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Tu, mio | Erri de Luca

Titolo: Tu, mio
Autore: Erri De Luca
ErrideLucaCenni sull’autore: Cenni sull’autore:  Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d’ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.
Data di pubblicazione: 1998
Edizione: Economica Feltrinelli
Costo: Sei euro e cinquanta
Consigliato: Sì.

 

Ho conosciuto Erri De Luca l’anno scorso, ascoltandolo parlare a Torino. Non avevo idea di cosa avesse scritto, quali fossero le sue storie e quale la sua storia. Rimasi folgorata dal modo in cui parlava, con quella voce un po’ bruciata di vento marino che rimbomba sulle rocce di un promontorio. Con In alto a sinistra, che acquistai subito dopo la conferenza, si conquistò anche la mia fiducia in quanto scrittore. Ho sentito adesso, in un periodo di stanchezza mentale, il bisogno di ritrovare le sue parole.

«Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto in un giardino dove gli altri ballano al ritmo di una musichetta… […]».

tu,mio

 

Tu, mio è il racconto di un’estate al mare, di un ragazzo su un precipizio di sentimenti che scopre, custodite dentro di sé, emozioni contrastanti, quasi estranee per la novità con cui gli si presentano, eppure in fondo sempre conosciute, accolte con abbandono in quanto parte di un grande rito di passaggio – e con la consapevolezza, quindi, che esse lasceranno su di lui un segno, come i denti di una murena capace di penetrare non solo la carne della mano ma anche lo spirito. L’odio, l’amore, la cattiveria, il desiderio di offrire protezione…  I grandi sentimenti che preludono all’età adulta e all’ingresso nella vera umanità sono trattati con delicatezza, assottigliati dal sapiente paroliere che è Erri: essi appaiono scabri come ciottoli, leggermente bruciati dal sole e dal sale, scolpiti in eguale misura dall’acqua e dal vento. Prendiamo in mano il primo innamoramento come una stella marina, un riccio o una conchiglia dal profilo affilato.

Impariamo che anche un nome possiede una sua cadenza magica – Caia, Haia, Haiele – fatta apposta per essere ripetuta dalla bocca di un giovane innamorato; impariamo che in chiunque si può riconoscere la traccia di una persona che abbiamo perso, se solo siamo disposti a crederlo possibile.

Impariamo che si può invecchiare di anni in pochi giorni, di nascosto: capita allora di dover buttare via le scarpe vecchie e di camminare scalzi sulla spiaggia rovente, sbilanciati verso età che non ci appartengono ancora ma che già sentiamo nostre. Siamo diversi, lo dicono tutti: ma chi siamo diventati? Persino le mani hanno assunto una nuova ruvidezza, fatta di sale, sabbia e spine sottopelle.

Impariamo che l’odio di un ragazzo scoppia come un petardo, violento e sordo, per ragioni che si impossessano di lui totalmente, mentre certi uomini sopravvissuti all’odio – alla sua intera declinazione, appresa in guerra – diventano incapaci di odiare, di mettersi contro un altro essere umano.

Impariamo la pazienza dei pescatori, la fatica di uomini che cavalcano il mare in burrasca consci di poter solo addomesticare (e non domare, come alcuni sciocchi credono) quella bestia, soprattutto di non doverla mai offendere o defraudare.

Impariamo anche altre cose, ma andate e scopritele: aprite questa piccola ostrica e cogliete il suo segreto. Non ci vorrà molto, è un viaggio di poche pagine. La voce che ce le racconta è inconfondibile.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Erri de Luca potete leggere la recensione di:
-> In alto a sinistra


Lucernario | Josè Saramago

Titolo: Lucernario
Autore: José Saramago

Josè SaramagoCenni sull’autore
: José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. […] Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel ’74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. […] Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona” e “Il Vangelo secondo Gesù”, e quindi con “Cecità”. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea. Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura. José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie. (Fonte)
Anno di pubblicazione: (2012 )
Casa editrice: Feltrinelli
Numero di pagine: 336
Prezzo: € 18,00

