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I fratelli Karamazov | Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Titolo: I Fratelli Karamazov
Titolo originale: Братья Карамазовы
Autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Cenni sull’autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione letteraria coincide con l’affermazione della “scuola naturale”, che risale al fatidico 1847, anno in cui il metodo realista prende definitivamente il sopravvento. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di Dostoevskij. La sua vita è marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859. Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che verrà utilizzato in tutti i romanzi successivi.
Dostoevskij muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli Karamazov, il capolavoro dello scrittore, ma dal Diario veniamo a sapere che Dostoevskij progettava una prosecuzione del romanzo, in cui si sarebbe vista la costruzione di una società felice a partire dal ramo sano della famiglia Karamazov, il giusto Alësa. (Fonte: http://www.greendayfactory.it/)
Anno di pubblicazione: pubblicato a puntate sul ‘Messaggero russo’ tra 1879 – 1881
Edizione: Einaudi
Tradotto da: Agostino Villa
Numero pagine: 1033
Costo: 18 €
Consigliato: assolutamente, vivissimamente sì!

‘Vedete, noi siamo nature ampie, karamazoviane, capaci di mescolare insieme i più opposti contrari che immaginar si possa, e di ficcar lo sguardo, nello stesso istante, in entrambi gli abissi, nell’abisso al di sopra di noi, l’abisso degli ideali più alti, e nell’abisso al di sotto di noi, l’abisso della più bassa, della più fetida caduta morale. […] I due abissi, i due abissi, o signori, nello stesso identico momento: senza questo, noi siamo infelici e insoddisfatti, la nostra esistenza non è piena.’

In questa lunga fase di sedimentazione vengo sempre più rendendomi conto che Dostoevskij è uno di quegli autori che bisognerebbe leggerli ai bambini in culla, quando ancora non sono in grado di capire, perché forse, solo ascoltandolo, solo cullati da questa strana ninna nanna, crescerebbero su più intelligenti, più umani. Questo è il grande potere narrativo di Dostoevskij: rendere l’umano più umano di quanto non sia già. E il mio rammarico, solo questo, è di averlo scoperto così tardi.

‘I fratelli Karamazov’ è la storia di tre fratelli (diciamo tre e mezzo), del loro rapporto l’uno con l’altro, del rapporto con l’alto e il basso dell’esistenza e con la figura paterna, il terribile Fёdor Pavlovič. Fёdor Pavlovič è un padre come non ne vorreste mai uno, un buffone, un parassita, un libidinoso, incapace di nutrire qualsiasi affezione che non sia sessuale; non ama i suoi figli, non ha amato le due mogli. Le orge, i soldi, le puttane sono tutta la sua vita.
In uno dei tanti mondi possibili, Mitja, Ivan e Alёsa, i tre fratelli, sarebbero stati angeli di Paradiso ma, essendo nati da lui, hanno nel sangue la stessa febbre, la stessa morbosa attrazione per tutto ciò che è sensuale e vile. Questo non impedisce loro di avere anime grandi, che aspirano all’altissimo, alla salvazione, alla redenzione, a un amore puro e angelicato. Vogliono essere buoni, vogliono avere la fede, vogliono credere e vivere, vivere e credere, e continuamente si sporcano, sprofondano le suole in una densa mota spirituale e ne escono sempre scissi, scossi, malati. Hanno desideri a forma di cattedrali, ma vogliono costruir le cattedrali dentro i pozzi e per farci entrare le cupole, a testa all’ingiù, bisogna essere architetti sopraffini. Ma Alёsa-Il-Santo, Ivan-L’Inquisitore, Mitja-Il-Poeta devono ancora farsi le ossa e per questo costruiscono e decostruiscono, ovunque accumulando detriti.
Se mi venisse chiesto di scegliere se preferisco le pagine dedicate a Ivan (Il grande Inquisitore! Il diavolo con i calzoni a quadretti!), le pagine dedicate ad Alёsa (Lo starec Zosima! Il piccolo Il’juša! Kolja Krasotkin!) o le pagine dedicate a Mitja (‘Il fatto è che seppure precipitassi giù nell’abisso, anche allora, così a capofitto e con le piante in aria, sarei contento di star cadendo proprio in quell’umiliantissima posizione, e ci troverei per me della bellezza’! Grušen’ka! ), ecco, se mi si chiedesse di scegliere, io staccherei a morsi la mano di chi chiede. Non una sola pagina, non una sola parola che annoi o sia di troppo, un risultato eccezionale per un libro di questa mole e di questo spessore intellettuale. Anzi, la pretesa del lettore che non si finisca così presto, no, Dosto, sii gentile, ancora tre o quattrocento pagine io le avrei lette volentieri.

La cosa che colpisce della prosa di Dostoevskij è la sua vivace ecletticità, la sua capacità di sfuggire alle definizioni. In una sola opera confluiscono moltissimi stili letterari, dalla parabola alla vita di santi, dallo stile giuridico al poliziesco, dal caso clinico alla scena corale, dalla concitazione al parossismo drammatico, dall’orrore al patetismo. Rimane al lettore la sensazione di star sfogliando tutte le declinazioni del vissuto, di avere tra le mani un manufatto incantato, un fortino di orrori tutto da esplorare. Esplorando, il lettore cerca se stesso, si trova, sbalordisce, prova disagio, si conosce e si rifiuta. Un momento è giù nel gorgo di Ivan Karamazov, il momento dopo è appeso a testa in giù, un piede incagliato in un gancio alla volta celeste, e si sbraccia insieme a Mitja. Il momento dopo ancora è lì che bacia la terra e vorrebbe stringere e abbracciare e accogliere e conciliare tutto il mondo come Alёsa. È un cammino morale, spirituale, da cui, una volta imboccato, non si può deviare. C’è da fare tutto il percorso, perdere la fede e ritrovarla, essere più nichilisti e atei di quanto si è mai stati e poi voler vestire il saio monacale. Tutte le certezze vengono messe in discussione, si è chiamati a gesti e posizioni estreme. Non c’è via di mezzo. Se non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo Dostoevskij. Se state leggendo Dostoevskij e non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo. Perché se niente si smuove, se dentro restate freddi e monolitici, se non piangete, non ridete e non vi trovano imbambolati sul gradino davanti casa, allora mai nient’altro vi muoverà.

Ho voluto scegliere quest’angolo – l’angolo dell’umano fatto ancora più umano – perché non saprei che altro raccontare. Tante e tali sono le possibili interpretazioni e le prospettive di analisi che distillare tutto quanto sarebbe il tentativo dell’alchimista con la sua folle pietra filosofale. È un romanzo così ampio, così karamazoviano.
E per un attimo proviamo a essere così ampi e karamazoviani anche noi: allarghiamo le braccia e con la punta delle dita tese tranciamo il velo dello spazio-tempo e raggiungiamo lui, Dostoevskij, lontano, tanto lontano, e sfioriamo le sue mani belle, unghia contro unghia, un secondino solo. Oppure allineiamo i suoi romanzi su uno scaffale bene in vista, tra il ricettario che usiamo sempre, il vocabolario e l’elenco telefonico, perché Dostoevskij è una cosa così, materiale da consultazione, una di quelle robe che servono per vivere con più furia, più consapevolezza, più amore la nostra vita di tutti i giorni.

