemente di persone che dovevano assolutamente recarsi dall’altra parte dell’Europa per lavoro o per motivi strettamente personali.
Ma è proprio nel momento in cui tutto sembra perfetto, come è solito, che le cose si complicano, si ingarbugliano e ci si chiede come si è potuti rimanere inermi, senza avere il minimo sospetto di ciò che sarebbe potuto accadere e ci si arrovella sul perché non si è rimasti in guardia. Non è questo, però, il caso. In mia compagnia e delle dodici persone che animano il treno, si trova, guarda caso, il signor Poirot, un investigatore belga dalla fama pressoché indiscutibile. La notte prima, infatti, in nostra compagnia sul treno si trovava un acuto assassino che, approffittandosi del clima freddo e rigido e del treno bloccato dalla neve, sferra un duro colpo al signor Ratchett, uno tra i viaggiatori provenienti dagli Stati Uniti che, per sua sfortuna, non ne uscirà vivo.
Sarà proprio l’impareggiabile Poirot, come suo solito, a risolvere sagacemente il mistero del delitto e a fare in modo che tutto possa volgere al termine.

E’, appunto, un viaggio senza fine quello che ho intrapreso poche settimane fa in compagnia dell’adorabile genio di Agatha Christie con Dieci piccoli indiani, che si è esteso ed ampliato con la lettura di questo Assassinio sull’Orient Express e che, grazie all’ineffabile abilità della stessa scrittrice si dilungherà, appunto, all’infinito.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

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La strada | Cormac McCarthy

Titolo: La strada
Titolo originale: The Road
Autore: Cormac McCarthy
Notizie sull’autore: Nato a Providence, nel Rhode Island, il 20 luglio 1933, lo scrittore (all’anagrafe Charles McCarthy Jr) è il terzo di sei figli della coppia Charles Joseph e Gladys Christina McGrail McCarty. Nel 1937 la famiglia si trasferisce a Knoxville. Qui, il giovane Cormac studia presso la Catholic High School, anticamera per la University of Tennessee frequentata nel biennio 1951-1952 e interrotta in seguito alla decisione di arruolarsi, un anno più tardi, nella U.S. Air Force (quattro anni di servizio, due dei quali trascorsi in una base in Alaska). Negli anni tra il 1957 e il 1960, McCarthy riprende gli studi (senza portarli a termine) e pubblica due racconti sulla rivista studentesca ‘The Calling’, firmandoli C. J. McCarthy Jr. Sempre all’università, vince il premio Ingram-Merrill per la scrittura creativa e conosce Lee Holleman, studentessa che sposerà e dalla quale avrà un figlio di nome Cullen.
Trasferitosi a Chicago con moglie e figlio, McCarthy lavora come meccanico in un’autorimessa, scrive, poi fa ritorno nel Tennessee, dove il suo matrimonio finisce (nel 1991, Lee Holleman pubblicherà una raccolta di poesie dal titolo Desirès door).
Nel 1965, poco prima di veder pubblicato il primo romanzo The Orchard keeper (grazie ad Albert Erskine, per molti anni amico ed editor di Faulkner), riceve una borsa di studio dalla American Academy of Arts and Letters e sfrutta tale somma per compiere un viaggio in Europa alla ricerca delle sue origini irlandesi. Proprio durante la lunga traversata in nave, incontra Anne DeLisle, cantante e ballerina inglese con la quale si unirà in matrimonio in Inghilterra nel 1966. Insieme alla nuova consorte, lo scrittore soggiorna in Francia, Svizzera, Italia e Spagna. Ad Ibiza termina Outer dark, pubblicato negli States dalla Random House nel 1968, un anno dopo il rientro di McCarthy nel Tennessee. Il romanzo – sorta di fiaba nera incentrata sui personaggi di Culla e Rinthy, fratelli e amanti maledetti in un Sud depresso e violento – riceve una buona accoglienza da parte della critica e porta una nuova borsa di studio (la Guggenheim per la scrittura creativa) destinata a migliorare le condizioni economiche dello scrittore.
Tra il 1973 ed il 1976, McCarthy pubblica Child of God, scrive la sceneggiatura per il film The Gardener’s son, diretto da Richard Pearce e si separa da Anne. Da questo momento in avanti, lo scrittore andrà a vivere nel Texas, ad El Paso, cominciando un progressivo autoesilio dalla scena pubblica con interviste sempre più rare.
Nel 1979, dopo circa un ventennio di gestazione, esce Suttree, per alcuni il vero capolavoro di McCarthy, contrapposto al ‘romanzo della svolta’ Blood meridian, or the Evening Redness in the West (1985), mentre nel 1992 vede la luce All the pretty horses, primo tomo della ‘trilogia del confine’.
Nel 1994 viene pubblicata dalla Ecco Press The Stonemason, tragedia teatrale scritta a metà degli anni Settanta che ruota intorno alle vicende di tre generazioni di una famiglia di neri del Kentucky. A breve distanza, Knopf fa arrivare in libreria The Crossing, secondo volume della ‘trilogia del confinè, mentre il terzo ed ultimo romanzo del fortunato ciclo, Cities of the plan, vedrà la luce nel 1998 e sarà caratterizzato dall’incontro, nello stesso scenario, tra i protagonisti dei primi due episodi John Grady Cole e Billy Parham.
McCarthy attualmente non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l’eccezione dell’intervista televisiva con Oprah Winfrey).
Anno di pubblicazione: 2007
Edizione: Einaudi
Traduzione: Testa M.
Pagine: 218
Consigliato: Consigliatissimo.

