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Nord e Sud | Elizabeth Gaskell

Titolo: Nord e Sud
Titolo originale: North and South
elizaAutore: Elizabeth Gaskell
Cenni sull’autore: Elizabeth Cleghorn Stevenson nasce a Londra il 29 Settembre da William Stevenson e Elizabeth Hollande. Frequenta le scuole di Warwick e Stratford-upon-Avon. Nel 1832 sposa il reverendo William Gaskell, un funzionario di Cross Street Chapel e si traferiscono a Manchester. Così facendo si scontra con una società industriale fino ad allora a lei sconosciuta. Entra anche in contatto con il mondo dei lavoratori. Fra il 1847 e il 1848 pubblica i primi racconti  su “Howitts Journal”. Nel 1848 pubblica il romanzo Mary Barton. Nel 1849 conosce Dickens nel 1850 comincia a pubblicare sulla sua rivista, “Householde Words”. Nel 1853 vengono pubblicate le versioni integrali di Cranford e Ruth. Nel 1854 esce la prima puntata di Nourth and South sulla rivista di Dickens, a cui seguiranno poi le altre ventuno parti. La collaborazione con Dickens continuerà anche successivamente, quando la rivista cambierà nome in “All he Year around”. Continua a scrivere fino al 1865 quando la morte la coglie all’improvviso, il 12 novembre mentre si trovava nell’Hampshire.
Data di pubblicazione: 1855
Edizione: Jo March
Traduzione: Laura Pecoraro
Costo: 16 €
Consigliato: sì, in particolare agli amanti dell’epoca vittoriana.

Conversazione in treno con un amico.

“Chiara, dovresti proprio vedere una miniserie della BBC!”

“Ah sì, e quale?”

“Nord e Sud, tratto dal romanzo di Elizabeth Gaskell”

“Ah, lo conosco! Ma prima vorrei leggere il romanzo, guarderò la miniserie solo dopo!”.

nord e sud

 

E così, dopo questa conversazione, mi sono convinta definitivamente e ho preso in mano ‘Nord e Sud’.
Un romanzo di più di cinquecento pagine, con una copertina splendida e deliziosa, e un affresco incredibile di una società in cambiamento. Ambientato nell’800 inglese in una cittadina del nord, Milton-Northern, posto quasi esclusivamente industriale, il romanzo vede svolgersi la storia di più persone diverse. La giovane Margaret Hale, assieme al padre e la madre, che si trasferisce (per cause legate al lavoro del padre) dal caldo e accogliente sud, dalla bellissima Helstone, alla città di Milton ove si scontra immediatamente con una realtà che non le appartiene.  Oltre ad una diversità fisica fra le due città, la differenza Margaret la coglie anche nelle tradizioni, nei valori fondamentali in cui ha sempre creduto.  Margaret fa fatica ad adattarsi ad un paesaggio così grigio, così lontano dai colori di Helstone che tanto ama, non riesce ad integrarsi completamente e soprattutto, non riesce ad apprezzare persone come il signor Thornton, uomo d’industria e anche magistrato, conosciutissimo e benvoluto a Milton e altrove, ma completamente sconosciuto a Margaret, almeno fino a quel momento. Thornton incarna in qualche modo l’uomo nuovo, e l’uomo del progresso; uomo che è riuscito, nonostante gli inizi piuttosto difficili, a conquistare un posto in società, un ottimo lavoro, e un futuro prospero per la madre e la sorella. Ma, nonostante tutto questo, Margaret non è affascinata da lui come tutti gli altri; al contrario, lo disprezza profondamente, considerandolo un subdolo commerciante che si arricchisce sulle spalle di più sfortunati lavoratori. Ed è proprio a questa categoria di uomini meno fortunati  che si lega Margaret, stringendo amicizia con una lavoratrice di nome Bessy, molto malata e condannata ad una vita poco felice.  Letto con voracità, è una storia tipicamente vittoriana, che quindi consiglierei soprattutto agli amanti dell’epoca in questione e a coloro amino Jane Austen. Molte volte, infatti, il romanzo della Gaskell è stato avvicinato ad ‘Orgoglio e Pregiudizio’, con la differenza sostanziale che quest’ultimo ha sempre goduto di maggior fama e fortuna. Nord e Sud ha il pregio di evidenziare in maniera chiara e netta, questioni sociali piuttosto importanti e nuove per l’epoca come, ad esempio, la condizione di vita dei lavoratori nelle fabbriche, la questione importante degli scioperi e il punto di vista estremamente cinico e capitalista, invece, degli industriali. Pagine e pagine sono incentrate su dispute interessantissime che chiariscono e mettono in luce una sensibilità particolare che la Gaskell possiede rispetto questi temi. Probabilmente questo interessamento così forte verso le società industriali derivava  anche dalla vicenda biografica dell’autrice la quale modellò il personaggio di Margaret partendo proprio da una serie di esperienze personali. Anche per questo, forse, ‘Nord e Sud’ meriterebbe una maggiore attenzione da parte di lettori e lettrici, se non altro per riscoprire una piccola perla di letteratura inglese rimasta troppo tempo sepolta sotto la polvere.

