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Diario di una scrittrice | Virginia Woolf

Titolo: Diario di una scrittrice
Titolo originale: A Writer’s Diary
Autore: Virginia Woolf, Leonard Woolf
Cenni sull’autore: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.  Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (via wikipedia)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: BEAT. Edizione originale minimum fax
Curatore: Leonard Woolf
Traduttore: Giuliana De Carlo
Numero pagine: 418
Costo: 9,00€
-> Consigliato: A chi vuol addentrarsi nella vita di uno scrittore, nei retroscena delle sue opere.

Strano come la forza creativa rimette subito in sesto l’universo intero.”

Bisogna armarsi di passione e di pazienza per entrare nell’Io inespresso della Woolf, e salire sulle impalcature di quelle sue lente – e pur sempre operose – costruzioni letterarie. Leggere il suo diario è dare uno sguardo attento dapprima alla planimetria e poi al vero e proprio progetto, portato avanti con impegno e minuziosità, nell’esercizio della scrittura, nell’esercizio del vivere. È partecipare direttamente alla formazione delle fondamenta fatte di cemento armato: di carta e inchiostro, di tantissime letture classiche, moderne e contemporanee. È vedere sollevarsi pilastri d’operosi pensieri, squadrati e stabili, sul proprio lavoro di scrittrice e di critica letteraria. È ripararsi dietro mura spesse di mattoni, dentro la sua solitudine, protetta dai più cari amici e da Leonard, suo marito, il suo primo lettore, il suo più grande estimatore e supervisore di questo grande progetto diventato poi, un classico, una serie di classici. È guardare fuori dalle finestre la storia scorrere, la natura esplodere e la vita morire. È abbellire gli interni di uno stile perfezionato attraverso prove, revisioni, stroncature, tagli su tagli: essenziale. È ammirare infine una struttura costruita per resistere ai venti più forti della critica letteraria, ai terremoti più forti della vita, alla morte stessa.

“Non si scherza con le parole – non si può – quando si vuole che durino «in eterno».”

Era questa la Woolf, una donna forte che confidava nelle sue capacità ma che anche teneva molto a ciò che gli altri pensavano di lei. Si aspettava forti critiche, e puntuali arrivavano dopo ogni sua pubblicazione, e queste le servivano per rafforzarsi nelle sue intenzioni. Arrivavano pure molti complimenti e vendite inaspettate, e quest’altre contribuivano a farla sorridere di felicità e a crearsi dei risparmi che spendeva in libri, quaderni, viaggi, penne e calamai. Soffriva il vuoto dell’inoperosità, che arrivava sempre dopo le ultime frasi dei suoi libri, e aveva paura della morte, soprattutto quando sottraeva alla vita persone che riscopriva care. Lottava contro il fascismo e per la parità dei sessi, e per sua sfortuna visse gli ultimi suoi anni col pensiero costante di una guerra “inutile”: di altre morti.

Questa era la Woolf dedita a leggere e scrivere, vivere e morire.

Alessandro Casile

Riguardo Virginia Woolf potete leggere la recensione di:
-> La signora Dalloway
-> Le onde
-> Al faro


L’uomo che guardava passare i treni, Georges Simenon

Titolo: L’uomo che guardava passare i treni
Titolo originale: L’homme qui regardait passer les trains
Autore: Georges Simenon
Cenni sull’autore: Georges Simenon (Liegi 1903 – Losanna 1989) ha lasciato centonovantatré romanzi pubblicati sotto il suon nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Di lui sono in corso di pubblicazione presso Adelphi tutte le opere narrative e le inchieste del commissario Maigret. (dal libro)
Anno di pubblicazione: giugno 1991
Edizione: Gli Adelphi, 21esima edizione
Traduttore: Paola Zallio Messori
Numero pagine: 211
Costo: 10,00€
-> Consigliato: A tutti i lettori di gialli, ed anche a quelli che odiano i gialli. Non siate razzisti!