‘Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.’

Premetto che ho iniziato questo libro affamata, nel senso vero e proprio della parola, tra le mani un pezzetto di pane con del salame e il desiderio di avventurarmi tra le onde di quel mare infinito che sono le parole di McCarthy. Andando avanti, pagina per pagina, il mondo che riuscivo ad immaginare, la Terra che mi si presentava davanti faceva in modo che il mio appetito fosse appagato da un sentimento di consapevolezza che solo l’autore di questo libro, come pochi altri, riesce a importi.

E’ un mondo triste e desolato, un mondo ridotto a brandelli, incenerito e finito quello che McCarthy ritrae in questo romanzo. Spacciati gli uomini, sterminati gli animali, distrutti gli edifici pubblici e le case private, decaduti il sogno e la realtà, un uomo e un bambino, suo figlio, percorrono la strada in lungo e in largo, per quanto possano, diretti verso la salvezza e l’oceano, verso un miracolo e la speranza. Cartelli pubblicitari ritraenti oggetti e prodotti non più esistenti, strade barcollanti e deserte, il vento e la pioggia che incombono sulla Terra incuranti di quello che ormai non potrà più essere chiamato ‘destino’ dell’uomo.

‘Già allora tutte le riserve di cibo erano esaurite, e la terra era sconvolta dai massacri. In breve tempo il mondo sarebbe stato popolato da gente pronta a mangiarti i figli sotto gli occhi, e le città dominate da manipoli di predoni anneriti che scavavano gallerie in mezzo alle rovine e strisciavano fuori dalle macerie in un biancheggiare di occhi e denti […] Il soffice talco nero si spandeva a sbuffi per le strade come inchiostro di seppia sul fondo del mare, il freddo scendeva lento e faceva buio sempre più preso, e i disperati che frugavano alla luce delle torce sul fondo dei dirupi lasciavano nello strato di cenere ombre morbide che si richiudevano dietro di loro silenziose come occhi. Per le strade i pellegrini sprofondavano, cadevano e morivano e la terra avvolta nel suo lugubre veo continuava ad arrancare intorno al sole, ignorata e smarrita come qualsiasi altro pianeta sconosciuto nella remota oscurità circostante.’

Situazioni, paesaggi e sensazioni lontani da noi ‘occidentali’, ma che in qualche modo (e noi lo sappiamo bene, nonostante fingiamo in continuazione che tutto vada per il meglio) si manifestano in luoghi lontani da quelli in cui viviamo. C’è ancora oggi, a questo mondo, qualcuno che si strazia per uno stomaco intransigente ma vuoto, per un po’ d’acqua potabile, per una doccia rigenerante, per delle malattie ritenute banali nei nostri bei paesi ma che sono mortali in queste altre zone dimenticate da ‘Dio’ e lasciate alla loro fortuna.
C’è ancora oggi, nei nostri bei paesi invece, qualcuno che ritiene che la nostra Terra possa essere utilizzata come un portarifiuti vivente dimenticando o gettando qualsiasi cosa non vada più a loro genio per strada, nel bel mezzo della natura, oppure chi ce li lascia di proposito, chi si scorda l’acqua del rubinetto accesa, chi pensa che questo mondo sia nostro, dimenticando che invece siamo solo dei piccoli ed insignificanti esserini di passaggio. La mia intenzione non è quella di far la morale, ma di arrivare ad una sola e opportuna domanda: tutto ciò non è forse già una sorta di ‘fine del mondo’?