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La prima cosa da sapere su Lucernario è che un’opera postuma, ma anche e soprattutto un’opera prima dal travagliato passato editoriale, mai pubblicata. Questo duplice quanto paradossale carattere fa sì che non ci si possa accostare al libro con l’intenzione di ritrovarvi un concentrato di tutte le storie raccontate in precedenza da Saramago, se non altro perché prima di questa non c’era Saramago. Lucernario è l’opposto: ha dissodato per la prima volta il rischioso terreno della letteratura, sondandone le crepe, le voragini, la malleabilità e le asperità senza farsi inghiottire, e anzi gettando in esso semi di parole, perché potessero sbocciare in seguito. È strano, però – leggendo Lucernario, forse anche per la strana congiunzione temporale che ce lo consegna tra le mani ora, quando la carriera letteraria del suo autore è conclusa, siamo spinti a riconoscere Saramago tra le pieghe delle frasi (ancora lineari, ancora mediate dalla punteggiatura), o se non a riconoscere proprio quel lui che un po’ conosciamo, almeno un certo modo di essere, la sua natura in divenire, quello che stava diventando. Come quando una stanza sconosciuta è illuminata dal chiarore aranciato di una lampada familiare, o risuona di una risata inconfondibile. Forse, per riprendere ciò che dicevo prima, è più fruttuoso (e più facile) trovare ora le somiglianze di Saramago con Lucernario di quanto non sarebbe stato rapportare questa prima sorgente con ogni opera, volta per volta.

Il Saramago di Lucernario è proprio se stesso, solo cinquant’anni prima, quindi giovane e a tratti pedante, ma già dotato della sua scrittura preziosa e inconfondibile, già cinico (ora con toni mesti, ora violenti) e inquieto…

Lo faceva disperare, soprattutto, non vedere negli altri quell’aria di perplessità che gli mostrasse di avere dei simili nell’inquietudine. Negli altri la perplessità era il risultato di un dispiacere intimo, della mancanza di soldi, di un amore non corrisposto, tutto tranne la perplessità provocata dalla vita stessa, della pura e semplice vita.”

…. e allo stesso tempo aperto a ritrovare il significato nella vita nell’humanitas, nella fratellanza, nell’amore universale, già capace di regalarci pagine di una lucidità che non ha bisogno di ritocchi.

Ho pensato che, se non posso consigliarla, posso almeno dirle che la vita senza l’amore, la vita così come l’ha descritta poco fa, non è vita, è un letamaio, un tubo di scolo! [….] Se gli uomini si odieranno, non si potrà fare nulla. Saremo tutti vittime degli odi. Ci uccideremo tutti nelle guerre che non desideriamo e di cui non siamo responsabili. Ci agiteranno davanti agli occhi una bandiera, ci riempiranno le orecchie di parole. E per cosa, in definitiva?”.

Non mancano riflessioni sullo scopo della vita, tra chi sostiene che non ha «alcun senso occulto» e chi invece propugna nobili ideali da seguire, condannando le facili filosofie utopistiche – dietro cui traspare il Saramago ventenne alle prese con gli anni bui della dittatura salazarista.

I punti di vista del libro contrastano tra loro senza mai essere davvero opposti, e soprattutto l loro tensioni non si annullano come capita con due negazioni, cosicché l’impressione che si crea alla fine è quella di un edificio pieno di tanti tipi di infelicità che danno la scossa.

Lucernario è infatti ambientato a metà del XX secolo, in un palazzo dove vivono sei famiglie, tutte diverse per le loro storie personali ma tutte simili: sono gli stessi i compromessi, le sconfitte, i dolori e gli affanni che affrontano quotidianamente, in un mondo che non ha spazio per l’ironia, per le risate, per i sogni, che rimangono confinati in un diario.