Chiara Coppola


La pietra di Luna | Wilkie Collins

Titolo: La Pietra di Luna
Titolo originale: The Moonstone
Autore: Wilkie Collins
Cenni sull’autore: Wilkie Collins è stato uno scrittore inglese, figlio di un pittore paesaggista, amico e collaboratore di Charles Dickens. Nacque a Londra l’8 Gennaio 1824, ed è considerato il padre del genere poliziesco. Riguardo la sua produzione letteraria si ricordano soprattutto i romanzi gialli,“La donna in bianco”,“La Pietra di Luna”,”La legge e la signora” “La follia dei Monkton”. I suoi romanzi, caratterizzati da intrecci complessi e ricchi di suspense, furono pubblicati a puntate su alcune riviste dirette dall’amico Charles Dickens. Il vero successo, però, lo ottenne soprattutto con “La Pietra di Luna”, appassionante romanzo raccontato a più voci in cui si narra di un prezioso gioiello andato perso e dell’onore di una ragazza che rischia di essere macchiato. Questa e altre opere ne fanno un maestro della narrativa del mistero. Morì il 23 settembre 1889 e venne seppellito al Kensal Green Cemetery.
Anno di pubblicazione: 1868
Edizione: Garzanti, I grandi libri
Traduzione: Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman
Pagine: 533
Costo: 12 €
Consigliato: Nonostante tutto, direi di sì. Però lo consiglierei di più agli appassionati del genere.

Quando incontri, per caso o non, uno scrittore semi sconosciuto e pure bravo, subito salta fuori la sindrome della crocerossina. Aiutare il povero sfortunato ad uscire dall’anonimato che lo circonda. Io mi sento così, nei confronti del caro Wilkie Collins. Perciò, dopo aver letto lo splendido ‘Basil’, ho acquistato e letto il suo più celebre romanzo ‘La Pietra di Luna’. Avevo delle grandi aspettative che però, a esser sincera, non sono state soddisfatte.

‘La Pietra di Luna’ è uno dei romanzi più celebri della produzione di Collins, e lo è a a buon diritto. E’ infatti uno dei primissimi esempi di romanzo poliziesco, che influenzò moltissimo anche il famoso Arthur Conan Doyle per la definizione del grande Sherlock Holmes. Scritto in epoca vittoriana, uscì a puntante su una rivista chiamata The Year Around  e riscosse un grandissimo successo da parte del pubblico, che lo apprezzò enormemente. L’interesse da parte dei lettori era ben motivato, in quanto il romanzo girava attorno a un mistero così intricato da far pensare che non avrebbe avuto una fine. La Pietra di Luna altro non è che un preziosissimo diamante, di origini indiane e antiche, bellissimo e considerato maledetto. Data la bellezza e anche, ovviamente, l’importanza economica che porta con sé il gioiello, un colonnello inglese decide di rubarlo ai precedenti proprietari e di portarlo con sé in Inghilterra. Successivamente il diamante passa, dopo varie vicende, alla nipote Rachel, come dono di compleanno. Lo indossa alla festa, tutti lo ammirano, poi il diamante indiano sparisce e nessuno sa dove possa esser finito. Fra lo sconcerto iniziale e generale, cominciano le ricerche, affidate al sergente Cuff. Tuttavia ciò non basta, perciò il cugino di Rachel, il signor Franklin Blake chiede ad ogni persona presente in quei giorni nella villa della signorina Rachel di scrivere un resoconto con la propria versione dei fatti, o delle stranezze notate.

Così il romanzo non è narrato da un unico punto di vista, cosa che non apprezzo molto in generale. Oltre ciò, l’impressione che mi ha dato è stata quella di un voler tirare avanti la storia a tutti i costi e allungare quanto più possibile il brodo. Probabilmente fu così veramente, dal momento che con questi scritti Collins si guadagnava da vivere. E’ un procedimento che però mi ha urtata un po’ e mi sono quasi sentita presa in giro quando ho letto la soluzione dell’enigma.

Piccolo inciso; involontariamente avevo letto delle anticipazioni nella prefazione, e conseguentemente il mio interesse nei confronti della fine del romanzo era calata. Consiglio a tutti coloro i quali avessero voglia di leggere il libro, di NON aprire mai quelle pagine. Quindi, la mia valutazione de La Pietra di Luna può esser stata sicuramente influenzato anche da questo incidente, non vi è dubbio. Ma il fatto che ci si soffermasse anche su particolari irrilevanti al fine della storia, ha fatto sì che il mio giudizio calasse. Subentra la noia, e quand’è così non è più bello leggere.
In ogni caso, Wilkie Collins sa scrivere e lo fa anche bene, anzi benissimo. E’ questo, sicuramente, uno dei punti di forza del romanzo. La scrittura ricca ma mai pensante che Collins sapientemente utilizza è un fattore importantissimo. Altra cosa per cui vale la pena il romanzo, è il fatto che sia uno dei primissimi esempi di romanzo giallo-poliziesco, precedente anche al famoso Sherlock Holmes. Per gli appassionati del genere, è una lettura che non può assolutamente mancare.