Chiara Pagliochini 

Sempre riguardo Fedor M. Dostoevskij  potete leggere la recensione di:
-> Delitto e castigo
-> Umiliati e offesi 

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Le poesie | Cesare Pavese

Titolo: Le poesie
Autore: Cesare Pavese
Cenni sull’autore: nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura«come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista«La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista.  Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».  (Fonte)
Anno di pubblicazione: a partire dal 1936, con varie modifiche e aggiunte
Edizione: Einaudi
Comprende le raccolte: ‘Lavorare stanca’, ‘La terra e la morte’, ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, ‘Sfoghi’, ‘Rinascita’, ‘[Le febbri di decadenza]’, ‘Blues della grande città’, ‘Estravaganti scelte’ e altre poesie
Pagine: 347
Costo: € 13,50
-> Consigliato: Certo che sì

“Un tempo nel mondo si sono cantate forse altre cose, ma ora, che cosa cantare altro che ebbrezze? Ebbrezze di vino, di poesia, ebbrezze di amore, di sigarette e di rinuncia?”

Il Pavese poeta lo conoscevo, finora, soltanto con ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’. E pensare che per se stesso Pavese era più poeta che prosatore. Non riconoscere questa parte di lui, questa parte considerevole e magnifica, è in certi sensi come fargli un torto. E non sia mai che vogliamo far torto al nostro Cesare bello.
L’antologia che ho per le mani offre al lettore la possibilità di spaziare su un campo lunghissimo. Oltre alle celebri raccolte ‘Lavorare stanca’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ contiene infatti la produzione giovanile, ancora acerba, dello scrittore, quella in cui l’uomo-il bambino terribile-Pavese strilla più acute le sue sofferenze e ci si mostra senza il velo della finzione poetica.
La caratteristica principale della poesia di Pavese è il suo andamento quasi prosaico, il suo impasto terroso che la rende consistente e piacevole alla lettura. Il ritmo è sempre lo stesso, il ritmo antico dei solchi e delle valli che tanto ben conosce chi l’ha sperimentato in ‘La luna e i falò’. Soprattutto la somiglianza la si avverte in ‘Lavorare stanca’, descritta dal poeta come ‘l’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza’. Tra i componimenti che ho preferito figurano: ‘I mari del Sud’, ‘Antenati’, ‘Pensieri di Deola’, ‘Lavorare stanca’, ‘Pensieri di Dina’, ‘Estate’, ‘Agonia’.

Bellissime – quasi superfluo dirlo – le due raccolte ‘La terra e la morte’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, in cui il respiro mitico e sanguigno somiglia più a quello dei ‘Dialoghi con Leucò’. Il mito e la campagna, il mito-della-campagna, due elementi inscindibili nella produzione pavesiana. Ma soprattutto si affacciano i due mostri sacri in continua lotta per il possesso del suo spirito: l’Amore e la Morte. Può sembrare un binomio banale, un binomio così abusato da essere cliché, ma talmente sentito e vissuto dal poeta da improntarci tutta la propria esistenza.
Quando penso a Pavese, mi avviene di immaginarlo come un innamorato della vita, un innamorato folle, deluso e vendicativo. Un bambino irrequieto che scrolla il suo giocattolo perché non funziona più. Un adolescente così arrabbiato da minacciarla col coltello, quella vita che l’ha tanto respinto. Pavese la minaccia e si inventa un ideale di Morte, l’ideale di una morte eroica con cui vendicarsi da tutti i torti e nella quale, infine, redimersi. Due cose potrebbero portargli l’amore della vita, la gloria poetica (un desiderio fortissimo già nei primi anni) e l’amore per una donna. In Pavese l’amore è forza salvifica che storna il dolore della vita ma che, allo stesso tempo, è esso stesso distruzione, attraverso la gelosia, il possesso, l’abbandono. Il modo più puro e anche più doloroso di amare è l’amare nel ricordo, nel sogno, quella donna, quella sartina bionda che un giorno è stata nostra e che adesso non possediamo più. Quella donna che con le sue carezze ci ha sottratto al capriccio di una morte ventenne e che adesso ci scaraventa di nuovo nell’abisso di una solitudine immensa o di una fine necessaria.
Nelle poesie giovanili di ‘Rinascita’ Pavese ha appena vent’anni, ma dentro ne sente il doppio. Ama come un uomo adulto e come un uomo adulto e disperato, senza speranze, vuol morire. Non vorrebbe morire, se potesse vivere. Ma non può, non riesce, continuamente è deluso.
Cesare, Cesare, più ti conosco e più penso che una carezza non ti sarebbe bastata. Più ti conosco e più penso che la tua fame di carezze era insaziabile. Non bastavano donne, non bastava un mondo, non bastava una vita per saziarla.

Chiara Pagliochini

Sempre riguardo Cesare Pavese potete leggere la recensione de:
-> Paesi tuoi
-> La luna e i falò 


Ti prendo e ti porto via | Niccolò Ammaniti

Titolo: Ti prendo e ti porto via
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Niccolò Ammaniti nasce a Roma nel 1966. Nel 1994 esordisce  con il romanzo ‘branchie!’, cui seguono ‘Ti prendo e ti porto via’ (1999), ‘Io non ho paura’ (2001), ‘Come Dio comanda’ (2006), che gli vale il Premio Strega, ‘Che la festa cominci’ (2009), ‘Io e te’ (2010), ‘Il momento è delicato’  (2012). ‘Io non ho paura’ e ‘Come Dio comanda’ sono stati portati al cinema da Gabriele Salvatores in due film di successo. Bernardo Bertolucci sta curando la regia di ‘Io e te’, ancora in fase di produzione.
Anno di pubblicazione: 1999
Edizione: Mondadori
Pagine: 452
Costo: 10,50 €
Consigliato: Sì.

