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Sylvia | Stefania Caracci

Titolo: Sylvia. Racconto della vita di Sylvia Plath.
Autore: Stefania Caracci
Notizie sull’autore: Stefania Caracci, scrittrice romana, insegnava lingua e letteratura inglese a Roma. Per oltre 30 anni è stata una
studiosa di Sylvia Plath, su cui ha pubblicato due opere: Sylvia Plath: i giorni del suicidio (2001) e Sylvia. Racconto della vita di
Sylvia Plath (2005). E’ morta nel 2010. Consiglio la lettura di questa intervista: http://www.railibro.rai.it/interviste.asp?id=215
Anno pubblicazione: 2005
Edizione: tascabili e/o
Prezzo: 8 euro
-> Consigliato: come guida indispensabile per accostarsi all’opera di Sylvia Plath

“Lei lo ha sempre pensato, è nella scrittura che la vita acquistaspessore, non ha senso vivere, se non si può scriverne.”


Sylvia Plath è entrata nella mia vita prepotentemente, per caso, senza avvisare. Come un pacco che un giorno trovi fuori dalla porta, senza sapere da dove arriva e come ci è arrivato. Un pacco su cui non è scritto nulla, né una dedica, né un’avvertenza. Invece dovrebbe esserci scritto: “pericolo” oppure “maneggiare con cautela”. Perché trovarsi tra le mani Sylvia, la sua vita, la sua poesia, è un’esperienza sconvolgente, che ti assorbe e ti cambia. Senza gli strumenti giusti potresti soccombere anche tu, di fronte a un tale
dolore e a una tale forza mortifera. Perché la vita di Sylvia sembra quella di una bella ragazza qualunque,destinata alla vita che il tempo in cui vive ha in serbo per lei: gli studi, la famiglia, la casa, i figli (avete presente le ragazze di Mona Lisa Smile?).
Ma a lei gli dei hanno riservato in dono un talento fuori dal comune, un animo da poetessa che fatica a palesarsi ma che spinge da dentro per uscire, per manifestarsi. Un dono che le costerà caro. Tutto nella vita di Sylvia Plath è dolore, insoddisfazione, distruzione. E la sua fine tragica è un evento che si prepara negli anni, non la follia del momento, bensì terribile e scontato epilogo di un’auto-distruzione perpetrata dall’infanzia. Da piccola Sylvia si firma come “la bambina che voleva essere Dio”: la sconfitta è un destino inevitabile. C’è Sylvia e il suo rapporto con la madre, un rapporto ambiguo, insoddisfacente, ipocrita. Una figlia che nasconde la parte più segreta di sé alla madre e nelle sue lettere e nelle sue confidenze le dà solo l’immagine di sé che lei approverebbe. Una madre che non comprenderà mai davvero la figlia, che non potrà farlo, perché non la conoscerà mai. E poi Sylvia e il padre, una figura che scompare quando lei è ancora bambina, morto di uno stupido diabete che si ostina a non voler curare. Una figura che, nella sua assenza, influenzerà tutta la vita di Sylvia, i suoi rapporti con gli uomini (in cui cercherà sempre una presenza che colmi l’immenso vuoto) e sarà il suo incubo ricorrente. Gli uomini, dicevo. Sylvia è una ragazza dalla sessualità precoce per la società in cui vive, una persona che vuole vivere e provare tutto. Cerca qualcuno che sia all’altezza delle sue aspettative e delle sue necessità e lo trova in Ted Hughes, affascinante poeta inglese, che ai suoi occhi appare come un ‘colosso’ e che invece la trascinerà in un vortice di solitudine e disperazione. La loro è una storia d’amore intensa, passionale, che si ripercuoterà immancabilmente sulla creatività di Sylvia. Sarà Ted  a introdurla allo spiritismo e all’ipnosi, attraverso cui crederà di poter leggere in se stessa e di poter affrontare la vita in compagnia di un altro mondo. Ogni piccola cosa si fa gigante agli occhi di Sylvia: un raffreddore, una giornata di pioggia, tanto basta per turbare un equilibrio psichico fragile e sempre sull’orlo della crisi. Non saranno d’aiuto né la terapia psichiatrica, né l’ipnosi, né alcun altro tentativo. Stefania Caracci, da devota e appassionata studiosa di questa scrittrice, ci conduce passo passo attraverso questa vita
straordinaria, raccontandoci abilmente i tormenti di una creatività ricercata a tutti i costi e pagata cara, ma anche i momenti sereni, gioiosi della vita di una persona incredibile. Ci fa dono della sua vita in modo che noi, che per caso abbiamo trovato un pacco fuori dalla porta, riusciamo a maneggiarlo attentamente, evitando di rimanerne invischiati senza via d’uscita (racconta la Caracci in un’intervista: “Amelia Rosselli è stata la più grande traduttrice di Sylvia Plath, le poche poesie tradotte da lei sono strepitose… E
anche Amelia si è uccisa l’11 febbraio, come la Plath. Il più delle volte, chi si interessa a lei viene preso da un vortice di disperazione.”) ma trovando in noi tutta la forza e l’empatia necessaria per avvicinarci all’opera di una grandissima poetessa.