Arrivederci, Wilkie, a La donna in bianco. Sperando di aver più fortuna!

Chiara Coppola

Sempre riguardo Wilkie Collins potete leggere la recensione di:
-> Basil


Riccardo II | William Shakespeare

Titolo: Riccardo II
Titolo originale: The Tragedy of King Richard the Second
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: Considerato il più grande poeta inglese, William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564, ma la sua fama ebbe Londra come sfondo. Appartiene al periodo d’oro della cultura anglosassone, cioè a “L’Età Elisabettiana” dal nome della regina del periodo, Elisabetta I. Figlio di un conciatore di pelli e orfano di madre perché affogata in un fiume sul Shakespeare prima della sua fama non si ha alcuna notizia; mancano infatti documenti riguardanti la sua biografia. Non solo la sua storia rimane oscura, anche la cronologia delle sue opere non è molto chiara; si sa comunque di per certo che il suo successo è dovuto al teatro, per il quale ha scritto opere indimenticabili sia in chiave di tragedia che di commedia. Per le tragedie, le opere più importanti e conosciute sono sicuramente “Romeo e Giulietta”, “Macbeth”, “Amleto”, “Otello”, “Giulio Cesare” e “Re Lear”.Per le commedie le più importanti opere sono “La commedia degli errori”, “Molto rumore per nulla”, “La bisbetica domata”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Le allegre comari di Windsor”, “Il mercante di Venezia”, “La tempesta” e tante altre. Un’altra categoria in cui vengono elencate altre opere di William Shakespeare sono i drammi storici in cui troviamo “Riccardo III”, “Riccardo II”, “Enrico IV”, “Enrico V”, “Enrico VI” e “Enrico VIII” ( Fonte: http://cultura.storiagiornalismo.com/william-shakespeare-biografia/ )
Anno di pubblicazione: 1597
Edizione: Garzanti
Traduttore: Andrea Cozza
Numero pagine: 227
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: Sì.

Va bene. Partiamo dalla fine, per approdare all’inizio. L’inizio di cosa? Della mia conoscenza riguardo William Shakespeare.

Il Riccardo II è, forse, la miglior tragedia, la miglior storia letta in questi anni. Non scherzo, è davvero così. Io Shakespeare non lo conoscevo bene. Avevo letto così poco di suo, che quasi mi vergognavo se l’argomento veniva tirato in ballo in qualche discussione. Tutti conoscono “Romeo e Giulietta” e, sinceramente, a me non piacque molto. Rimasi sconcertata da questo, pensando che avevo distrutto un mostro sacro come Shakespeare.

Se fosse stato solo per “Romeo e Giulietta”, il mio giudizio non sarebbe cambiato.

Invece, per fortuna, ho letto il Riccardo II, il primo di una cosiddetta tetralogia composta, a seguire, da Enrico IV parte I, Enrico IV parte II, Enrico V. So che questo commento sarà dettato più che altro dal fattore emotivo, prendetelo così come viene.

Riccardo II era, innanzitutto, un re. Per essere precisi, fu re d’Inghilterra dal 1367 al 1400. Quindi fu sovrano in un periodo denso di cambiamenti, e soprattutto, in un periodo di passaggio. Si passava, infatti, dal periodo (definito a posteriori) medievale, a un periodo definito rinascimentale. E’ ovvio che i cambiamenti storici sono dettati soprattutto da mutati sentimenti, opinioni, concezioni, modi di vita che determinano i grandi periodi storici. Riccardo II vive questo periodo; perciò, probabilmente, il suo potere era piuttosto fragile.

Shakespeare apre la tragedia partendo dalla disputa fra due contendenti, che si accusano reciprocamente di un assassinio. I due uomini sono Thomas Mowbray e Henry, soprannominato Bolingbroke, duca di Hereford, entrambi Pari del regno. Il re dapprima concede loro di sfidarsi in un duello, poi ferma tutto per definire e porre fine alla disputa. Mentre Mowbray viene allontanato definitivamente dal regno, a Henry viene concesso dal re un esilio, di una durata di circa dieci anni, alla fine del quale potrà rientrare in patria (Riccardo ed Henry sono peraltro cugini, fattore importante per lo svolgimento della storia). Ma quando Bolingbroke torna dall’esilio decide, oltre che reclamare le sue terre, precedentemente confiscate dallo stesso Riccardo, di reclamare anche il trono.

Riccardo II è un sovrano che mi ha fatto quasi tenerezza. Come già detto, è un sovrano fragile perché è ancora fortemente legato alla concezione di re imposto da Dio, tipico dell’epoca medievale e non riesce a rendersi consapevole del cambiamento che sta avvenendo attorno a sé. Lui è sovrano perché Dio lo ha voluto, perciò è nel giusto, in qualsiasi azione compia. Non riesce a capire che, oltre a tutto il resto, anche la figura del monarca dovrà cambiare, ponendosi ai sudditi non come un dio sceso in terra (ricordiamo che era anche l’epoca dei cosiddetti re taumaturghi), ma come un uomo, capace di soddisfare e ascoltare i suoi sottoposti e i problemi che li affliggono. Riccardo II non è niente di tutto questo; è poetico, romantico, desolato e malinconico ma proprio non riesce a capire   perché qualcun’altro debba reclamare il suo posto di re, quando c’è già lui ad occupare il seggio regale. Non mi ha fatta arrabbiare, al contrario. Ho trovato molto interessante il suo carattere, il suo modo di porsi e di esprimersi. Il suo essere così fragile, senza riuscire a imporsi mi ha impressionata. Ho provato dispiacere per re Riccardo, complici ovviamente le splendide parole che gli fa pronunciare Shakespeare.