« Tu sei come me. Tu non vali niente. Io non ti posso salvare. Non ti voglio salvare. A me non mi ha salvato nessuno. »

 

La storia di come questo libro è arrivato nelle mie mani è piuttosto carina e, se vorrete concedermi un momentino, ve la racconterò. Innanzitutto questo libro è un regalo di mia sorella dalla Fiera di Torino (alla quale, per Somma Ingiustizia del Fato, lei è andata e io no). Fin qui, a dir la verità, non ci sarebbe niente di carino. La parte carina comincia quando questo libro arriva da Torino a me ed io, la settimana seguente, lo riporto con me a Torino. Non c’è un libro della mia collezione che abbia compiuto un viaggio più circolare di questo, che abbia percorso tanti chilometri in treno, che abbia guardato tanto a lungo fuori da un finestrino. È un libro viaggiatore, un libro avventuriero.
E, se vogliamo, questo spunto può dare avvio a una riflessione più ampia, che non coinvolge soltanto l’oggetto-libro ma il contenuto stesso del romanzo. Perché anche il romanzo parla di un viaggio, anzi, più d’uno, e sono viaggi circolari anche questi.
Fin dal titolo, Ammaniti ci immette nel vivo di una fuga, un rapimento che ha qualcosa di salvifico e che sembra l’unico modo per evadere da una realtà scomoda. La realtà scomoda è quella di Ischiano Scalo, un paesino come ce ne sono tanti dalle mie parti: una grigia zona residenziale, due bar in croce, un supermarket, una pompa di benzina, la superstrada vicino, la campagna e il mare che si perdono a raggiera intorno. Una realtà di gente semplice e abitudinaria, ma nascostamente gretta, meschina, dai bassi appetiti. Una realtà che soffoca le ambizioni di chiunque voglia uscire un po’ fuori dal coro e inventarsi un sogno. Una realtà che premia i mediocri con una manciata di caramelle, per chi la sbronza al circolo Acli, per chi le nigeriane che battono sull’Aurelia. Una realtà da cui, se sei una persona anche solo un tantino differente, è consigliato darsela a gambe.
Se l’è data a gambe Graziano Biglia, che dopo tanti anni da consumato playboy vorrebbe mettere la testa a posto e decide di far ritorno al ‘nido’. Vuole darsela a gambe Pietro Moroni, che fa ancora le scuole medie, ma vorrebbe diventare biologo, e sa che suo padre non lo manderà mai all’università. Vorrebbe battersela anche suo fratello Mimmo, che sogna di arricchirsi confezionando bastoncini Findus in Alaska. Ci si è rifugiata Flora Palmieri, giovane insegnante che, tra tutti i posti al mondo, ha scelto di seppellirsi proprio a Ischiano Scalo, ma si ritrova costretta in una vita senza amore, segnata a dito dagli abitanti del posto come la Lupa del Verga. Un po’ verghiani sono anche i rapporti di forza tra i personaggi, divisi tra aiutanti e oppositori, ma tutti fondamentalmente in lotta l’uno contro l’altro per realizzare, anche a scapito del prossimo, le proprie aspirazioni o per sfogare la violenza che si accumula con l’essersi repressi troppo a lungo.
A partire da queste premesse, Ammaniti confeziona un libro schietto, crudamente realistico, volutamente volgare, impregnato di un umorismo amaro, caricaturale, grottesco. Il linguaggio è semplice, prevalentemente paratattico, ma il ritmo è incalzante, vivace, le pagine si sfogliano da sole.
Qualche difettuccio c’è certamente, qualcosa al lettore moderno suona male, per esempio la presenza massiccia del narratore onnisciente o la caratterizzazione deboluccia dei personaggi, molto tipizzati, picareschi ma poco ‘interiorizzati’. Tuttavia, il godimento del lettore non ne è toccato molto: non c’è da annoiarsi, si fa qualche risata, si gongola nelle parti di pornografia. Insomma, un lecca-lecca. Fino a quando, a trenta pagine dalla fine, Ammaniti decide che « Adesso basta e, via, torniamo a fare i seri e stavolta ti stronchiamo le gambe. » Il lettore si sbalordisce, illividisce, si scandalizza: « Cavolo, Ammaniti, non togliermi il mio lecca-lecca! » Ma Ammaniti ridacchia sornione e orchestra una bella tragi-commedia finale.
Una commedia tragica, ecco la definizione conclusiva. E, invece del lecca-lecca, tanto amaro in bocca da mandar via.

Chiara Pagliochini


Un nido di nobili | Ivan Sergeevič Turgenev

Titolo: Un nido di nobili
Titolo originale: Дворянское Гнездо
Autore: Ivan Sergeevič Turgenev
Cenni sull’autore: Ivan S. Turgenev nasce ad Orel nel 1818, da una famiglia  ricca e di antico lignaggio. A vent’anni si reca a Berlino per completare la sua istruzione. Qui rimane colpito dalla constatazione di quanto la società dell’Europa Occidentale sia più moderna di quella russa, tanto che, al ritorno in patria, si distingue per le sue idee “filo-occidentali”, contrapposte a
quelle “slavofile”, convinto che la Russia possa progredire solo imitando l’Occidente e abolendo istituzioni ormai obsolete, come la servitù della gleba. I suoi primi lavori di scrittore vengono accolti con elogi da Belinskij, all’epoca il più influente critico russo. Tra le opere principali ricordiamo le ‘Memorie di un cacciatore’ (1852), ‘Un nido di nobili’ (1859) e ‘Padri e figli’ (1862), il suo capolavoro. Proprio quest’opera scatena in Russia polemiche e contestazioni per il suo sovversivo contenuto sociale e spinge Turgenev a trasferirsi a Parigi, dove si spegne nel 1883.
Anno di pubblicazione: 1859
Edizione: Garzanti
Traduzione: Fasanelli M. R.
Pagine: 180
Costo: 8,80 €
Consigliato: Sì.

“Che cosa pensarono, che cosa sentirono entrambi? Chi può saperlo? Chi può dirlo? Ci sono dei momenti nella vita, dei sentimenti… che si possono soltanto indicare – per poi passare oltre.”

 

Se il talento di Turgenev si potesse imbottigliare in una sola espressione, direi che quel“passare oltre” è sufficientemente riassuntivo della sua poetica.
I miei personaggi sono troppo infelici e non voglio dilungarmi sui modi della loro infelicità? Passiamo oltre.
La genealogia che sto dando di loro rischia di scombussolare il lettore? Passiamo oltre.
L’intensità emotiva di questo passaggio sta diventando eccessiva, scadiamo nel patetico?Passiamo oltre.
Perché perdersi in tenere smancerie, perché dare un po’ di sostanza a questa love story?Passiamo oltre.
Per il passare oltre, Turgenev ha davvero un talento sopraffino. Un talento che evita al lettore il pericolo della noia, e che al contempo non riesce ad interessarlo alle vicende. Perché, ahimè, a passar oltre non si cattura l’attenzione, non si acquisisce leggerezza, ma si pecca di superficialità. Turgenev è convinto che al cuore della vita umana risieda un mistero e, invece di dipanarlo – lui, uno scrittore, uno che ha tutti gli strumenti – dice « Non ho il diritto di indagare. Passiamo oltre ». E invece di ficcare il dito nella piaga, come ogni scrittore che si rispetti dovrebbe fare, si limita ad attaccarci un cerottino.