Anya Pellegrin

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Il cielo diviso | Christa Wolf

Titolo: Il cielo diviso
Titolo originale: Der geteilte Himmel
Autore: Christa Wolf
Notizie sull’autore: Christa Wolf era nata come Christa Ihlenfeld a Landsberg an der Warthe, il 18 marzo del 1929. Aderì con entusiasmo alla fondazione della DDR e il suo lavoro presso una fabbrica di vagoni ferroviari ispirò il suo primo libro, «Il cielo diviso» (1963). Ma i libri che le diedero successo furono «Cassandra» del 1983 e «Medea. Voci» del 1996. Dal 1993 emersero i rapporti intrattenuti con la Stasi tra il 1959 e il 1962, in seguito assai ridimensionati. Nel 2002 è apparso il libro diaristico «Un giorno all’anno. 1960-2000». L’ultimo libro, «Con uno sguardo diverso» (2005), raccoglie otto racconti che spaziano dalla sperimentazione letteraria alla fine della sua vita coniugale. (Fonte)
Anno pubblicazione: 1963
Edizione: e/o
Prezzo: 10 euro
Traduzione: Maria Teresa Mandalari
-> Consigliato: sì, ma solo se potete dedicare a questo libro molto più tempo di quanto ne richieda la semplice lettura

-Che fai?- chiese lui.
-Noi siamo il faro. Là fuori, sul mare, c’è la nostra barchetta. Fa
segnali di soccorso. Noi rispondiamo ai segnali.
-Raggiungerà il porto?- chiese lui.
-Senz’altro,- disse Rita
-E troverà ancora gente nella città sprofondata?
-Sì,- disse lei. -La città non era sprofondata. La barca era andata
troppo alla deriva.
-Sicché, chiunque è in pericolo vede il nostro faro?
-Sì,- disse Rita. –Chiunque lo vede, se vuole.
-E nessuno sprofonderà più solitario?
-No,- disse lei.- Nessuno.