Quindi ad oggi posso dire che, sì, Shakespeare mi ha conquistata.
Chiara Coppola

Sempre riguardo William Shakespeare potete leggere la recensione di:
-> Amleto

 


Il mistero di Edwin Drood | Charles Dickens

Titolo: Il mistero di Edwin Drood
Titolo originale: The mistery of Edwin Drood
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens (Portsea, Inghilterra, 7 febbraio 1812 – 9 giugno 1870), scrittore inglese. Charles Dickens nacque a Portsea nel 1812. Era il secondo di otto figli. Nel periodo della sua infanzia, la famiglia fu costretta a trasferirsi a Londra, dove per Charles iniziò un periodo infelice. All’età di dodici anni venne mandato ad incollare etichette in una fabbrica di lucido da scarpe (la situazione economica dei Dickens era disastrosa a causa dell’incapacità del padre che fu in breve tempo incarcerato per debiti nella prigione di Marshalsea). A quindici anni entrò in uno studio di avvocati come praticante ed iniziò a studiare stenografia, diventando cronista parlamentare. Tra il 1829 e il 1830 si innamorò della figlia di un banchiere, ma la storia si concluse a causa delle differenze sociali tra i due. Iniziò quindi a dedicarsi alla scrittura finché a ventisei anni venne pubblicato sull’Evening Chronicle, in dispense mensili, il romanzo “Quaderni postumi del Circolo Pickwick”, che lo rese famoso nel panorama della narrativa inglese. Nel frattempo aveva sposato Catherine Hogarth, figlia del direttore del giornale. Il 4 gennaio 1842 partì con la moglie per gli Stati Uniti dove visitò (ormai scrittore conosciuto) Boston, Washington, New York e il Mississippi. Tra il 1844 e il 1845 soggiornò a lungo a Genova ed ebbe occasione di visitare anche Roma e Napoli. Fece quindi ritorno in Inghilterra dove si impegnò a dare vita ad un giornale liberale impegnato per la lotta nell’abolizione delle leggi protezionistiche sui prodotti agricoli. Nel 1846, in gennaio, uscì il primo numero del Daily News. I principi guida sarebbero stati miglioramento, progresso, educazione, libertà religiosa e civile, legislazione equa. Dopo soli 17 numeri si dimise però dall’incarico di direttore lamentandosi di essere circondato da incapaci. Il 1848 fu turbato da gravi questioni famigliari e da grandi litigi nella cerchia degli amici. Condusse comunque in porto il progetto di un giornale periodico battezzato Household Words con l’intento di mescolare la narrativa e la polemica contro i mali del suo tempo. Il primo numero uscì nel 1850. I progetti di risanamento edilizio londinesi ne subirono l’influenza. Nello stesso anno Dickens (con Lord Bulwer Lytton) progettò e mise in scena un testo teatrale di ambiente settecentesco “Not so bad as we seem”. La moglie si ammalò ed una figlia morì improvvisamente. Nel 1855/56 visse a Parigi durante l’inverno, trasferendosi in estate presso Boulogne. I rapporti con i famigliari (aveva avuto dieci figli) si andavano intanto deteriorando. Nel 1858 si separò definitivamente dalla moglie mettendo un annuncio sui giornali e accusandola di non aver mai saputo badare ai figli e alla famiglia. Nel 1859 fondò un nuovo giornale chiamato “All the year round” che ebbe strepitoso successo. Negli ultimi mesi del 1865 si recò ancora in America per un giro di lettura delle sue opere. Il suo stato di salute peggiorava giorno dopo giorno. Alla fine gli fu diagnosticato un attacco di paralisi. L’8 giugno 1870 fu colpito da un colpo apoplettico e morì il giorno dopo. Fu sepolto nell’abbazia di Westminster nell’angolo dei poeti (Poet’s Corner). (Fonte: zam.it)
Edizione: Bompiani
Anno di pubblicazione: 1870
Numero pagine: 505
Traduzione a cura di: Pier Francesco Paolini
Costo: 9,50 €
Consigliato: sì, a chi ama Dickens. Lo consiglierei comunque a tutti quelli che apprezzano atmosfere vittoriane tetre e misteriose

Iniziare il mio rapporto “scrittore-lettrice” con Charles Dickens è stato, direi, complicato. Di Dickens, occorre specificarlo sin da subito, non avevo mai letto niente a parte una versione ridotta per bambini del ‘David Copperfield’ del quale però ricordo pochissimo. In effetti, il mio rapporto con Dickens iniziò molto presto ma si concluse con quella ‘ridotta’ lettura. Punto e basta.
Non riesco a capire perché poi, negli anni a seguire, non mi sia mai venuto in mente di leggere dell’altro. Probabilmente ero presa da altre cose, perché altrimenti non si spiega.