Quello di Lucernario è un universo chiuso e quanto mai asfittico, entro cui sgomitano mogli tradite e donne di grande dignità, uomini falliti, anziani buoni che non hanno dimenticato ciò in cui credevano, giovani idealisti, ognuno con la sua visione del mondo, ognuno con le cicatrici che l’hanno foggiata. La narrazione scorre lenta, soffermandosi sulle idiosincrasie di queste esistenze grigie, con il risultato di una lettura a tratti faticosa e volutamente sgradevole, oltre che frammentaria per molteplicità dei punti di vista.

Pur nella degradazione di queste vite, però, mi pare di scorgere già la stessa laica sacralità di cui il Saramago futuro avrebbe rivestito i suoi personaggi più riusciti, facendo di questa devozione verso l’umano una delle note più luminose della sua produzione letteraria.

Consiglio questo libro a chi voglia, come nell’intento dell’operazione editoriale, aggiungere qualcosa alla sua conoscenza di Saramago, e non a chi voglia conoscerlo da zero, perché l’immagine ricavata rischierebbe di risultare distorta. Meglio procedere avanti e poi voltarsi a guardare indietro. Tra questo Saramago e il Saramago più conosciuto, c’è infatti somiglianza, ma  anche un intervallo di cinquant’anni che non è fatto solo di aria, bensì di vita, nel bene e nel male, e non bisogna mai dimenticare quanto il peso degli anni possa cambiare il modo di impugnare una penna – e il modo stesso di vedere una penna.

Chiara Sandretto

 Sempre riguardo José Saramago potete leggere la recensione di:
-> Caino
-> Cecità


1Q84 | Haruki Murakami

Titolo: 1Q84

Haruki MurakamiAutore: Haruki Murakami
Dettagli sull’autore
: Murakami Haruki è cresciuto a Kobe. È autore di molti romanzi, racconti e saggi e ha tradotto in giapponese autori americani come Fitzgerald, Carver, Capote, Salinger. […] Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembrava appartenere alla tradizione nipponica. (continua a leggere)
Anno di pubblicazione: 2011-2012
Editore: Einaudi
Numero di pagine: +1000 in totale
Costo:  I-II volume (20€), II volume (18€).
Consigliato: Solo con le dovute precauzioni.

 

Ho finito 1Q84. Questa è l’unica certezza, al momento. È quasi mezzanotte, la luna è ridiventata una sola e io sono tornata nel 2012. La seconda parte del romanzo è qui accanto a me. Non so cosa provo. È stata una tirata a cui mi sono preparata per un anno e che è durata, come da previsioni, poco meno di un mese. Cinquanta pagine al giorno tutti i giorni, per più di mille pagine.

Senza fretta ho conosciuto Aomame e Tengo, Fukaeri, Komatsu e Ushikawa, li ho seguiti dove Murakami voleva che li seguissi, alcuni li ho persi di vista, i primi due li ho accompagnati fin sull’orlo dell’ultima pagina, dove mi è concesso arrivare, e li ho visti incamminarsi verso il futuro mano nella mano.

Quando si legge Murakami, la sospensione dell’incredulità è messa alla prova in tutta la sua elasticità. Il telo bianco su cui si snodano le ombre cinesi della storia viene tirato, rovesciato, stropicciato, a volte persino tagliato in alcuni punti, così da lasciarci intravedere un oltre.

Questa è una prima ragione per cui Murakami non è per tutti: di certo non per la maggior parte dei miei amici. È al di fuori di ogni definizione, perché, se posso parafrasare Wilde, definire è razionalizzare. Ogni volta che comincio un suo romanzo, stringo con lui un patto con il quale mi impegno a non giudicare quanto leggo fino alla fine. Perché, semplicemente, non si può: c’è sempre spazio per un movimento inaspettato della telo che rimescolerà le carte. Non è possibile capire tutto, bisogna abbandonarsi al flusso senza pretendere di conoscere in ogni recesso la realtà che abbiamo davanti, lasciare che il cuore si colmi del «sentimento dell’irrealtà».