Kees Popinga amava i dettagli e le abitudini. Vivere ogni giorno come la copia del giorno precedente, senza mai concedersi uno sgarro, per garantire un ordine giusto nel suo universo, quello familiare, e quello cittadino; nella città di Groninga in Olanda, dove tutti si conoscevano e dove tutti venivano a sapere l’indomani qualsiasi cosa non andava. Kees voleva bere in qualche birreria, ma si tratteneva. Gli sarebbe piaciuto entrare in quella casa dove dalle tendine tirate s’intravedevano donnine che amoreggiavano, e si limitava soltanto a passare e guardare. L’unica cosa che si concedeva ogni tanto era uscire la sera per andare a giocare a scacchi in un piccolo circolo. A casa faceva il marito perché doveva, il padre perché doveva. A lavoro lavorava pensando che tutto quello fosse il massimo per lui, pensava realmente lo fosse. Difatti stava in una posizione assai rispettabile, possedeva una villa nel quartiere più ricco e possedeva una stufa unica, e una radio costosissima, di cui andava fiero. Viveva la sua normalità pensando che quello era il massimo che la vita potesse concedergli, ma poi…

…in una passeggiata notturna, come fosse quasi un miraggio, dentro ad una birreria, nota il suo capo bere, ubriacarsi. Una cosa assai incredibile, per lo più sconvolgente. Julius de Coster jr. non era tipo da passare le serate a un bar, quella era la prima volta, e fu una volta tosta, pur sempre nella lucidità. Alzando lo sguardo vide Popinga e lo invitò a entrare, si parlarono e un mondo crollò, o forse due, ed anche tre, quattro. Di lì a poco, giusto qualche giorno, ne sarebbero crollati altri. Niente più lavoro. Un finto suicidio, una fuga, due fughe e una presa di coscienza…

Per quarant’anni mi sono annoiato. Per quarant’anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci”. Al crollo capì. La sua vita non era come la voleva lui, gli mancava quella libertà di scelta. Quelle vecchie abitudini, di colpo annullate; erano convenzioni e leggi che la società imponeva a tutti, per essere rispettabili, per vivere meglio. Si accorse che in fondo erano per lo più costrizioni che lo rendevano infelice, e ripartì da zero. Fu se stesso, da allora fu se stesso. Lucido, calmo, incompreso. Da Groninga ad Amsterdam. Qui compì il primo omicidio, per sbaglio. Da qui cominciò la vera fuga, e non solo da se stesso, ma dalla polizia che lo ricercava: per aver strangolato una puttana che proteggeva il suo corpo con derisione. Perché quella risata esagerata? Non la sopportò…

…fuggiva in treno verso Parigi. I treni, gli piacevano tanto, gli piaceva guardarli da fuori, sognare la vita che vi si nascondeva dentro, dietro quei finestrini illuminati. Lo sferragliare delle rotaie. Ancora poteva essere non riconosciuto fin quando non uscì su tutti i giornali la sua foto, quasi irriconoscibile. Il caso passò a un commissario parigino, Lucas. Un continuo depistare in tutta Parigi, in ogni suo quartiere, nell’ebrezza e nella prostituzione, nel fumo e nella contabilità della grande somma di soldi che portò con sé, ma che prima o poi sarebbero finiti. Contento di leggersi in quei ritagli, che collezionava nelle tasche del suo unico vestito.
Sfidava tutti lui: l’ispettore, la stampa, i passanti, il mondo, cambiando di giorno in giorno le sue abitudini, i luoghi da frequentare, soddisfacendo anche eccessivamente i suoi desideri…

Desideri, chi non ne ha? Vorremmo tutti essere un po’ Kees Popinga. A tutti è dovuto un giorno, esausti da certe convenzioni stupide, un crollo, una delusione, e a tutti è possibile una fuga o un ritorno in una convivenza possibile, fatta di trasgressioni accettabili, considerate forse un po’ strambe perché incomprese.  A tutti ci è dato del “paranoico” o del “pazzo” perché facciamo cose fuori dagli schemi, finché li facciamo. E a tutti ci è dato di pensarci pazzi, perché a pensarsi pazzi molti guai passano, sferragliano come i treni. Invece qualcuno ci vorrebbe costringere alla normalità, a una vita senza sogni e piaceri, come chiusi in un carcere o in un manicomio, rispettando la tabella, anche se non ci va giù, ma così va.
Popinga questo l’aveva capito e non gli andava giù (come poteva andargli giù?), però aveva sbagliato, era passato da un eccesso all’altro. Da succube della società, a succube di se stesso.

Ma forse il trucco sta nell’equilibrio. Sempre così. Bisogna esser dei pazzi in armonia.