Poi, a un certo punto, circa un paio di mesi fa, ho acquistato “Drood”. Chi è Drood è presto detto. E’ il titolo di un romanzo, scritto da Dan Simmons, del quale avevo sentito tanto parlar bene su YouTube. Il romanzo, detto in due parole, tratta della genesi dell’ultimissimo romanzo di Dickens e cioè “Il mistero di Edwin Drood”, romanzo però rimasto inconcluso. Dickens infatti morì e, cosa molto triste, non lasciò detto come avrebbe voluto finire il romanzo, che usciva a puntate sulla rivista letteraria Bentley’s Miscellany. Così prima di iniziare “Drood”, grazie a dei validi consigli, mi sono procurata il romanzo di Charles e l’ho letto, sprofondando nelle pagine, fino a che non sono finite.

 Il romanzo venne pubblicato postumo nel 1870 e, come già detto, l’autore non lasciò mai intendere perfettamente come voleva che esso finisse. La Bompiani (ma non so se anche altre case editrici lo abbiano fatto), ha pubblicato la storia con la conclusione di Leon Garfield, uno studioso dello scrittore inglese. In pratica, è stata attribuita una fine ad un romanzo che, almeno inizialmente, una fine non l’aveva. E probabilmente questo fattore ha sicuramente contribuito al grande successo del romanzo, poiché gli ha dato quel fascino del “non finito” che tanto attrae i lettori di una bella storia come questa. Dal momento che il romanzo non ha una fine certa, molti hanno scritto e teorizzato su di essa. Tutto ciò, vi assicuro, crea facilmente dipendenza (se lo leggerete, ci passerete su delle belle mezz’ore, garantito!).

 Nel titolo è indicato gran parte della storia: c’è un mistero, un mistero che è anche abbastanza ingarbugliato, ad esser sinceri ma che, proprio per questo, riesce a tener alta l’attenzione. E’ vero anche che, essendo pubblicato su una rivista, doveva anche mantenere una certa suspence, per non perdere lettori e, conseguentemente, clienti.

Edwin Drood è un bel ragazzo, un giovane uomo. Ha uno zio, che è più di uno zio perché è anche il suo tutore, John Jasper, un personaggio estremamente affascinante. Egli è il direttore di coro della Cattedrale di Cloisterham, un paesino immaginario, ma è anche segretamente un fumatore di oppio nel West End di Londra. Edwin si reca a Cloisterham , poiché lì abita anche la sua promessa sposa, la bella Rosa, un’orfana accudita in una sorta di collegio, che dovrebbe sposare. Tanti altri personaggi popolano la spettrale Cloisterham, un paese che, ad un certo punto, si risveglia dal torpore per vivere ciò che sta avvenendo.

 Di una storia del genere, parlar troppo non si può per non togliere il gusto della lettura ma ad una lettrice come me, così poco esperta di Charles Dickens, ha fatto venir voglia di leggere tanto altro di suo. Questo posso dirlo. La scrittura di Dickens è meravigliosa, così come quella del suo a me caro collega Wilkie Collins e l’intreccio è talmente ben costruito che si potrebbe perder la pazienza a voler tenere insieme tutti i fili del mistero. E’ magnetico, come pochi libri riescono ad essere.

Insomma, ho un solo consiglio. Leggetelo assolutamente! Lasciatevi coinvolgere dall’aria misteriosa che coinvolge la Cattedrale. Ne vale proprio la pena.

 P.S: e per chi volesse, a lettura finita o meno, la BBC ha prodotto una miniserie in due puntate, chiamata “The Mistery of Edwin Drood” che è veramente, veramente ben fatta. Un po’ diversa dal romanzo, almeno nella fine, ma comunque valida.