Un urlo di paura e di coscienza proviene dalle parole dell’autore di questo romanzo; durante la lettura di questo libro il lettore viene (dovrebbe essere) colto da una martellata sul cranio, da un lume di consapevolezza al quale McCarthy vuol far arrivare. Quello ritratto da quest’ultimo è poi un mondo così remoto e lontano da noi, oppure è un mondo che ci assomiglia e che è talmente a un palmo vicino a noi che non ce n’accorgiamo nemmeno?
Voglio dire, che sia Girolamo Savonarola nel ‘500, che siano i Maya nel 2000, nel mondo contemporaneo, non è forse vero che se un giorno crudelmente la Terra si ribellerà prendendoci tutti a calci del didietro, sarà indubbiamente e inevitabilmente colpa dell’uomo?

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

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-> Trilogia della frontiera
-> Figlio di Dio 


Il vecchio e il mare | Ernest Hemingway

Titolo: Il vecchio e il mare
Titolo originale: The Old Man and the Sea
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway, secondogenito di una numerosa famiglia, nasce a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago, il 21 luglio 1899. In compagnia del padre, un medico che amava la vita all’aria aperta, viene introdotto fin dall’infanzia all’amore per la caccia e la pesca, che rimarranno le sue grandi passioni per tutta la vita. Sono esperienze di un rapporto formativo e quasi iniziatico con la natura che troveranno poi espressioni in alcuni dei suoi migliori racconti.
Notando il precoce talento gli insegnanti lo incoraggiano a scrivere e dopo il diploma viene assunto come cronista dal Kansas City Star. Hemingway inizia così una professione che non abbandonerà mai e che influenzerà profondamente la sua carriera di scrittore. Nel 1918 Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze e viene inviato sul fronte italiano. Ferito a Fossalta di Piave, dopo un periodo di cure a Milano ritorna in breve tempo al fronte. L’orrore della guerra in trincea lascerà un segno indelebile nello sviluppo della sua personalità e le esperienze di guerra costituiranno la base per Addio alle armi (1929), uno dei suoi romanzi più celebri. Rientrato negli USA, e festeggiato nella cittadina natale come un eroe, riprende l’attività di giornalista, e comincia a lavorare ad alcuni racconti, ma non riesce a riadattarsi.
Nel 1920 sbarca in Europa come corrispondente del Toronto Star; dopo essere partito alla volta della Spagna, nell’anno 1929, Hemingway torna negli USA stabilendosi a Key West, in Florida. Nel ’37 lavora come corrispondente di guerra a fianco degli americani e l’esperienza assumerà anche una sua forma narrativa nel famoso romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 e scritto a Cuba dove si è trasferito nel 1939. Nonostante i successi e la fama internazionale,scrivere gli resta sempre più difficile; il suo pessimismo cresce, l’immagine del vecchio e virile Hemingway crolla improvvisamente. Riesce a scrivere un ultimissimo racconto, la lotta del pescatore Santiago narrata ne Il vecchio e il mare (1952). Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che, nonostante le cure degli amici e della moglie, il 2 luglio del 1961, lo condurrà al suicidio.
Anno di pubblicazione: 1952
Edizione: Mondadori
Pagine:104
Costo: 8,50€
Consigliato: Un ‘must-read’.

‘Non lo disse a voce alta, perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono’

E’ con questa storia che inizio la mia interminabile (sì, ne sono consapevole) storia d’amore con Ernest Hemingway. Una storia che delinea la forza di volontà, d’animo, il coraggio e la voglia di combattere e lottare di un uomo a cui ho dato da quasi un giorno uno spazietto nel mio cuore. Santiago è un pescatore, così come lo fu Hemingway e motivo per il quale mi piace pensare che questa sia una sorta di sua autobiografia, appassionato di baseball e al quale capita molto spesso, un po’ come a tutti noi, di sognare ad occhi aperti. Un uomo che dopo ottantaquattro giorni di sordida sfortuna, riesce finalmente a catturare una nobile preda, una preda che ben presto, però, si farà corteggiare e gli farà sudare sette camicie.

Una storia che, nemmeno a farlo apposta, sembra abbia voluto riportarmi a vecchie memorie, a vecchi ricordi scolpiti nella mente: il mare azzurro come un cielo d’agosto, la pesca come semplice passatempo ma anche come stile di vita, la fauna marina che spesso incute il terrore più profondo e che non ama in alcun modo la compagnia di quell’essere screanzato che è l’uomo; per me, ragazza proveniente da un piccolo paesino della Sardegna a circa trenta chilometri dal mare, è stato come riassaporare un gelato al gusto che preferivo di più quand’avevo otto anni.

‘L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.’