“Un nido di nobili” è la storia di Lavreskij, un signorotto russo che dopo tanti anni di vita all’estero fa ritorno nella sua proprietà. Il contatto con la terra, con la casa, con la gente gli fanno riscoprire un’anima autenticamente russa, che sembrava sepolta dagli effluvi di tutti i profumi di Parigi.
A Parigi Lavreskij ha lasciato la moglie, bellissima e sofisticata, da cui si è separato dopo la scoperta del suo tradimento. Eccolo, lo vedete anche voi, questo russo europeizzato ma neanche troppo che torna a casa con la coda tra le gambe, senza tante speranze per l’avvenire, senza ambizioni di felicità. La felicità, tuttavia, arriva inaspettata. Il legame con la terra russa, con i vecchi parenti lo rinsalda, lo rinvigorisce e Lavreskij scopre in sé il coraggio di amare ancora.
A suscitare il suo amore è la devota, giovanissima Liza, il cui cuore viene scalfito per la prima volta. Liza è generosa, incapace di far del male, religiosa nelle parole quanto nei fatti. Il sentimento che nutre per Lavreskij è puro e timoroso. Una buona stella sembra brillare per tutti quando si diffonde la notizia della morte della moglie parigina. Sbarazzatasi del terzo incomodo, Liza si sbarazza pure dei dubbi che la attanagliano e in una scena incantevole, ma più accennata che vissuta, promette a Lavreskij il suo devoto cuore.
Ma amare un uomo così tanto e amare Dio così intensamente è possibile? E, soprattutto, da chi dipende la felicità sulla Terra se non da Dio stesso? È lecito per l’uomo cercare di essere felice? Da chi vengono le punizioni che gli sono inflitte? Turgenev ci svela un mondo beffardo, bastardo, che lascia il lettore con l’amaro in bocca.
Gli spunti metafisici del romanzo si inseriscono in un contesto storico-sociale perfettamente delineato. Lo scontro tra slavofili e occidentalisti, la presa di coscienza della nobiltà russa, il rapporto con la servitù della gleba sono solo alcuni degli elementi con cui Turgenev conferisce spessore alla narrazione.
Ma più di tutto, non prendiamoci al giro, al lettore medio interessano i dettagli, quel dito di Lavreskij che sfiora il tasto del pianoforte, i nastri del cappellino di Liza che si gonfiano al vento, le parole della vecchia Glafira in punto di morte (« Ogni uomo, caro mio, è dato in pasto a se stesso ») e il musicista tedesco, Lemm, figura tanto romantica, triste, poeticissima.
Il limite di Turgenev consiste nel non capire quanto il lettore medio sia interessato a ficcare il naso nelle vicende altrui e quanto invece gli ripugni la reticenza. Il lettore non vuole passare oltre: lui vuole passare attraverso.

Chiara Pagliochini


Guerra e pace | Lev Nikolaevič Tolstoj

Titolo: Guerra e pace
Titolo originale: Война и мир
Autore: Lev Nikolaevič Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”, “Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo “Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Anno di pubblicazione: 1865 – 1869
Edizione: BUR
Traduzione: Leone Pacini Savoj, Maria Bianca Luporini
Pagine: 1468
Costo: 12,90€
-> Consigliato: Assolutamente sì! (ma nei dovuti modi e tempi)

“Si dice: le disgrazie, le sofferenze…” esclamò Pierre. “Ma se adesso, in questo stesso istante, mi domandassero: vorresti esser rimasto quello che eri prima della prigionia, oppure di nuovo, da principio, passare attraverso tutte queste cose… com’è vero Dio, un’altra volta la prigionia e la carne di cavallo! Noi crediamo che, non appena qualcosa ci sbalza fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto: e, invece, soltanto allora incomincia il nuovo, il buono. Fin quando c’è vita, c’è anche felicità.”

Quando consegni due mesi di vita nelle mani di un solo romanzo e tutte le sere è il tuo appuntamento fisso – spegni la tv, accantona il pc, limita le uscite – allora il rapporto che si crea tra te e quell’opera è tutto particolare, una cosa che non riusciresti a spiegare in due parole senza sentirti terribilmente ingiusto. Perché se è vero che quel romanzo l’hai amato e odiato, se è vero che l’hai carezzato e poi hai desiderato scagliarlo sul pavimento e saltarci sopra coi piedi, è anche vero che hai imparato a conoscerlo molto meglio di quanto conosci qualunque altro e, se così si può dire, è anche vero che quel romanzo conosce te. E come, col passare degli anni, si ha sempre di più da raccontare su un vecchio amico e giorno per giorno veniamo sorpresi da qualche inaspettato guizzo della sua personalità, così la mole dei commenti, dei pensieri, delle riflessioni è troppo consistente per ridurla in due parole. Metà delle annotazioni le dimentichiamo strada facendo, alcune ci sovvengono soltanto alla fine, altre le veniamo contraddicendo pagina per pagina e così, cammina cammina, sei arrivato alla fine: la tua conoscenza deborda, si rifiuta di limitarsi a una frasetta. Con questo, l’autore della recensione si viene scusando della chilometricità di quanto segue.

Che cos’è Guerra e pace
Guerra e pace è un romanzo storico ambientato in Russia tra il 1805 e il 1820. Particolare attenzione è rivolta a eventi quali la guerra dei tre imperatori, la battaglia di Austerlitz, l’invasione napoleonica della Russia, la battaglia di Borodino, l’abbandono e l’incendio di Mosca, la precipitosa ritirata dei francesi.
Anche al più lampante idiota salta all’occhio che una descrizione del genere dev’essere completamente inadeguata. Ebbene, proviamo a darne un’altra.
Guerra e pace è un romanzo nel quale gli eventi della Grande Storia si intersecano cogli eventi della piccola storia di due famiglie della nobiltà russa, i Rostov e i Bolkonskij. Mentre la Grande Ruota della Storia avanza su se stessa consumandosi, i Rostov e i Bolkonskij verranno consumando le loro vicende umane, di uomini e donne vitali, disorientati, tutti alla ricerca di un senso che renda giustizia all’esistenza, tutti tesi verso una felicità che vanno ricercando ognuno in una direzione diversa.
Il lampante idiota si arriccia i baffi e dice, embè? Va bene, riproviamo.
Guerra e pace è un romanzo in cui la Grande Storia e la piccola storia si formano alla visione filosofica e metafisica del suo autore. Che cosa sia la storia, come e da chi venga portata avanti, in cosa consista la felicità, il bene, perché c’è il dolore, la morte, esiste o no il libero arbitrio, sono solo poche delle tante questioni che Tolstoj non manca puntualmente di affrontare, consegnando al lettore una filosofia completa e complessiva di enorme portata.
Questa terza definizione piace ancora meno al lampante idiota, che solo alla parola “metafisica” ha fatto una smorfia. Il lampante idiota, nella sua lampante idiozia, ha cominciato a chiedersi dove stia la verità e come in un romanzo possa finirci tutta questa roba insieme. Il lampante idiota ha ragione: la nostra definizione pecca già nell’esordio.
Sì, bisogna essere sinceri col lampante idiota. Ebbene, vi inganniamo. Guerra e pace non è un romanzo. Ahimè, no. Non è un romanzo perché per essere romanzo dovrebbe non essere anche un trattato storico. Non è un romanzo e non è un trattato storico perché per essere romanzo e trattato storico dovrebbe non essere anche un trattato filosofico. Quel che sia Guerra e pace non è facile a dirsi e, se una parola è possibile, allora Guerra e pace dev’essere un universo, un universo staccato dal nostro, con le sue leggi di gravitazione particolari, un universo solido, funzionante, completo, che Tolstoj ci consegna in luogo del nostro. Consegnandoci il suo universo, Tolstoj viene in qualche modo a privarci del nostro. Per due mesi, viviamo altrove, due mesi ospiti della Galassia-Tolstoj.