 Chiara Coppola

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze 


Basil | Wilkie Collins

Titolo: Basil
Titolo originale: Basil
Autore: Wilkie Collins
Cenni sull’autore: Wilkie Collins è stato uno scrittore inglese, figlio di un pittore paesaggista, amico e collaboratore di Charles Dickens. Nacque a Londra l’8 Gennaio 1824, ed è considerato il padre del genere poliziesco. Riguardo la sua produzione letteraria si ricordano soprattutto i romanzi gialli, “La donna in bianco”“La Pietra di Luna”, “La legge e la signora” e “La follia dei Monkton”. I suoi romanzi, caratterizzati da intrecci complessi e ricchi di suspense, furono pubblicati a puntate su alcune riviste dirette dall’amico Charles Dickens. Il vero successo, però, lo ottenne soprattutto con “La Pietra di Luna”, appassionante romanzo raccontato a più voci in cui si narra di un prezioso gioiello andato perso e dell’onore di una ragazza che rischia di essere macchiato. Questa e altre opere ne fanno un maestro della narrativa del mistero. Morì il 23 settembre 1889 e venne seppellito al Kensal Green Cemetery. (fonte: Wikipedia/retro copertina)
Anno di pubblicazione: 1852
Edizione: Fazi Editore
Traduzione: Alessandra Tuberini
Pagine: 327
Costo: 16,50 €
Consigliato: Non posso dire altro che sì, leggetelo assolutamente.
Quando ho iniziato a leggere ‘Basil’, la prima cosa che mi è balzata subito agli occhi è stata la copertina. A me non piace nemmeno un po’, l’immagine di sfondo la trovo sbiadita e poco accesa. Insomma, quando ho preso in mano ‘Basil’ la prima volta, in biblioteca, ho avuto la sgradevole sensazione di avere nelle mani un romanzo che, esteriormente, era proprio presentato male. Saranno fissazioni mie, chissà. Altra cosa che ho notato è stata la mole. Un libro piccolino, leggero, non ingombrante. Guardo il titolo: ‘Basil’. Semplice, un nome di persona e basta. Per giunta, un nome non troppo bello, sempre stando ai miei gusti personali. Non un nome altisonante, possente, carismatico. Solo e semplicemente Basil.
Osservo con cura il nome dell’autore impresso sulla copertina. Wilkie Collins. E chi è? Non lo avevo mai sentito nominare prima. Ma poi devo rendermi conto della mia profonda ignoranza, nel momento in cui apprendo che il signor Collins era il più grande amico di Charles Dickens, nonché uno scrittore di successo, almeno all’epoca, adesso più facilemente dimenticato e adombrato dallo stesso Dickens. Eterni rivali? Eterni amici? Forse entrambe le cose. Collins scriveva romanzi a puntate sul giornale di Dickens e ‘Basil’ è il terzo romanzo che la penna di Wilkie (mi prendo questa libertà, poi capirete perché) ha prodotto. 
La trama di ‘Basil’ è molto semplice e lineare; il romanzo è narrato in prima persona dallo stesso Basil, un giovane che appartiene ad una famiglia agiata e aristocratica che racconta, a distanza di tempo, gli avvenimenti che, poco per volta, lo portarono alla rovina e al fallimento della sua stessa esistenza. Così viene introdotta la figura di Margaret, una bellissima giovane donna che incontra Basil sull’omnibus. Basil se ne innamora immediatamente. Un po’ frettolosamente, egli decide di dover sposare Margaret.  C’è solo un piccolo, grande problema: Margaret non è un’aristocratica, bensì la figlia di un mercante di stoffe. Che disonore sarebbe per Basil sposare una donna appartenente a quella classe sociale, così tanto inferiore alla sua. Che penserebbe il suo onorevole padre, così legato al culto delle tradizioni, all’importanza della famiglia, al rispetto delle convenzioni sociali? E sua sorella Clara? La dolce, eterea, delicata Clara lo capirebbe? Approverebbe ciò che ha deciso in cuor suo di fare? Nel dubbio, Basil agisce. Ma le conseguenze del suo gesto saranno tante, e terribili.
Se è vero che ‘Basil’ come libro-oggetto è veramente brutto, o almeno così è parso ai miei occhi, è altrettanto vero che il suo contenuto è di una bellezza estrema. Oltre al fatto che è scritto in maniera eccellente, dove tutte le parole trovano il giusto posto, e dove le frasi scorrono via a meraviglia, ‘Basil’ vi tiene realmente incollati alle pagine. Ci sono moltissimi colpi di scena, il che movimenta la storia proprio nei punti giusti, quando sembra che la narrazione si stia leggermente assopendo. Superate le prime sessanta pagine, un po’ lente per le esigenze della storia, voi vorrete sapere. Sapere come finisce, cosa succede, cosa e quali saranno le reazioni umane dei protagonisti, questi meravigliosi personaggi inseriti in una splendida Londra vittoriana. Le mille domande che il protagonista si pone, ci pongono di fronte a degli interrogativi enormi. E se Basil fossi stata io? O magari un mio parente? Ovviamente, il tutto deve essere rapportato al tempo in cui il romanzo è ambientato, un’epoca in cui un matrimonio di questo genere non regalava soltanto momenti di pettegolezzo all’interno di salotti, ma destava un vero e proprio scandalo in società.
Basil forse è un po’ ingenuo, o forse rappresenta e incarna la figura del giovane innamorato e del tutto invaghito della giovane donna, desiderio del suo amore, o forse è entrambe le cose.
Al fine della storia l’ingenuità di Basil ci permette di gustarci una storia che, passo per passo, ci conduce in una spirale di azioni, di piccoli fatti da tenere bene a mente, di sguardi impauriti, di parole sussurrate. Un crescendo sempre più angosciante che coinvolge, senza alcun dubbio, il lettore. Senza anticipare nulla, riporto uno dei passi che più mi ha inquietata leggendo:
“C’erano ancora lampi nel cielo, anche se più di rado. Stranamente, nel momento in cui mi rivolsi a lui il bagliore di un lampo sembrò passare proprio sulla sua faccia. Nell’arco di un istante, conferì ai suoi tratti un colore così orribilmente livido, una sembianza spettrale e distorta che sembrava guardarmi sogghignando come un demonio. In quel momento ci volle tutta la mia conoscenza dell’immutabile tranquillità della sua espressione per convincermi che i miei occhi erano solamente stati abbagliati da un’illusione ottica prodotta dal lampo”.
Per questo poco prima l’ho chiamato semplicemente Wilkie. Bravo Wilkie, che ottimo scrittore che sei. Anzi, sai che ti dico? Leggerò sicuramente altro di tuo. Ma che dico? Leggerò tutto quello che hai scritto, anche la tua lista della spesa, se mai ne hai scritta una che si è ancora conservata. Hai donato a noi lettori un libro così intenso che, per ringraziarti, è il minimo che io possa fare.
Chiara Coppola