Il vecchio e il mare è un romanzo che istiga alla vita e al coraggio più puro, alla voglia di fare e di combattere arduamente per raggiungere ‘l’obiettivo’ al quale ci si impone di arrivare; niente e nessuno, se la nostra è una buona volontà, può esserci d’impaccio, e soprattutto niente e nessuno può attraversare il nostro cammino, mettendoci i bastoni fra le ruote ed impedendoci di arrivare finalmente alla meta. Non c’è nulla che ci impedisce di ‘arrivare’, di ‘brillare’, a parte il ‘volere troppo poco’; non c’è squalo che tenga in un oceano di problemi e difficoltà che la vita ci impone e ci pone, di fronte alla nostra forza.
Oltre a questo, in questo amabile racconto, nonostante Hemingway inizialmente dica che le cose belle non accadono se le si dice a voce alta, possiamo trovare comunque Santiago che parla a voce alta a se stesso. Attraverso la sua voce il vecchio riesce a tranquillizzarsi, fa in modo che la sua speranza non svanisca nel nulla come il fumo di una sigaretta, parlando a se stesso, a voce alta, la sua forza e la sua buona volontà non vengono meno, e credo che questo sia un segno di come Hemingway ci voglia far pensare a quanto malleabile sia il nostro ‘pensare’, e dunque l’intelletto stesso, che può essere rigenerato da una parola positiva, dalla stessa positività insita in noi stessi. Insomma, non si può rischiare di dire e urlare al mondo intero un proprio desiderio per paura, una volta averlo urlato, di non essere minimamente ascoltati da quella forza oscura che in qualche modo riesce a realizzare i nostri sogni, ma non si può non utilizzare la propria voce come il miglior calmante del proprio animo.

Ciò che più mi addolora e mi rende triste, e con questo chiudo, è il fatto che mi sembra strano e mi fa rimanere di sasso che la stessa persona che è riuscita a scrivere questo romanzo, Ernest Hemingway, un romanzo forte, avvincente, pregno di voglia di continuare a lottare per tutto ciò in cui si crede, sia riuscito a compiere un gesto che va al di là di questa storia, che è totalmente contrario a ciò che è racchiuso in queste centoquattro pagine di pura ‘vita’, ovvero il suicidio. Forse anche i più forti, quelli che sembra non cederanno mai, ad un certo punto della loro vita finiscono ogni residuo di forza rimasta e si abbandonano a quello che sarà il loro ‘destino’.

10/10

Alessandra Mugnai

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La ragazza dello Sputnik | Haruki Murakami

Titolo: La ragazza dello Sputnik
Titolo originale: Supuhtoniku no Koibito
Autore: Haruki Murakami
Cenni sull’autore: A un anno Haruki Murakami si trasferisce nella città di Ashiya, nella prefettura di Hyogo. Poco dopo si trasferisce a Kobe. E’ qui che trascorre la sua crescita ed è sempre qui che,  grazie all’ambiente multiculturale di questa città sul mare, comincia ad entrare in contatto con stranieri e libri inglesi. Al liceo, scrive nel giornale della sua scuola.
Si iscrive alla facoltà di letteratura dell’università Waseda di Tokyo. Nel 1968, durante il primo anno di università, conosce Yoko Takahashi (nata il 2 ottobre 1948), figlia di un commerciante di futon di Tokyo, sua futura moglie. Sono gli anni delle rivolte studentesche e Murakami vive molto liberamente quel periodo. A proposito della guerra in Vietnam ha detto “Anche se il Giappone non partecipò alla guerra, noi eravamo convinti che dovevamo assolutamente porvi fine. Questo era il nostro sogno per un nuovo e pacifico mondo.” Nell’ottobre del 1971, Haruki Murakami sposa Yoko Takahashi. Haruki lascia l’università per un anno e comincia a lavorare per una stazione tv. Ma poichè questo lavoro non lo soddisfa, lui e la moglie decidono di aprire un jazz bar. I soldi necessari ad aprire questa attività provengono da un prestito di una banca e dai guadagni ottenuti dai due lavorando di giorno in un negozio di dischi (anche questa esperienza viene riproposta in Tokyo blues, norwegian wood) e di sera in una coffe house.
Haruki si laurea nel 1975 con una tesi dal titolo: “l’idea del viaggio nel cinema americano”.  Nel 1977 trasferiscono il jazz bar in una zona più centrale di Tokyo. Il nuovo locale aveva come insegna un enorme sorridente gatto del Cheshire e all’interno tutto (tavoli, bastoncini, tazze, fiammiferi..) era decorato con dei gatti. Murakami fino a questo momento è vissuto interessandosi alle sue due passioni: la musica e la letteratura, ma concentrandosi prevalentemente sulla prima. Sentiva infatti di non avere ancora l’esperienza necessaria per scrivere un libro. Ma le cose stanno cambiando. Come ha modo lui stesso di raccontare “in un bel giorno di primavera, nell’ Aprile del ’74, stavo sdraiato su un prato, bevendo una birra e guardando una partita di baseball. E improvvisamente decisi di scrivere il mio primo romanzo.” Si tratta di kaze no uta o kike (ascolta la canzone nel vento), che viene pubblicato nel 1979 facendogli ottenere nello stesso anno il premio Gunzo (Gunzou Shinjin Sho) come migliore scrittore emergente. Nel 1980 pubblica 1973nen no pinbohru (il flipper del 1973) e nel 1982 Hitsuji o meguru Bohken (sotto il segno della pecora), con cui vince il premio letterario Noma (Noma Bungei Shinjin Sho) per scrittori emergenti. Questi tre libri costituiscono la Trilogia del ratto, chiamata così perchè, oltre al protagonista (Boku, termine giapponese maschile e poco formale per indicare “io”), uno dei personaggi principali è “Il ratto”.