1Q84 – che io leggo millequottantquattro – è più che mai un romanzo di Murakami, in questo senso. Ci sono una storia d’amore, il ricordo di un gesto di affetto che sopravvive per vent’anni nella memoria di una donna e di un uomo che sperano di stringersi ancora, un libro sulle cui basi pare adattarsi la realtà (ah! il sogno di ogni bibliofilo), una misteriosa setta religiosa, creature fantastiche chiamate “daughters” (ombre dell’anima di una persona, la mother), ma soprattutto i Little People, piccoli esseri che tessono crisalidi d’aria, vecchi quanto il mondo (o il suo rovescio, in cui si svolge la storia), ma di cui non si sa nient’altro: quasi ogni cosa che accade ha a che fare con loro, ma nessuno sa chi siano. Ad alcuni eletti è dato percepirli, ma cosa loro rivelino è un mistero.

 Breve sinossi. La storia, nella sua prima parte, è molto scorrevole, realistica e ben riuscita, e ha due protagonisti: da un lato Aomame, una killer incaricata di uccidere uomini responsabili di violenze sulle donne, che senza accorgersene varca le soglie di un’altra dimensione (dal 1984 al 1Q84) scendendo una scala d’emergenza della tangenziale 7 di Tokyo; dall’altro Tengo, un aspirante scrittore che decide, insieme a un editor dal buon fiuto, di diventare il ghost writer del romanzo dell’esordiente Fukada Eriko: esso potrebbe infatti avere tutte le carte in regola per diventare un bestseller, se non fosse per lo stile grezzo. Il titolo è: La crisalide d’aria. Tengo rimaneggia il romanzo e lo approfondisce nei suoi aspetti più fantastici. Fin qui tutto bene, ma ben presto quello che lui riscrive inizierà a verificarsi nella realtà: ecco che discende anche lui, come Aomame, in una dimensione parallela, in apparenza identica all’altra, ma piena di insidie in agguato nell’ombra. Il primo indizio di un cambiamento sarà la comparsa in cielo di una seconda luna, verdastra e più piccola, accanto a quella consueta.

«1Q84» è un nome coniato da Aomame stessa:  “Era cosciente del fatto che non stava vivendo nel 1984, ma nell’anno 1Q84, e apparteneva a un modo che aveva subito diverse modifiche. […] «Anno 1Q84. Ecco, d’ora in poi lo chiamerò così», decise Aomame. Q è la Q del question mark, il punto interrogativo.”

Il lettore di Murakami sorride compiaciuto, e pervaso da quello che qualcuno ha chiamato «il sentimento dell’irrealtà». “Ecco che il vecchio Haruki l’ha fatto un’altra volta” esclama, sorseggiando un buon tè o leggendo sul treno, e si addentra in questo mondo nuovo, sempre più avanti. La capacità del narratore di tenere viva l’attenzione del lettore, aggiungendo a intervalli regolari dei dettagli nella storia, approfondendo sempre più il carattere e il passato dei protagonisti, impreziosendo la narrazione con citazioni letterarie e musicali, è notevole. Il lettore vede ovunque elementi incomprensibili, ma spera trovino un approfondimento adeguato: non una spiegazione cartesiana, perché gli affezionati dello scrittore nipponico hanno imparato la sua lezione (“Alcuni significati, nel momento in cui vengono spiegati a parole, si perdono”), però sanno che svanire è anche il destino di ciò che è nebuloso.

Il lettore parla con i suoi amici: «Allora, questo libro dal titolo impronunciabile? Come procede?». È mordendosi un po’ il labbro che risponde: «Sono in attesa, qualcosa non quadra».

Dalle ovvie allusioni a Orwell, che saltano agli occhi a libro ancora chiuso, ai Little People (presentati en passant come figure opposte al Big Brother, perché sanno tutto di noi ma non sono né il Bene né il Male), alle funzioni di chi li percepisce (perceivers) e di chi li “riceve” (receivers), alle creature nate dalle crisalidi d’aria da loro tessute (le daughters): tutto rimane vago. Non il vago «e indefinito» a cui ci ha abituato Murakami, che è riuscito a farci credere a uccelli giramondo, a scheletri che guardano la televisione, a uomini pecora e così via, a boschi e ascensori che conducono in un’altra dimensione. No: il vago che non convince (sarà forse per l’uso dei termini inglesi?), il vago di un’idea forse troppo grossa per un mondo che non sia l’immaginazione.