I personaggi
Come, alla fine di un viaggio, più che i posti che abbiamo visto ricordiamo le persone con cui li abbiamo visti e le disavventure, le risate che li hanno accompagnati, così di Guerra e pace ricorderò i personaggi – le persone – che m’hanno accompagnata nel viaggio più che le tappe del viaggio in sé. E temo d’averlo detto più di una volta, per più di un romanzo, ma mai è giusto e sacrosanto quanto questa volta: che a considerare questi personaggi solo dei personaggi si fa un torto a Tolstoj e a se stessi. Mai quanto in questo caso il personaggio è tanto vero, chiassoso, debordante di vita da non poter più essere figurina di carta. Qualche giorno fa, a lezione, il professore di letteratura russa ha raccontato di un tale internato nei gulag che diceva di essere riuscito a sopportare quella terribile esperienza perché il pensiero gli andava alla famiglia Rostov, all’autenticità di Nataša, Nikolaj, del vecchio conte. E così, se una cosa tanto potente può accadere, se pensare a Nataša può risollevarci da una situazione estrema di prostrazione, lenire la nostra disperazione, allora la giustificazione non possiamo trovarla in una somma di tratti particolarmente convincente.
A volte si è così presi dalle vicende umane di questi esserini di inchiostro e corteccia che si scoppia a piangere da una riga all’altra, senza motivo, perché si è troppo felici o troppo tristi o perché quello che accade a loro accade contemporaneamente a noi, la loro vita è la nostra, anche se tra le due non c’è alcuna somiglianza. A molti potrà sembrare un’esagerazione e confesso che suona un po’ sciocco anche a me che lo scrivo, ma è andata così. Per due mesi ho camminato e mi sono guardata allo specchio e ho pensato a me stessa come se non ci fossi solo io, circondata da un crocchio di fantasmi che mi imponevano i loro pensieri e le loro concezioni di vita. E ho parlato da Pierre, son stata male come Andrej, ho cercato Nataša nel mio riflesso. Ho dimenticato che al di sotto della finzione c’ero ancora io, sono stata leggera.
È impossibile in questa sede dare una definizione o anche solo menzione di tutti i personaggi del romanzo. Per questo motivo ho deciso di sceglierne uno solo, che poi è di nuovo Nataša, e per ogni strada mi sembra di tornare a lei.
Nel film del ’67 la prima apparizione di Nataša avviene così:
Inquadratura in campo medio – il salotto di casa Rostov. La contessa Rostova, il marito e alcuni ospiti tra cui Pierre Bezuchov siedono su poltroncine, prendono il tè, si scambiano pettegolezzi su membri dell’alta società e discutono delle imprese di Napoleone. Al centro dell’inquadratura, una porta chiusa.
Tre raccordi sull’asse – la porta si spalanca e Nataša, tredici anni, un vestito bianco, occhi sgranati e un sorriso quasi innaturalmente teso, entra correndo in salotto. La sua figura è investita da un fascio di luce che proviene dal fuoricampo, oltre la porta, ma che sembra emanare da Nataša stessa e si riversa nel salotto come in un quadro del Caravaggio, La vocazione di San Matteo.
Inquadratura in campo medio – Nataša si stringe alla madre e le sussurra qualcosa nell’orecchio, poi esce sempre correndo dalla stanza. Quando la porta si chiude, cessa il fiotto di luce.
Ora, a parer mio, non c’era modo migliore di introdurre Nataša che questo. Perché Nataša è luce, e questa è la definizione più completa che possiamo dare di lei. Nataša è luce che brilla per se stessa e che al contempo illumina tutti gli altri, facendo dono a ognuno della sua vitalità, della sua luminosità di prospettiva. Grazie a lei, molti altri tornano in vita: il principe Andrej Bolkonskij, il fratello Nikolaj, il conte Bezuchov. Nataša è capace di restituire la forza vitale a chiunque l’abbia perduta, per il solo fatto che la sua forza è così immensa che solo una minima parte le è necessaria. L’altra, può donarla tutta. Ma come il sole non si avvede di illuminare la Terra e non si cura di bruciare il raccolto, di seccare il suolo, di accecare gli occhi, così Nataša, se fa del male, non se ne avvede, non già perché sia cattiva ma perché è centrata su se stessa, non concepisce altri sentimenti che non siano i suoi. Così è Nataša, dilaniata tra impeti di grande generosità e un principio di totale egoismo, il suo egocentrismo essendo spontaneo come quello del sole. Ma allo stesso modo che, con la fine del sole, pure la nostra galassia finirà, senza Nataša la Galassia-Tolstoj collasserebbe, trascinando sul fondo tutti gli altri, impedendo loro di trovare una risposta.

Weltanschauung
Due parole, il minimo indispensabile, vale di spenderle sulla visione del mondo che non solo emerge, ma è continuamente esplicitata dall’autore. Per Tolstoj, l’uomo non può fare a meno di avere coscienza della sua libertà. Egli sente di agire di sua volontà e capisce che, se il suo libero arbitrio fosse annientato, non sarebbe neanche più umano. Ma quando l’uomo è inserito nel corso della storia e, in quanto tale, è trascinato da eventi immensamente più grandi di lui, allora si perviene a una contraddizione insolubile. L’uomo è sì libero, ma nel contempo è schiavo della necessità della storia. Che la storia si svolga in un certo modo e non in un altro appare a Tolstoj la conseguenza di una necessità, di una predeterminazione più alta, che conduce a un certo fine con certi mezzi, e non altrimenti. Non sono l’uomo con le sue azioni né il caso a determinare il corso degli eventi storici, poiché il loro svolgimento è già scritto. L’uomo pensa di guidare la storia, in realtà ne è guidato.
Alla domanda “da chi è ordinato il corso degli eventi?” Tolstoj non offre una risposta netta. Certe volte sembra che sia Dio, “senza il quale neanche un capello cade dal capo degli uomini”, certe volte una necessità che è legge, una necessità che esiste ma di cui non si può capire perché esiste, una sorta di legge di gravitazione universale applicata alla storia.
Il problema fondamentale dell’uomo è che si chiede il perché delle cose. La continua ricerca di un senso lo priva della possibilità di essere felice. Per essere felice, l’uomo non ha che due vie, o smettere di chiedersi “perché?” o rispondere “perché è la volontà di Dio”. Al di fuori di queste due vie, la fede o l’indifferenza, non c’è riposo dall’inquietudine.