Già da un anno (1981) Haruki ha venduto il jazz bar e ha cominciato a vivere dei proventi dei suoi libri.
Nel 1985 pubblica Sekai no Owari to Haado-boirudo Wandaarando (la fine del mondo e il paese della meraviglie) che gli vale nello stesso anno il premio Junichi Tanizaki. Nel febbraio del 1986 si trasferisce di nuovo, questa volta a Oiso, nella prefettura di Kanagawa. Dall’ottobre 1986 viaggia tra la Grecia e l’Italia (in particolare, in Sicilia e a Roma) e scrive noruwei no mori (Norwegian wood), che viene pubblicato in Giappone nel 1987 mentre Murakami si trova ancora in Europa. Noruwei no mori si rivela fin da subito un autentico caso letterario, vendendo 2 milioni di copie in un anno!

Tra il 1987 e il 1988 Murakami scrive interamente a Roma dansu dansu dansu (dance dance dance), che viene pubblicato nel 1988. Dal gennaio 1991 si trasferisce in America, dove lavora come ricercatore associato all’università di Princeton. Il gennaio dell’anno seguente è nominato professore associato della stessa università. Dei suoi frequenti viaggi scrive “Se potessi sceglierei di vivere in Inghilterra. Quando ero in Europa ho pensato di tornare nel mio paese di origine a quarant’anni. Ma non l’ho fatto.” Nel 1992 esce Kokkyo no minami, taiyou no nishi (a sud del confine ad ovest del sole). Nel luglio del 1993 si trasferisce a Santa Ana CA per insegnare all’università William Howard Taft. Nel 1994 e nel 1995 vengono pubblicati i tre volumi di Nejimakidori kuronikuru (l’uccello che girava le viti del mondo), che gli valgono nel 1996 il prestigioso premio Yomiuri. Nel 1997 viene pubblicato Underground, saggio sull’attentato alla metropolitana di Tokyo da parte della setta AUM nel 1994. In questo saggio, Murakami raccoglie le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, cercando anche di tracciare un quadro del Giappone contemporaneo. Nel 1999 esce Supuhtoniku no Koibito (la ragazza dello sputnik).
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Pagine: 236
Costo: 9,60
Consigliato: Sì, assieme al suo Norwegian Wood.

Un velo di malinconia e sconforto avvolge questo romanzo dall’inizio, per tutto il corso delle vicende insite in esso, fino alla stessa conclusione. Lo stesso Murakami che troviamo in un affascinantissimo Norwegian Wood (reso ancora più affascinante dal fatto che il titolo fa riferimento all’omonima e semi-conosciuta canzone Beatlesiana scritta dallo stesso John Lennon) riesce a tenere il filo del racconto a un metro sopra la nostra testa per tutta la durata dello stesso e, nonostante i nostri terribili sforzi per arrivare ad afferrarlo, finisce che il romanzo termina e noi rimaniamo come dei veri e propri pesci lessi col braccio a penzoloni. Capite cosa voglio dire?
Sì, è proprio uno di quei romanzi.
Un romanzo intenso, emozionante, vigoroso che riesce a tenere il lettore col fiatone fino alla fine della corsa e quest’ultimo, arrivato a questo punto, non può che chiedersi perché lo scrittore non abbia continuato a scrivere e a prolungare il racconto all’infinito.
Ma ora passiamo alla vicenda, o almeno tracciamone i contenuti principali.