Alessandro Casile


Vedo una cosa che tu non vedi, Birgit Vanderbeke

Titolo: Vedo una cosa che tu non vedi
Titolo originale: Ich sehe was, was Du nicht siehst
Autore: Birgit Vanderbeke
Cenni sull’autore: tra le più affermate scrittrici tedesche, è nata nel 1956 nel Brandeburgo e vive nel sud della Francia. Tra i suoi romanzi, in Italia sono stati pubblicati La cena delle cozze (1993), che nel 1990 ha vinto il prestigioso premio letterario «Ingeborg-Bachmann», da Marsilio Alberta riceve un amante (1999, otto edizioni, bestseller in Germania nel 1997, vincitore del «Roswitha-Preis» e del «Solothurner Literaturpreis»), Abbastanza bene (2000). Nel 1997, le è stato conferito il «Kranichsteiner Literaturpreis» per la produzione letteraria.
Anno di pubblicazione: aprile 2001
Edizione: Farfalle Marsilio
Traduttore: Sarina Reina
Numero pagine: 92
Costo: 10,33€ (ma l’ho comprato a poco più di 3€)
-> Consigliato: a chi vuol imparare a vedere, ma anche a chi già vede.


Certe coincidenze fanno paura. Le chiamiamo coincidenze, ma forse sono semplici risposte che arrivano al momento giusto. Pensavo a questo dopo aver letto la descrizione del libro, puntualissima. Nella vita accade sempre, una o più volte, che tu rifletta sul fatto che forse è il caso di andare via, mollare tutto e andare via. Oppure ne puoi essere anche costretto, dopo che i limiti vengono superati, per lasciare il posto ad altri limiti. C’è pur sempre la paura di una scelta definitiva, la domanda infinita sul tuo futuro; e può essere la scelta giusta o quella sbagliata. E può essere un pensiero che già l’indomani vola via, o una decisione ferma, convinta. Può capitare a me, può capitare a te, capita a chiunque.

Lei vuole partire, vuole cambiare aria, perché ormai tutto sa di stantio, la casa, le relazioni, la città e le abitudini, anche bizzarre. Ma aspetta. Aspetta qualcun altro e qualcos’altro. È costretta ad aspettare, dalla paura, così come sarà costretta ad andarsene per fuggire a uno sfratto. Una donna che lavora in radio, nelle sue rubriche parla di arte spiegata ai bambini. Con lei un bambino che non sa le tabelline, e desidera tanto un cane, e non gli importa dove andrà, purché abbia un cane. Là fuori a New York anche il marito si occupa d’arte, controlla se i quadri son veri o falsi.

L’arte la inseguiranno sempre, anche quando si ritroveranno finalmente oltre confine, un po’ più a sud. Dalla Germania ancora divisa, alla Francia con meno divieti. Un nuovo mondo, e nuove cose da vedere, da fare. Dalla città a un piccolo paesino con le sue strambe tradizioni, di cui alla fine si finisce per innamorarsene. Tutta quella natura incontaminata e quel “tanto cielo in una sola volta”; tutto quello che la natura può dare, sempre di più di quanto possa dare in un luogo urbanizzato. Da un appartamento a una casetta che scricchiola quando piove, scricchiola quando c’è vento, scricchiola quando fa caldo, scricchiola sempre. Ancora senza allaccio telefonico, e senza gas. Ci si adopera per riscaldarsi, raccattando legname nel bosco attiguo, e così ci si adopera per tutto. Scopre tantissime cose, piccole cose: le chiacchere con i vicini che poi così vicini non sono; il rito dell’aperitivo di cui non conosceva neanche l’esistenza; il giardinaggio; la raccolta; il mercato caotico, con urla e schiamazzi; e tutti i colori della natura, in particolare quelli amati da Van Gogh.