The dark side of Tolstoj
Ora, chiunque si accinga a una recensione del genere e voglia nascondere al pubblico quanto Guerra e pace sia al contempo estremamente tedioso e, apparentemente, superfluo in molte sue parti non sarebbe un recensionista onesto. Perché, per il lettore del duemila, Guerra e pace è effettivamente tedioso e superfluo in molte sue parti. L’editor di una qualsiasi casa editrice oggi ne sfronderebbe la maggior parte, per presentarci una vicenda ripulita da tutti i suoi orpelli, dalle descrizioni di avvenimenti bellici estremamente complesse e complicate da visualizzare, da personaggi minori il cui impatto sul lettore risulta solo in un incremento di noia.
Tolstoj è uno scrittore molto diverso dagli scrittori che conosciamo, dagli scrittori di oggi. Innanzitutto, è uno scrittore che non sembra in alcun modo curarsi del suo pubblico. Che il lettore lo segua o no, che si interessi o meno, Tolstoj va per la sua strada, incauto, irriverente, egoista. Elitario, impopolare, anti-democratico, poco rispettoso del giudizio altrui, sono tutte cose che mi sento di dire di Tolstoj senza temere di offenderlo. Perché se, nello scrivere Guerra e pace, Tolstoj immaginava un possibile pubblico di lettori, allora non poteva che visualizzarlo come tanti piccoli, barbuti Tolstoj, tutti ugualmente interessati a ciò che aveva da dire. Ma il lettore medio, no, non è interessato almeno al 60% di quel che Tolstoj dice. Sospira, sbuffa, non vede l’ora di scavallare i capitoli in cui Napoleone ha il raffreddore.
Ma proprio per questo enorme limite di sensibilità e comprensione per il prossimo, Tolstoj si qualifica uno scrittore molto più grande dei suoi colleghi contemporanei. Uno scrittore che scrive quel che vuole scrivere fino in fondo, che non risparmia nulla di quel che vuole dire, che dice quel che vuole dire pur sapendo quanto sarà noioso, che non accetta di prostituirsi ai gusti dei lettori più superficiali, quelli che vanno in cerca solo di belle frasette: ecco, uno scrittore del genere non può definirsi altro che onesto. Tolstoj è questo: l’onestà nella sua forma più cruda, con tutti i limiti (apparenti e non) che l’onestà porta con sé.

E se vi state chiedendo, “ma insomma, questo libro t’è piaciuto così tanto oppure ti sei annoiata così tanto?”, la verità sta certamente da entrambe le parti. M’è piaciuto così tanto nonostante mi sia annoiata così tanto. Sembra una contraddizione insolubile, come quella tra necessità e libero arbitrio, il cui scioglimento sta nell’accettarla come una verità di fede.
Il mio augurio è che possiate, un giorno, prendere in mano questo libro, prenderlo in mano in un periodo libero da impegni, un periodo tranquillo o magari disperato della vostra vita. Il mio augurio è che i suoi difetti superficiali non vi impediscano di vedere quanto sia straordinario nel suo centro, quanto vi possa arricchire non come lettori, ma come persone. Perché Guerra e pace – ormai il lampante idiota ha capito – è questo, non solo un libro, ma una diversaesperienza di vita. 

Chiara Pagliochini


Un uomo solo, Christopher Isherwood

Titolo: Un uomo solo
Titolo originale: A single man
Autore: Christopher Isherwood
Cenni sull’autore: Isherwood nasce nel 1904 a Wybersley Hall, Inghilterra. A scuola incontra Wystan Hugh Auden, che diventa inizialmente suo amante, e poi il suo amico più caro per tutto il resto della vita. Dopo gli studi universitari, si trasferisce a Berlino, capitale della Repubblica di Weimar, attratto dalla sua fama di libertà sessuale (o omosessuale). Nel 1931 conosce E. M. Forster, che assume a suo mentore. Nel 1939, insieme a Auden, emigra negli Stati Uniti e nel ’46 ottiene la cittadinanza statunitense. Nel 1964 pubblica A single man, che ha ispirato il film omonimo diretto da Tom Ford. Muore nel 1953, dopo una vita passata a fianco del compagno pittore Don Bachardy.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Adelphi
Traduttore: Dario Villa
Numero pagine: 148
-> Consigliato: Di cuore.

“Lo specchio, più che un volto, riflette l’espressione di una difficoltà. […] Lo sguardo provato è quello di un nuotatore o di un podista stremati; eppure, di fermarsi non se ne parla. L’individuo che stiamo osservando lotterà senza tregua fino al crollo. E non per eroismo. Perché non sa immaginarsi un’alternativa.

Quand’ero verso la metà di questo libro, ho pensato che ad essere onesti lo si poteva riassumere con una frase sola, e non delle più complesse. Una frase minimale, quasi un inciso, tornata a frullarmi in mente dopo un po’ che l’avevo messa via. «Al cuore della vita c’era un vuoto, una soffitta», questo dice Virginia Woolf a proposito di Clarissa Dalloway nel suo celebre romanzo. E questo possiamo dire di George, protagonista di Un uomo solo, e anche dei piccoli pianeti che gli gravitano attorno.

Quella mattina Clarissa disse che li avrebbe presi lei i fiori. Si preparava a un’altra giornata della sua vita di donna, nelle molteplici sfaccettature di moglie, di madre e di amante, di vecchia e di fanciulla, tra ricordo e prospettive nebulose, pensando alla festa che la aspettava quella sera. La sua giornata era una tensione verso il futuro con i piedi saldamente piantati nel passato, un viaggio dalla vita verso la morte e dalla morte verso la vita, uno scontro sulle rotaie del mondo con tanti altri treni quante sono le individualità altrui, un riappropriarsi di sé nell’incontrare il brivido del disfacimento.
Ma questa mattina è diverso. Questa mattina guardiamo la faccia nello specchio e la faccia nello specchio è quella di George, professore cinquantottenne, britannico emigrato nell’impero delle stelle e strisce, che vive tutto solo in una casa piccina. Può capitare di vivere in una casa piccina e una mattina, svegliandosi, scoprire quanto sia enorme e vuota, quanto sia enorme e vuota solo perché nessuno siede al tavolo della colazione, nessuno ti urta il gomito mentre fai la barba, nessuno ti taglia la strada su per le scale. “L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un litorale scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità e, come la prima volta, capisce che Jim è morto. È morto.
Jim era l’altra metà del tavolo e l’altra metà del divano, l’altra metà del letto e l’altro sedile dell’auto. Era la voce che ti suggeriva la parola quando non riuscivi a finire un cruciverba. Jim non era il sostituto di niente, non era una perversione, non era una deviazione, la minaccia dell’omosessualità che grava sull’animo perbenista dell’America Anni Sessanta. Jim era l’uomo che avevi scelto per passarci la vita e lui aveva scelto di passarla con te. Ora che l’hai perduto il mondo è troppo grande e tu sei troppo vecchio e bisogna sforzarsi di trovare qualcosa per cui valga la pena di alzarsi e fare la barba e svuotare la vescica e indossare il costume da George, quello con cui tutti ti conoscono.