Sumire è una ragazza vispa ed impulsiva, un’accanita fumatrice, appassionata di libri, ma sopra ogni cosa amante della scrittura. Ad ogni piccolo ritaglio di tempo libero, i suoi appunti crescono a dismisura e la protagonista del nostro racconto non fa che esprimere attraverso questi le sue stesse emozioni più profonde. (Curioso il fatto che è già il secondo libro nel giro di due mesi che tratta di scrittura e riporta gli affanni degli stessi protagonisti che darebbero qualsiasi cosa pur di coronare il loro sogno più grande, ovvero quello di diventare degli scrittori professionisti. Curioso dico, perché eh, perché magari).
Ma il ribaltamento della scena, ciò che cambia ogni tradizionale visione di Sumire, la nostra giovane aspirante scrittrice giapponese, è una donna più grande di lei di circa quindici anni, Myu. Affascinante e piena di grandi doti, Myu affascina Sumire fino al punto che, frequentandola di volta in volta, non può che domandarsi se ciò che prova per lei non sia proprio amore. Ed infatti è così, Myu sconvolge la sua intera esistenza; Sumire si troverà in bilico tra la sua vita, quella che ha vissuto fino ad allora ignara dell’esistenza di questa meravigliosa donna spuntata fuori dal nulla e la sua nuova vita, quella che inzierà a vivere dal momento in cui Myu entra a far parte di essa. Sconvolgimento totale che porterà la stessa protagonista ad avere alcuni imponenti dubbi anche su ciò che ha amato e che ha pensato avrebbe amato sempre, ovvero la scrittura.
Un ulteriore elemento di sorpresa e di novità all’intero del libro è quello offertoci dal fatto che della piccola e generosa Sumire è innamorato però il suo migliore amico, un giovane di cui non conosciamo il nome e che farà da voce narrante per tutta la durata del racconto.
E’ proprio sul rapporto di questi tre che l’intero romanzo dello scrittore dagli occhi orientali si baserà; l’intreccio delle loro vite, il fatto che queste siano in qualche modo legate ma che i tre non riescano in nessun modo a collegarle e ad afferrarsi l’uno con l’altro. Sarà proprio questo che lascerà alla fine del racconto un sentimento di sgomento misto a malinconia nell’animo del lettore.

La fine del libro, è proprio qui che sta il reale nocciolo della questione, lo scioglimento del nodo, il fine ultimo, a mio parere, dell’intero romanzo.

‘Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose più preziose, trasformati in persone diverse che di sè conservano solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere. Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza’.

Murakami ci mostra la caducità delle cose, dell’esistenza; non la fragilità di noi stessi ma quella della nostra stessa vita che, in un modo o nell’altro, un giorno avrà modo di spezzarsi; tuttavia, non solamente della nostra, ma soprattutto la vita e l’esistenza di ciò che amiamo, di ciò che ci sta attorno. Lo scrittore riesce a inserire questo considerevole discorso in un puzzle fatto di parole semplici ma efficaci, la cruda realtà ci viene sparata in faccia in modo a tratti malinconico e crudo (come nel passo appena riportato) ma a volte anche attraverso una visione tipica del sognatore, con degli elementi fantastici e altalenanti tra quella linea poi non del tutto netta tra realtà e finzione.

Un libro che è un invito a far tesoro del tempo, un tempo fugace, un tempo meschino e infantile che sembra non abbia ‘tempo’ (scusate il gioco di parole) per noi e per la nostra misera esistenza, un tempo che è uno Sputnik, che vola via come un razzo senza che lasciarci la consapevolezza e la cognizione di un tempo che fu. L’invito che Murakami ci rivolge dovrebbe essere scritto e affisso in ogni dove, dalla cucina di casa nostra, ai luoghi che frequentiamo abitualmente, fino ai posti che ci capita di frequentare meno spesso.
Avete da dire qualcosa di importante alla vostra fidanzata o a vostra madre? Cosa state aspettando? Avete un sogno da realizzare ma non avete gli strumenti adatti per farlo? Cosa state aspettando a procurarveli? Siete ossessionati da un libro o da un disco che ancora non avete avuto il piacere di comprare? Cosa aspettate? Volete lasciare la vostra vita per crearvene una migliore? Ne avete solo una, non fatevi ingannare da chi vi dice che bisogna accontentarsi.
Un libro che è un carpe diem.