Le interpretazioni che si possono dare di tutte le figure elencate poco sopra sono moltissime: lo spazio di manovra è ampio. Io stessa mi sono posta e mi pongo molti perché: è il bello di un libro visionario – qualcuno potrebbe dire che è il bello di un libro e basta. Ma in questo caso mi ritrovavo a dover fare un sacco di congetture perché non trovavo informazioni salde sulla pagina. Prima pecca: lo spazio per delle spiegazioni non sarebbe di certo mancato.

Ho divorato le prime due parti segnando a margine dei punti interrogativi, ma confidando che il terzo volume sarebbe giunto a breve per trasformarli in punti fermi. Invece, il contenuto (si legga: narrazione fattuale, di spiegazione dei concetti chiave) di quest’ultimo è così ridotto da spingermi a dire: era davvero necessario? Tutto l’insieme non avrebbe tratto beneficio, se fosse stato più snello di duecento pagine di descrizioni, e più ricco di dieci di approfondimento ed enucleazione dell’elemento fantastico? Sì, certo, l’ultima parte gioca molto sulla suspence; sì, certo, è scritta molto bene; sì, certo, gli scrittori orientali hanno un modo di scrivere diverso dagli occidentali, e l’attenzione agli aspetti più minuti (e in apparenza inutili) fa parte della loro essenza; sì certo, ci avviciniamo ai personaggi protagonisti, facciamo la conoscenza di un terzo (se la narrazione dei primi due volumi era a due voci, l’ultimo è un coro a tre); va bene tutto, ma non cambio idea. La (mia) sensazione, dopo che l’indice ha voltato l’ultima pagina in alto a destra, è quella di chi si aspettava ulteriore gradino e invece si è ritrovata in cima alla scala.

Aomame e Tengo, dopo essersi cercati per vent’anni e mille pagine, si ricongiungono, si stringono di nuovo la mano come vent’anni prima, in quel ricordo rimasto cristallizzato nel tempo, e fuggono dal 1Q84.

Il lettore di Murakami sospira: «Haruki, fai sul serio?». Si torna nel 1984 senza che tutti i segreti dell’altra dimensione siano stati svelati? Si chiude semplicemente il coperchio di un mondo così misterioso, anche dopo che nuove spie di un possibile seguito sono state disseminate nel testo?

Forse lo scrittore nipponico è già proiettato verso un 1Q85 o un 198S? Non mi è dato saperlo, ma non posso evitare di domandarmi cosa sarebbe successo se Pandora avesse potuto richiudere il famoso Vaso, una volta aperto.

Mi sono quasi convinta che Murakami abbia scelto questa conclusione per dirci che non è davvero importante conoscere i segreti del mondo, che è meglio oppure che non bisogna disturbare i suoi tabu, pena il non poter tornare più indietro, il perdere la strada nel bosco. Lasciamo stare: scegliamo un compagno di viaggio, ancoriamoci a un mondo – un mondo che sia abitabile – e diamo spazio alla vita in un luogo dove non esistono demoni o strane creature sospese tra il bene e il male che ci osservano e sanno tutto di noi. Così potremo guardare ancora la luna insieme, e il mondo non sarebbe più un’illusione, un mondo da circo Barnum, perché la persona amata sarebbe con noi.

La mia interpretazione può essere giusta o meno, ma è l’unica spiegazione soddisfacente che riesco a trovare, e che tuttavia non compensa quanto non ho saputo e avrei voluto apprendere. La mia bocca è tirata in una smorfia seria quando ripongo i due volumi sullo scaffale. Il mio giudizio finale non è né positivo né negativo. Non può essere negativo, perché gli spunti gettati come semi sulle pagine sono tanti (innumerevoli le citazioni letterarie e musicali, as always) le tematiche affrontate sono enormi, e il modo di affrontarle mai banale: due su tutte, la violenza sulle donne e la grande dicotomia bene/male.