Germania Est, 1959. Rita conosce Manfred, se ne innamora, va a vivere con lui in città, dove frequenta l’Istituto Magistrale e nel frattempo lavora in fabbrica, dove si avvicina al mondo operaio. Manfred decide però di lasciare l’est per trovare condizioni migliori e per Rita questo evento segnerà un crollo, che la porterà a tentare il suicidio, ma infine a guarire. In sintesi, questa è la trama del “Cielo diviso”. Ben poca cosa rispetto a ciò che questo libro realmente è.
Ho iniziato a leggerlo quasi un mese fa. Ora, io non sono una lettrice estremamente rapida, ma non mi era mai capitato di impiegare così tanto tempo per leggere un libricino di circa 200 pagine. Ieri sera, arrivata finalmente all’ultima parola, ho riflettuto e cercato di
capire il perché. E mi sono resa conto di aver letto e riletto almeno un paio di volte ogni singola frase. A volte perché vi trovavo delle verità che mai nessuno scrittore si era premurato di rivelarmi, altre volte perché mi sembrava di non aver capito ciò che stava succedendo, altre ancora solo perché mi rendevo conto di avere tra le mani qualcosa di straordinario che meritava di essere scrutato a fondo. E mentre i giorni passavano, Rita e Manfred, questi due amanti così reali e normali (tanto da credere, come tutti gli amanti, che il loro amore fosse qualcosa di unico e insuperabile) mi diventavano sempre più familiari, come se nella loro piccola mansarda fossi vissuta anch’io per un po’ di tempo. Familiari, eppure sempre un po’ sfuggenti, come se non mi fosse dato di sapere proprio tutto.
Questo romanzo è così: nulla è davvero detto, tutto sfiorato, nel momento in cui si crede di avere tutta la vicenda sotto controllo,
ecco che arriva qualcosa a squarciare le certezze fino a quel momento acquisite. La narrazione inizia in sostanza dalla fine. E’ l’agosto
del 1961, Rita si trova in ospedale, illesa ma fortemente traumatizzata. Tentativo di suicido? Non ne abbiamo la certezza.
Sappiamo comunque che la causa di questo trauma è un cuore ferito. E lentamente, tra narrazioni al presente e flashback al passato in cui la prima e la terza persona si alternano molto liberamente (ma alla fine capiamo che è Rita a tenere le fila della narrazione), veniamo a conoscenza di come Rita e Manfred si sono conosciuti e si sono amati, ma anche di come la Storia si è infiltrata tra di loro creando un muro,che poi si concretizzerà il 13 agosto del 1961 nel muro vero e proprio che divise per anni la Germania e il mondo.
Non è possibile scindere questa storia dalla Storia (con la S maiuscola) che vi fa da sfondo. La Germania della fine degli anni ’50 è un paese alle prese con i fantasmi del passato e le ombre del presente, un paese in cui ciascuno ha qualcosa di cui vergognarsi o qualcosa da temere, un paese in cui il sospetto e il timore la fanno da padroni, dove le simpatie di qualcuno in alto decidono la carriera
e la vita delle persone. Rita, ragazza di campagna, ingenua ed innocente, si trova catapultata in un mondo in cui deve imparare a
sopravvivere, distinguendo tra amici e nemici, tra persone di cui fidarsi e persone da cui guardarsi. A farle da guida c’è Manfred, che
la ama, ma non riesce a dimostrarlo mai fino in fondo. Manfred, che si copre di un manto di indifferenza per non dimostrare tutto l’odio che prova verso quel mondo. Manfred, che capisce perfettamente che solo l’innocenza di Rita potrebbe salvarlo, ma che non riesce a fare a meno di andarsene per trovare una realizzazione che l’est non gli potrà mai offrire. E dietro a tutto questo, i litigi, le beghe, le problematiche e le ipocrisie di una fabbrica di treni, dove Rita lavora e si scontra con le più disparate visioni del mondo.
Non c’è in questo romanzo, come ci si potrebbe aspettare, un’aperta critica al socialismo. Christa Wolf non è una dissidente, il suo
rifiuto si muove contemporaneamente verso chi accetta in modo acritico sia il capitalismo sia il socialismo, e soprattutto verso chi non fa nulla per modificare dall’interno il mondo socialista, ma preferisce la via più breve, quella di fuggire.
Rita diviene così il modello di colei che sceglie di non partire, ma di guardare con fiduciosa speranza a ciò che l’est può offrire e di
provare con semplicità a cambiare le cose, cominciando a lavorare sul proprio cuore.
Se ci riesca, non lo sappiamo. Ognuno di noi, oggi, dovrebbe avere gli strumenti per dare il proprio giudizio.