Libere Sempre – Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi | Marisa Ombra

Titolo: Libere Sempre – Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi
Autrice: Marisa Ombra
Cenni sull’autrice: è nata ad Asti il 30 Aprile 1925. Staffetta partigiana attiva nei Gruppi di difesa della donna clandestini, è stata dirigente dell’Unione donne italiane e presidente della cooperativa Libera Stampa, editrice del settimanale “Noi donne”. Nel 2006 è stata nominata Grande Ufficiale della Repubblica. E’ vicepresidente nazionale dell’Anpi.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi Stile Libero Extra
Numero pagine: 83
Costo: 10 €
Consigliato: Senza alcun dubbio, sì!

“L’inganno sta nella frase: <<Il corpo è mio e lo gestisco io>>, alla quale da un certo momento in poi è stato attribuito un significato che è l’esatto contrario di ciò che aveva in mente la generazione che lo aveva dichiarato per la prima volta. L’esatto contrario perché il corpo, se esiste solo per essere desiderato e comprato , finisce per esistere in funzione dell’altro. Non è più mio ma di chi ne gode”.
Questa frase, questo piccolo ma grande, enorme pensiero è il riassunto di ciò che vado dicendo da anni a questa parte a persone che sembrano non vogliano capire il succo della faccenda.
Non sono un’estremista; eppure ultimamente, ho constatato che, per far comprendere agli altri la tua posizione riguardo un determinato argomento, devi essere quanto più chiaro possibile e, spesso, occorre estremizzare un po’ la convinzione stessa.
Marisa Ombra è una grande. Ho letto queste 83 pagine assaporando ogni parola, immaginando che lei fosse mia nonna, o un’altra parente, e che stesse per raccontarmi una storia particolare. Quella della sua vita da giovane e della differenza sostanziale fra la mia generazione e la sua. Ecco, lei alla mia età faceva parte della Resistenza. Io frequento l’università,  ho una vita fatta di amici e parenti, piccole gioie quotidiane, grandi e piccoli problemi della mia età ma, tutto sommato, ho una vita tranquilla.
Lei era una partigiana. E questo già mi ha fatto riflettere a lungo.
Se dico che è una grande, è perché, in queste 83 pagine, ho trovato scritto finalmente dei pensieri che andavo rimurginando da un po’, senza però trovare dei riscontri diretti.

Lei parla della figura della donna. “Libere Sempre“, mi sembra un gran bel titolo per un tema del genere. Donne sottomesse all’uomo da tempi immemori, si ritrovano, dopo la guerra, a rivendicare una serie di diritti che prima non potevano nemmeno lontanamente immaginare. E conquistano questi diritti con fatica, con determinazione e coraggio. E poi, ad un certo punto, un tipo di cultura diversa prende sempre più piede e le donne si ritrovano ad essere nuovamente ed esclusivamente oggetto di desiderio sessuale da parte degli uomini o, in altri casi, esseri senza un cervello pensante relegate nel mondo dello spettacolo.
Ovviamente, non c’è niente di male aspirare ad entrare in determinati ambienti. Il vero problema sta nel modo in cui ci si pone, rispetto ad alcuni contesti. Mi viene sempre una tristezza immensa dover constatare che, ad oggi, ci sono ancora donne che, pur di essere apprezzate, approvate e desiderate dalla società, si piegano a dinamiche ancora così legate a pensieri e logiche di una cultura maschilista.

Faccio un esempio. Qualcuno può gentilmente spiegarmi perché, nel seguire i Gran Premi della Formula 1, sono costretta a guardare una scena del tipo: pilota seduto nella vettura, ragazza accanto seminuda e sorridente, anche se sta morendo di caldo/freddo, che gli regge l’ombrello per non farli prendere il sole/la pioggia in testa? Ma perché non se lo può reggere da solo? Oppure, perché non può reggerglielo un altro uomo? Magari un aiutante? Ecco, perché probabilmente quelle ragazze vengono pagate per farlo e da un certo punto di vista va bene così, lavorano, portano a casa soldi, si mantengono. Ma perché allora c’è una donna a far questo compito? Perché probabilmente pensano  che siano solo gli uomini a seguire il Gran Premio (altra concezione e pensiero vecchio stampo), così una bella ragazza, pressoché nuda è di piacere all’uomo che sta davanti la TV. Ma la figura della donna, in generale, dove va a finire? La Donna viene così mentalmente associata ad un lavoro in funzione dell’uomo.
Ovviamente questo è un esempio; si potrebbero trovare altri milioni di esempi da fare, la TV di oggi ne è (purtroppo) piena.