Dice a un tratto: “Compresi che fino a quel momento avevo trascorso gran parte del mio tempo a far finta di non vedere cose che avevo visto, e che con tutta probabilità, da quel momento in poi, avrei trascorso gran parte del mio tempo a fare l’inverso per riuscire nuovamente a vedere cose sfuggite al mio sguardo. Ci vollero diversi giorni prima che riuscissi a vedere nuovamente (…), e quando ci riuscii, mi resi conto di essere andata via per davvero e che non è facile andare via, che anzi l’andare via dura molto a lungo, perché ci si portano dietro molte cose che si sarebbe preferito non vedere, cose che poi tentano di cancellare le cose che invece si vorrebbero vedere, ed era strano, rendersene conto all’improvviso e non avere ancora un telefono per raccontarlo subito a René.” Non è forse così per tutti? Chi ha viaggiato lo può ben dire, se solo ha avuto il tempo di fermarsi a rifletterci su, magari al rientro. Chi invece si è spostato definitivamente ormai ci ha fatto l’abitudine a quel “vedere nuovamente”, che ormai ricomincia a dare tutto per scontato. Però se il “dare tutto per scontato” piace, allora non importa. A lei piace, a loro piace, e ora che hanno visto nuovamente tutto, questo tutto è più bello.

Alessandro Casile 


Trilogia della città di K., Ágota Kristóf

Titolo: Trilogia della città di K.
Titolo originale: Trilogie
Autore: Ágota Kristóf
Cenni sull’autore: nacque il 30 ottobre 1935 a Csikvánd, un villaggio ungherese. Nel 1956, in seguito all’intervento in Ungheria dell’Armata Rossa per soffocare la rivolta popolare contro l’invasione sovietica, fugge con il marito e la figlia in Svizzera e si stabilisce a Neuchâtel, dove vivrà fino alla morte ( 27 luglio 2011). A Neuchâtel Ágota impara il francese, che adotterà per la sua scrittura letteraria. Raggiunge il successo internazionale nel 1987, con la pubblicazione de Le grand cahier (Il grande quaderno), che viene eletto “Livre Européen”. Le grand cahier confluirà, insieme a La preuve (La prova) e Le troisième mensonge (La terza menzogna), nella Trilogie (Trilogia della città di K.), il riconosciuto capolavoro letterario di Ágota Kristóf, stampato in oltre 30 paesi. In Italia presso Einaudi ha pubblicati Ieri, La chiave dell’ascensore. L’ora grigia e La vendetta.
Traduzione: Armando Marchi, Virginia Ripa di Meana e Giovanni Bogliolo.
Anno di pubblicazione: 1ª ed. Supercoralli, 1998.
Edizione: Einaudi, Super ET.
Pagine: 370.
Costo: 12,50€
-> Consigliato: A tutti quelli che hanno un cuore forte e sensibile.


“Incitando il cavallo, Joseph grida: – Stia attento, Lucas! L’amore a volte è mortale.”

A volte è mortale, è vero, in tempi di guerra lo è spesso, qui in questo libro lo è sempre; tanto da far rabbia. Quella rabbia salata che scende giù dagli occhi. E tu, lettore imbattutoti in tutto questo, sei costretto a piangere nel ritmo lento delle tristi emozioni. Declinate una per una, pagina dopo pagina. Scandite dal tempo degli anni che passano per i due gemelli protagonisti: Lucas e Claus. Sempre pronti ad affrontare le prove che la vita ha messo loro davanti, e addirittura così arditi da autoinfliggersene di nuove per trovarsi pronti un giorno qualora se ne presentasse la sfida. Così li vedi picchiarsi tra di loro, come esercizio di irrobustimento del corpo. Oppure li vedi sdraiati a terra, uno accanto all’altro indifferenti a tutto, muti, per un giorno intero. Un altro giorno digiunano. E poi rubano. Si esercitano alla crudeltà, e studiano, studiano tantissimo, sfruttano la loro grandissima intelligenza. Suonano, ballano, recitano e si guadagnano da vivere, guadagnano i soldi che la “Nonna” cattiva non vuol dar loro. Soldi che spenderanno in cartolibreria, per acquistare grandi quaderni e matite, per scrivere tutto, ma proprio tutto…

Potrebbe già essere questa una storia singolare, eppure è qualcosa di molto più, perché vissuta in uno sfondo di guerra e miseria. Dove quello che ti immagini assieme al rosso dolore è un grigio cupo, del cielo, della terra, e dei corpi sporchi. Gente invalida errante, bambini abbandonati, donne esasperate e violentate dai soldati, dalla vita. Gente privata di uomini sani, perfetti per impugnare un’arma, perfetti per morire oltre la frontiera, solcata da mine esplose. In questa moltitudine di storie e di separazioni, o provvedi a te stesso o lentamente muori.