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Christa Wolf potete leggere la recensione di:
-> Medea. Voci


Come le mosche d’autunno | Irène Némirovsky

Titolo: Come le mosche d’autunno
Titolo originale: Les mouches d’automne
Autore: Irène Némirovsky
Notizie sull’autore: Nasce in Ucraina nel 1903 in una famiglia di banchieri ebrei. Viene allevata dalla governante che fa del francese la sua lingua madre. Nel gennaio del 1918 la famiglia fugge dalla Rivoluzione e nel 1919 approda in Francia. Irène comincia a scrivere sin da quando ha 18 anni e, nell’agosto del 1921, pubblica il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923, la Némirovsky scrive la sua prima novella l’Enfant génial, che sarà pubblicata nel 1927. Nel 1924 ottiene la laurea in lettere alla Sorbona. Nel 1926 pubblica il suo primo romanzo Le Malentendu. Sposa Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie. Irène Némirovsky diviene celebre nel 1929 con il suo romanzo David Golder. Il suo editore Bernard Grasset la introduce nei salotti e negli ambienti letterari francesi. Scrittrice francofona riconosciuta, membro totalmente integrato della società francese, ciò nonostante il governo francese le rifiuterà la nazionalità richiesta per la prima volta nel 1935. Si converte al cattolicesimo nel 1939. Vttima delle leggi antisemite varate nell’ottobre del 1940 dal governo Vichy, è costretta ad applicare la stella gialla sui suoi abiti. Le sue opere non vengono più pubblicate. Il 13 luglio 1942, Irène è arrestata dalla guardia nazionale francese. Deportata a Auschwitz, verrà uccisa il 17 agosto 1942.
Anno pubblicazione: 2007 (prima pubblicazione: 1931 in Francia)
Edizione: Piccola Biblioteca Adelphi
Prezzo: 9 euro
Traduzione: Graziella Cillario
-> Consigliato: col cuore

“Vi ricordate, Nikolaj Aleksandroviĉ, quando la vostra povera mamma diceva: ‘Tat’jana, si vede che sei del nord, ragazza mia. Alla prima neve perdi la testa.’ Vi ricordate?”

“No” mormorava Nikolaj Aleksandroviĉ con aria sfinita.

“Io sì che mi ricordo,” brontolava “e tra poco sarò la sola.”

 

Tat’jana Ivanovna è la vecchia njanja dei Karin, la balia di due generazioni di questa nobile famiglia russa. Tat’jana Ivanovna ha visto nascere e crescere genitori, figli e nipoti della famiglia. Ne ha visti morire molti, conosce tutto, sa tutto. E li ama profondamente uno ad uno.

È il 1916 e Tat’jana Ivanovna assiste impotente alla partenza dei due giovani Karin per il fronte. Poco dopo, quando la Rivoluzione d’ottobre scoppia e divampa, assiste alla fuga dei suoi bariny, i suoi padroni. Lei rimane lì, a Karinovka, a badare alla tenuta di famiglia e attendere i giovani padroni di ritorno dalla guerra, pensando che i boati dei cannoni siano tuoni. Ma la guerra non fa sconti a nessuno, tantomeno ai Karin, ed è proprio la guerra ad innescare il lento disfacimento e la decadenza di questa famiglia. Così Tat’jana Ivanovna si incammina e viaggia per tre mesi per raggiungere i suoi cari a Odessa, e da lì in Francia (impossibile non fare un confronto con le biografia dell’autrice).

Presenza costante ma trasparente, mai invadente, quasi come se facesse parte dell’arredamento, addirittura dimenticata in una stanza con la luce spenta, Tat’jana Ivanovna non parla molto, osserva, aspetta la neve che non arriva, la neve che le ricorda il luogo dove è nata, il nord della Russia (“Da noi in primavera rompevamo il ghiaccio a piedi nudi!”).