Ecco, Marisa Ombra mi ha fatto riflettere, e devo ringraziarla. Ha messo su carta pensieri giusti, pensieri che tutti/e dovrebbero leggere, pensieri che io, se ne avrò la possibilità, vorrò dire a una mia nipote che si affaccia alla vita.

Lo consiglio, veramente.

Chiara Coppola

Il trono di spade | George R. R. Martin

Titolo: Il trono di spade
Autore: George R.R Martin
Cenni sull’autore: George R.R. Martin (1948) è stato sceneggiatore per il cinema e la televisione. Ha pubblicato racconti e romanzi di fantascienza, tra cui Fevre Dreams e The Armageddon Rag, vincendo, tra gli altri, i premi Hugo, Nebula, Bram Stoker e Locus. Mondadori ha pubblicato tutti i libri della saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, oltre alle raccolte di racconti Le Torri di cenere(2007) e I Re di sabbia (2008). Nel 2011 è uscita in un unico volume la raccolta dei primi quattro titoli delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. L’autore vive a Santa Fe, in New Mexico, con la moglie e i loro gatti.
Titolo originale:  A Game of Thrones
Traduzione: Sergio Altieri
Anno di pubblicazione: 1999
Pagine: 419
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 8,50 €
-> Consigliato: Assolutamente sì!

“L’inverno sta arrivando”. Ecco il motto, la frase più ripetuta a Grande Inverno, uno dei tanti luoghi che fanno parte dei Sette Regni. E’ la frase più ripetuta da Eddard Stark, capo della casata degli Stark nonchè protettore di Grande Inverno, ai suoi figli. Ecco, è proprio da loro, dagli Stark, che parte la famosa saga di Martin, “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”.
Una saga lunghissima,ancora in corso d’opera che ha rapito migliaia di lettori di tutto il mondo e che riesce, ancora oggi, a rapirne tanti altri, come me in questo periodo.
Riassumere la storia della prima parte di “A Game of Thrones”, ovvero “Il trono di spade” (eh sì, qui in Italia, hanno diviso i volumi in due o tre parti. Solo recentemente, a seguito probabilmente del successo della serie televisiva della HBO, ho visto in libreria un volume che accorpa nuovamente insieme le due parti de “Il gioco del trono”), sarebbe veramente difficile, soprattutto perché ricordarsi tutti i personaggi presenti sarebbe veramente al di sopra di ogni possibilità umana (o quasi!). In breve però, la questione è questa. Sul trono dei Sette Regni, conquistato anni prima, togliendolo a sua volta al legittimo ma folle re precedente, siede re Robert Baratheon.  Un uomo che ha conosciuto il dolore molto presto, perdendo quello che era il suo amore giovanile, un amore che lo avrebbe legato alla casata degli Stark, uomini di ghiaccio appartenenti a Grande Inverno, e al suo grande amico e sostenitore Eddard Stark. Varie minacce però tormentano il re, e molti sono gli intrighi che gravitano attorno alla corte.
E da qui, prende avvio la storia. C’è da sottolineare come, in realtà, la trama presente sul retro di copertina del romanzo sia ben diversa dal contenuto dello stesso. Nella trama, infatti, si trovano riferimenti all’imminente catastrofe che si abbatterà sui Sette Regni, ovvero l’invasione degli Estranei, creature particolari e inquietanti che, si dice, siano scomparse migliaia di anni prima. Detto ciò, un qualsiasi lettore si aspetterebbe di vedere  arrivare un Estraneo da un momento all’altro, durante la lettura. E invece no, non compare nessun Estraneo per tutta la durata del racconto. Il che mi fa sorgere la seguente domanda: “Ma allora, che lo hanno scritto a fare?!”.
A parte questo, la trama è molto molto avvincente. Martin riesce a coinvolgere il lettore a pieno, creando un universo completamente diverso dal nostro, eppur così ben caratterizzato sotto ogni tipo di aspetto, a cominciare dai luoghi geografici (con la relativa mappa dei regni, molto utile), per passare alla descrizione delle casate regnanti, con i relativi appartenenti, stemmi, rituali, e motti.
Quello che Martin crea è un mondo talmente perfetto, talmente ben fatto, che spesso mi sono ritrovata a pensare che a Grande Inverno mi sarei trovata come a casa.
I personaggi sono veramente tantissimi; questo è l’unico neo che riesco a trovare alla storia. Ovviamente, essendo al primissimo capitolo della saga, non posso esprimermi di più riguardo a ciò che non ho apprezzato. Per ora riesco a pensare solo al fattore personaggi, che può inizialmente creare dei seri  problemi. Leggendo però, ci si abitua e, pensate un po’, alla fine quasi ci si ricorda di tutti quanti!
Quindi questo è quanto. Dopo tantissimo tempo ecco spuntare una saga capace di coinvolgermi nuovamente, e completamente. Tutti dovrebbero leggere Martin, prima o poi. Proprio tutti perché, nonostante non sia un’amante del genere definito “fantasy”, l’ho amato e, penso, continuerò a farlo.

Chiara Coppola


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