Io fortunatamente vivo, e tutto sommato vivo bene. Non sono ancora in guerra, non sono neanche misero, ed ho avuto la possibilità di leggere, senza essermelo guadagnato. Sono nato così, possedendo il diritto alla lettura, assieme a tutti gli altri diritti. Ho potuto leggere questo libro centellinandolo, perché di tempo ne avevo per assaporarne la sua bellezza. Perché di tempo ne avevo per sorridere o piangere, per stupirmi o pormi innumerevoli domande. Certo, potevo anche leggerlo in uno o due giorni, il libro lo permetteva. Quel linguaggio diretto, secco, perforante, si faceva leggere velocemente. Ma che senso ha leggere un libro di questi con frenesia? Avendone la possibilità, come davanti ad una zuppa di legumi, l’ho gustato di cucchiaio in cucchiaio.

Io tutto questo, loro tutto il resto. Lucas, Claus e tutti gli altri.

Alessandro ‘Jeffrey’ Casile

Sempre riguardo Agota Kristof potete leggere la recensione de:
-> La vendetta 


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


L’anello rubato, Selma Lagerlöf

Titolo: L’anello rubato (primo di una trilogia)
Titolo originale: Löwensköldska ringen
Autore: Selma Lagerlöf
Anno di pubblicazione: 1925
Edizione: Iperborea
Numero pagine: 128
Costo: 11,50€
-> Consigliato: SI’

Ho già detto che a leggere questo libro la mia prima impressione era stata quella di vivere la storia stessa come se mi fosse stata raccontata oralmente da qualcuno, magari da un genitore che non l’ha mai fatto. Ha risvegliato in me questo sogno da fanciullo che tanto ha odiato la lettura nel corso della sua infanzia e della sua adolescenza, ma che ora è certo che a cominciare in quel modo, non avrebbe smesso più. Ed invece cominciai a leggere molto più tardi, e comunque non smisi più, non sto smettendo più. Leggendo Selma Lagerlöf sono stato quell’infante a cui vengono raccontate favole e fiabe prima di andare a dormire, prima di prender sonno e magari sognare i personaggi stessi delle storie sentite poco prima, nel bene e nel male. Mi sono immaginato in un caldo letto, con la testa poggiata su due grossi cuscini, gli occhi grandi e stupiti, un faccino attento e le orecchie spalancate a ciò che veniva fuori dalle labbra di colei che era seduta nella sedia di fianco al mio letto. Questa era giusto la prima impressione.

Poi, poi è stato come ripercorrere tutti quegli anni pagina per pagina, emozione per emozione. Perché sì, anche nel vivere queste emozioni ho sentito dentro che alcune non erano emozioni del mio tempo, ma emozioni che avrei dovuto vivere o che forse ho vissuto. Sono arrivato alla conclusione del libro avendo provato di tutto, come un racconto scritto lungo la linea evolutiva della mia vita. Nascere, crescere, arrivare ad ora e capirci qualcosa. La sensazione ricevuta da un racconto che anche esso ripercorre diverse ere, e viene sviluppato nell’arco di diversi anni, unendo sentimentalmente il Värmland, in Svezia.

In una regione ai confini con la Norvegia, dove sono più i boschi delle colline abitate, e dove più le colline delle case abitate, più il freddo del caldo, e quando si era ormai conclusa la Grande guerra del Nord, il re Carlo XII di Svezia, molto stimato da tutti, nominò generale un certo Löwensköld, ed ebbe consegnato a lui la tenuta di Hedeby e un grande anello rosso e oro, segno di grande riconoscenza regale. Dal quel giorno Löwensköld divenne il Generale, rispettato e temuto da tutti e non si staccò mai più dal suo anello, che portò con sé nella tomba, come unica cosa realmente importante. Ma la tomba venne profanata, l’anello rubato. Così il ladro visse le pene dell’inferno, tormentato dallo spettro del Generale, e l’anello passò di mano in mano, da possessore a possessore, creando guai e morte. Un tesoro pericoloso…

Alla fine lo riavrà il suo anello?

Nulla comunque è scontato, e al di là di questa breve e pessima sintesi, il racconto è molto di più. È storia di un paese, delle vite che si intrecciano, di fratellanza, amore, ma anche di vendetta, perdono e non perdono. È storia piena.

Alessandro Casile


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