Tat’jana Ivanovna ricorda. Dal momento in cui mette piede in Francia, non può fare altro. E mentre i componenti della famiglia Karin cercano di rifarsi una vita in una Parigi che sa di alcol e jazz, ma si ritrovano come mosche in autunno, che “passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita“, lei rimane ferma alla finestra a fissare il vuoto, a ricordare, a dire “Da noi adesso…”.

Ma non c’è nessuno davvero disposto ad ascoltarla. In fondo la vita continua, il passato è solo un fardello imbarazzante da trascinarsi appresso. Perché stare ad ascoltare una vecchia che farnetica su ciò che non è più e che non potrà mai ritornare? Nel frattempo la neve non si decide a cadere.

È una figura poetica, ingenua e toccante quella che Irène Némirovsky dipinge in questo breve quadro. Un quadro essenziale, scarno, dai colori stinti. Non una parola di troppo, molti dialoghi lasciati a mezz’aria, moltissimi puntini di sospensione.

In mezzo alla devastazione, al declino, Tat’jana Ivanovna assurge a simbolo della memoria, quella memoria così scomoda ma così essenziale, che richiama alla mia mente una battuta dall’opera teatrale “Ferdinando” di Annibale Ruccello, autore napoletano degli anni ’80: “Nu recordo te po’ servì… Tu appartiene a na brutta razza… na razza, na generazione, can un tene ricorde, ca è ‘a peggia cosa ca po’ capità… Chi nun tene ricorde… Chi nun tene passato… Nun tene manco futuro…”.

Quella brutta razza sono i giovani Karin, che si rifiutano di guardare indietro, ma siamo anche noi, se ci dimentichiamo ciò che è stato e diamo per scontate o ci facciamo infastidire da quelle persone che, come Tat’jana Ivanovna, ancora possono aiutarci a mantenere la memoria.

Così, in queste 99 impeccabili pagine, Irène Némirovsky si riconferma la splendida narratrice che è, profonda conoscitrice delle pieghe più buie del nostro animo, che non si fa problemi a sbattercele in faccia così crudamente e crudelmente. Non possiamo semplicemente chiudere il libro e andare avanti. Il suo messaggio è qualcosa di cui tutti abbiamo molto bisogno.

 

Anya Pellegrin


Romanzieri ingenui e sentimentali | Orhan Pamuk

Titolo: Romanzieri ingenui e sentimentali
Titolo originale: The Naive and the Sentimental Novelist
Autore: Orhan Pamuk

Notizie sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi
Prezzo: ahimè 18 euro
Traduzione: Anna Nadotti
-> Consigliato: a chiunque ami Pamuk e voglia conoscerlo meglio, ma anche a chiunque voglia affrontare le proprie letture con maggior consapevolezza.

“Fu prendendo seriamente i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita, quando ero giovane. La letteratura ci induce a prendere seriamente la vita mostrandoci che abbiamo il potere di influenzare gli eventi, e che sono le nostre decisioni personali a configurare la nostra esistenza.”

Partiamo da lontano. Le Norton Lectures sono un ciclo di sei conferenze sulla poesia “intesa nel senso più ampio possibile” tenuto ogni anno a Harvard. Chiamati a relazionare, fin dal 1925, sono nomi di spicco della letteratura, della musica e dell’arte in generale. Se avete sentito parlare delle “Lezioni americane” di Calvino, sapete di cosa sto parlando. Calvino avrebbe dovuto essere il relatore per l’anno 1985. Nomi del calibro di Eliot, Stravinskij, Borges, Eco si sono succeduti nel corso degli anni su quel palco. Le lezioni vengono poi pubblicate dalla Harvard University Press.

Nel 2009 le Norton Lectures sono state tenute da Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2006.

Ad incuriosirmi, quando in biblioteca nel settore novità ho visto questo libro, è stato il titolo. “Romanzieri ingenui e sentimentali”: di cosa parlerà? L’ho rigirato tra le mani per un po’, prima di capire che non si trattava di un romanzo, ma di lezioni tenute da Pamuk sull’arte del romanzo.