Voto 9,5/10

Alessandra Mugnai


Caino | José Saramago

Titolo: Caino
Titolo originale: Caim
Autore: Josè Saramago
Cenni sull’autore:  José de Sousa, padre di Saramago, era un agricoltore, che si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924, dove trovò lavoro come poliziotto. Costretto ad interrompere gli studi secondari fece varie esperienze di lavoro prima di approdare al giornalismo che ha esercitato con successo su vari quotidiani. Dopo il romanzo giovanile Terra e due libri di poesia caratterizzati da una forte sensibilità ritmico-lessicale, si è rivelato acquistando fama internazionale con un’originale produzione narrativa in cui rielaborazione storica e immaginazione mistica e allegorica, realtà e finzione si mescolano in un linguaggio tendenzialmente poetico e vicino ai modi della narrazione orale. Riconosciuto come uno degli autori più significativi del Novecento, la sua produzione spazia dalla poesia al romanzo, dal teatro La seconda volta di Francesco d’Assisi e Nomine Dei ai racconti storici.
Intellettuale raffinato ed impegnato, ha spesso fatto discutere per i suoi racconti dissacranti che colpiscono al cuore i mali della nostra società. Nel 1998 l’Accademia di Svezia gli ha conferito il Premio Nobel per la Letteratura premiando le sue qualità di scrittore ma anche l’uomo delle battaglie civili.  Fissa in una frase il perché del proprio scrivere: “Le parole sono l’unica cosa immortale: quando uno è morto, ai posteri rimangono solo loro”.
Edizione: I Narratori, Feltrinelli
Numero pagine: 142
Costo: 15,00
-> Consigliato: Consigliatissimo.

‘Dio non potrebbe essere mai cattivo oppure non sarebbe dio, di cattivo abbiamo il diavolo, Ma neanche può essere buono un dio che dà ordine a un padre di uccidere e bruciare sul rogo il proprio figlio solo per mettere alla prova la sua fede, questo non ordinerebbe di farlo nemmeno il più cattivo dei demoni.’

Un Saramago sorprendentemente ironico, cinicamente scettico ci delinea la storia di Caino, lo stesso personaggio che si può facilmente trovare in uno dei maggior best seller del mondo, ovvero la Bibbia e il suo Antico testamento. Attraverso le innumerevoli avventure del personaggio appena citato, l’autore ci dà un quadro abbastanza trasparente della sua visione religiosa. Non a caso, l’arguto scrittore, sceglie come protagonista di quest’opera proprio Caino, uno dei personaggi più malvagi dell’intera storia biblica. Lo fa, contrariamente a ciò che ci si può aspettare leggendo il titolo del libro e aprendo lo stesso, in una maniera del tutto originale: il protagonista non è la personificazione del male come si può pensare, ma è una persona, un essere umano come tutti gli altri, non migliore né peggiore.

Attorno alla storia da cui nacque ‘tutto’, ovvero quella di Adamo ed Eva e il peccato dovuto alla tremenda bellezza del frutto proibito ma anche e soprattutto all’ingordigia e all’irrefrenabile curiosità dovuta a ciò che non è permesso tipica dell’uomo, abbiamo le avventure in cui Caino si alterna per tutta la durata del libro come protagonista o come semplice spettatore o in alcuni casi, ‘visitatore’.

Attraverso i resoconti delle varie storie ‘religiose’ riportate all’interno dell’opera di Saramago viene delineata la figura di un Dio che, a dispetto di ciò che ci si aspetta, non perdona, un Dio infantile e vendicativo, un vero e proprio Diavolo divino. In questo penso stia il succo di tutto il racconto: il ribaltamento della tipica figura malvagia (Caino) guidata da quella forza oscura che viene solitamente definita come ‘diavolo’ e che soprendentemente viene tradotta e ricostituita in una figura buona e soggetta al potere di un Dio senza ragione, un Dio crudele nei confronti di ciò che lui stesso è riuscito a creare.

E’ un genio, quello di Saramago, che prima di questo libro non avevo mai avuto la fortuna d’incontrare, che mi ha lasciata stregata durante tutta la durata del racconto, ma anche divertita. Sono centoquarantadue pagine di puro divertimento, ma allo stesso tempo di puro ragionamento forzato. Un Saramago che, se non fosse per la sua quasi totale mancanza di punteggiatura (a parte il punto e la virgola) riceverebbe, a mio modestissimo parere, quei due punti che gli hanno impedito di arrivare ad un pieno dieci su dieci.

‘La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.’