È bello entrare in punta di piedi nella vita di George, stare ad osservarlo dalla porta del bagno, mentre seduto sul water osserva i vicini giù in strada, le loro faccette contrite e ipocrite, i loro bisbigli, le giustificazioni con cui dispensano se stessi dall’invitarlo a cena, i gesti del polso con cui liquidano il pericolo di un contagio.
È bello seguirlo in auto, sedere al suo fianco mentre si destreggia sulle rampe autostradali, il suo sguardo che si appunta così duro sul grattacielo che stanno costruendo sulla baia, una parete d’acciaio e cemento armato che taglia fuori il panorama.
È bello accompagnarlo in classe e appuntare l’occhio sui suoi ragazzi, alcuni molti promettenti, altri molto sbadiglianti, futuri poeti o pittori o spacciatori. È bello seguire la partita di tennis, vedere il sudore che cola lungo le tempie di due giovani aitanti, godere della loro bellezza e sentirsi potenti. È bello persino sedere in mensa, dove gente mediocre abbozza considerazioni mediocri sul disgustoso consumismo americano.
E di qui all’ospedale, stringere la mano alla malattia e alla morte.
In palestra, col corpo che pulsa e si compiace di sé.
Al supermercato, dove c’è troppa roba da mangiare e nessuno con cui mangiarla.
Da Charley, cara vecchia Charley, amica di vecchia data, anche lei una sopravissuta, una veterana di troppe perdite e troppi drink troppo alcolici, una nostalgica inguaribile, un’adorabile lunatica.
Al vecchio bar sulla spiaggia, dove alla fine della guerra ci si abbordava con uno sguardo e dove invece adesso tengono un grosso e ipnotizzante televisore.
Al tavolo nell’angolo, dove Kenny siede solo: è lo studente a cui sei più affezionato, così giovane, fresco, bello di una bellezza risparmiata dagli sfregi dell’esperienza, dalla stupidità della vecchia.
Tra le onde dell’oceano, così grosse che in un attimo potrebbero accalappiarti e porre fine a tutto.
A casa, di nuovo in cucina, dove Kenny ora è lì con te e ti chiede cose della vita a cui non sai bene come rispondere, perché non c’è risposta valida alle domande della vita se non vivere giorno per giorno, con coraggio e orgoglio, sprezzanti dell’odio altrui, cercando di riemergere sotto il peso del proprio livore e anche del proprio amore, come fieri guerrieri romani, veterani mai troppo acciaccati per un’altra battaglia.

Un uomo solo” è un romanzo che sa dare tanto parlando poco, un romanzo che non ha paura della rabbia, non ha paura delle etichette e del politicamente scorretto, un romanzo che non si censura perché censurarsi equivarrebbe a mentire. Un romanzo per questo sfacciatamente umano, che sa mettere piccole garze su piccole ferite e insegnare come si frena la commiserazione.
«Al cuore della vita c’era un vuoto, una soffitta». Si può sopravvivere e persino vivere bene con una soffitta nel cuore. L’importante è che resti un buchino, l’importante è che sappiamo confinarla. Perché se non riusciamo ad arginare la soffitta, quella finirà per ingabbiarci, ed è qui che sta la tragedia, è qui che comincia la discesa, quando non sappiamo più vedere che la soffitta ce l’hanno anche gli altri.

 

Chiara Pagliochini 


Amleto, William Shakespeare

Titolo: Amleto
Titolo originale: Hamlet
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: “Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che
nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’
abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro.” (Jorge Luis Borges, L’artefice, Fonte)
Composizione: 1600 – 1602
Edizione: Garzanti i grandi libri
Traduttore: Nemi d’Agostino
Pagine: 281
-> Consigliato: Sì! (ma prima documentatevi sulla traduzione per capire quale vi piaccia di più)

 

Signore e signori, essendo oggi una domenica particolarmente stanca, ho deciso di fare una cosa un po’ diversa dal mio solito e di coinvolgervi in un piccolo esperimento sociale. L’esperimento è volto a dimostrare che ognuno di noi ha almeno una conoscenza empirica di base del signor Billy Shakespeare e delle sue opere. Come possiamo citare a memoria frasi della Bibbia senza averla mai letta per intero, come citiamo la Divina Commedia o le poesie che abbiamo imparato alle elementari, così siamo in grado di citare e di riconoscere a naso quel creativo falso-noto di zio Billy, cui va il merito di aver così intriso di sé la cultura occidentale da essere quasi diventato un cliché. E povero lui.

Il nostro esperimento consiste in questo, che io elenco una serie di frasi arci-note e alla fine voi mi dite quante ne conoscevate.
Pronti? Via!

AMLETO: Fragilità, il tuo nome è femmina.

POLONIO: Presta l’orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno, senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.

MARCELLO: C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

AMLETO: Dubita che di fuoco sian le stelle, o che si muova il sole, o che la verità sia una storiella ma giammai del mio amore.

AMLETO: To be, or not to be, that is the question.

AMLETO: Vattene in un convento.

OFELIA: O che nobile mente è qui distrutta!

AMLETO: O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c’è speranza che la memoria d’un grand’uomo gli sopravviva un semestre.

OFELIA: Siete pungente, monsignore, siete pungente.
AMLETO: Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

AMLETO: O vergogna, dov’è il tuo rossore?

OFELIA: Good night, ladies, good night. Sweet ladies, good night, good night.

AMLETO: Ah, povero Yorick. Io lo conoscevo bene.

LAERTE: Mettetela nella terra, e dalla sua carne bella e incontaminata spuntino viole.

AMLETO: Il resto è silenzio.

ORAZIO: Si spezza un nobile cuore. Buona notte, dolce principe, e canti e voli d’angeli ti accompagnino al tuo riposo.

 

Questo esperimento (il cui successo peraltro non è sperimentalmente confermato) ha in sé un’implicita componente di tristezza. Non è triste conoscere Amleto senza averlo letto? Non è triste conoscere Romeo e Giulietta senza averlo letto? E Macbeth, Re Lear, La tempesta, Il mercante di Venezia, quel che volete. Pubblicità, pittura, letteratura, televisione, cinema, musica, ognuno di noi può impossessarsi di Shakespeare, staccarne un pezzettino e credere che non ci sia bisogno di leggere Shakespeare perconoscere Shakespeare. Il che è francamente ingiusto, scorretto e moralmente abietto. E se io fossi Shakespeare e avessi la sua conoscenza dei fantasmi tornerei sulla terra a mettere spilli sotto i cuscini.

Ma parliamo di Amleto e del perché ho scelto questa tragedia tra tante per cominciare la mia avventura shakespeariana. Innanzitutto, prima di quest’anno io non credevo che il teatro mi piacesse. Pensavo che fosse una cosa buona da vedersi a teatro, per l’appunto, ma non da leggersi. Pensavo di non poter apprezzare la sua sinteticità né la sua artificiosità, vale a dire didascalie con scritto “Muore” e personaggi che parlano così: Mento In Alto, Teschio Alla Mano, Essere O Non Essere???
Bene, non è così. Il teatro, come ogni altra arte, presuppone che chi ne fruisce sia disposto ad entrare in un principio di finzione. Nel caso di un testo teatrale, il lettore deve essere disposto ad accettare per buona una scarsa didascalia come indice del dramma personale e universale e deve altresì accettare che le persone parlino in modo assurdo, bizzarro, arzigogolato, improponibile. Quest’ultima considerazione non è valida per ogni tipo di teatro, ma nel caso di Shakespeare possiamo prenderla per buona. E allora, qual è la migliore attitudine per affrontare un testo come Amleto? Ecco, la migliore attitudine è farci uomini di teatro noi stessi, afferrare un oggetto, levarlo alto sopra la testa e pronunciare le battute di gola, seguire la cadenza, farsi trascinare nell’artificioso, essere noi stessi artificiali, più alti di noi stessi, più simbolici, più interessanti. Io non dico che il teatro proponga una natura ideale, questo non è vero: il teatro propone la natura così com’è, ma per renderla viva ha bisogno di strumenti ideali, strumenti che mettano il lettore o lo spettatore al di sopra della bieca realtà e gli arricchiscano lo sguardo. Servono dei paroloni, usiamoli. Servono delle inflessioni declamatorie, ben vengano.