Pamuk è un autore che mi incuriosisce molto. Dopo aver letto “Il mio nome è rosso”, che mi aveva lasciata in uno stato quasi inspiegabile di fronte a tanta erudizione, profondità e originalità, desideravo conoscere meglio quest’autore. Perciò avevo letto molte sue interviste e recensioni ai suoi romanzi. Ma nonostante tutti i miei sforzi, rimaneva per me un personaggio esotico, così distante, quasi inconoscibile.

Immaginate la mia gioia pertanto nel vedere soddisfatta la mia curiosità da “Romanzieri ingenui e sentimentali”. Queste sei lectures ci fanno entrare nell’arte del romanzo (della sua composizione così come della sua decodifica) da una porta privilegiata: il punto di vista di Pamuk. E così veniamo a sapere come lui si prepara per scrivere un romanzo, come lo compone, quali sono i principi fondamentali cui si attiene, il tipo di lettore cui si rivolge. Ma non solo. Parlando di sé, Pamuk ci rivela i segreti di più di tre secoli di romanzieri e di lettori. Sì, perché esistono anche lettori (non solo romanzieri) ingenui e lettori sentimentali.

Ma partiamo dal principio. Nel 1795 Friedrich Schiller scrive il saggio intitolato Über naive und sentimentalische Dichtung (“Sulla poesia ingenua e sentimentale”) in cui egli distingue tra produzione poetica ingenua (la poesia degli antichi, spontanea, vicina alla natura) e sentimentale (conseguenza del distacco dell’umanità moderna dalla natura, che aspira a ritornare alla condizione privilegiata degli antichi). Questo saggio fornirà la base teorica alla distinzione tra letteratura classica e romantica, e influenzerà tutta la teoria letteraria successiva.

Partendo da queste due categorie, Pamuk analizza diversi modi di avvicinarsi al romanzo, sia da parte degli autori che dei lettori, di volta in volta più ingenui o più sentimentali. Ma guai a chi è solo ingenuo o solo sentimentale!

Il percorso attraverso l’arte del romanzo si dipana attraverso sei tappe (del resto, sei sono le conferenze):

I. Cosa fa la nostra mente quando leggiamo romanzi.

II. Signor Pamuk, tutto questo è davvero successo a lei?

III. Personaggi, intreccio, tempo.

IV. Parole, quadri, oggetti.

V. Musei e romanzi.

VI. Il centro.

Man mano che procediamo nella lettura, scopriamo tante di quelle cose a cui non avevamo mai pensato, che da quel momento in poi nessun romanzo sarà più lo stesso. Ve ne anticipo una (perché non voglio togliervi il gusto di scoprirle da voi): sapevate che la nostra mente compie almeno otto azioni contemporaneamente mentre leggiamo un romanzo? La prossima volta che vi mettete a leggere, provate a inventariarle. E poi confrontatele con quelle elencate da Pamuk nella sua prima lecture. Un’altra: cos’è il “centro” del romanzo? È il motivo per cui noi continuiamo a leggere romanzi. Sì, ma che cos’è? Non ve lo dico. Dovete scoprirlo da voi.

Questo libro diventa così una guida da tenere sotto mano e da consultare di tanto in tanto per capire ciò che stiamo leggendo e per capire noi stessi mentre leggiamo. Uno libro da sottolineare, riempire di appunti e avere sempre a portata di mano. Il problema è che il prezzo è veramente alto. Come dicevo, io l’ho preso in biblioteca ma mi è dispiaciuto non poterlo studiare meglio, come avrebbe meritato. Mi toccherà attendere un’offerta propizia o l’edizione economica. Se ne avete la possibilità, comunque, acquistatelo: sono soldi davvero ben spesi!

 

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve
-> Il mio nome è rosso
-> Il museo dell’innocenza 


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