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Saramago potete leggere anche la recensione di:
-> Cecità 


Bianca come il latte, rossa come il sangue | Alessandro D’Avenia

Titolo: Bianca come il latte, rossa come il sangue
Autore: Alessandro D’Avenia
Cenni sull’autore: Alessandro D’Avenia è nato il 2 maggio 1977 a Palermo. Dopo aver frequentato il liceo classico si è trasferito a Roma per seguire l’università alla facoltà di lettere classiche a La Sapienza. Nel 2000 Alessandro si è laureato in letteratura greca e ha vinto anche un dottorato di ricerca all’università di Siena in Antropologia del mondo antico. In seguito ha cominciato a insegnare per tre anni di scuola media e successivamente ha cominciato ad insegnare anche al liceo.
Ha scritto due romanzi, Bianca come il latte, rossa come il sangue, uscito nel 2010, da cui è stato tratto un film nel 2012, e Cose che nessuno sa, pubblicato l’anno successivo.
Anno di pubblicazione: 2010
Edizione: Oscar Mondadori
Numero pagine: 254
Costo: 16,00
-> Consigliato: sconsigliato.

 

Mi siedo sulla poltrona del salotto di casa e inizio questa lettura come una qualsiasi altra persona inviata in un luogo conosciuto da ‘tutti’ e amato da troppi; ragion per cui mi ci siedo con tutti i buoni propositi, consapevole del fatto che mi sto per dirigere verso una lettura più che piacevole. Scorrendo le prime pagine mi accorgo che la poltrona è un po’ troppo scomoda, o forse si tratta di un libro a dir poco noioso? Non ci sono aggettivi per descrivere questo libro; esatto, un libro indescrivibile ma non nel senso propriamente positivo del termine. Potrei riuscire, forse, a catalogarlo sotto la dicitura ‘libri giovanili’.

Leo è un ragazzo di sedici anni come tanti, amante del calcio e della musica, non nutre certamente una passione sfrenata verso la scuola e, ovviamente, lo studio. L’unica motivazione che lo spinge a dirigersi verso quell’edificio terrificante è Beatrice, una ragazza dalla bellezza innata che frequenta il suo stesso liceo e di cui, come tutti già avrete capito, è ‘follemente’ innamorato.

No, il libro che state per leggere, non è un libro che narra di una storia d’amore tra i due; D’Avenia ci allieta con quelli che sono i caratteri tipici della sentimentalità di un ragazzino di sedici anni (pensate un po’ che il suo modo di scrivere appartiene proprio a questo mondo ‘giovanile’).

“I fumetti sono muti, nonostante i loro colori. Lo stereo è muto, perché non ho voglia di accenderlo. Il pc è muto, perché quello schermo, così profondo da averci dentro il mondo intero se lo guardi è solo uno schermo piatto. E ti chiedi come faccia a contenere tutto quel mondo, tutto quel mare, se è così piatto.”;
“Il T9 non ha la parola Dio, il che dimostra che Dio non esiste”.

No, non avete appena partecipato alla sagra delle banalità, ma ho appena voluto riportarvi degli esempi palesanti la mia impressione già ribadita precedentemente sulla ‘pochezza’ gravante sulla quasi totalità del suddetto libro.

Ciò nonostante, mi ha estremamente colpita il fatto che siano stati citati grandi nomi della letteratura italiana e non, quali Dante Alighieri e una delle sue opere a mio parere più imponenti quale la Vita Nova, Friedrich Nietzsche viene ugualmente citato durante un monologo interiore del ragazzo protagonista e, ancora, vengono riportati indirettamente dallo scrittore attraverso dei dialoghi in lungo e in largo all’interno di tutto il corpo del libro titoli quali L’attimo fuggente, film di Peter Weir e altri nomi quali Ray Bradbury e, musicalmente parlando, Coldplay. Allusioni e cenni dai quali il lettore può indubbiamente prendere spunto.

Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è quello del significato metaforico del bianco e del rosso che ricorre sistematicamente quasi capitolo per capitolo: rosso che sta per amore, passione, gioia, letizia, beatitudine, colore che inevitabilmente va ad incontrarsi con quello dei capelli della Beatrice di Leo, bianco che sta per vuoto, per tristezza interiore dovuta alle molteplici situazioni difficili che gli esperti della vita ci hanno posto innanzi. Un bianco che mi ha ricordato (e ora direte che sono pazza) lo Spleen di Baudelaire, ergo ‘le mal du vivre’, il male di vivere, l’angoscia e il malessere esistenziale che affligge l’uomo sin dall’inizio della sua carriera in questo mondo.

Insomma, un libro semplice e scorrevole sicuramente adatto a tutti coloro che, giovanissimi, hanno appena iniziato la loro carriera da lettori; un libro che grazie agli spunti sopracitati può riuscire a indirizzare il lettore verso ciò che definisco la ‘retta via’.

Perché, stando a ciò che dice Kafka: Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?
Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio. Un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

A voi le conclusioni.

Voto: 5/10

Alessandra Mugnai


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