Dicevo, perché ho scelto Amleto anziché un altro testo.
Amleto è con me da tanto tempo. È una cosa che non possedevo per intero (e non credo di possederlo tutto neanche adesso), ma che mi scorreva nel sangue a sprazzi. Dove giravo la testa, sbattevo in Amleto, e quel suo naso un po’ lungo mi solleticava sempre la schiena.
Due stimoli sono stati decisivi per obbligarmi alla di lui conoscenza: Freud e Ofelia. E se al momento pare che le due cose non abbiano punti di contatto, vi racconterò come invece entrano in una fitta rete di associazioni.
Leggendo l’Interpretazione dei sogni, mi sono imbattuta in una lettura di Amleto decisamente interessante e a cui non avevo mai prestato attenzione. Freud ricorre al testo di Shakespeare per illustrare la sua teoria (anche questa arci-nota, e mai nessuno che l’abbia davvero letta) del complesso di Edipo. Amleto, siamo tutti d’accordo, è una tragedia della volontà: la tragedia di un giovane di grande intelligenza e sensibilità, la cui anima è rosa da un lato da un pessimismo cosmico e, dall’altro, da un pessimismo contingente, legato alla scoperta del parricidio perpetrato da sua madre e suo zio, ora convolati a nuove nozze. Assetato di vendetta, grondante male di vivere, Amleto fa sua la causa di uccidere lo zio, restituendo la pace che merita alla memoria del padre. Eppure, mai una volta che lo vediamo fare un passo concreto per uccidere davvero questo zio. Prima si finge pazzo per disorientare la corte, poi si lascia spedire in Inghilterra senza neanche protestare; tornato a casa, si piega a un duello che pare il più stupido modo di morire. Mai una volta che davvero alzi la spada contro lo zio, se non nell’inevitabile resa dei conti. Amleto si lascia sfuggire tutte le occasioni, di proposito e incoscientemente, e di continuo si rimprovera la propria debolezza, la propria viltà. Su questo tema, una manciata di secoli dopo, Joseph Conrad scriverà un volumetto chiamato Lord Jim, che di Amleto è parente vicino. Ma questa è un’altra storia.
Ebbene, cosa vede invece Freud – quella volpe sorniona – nella tragedia di Amleto? Freud vede in Amleto un parricida mancato, un parricida mancato ma estremamente felice che suo padre sia morto. Amleto non può che essere indistruttibilmente felice, perché morto suo padre può coronare ora il sogno di un’unione con la madre. Ma no! No, perché la madre sposa invece lo zio, ed ecco che la figura paterna ritorna, in una forma più subdola e volgare. Amleto, il cui inconscio non è disposto a sopportare lo smacco per la seconda volta, si fa nevrotico, s’inventa un fantasma e in nome di una supposta vendetta compie invece un nuovo parricidio. Il conflitto di volontà sta in luogo della censura del complesso edipico. Da un lato egli vorrebbe far sua la madre, dall’altro l’io cosciente non è d’accordo. Lo scontro si fa titanico e, come va in questi casi, nasce una bella nevrosi.
Bravo zio Billy, il nostro Freud ante litteram.
Ora, io non sto dicendo che dobbiamo prendere per buona l’interpretazione di Freud, ma a me garba parecchio, come mi garbano sempre quelle interpretazioni grondanti repressione sessuale e perversioni.

Cosa c’entra questo con Ofelia? No, era un bluff. Tutto ciò non entra in nessuna relazione con lei. 
Ma Ofelia è probabilmente il personaggio letterario, il soggetto pittorico che più ha colpito il mio immaginario da quando sono bambina. La straordinaria Ofelia di Millais, le incantevoli Ofelie di Waterhouse, l’Ofelia di Rimbaud (E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!). Ofelia innesca in me tutta una serie di associazioni piacevoli, all’insegna della meraviglia, della perfezione stilistica. Io penso a Ofelia, e credo che rappresenti tutto ciò che c’è di bello, di pacato, di sacro.
E pensare che è uscita dalla penna di Shakespeare, che lui è stato il primo, pensare che senza di lui non ci sarebbe stata nessun’altra Ofelia, un mito potente quanto quello di Narciso… È semplicemente una cosa troppo grande da pensare.
La tragedia di Ofelia è una tragedia d’amore orribile. È la tragedia di una giovane donna casta come la neve, una donna intelligente, che sa stare al suo posto, una donna che ama, è riamata, non chiede di più, una figlia obbediente, una sorella devota, semplicemente uno dei personaggi femminili di animo più grande (e quindi del tutto inverosimili) che siano mai stati creati. Grandi dolori minano il suo passo: la simulata pazzia di Amleto, che nega di averla mai amata; la morte del padre-ficcanaso Polonio, che fa la fine del sorcio per mano di Amleto. Ofelia è davvero vittima innocente di questo gioco di potere e di morte. Il suo suicidio per annegamento, raccontato con parole struggenti, con immagini immortali, ne fa un caposaldo dell’immaginario collettivo.
Ora, mi piacerebbe raccontarvi anche di Lizzy Siddal, che fu modella per Millais quando dipingeva la sua Ofelia. Lizzy Siddal che restò immobile per ore in una vasca, così che il pittore potesse studiare come l’acqua scivolava sulla sua pelle. Lizzy Siddal che si buscò un raffreddore perché le luci che scaldavano l’acqua s’erano spente e Millais era tanto concentrato che non se ne accorse. Lizzy Siddal che poi fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e morì di overdose di laudano, anche lei una star ante litteram. E Dante Gabriel Rossetti fece riaprire la sua tomba per riprendere le poesie che aveva sepolto con lei.
Ora, tutto questo in che relazione entra con Amleto? Che relazione ha con Shakespeare? Nessuna, era solo per dire che Amleto non è solo se stesso e Shakespeare non è solo Shakespeare. Era per dire che c’è un motivo se tutti abbiamo una conoscenza shakespeariana empirica. Ed il motivo è che Shakespeare non è un punto in una rete, bensì un sistema di relazioni. È come fare una puntatina su Google con cinque secoli d’anticipo. Demodé? Artificioso? Puah, così volgarmente all’avanguardia!

Chiara Pagliochini 


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