Il basso continuo di violenza/ossessione/depravazione, in particolare, mi pare fare un po’ da contrappeso al grande filo rosso dell’amore-vero-mai-dimenticato tra Aomame e Tengo, e quindi riconnettersi, nella sua linea più generale, al binomio bene/male su cui è giocato tutto il romanzo.

La stessa protagonista, Aomame, è in bilico sul loro confine, essendo sì un’assassina, ma per buone ragioni (punire gli «uomini che odiano le donne») e anche quel poco che sappiamo dei Little People non ci porta a dare un giudizio definito su di loro. Sono il bene o il male? Proprio questa vaghezza di contorni, come ho scritto più sopra, mi pare renderli molto diversi dal Grande Fratello orwelliano, di cui si parla all’inizio del primo libro, e fare di essi tutt’al più delle creature misteriose da racconto alla Lovecraft.

Ma mi fermo, mi devo fermare. Voi siete qui per un giudizio definitivo: eccolo. Leggetelo? Sì, leggetelo, ma solo se conoscete bene il vecchio Haruki. 1Q84 è un romanzo discreto, ma non bellissimo, senz’altro non il capolavoro di M. Non badate a quella frase fuorviante: «1Q84 sta a Murakami come il White Album sta ai Beatles o come 2001: Odissea nello spazio sta a Kubrick». Consideratela tutt’al più come i moniti perentori sui pacchetti di sigarette. E un consiglio per i novizi: E andate a leggervi Dance Dance Dance, Norwegian Wood o L’uccello che girava le viti del mondo (o quello che volete, insomma).

Post scriptum: La nota finale va alla banalissima copertina dell’edizione Einaudi, che con un panorama così ricco di elementi visionari e fantastici non ha saputo tirare fuori dal cappello un concept più originale di una figura che si specchia nel suo riflesso (forse battuta solo dall’edizione francese, che ci propone un disegno minimal con un filo d’erba).

Chiara Sandretto


Undici Solitudini | Richard Yates

ImageTitolo: Undici solitudini
Titolo originale: Eleven kinds of loneliness
Autore
: Richard Yates
Cenni sull’autore: Richard Yates (Yonkers, 10 maggio 1926 – Tuscaloosa, 3 ottobre 1992) è stato uno scrittore, giornalista e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. Ha descritto la vita della classe media statunitense della metà del XX secolo, venendo spesso accostato sotto il profilo artistico ad autori come J.D. Salinger e John Cheever. […] La sua carriera di romanziere iniziò nel 1961 con la pubblicazione del celebre Revolutionary Road. […] Il primo romanzo di Yates, Revolutionary Road giunse in finale del National Book Award […]. Il suo realismo rappresentò un’importante influenza per artisti come Andre Dubus, Raymond Carver e Richard Ford. Fu anche un apprezzato autore di racconti, ma ciononostante solo uno dei suoi racconti fu pubblicato sul The New Yorker (e solo dopo numerosi rifiuti). […] Per la maggior parte della sua carriera il lavoro di Yates incontrò il favore quasi unanime della critica, nonostante il fatto che nessuno dei suoi libri fosse riuscito a vendere più di 12.000 copie in edizione rilegata. Negli anni successivi alla sua morte tutti i romanzi finirono fuori catalogo, tuttavia con il tempo la sua fama e la sua reputazione sono considerevolmente cresciute, e i suoi romanzi sono stati così ristampati e pubblicati in nuove edizioni. (da wiki)
Anno di pubblicazione: 1962
Edizione: Minimum Fax
Traduzione (a mio parere non buona): Maria Lucioni
Costo: 11,00€
-> Consigliato: A chi vuole conoscere un lato dell’America meno noto, ma consiglierei forse di cominciare dal magistrale Revolutionary Road.

Image Il fatto è che quando qualcuno dice: America, uno dei primi scrittori a cui si pensa è Francis Scott Fitzgerald, il conosciutissimo autore del Grande Gatsby. I romanzi di Fitzgerald ci offrono uno spaccato di quegli strani quanto affascinanti anni ’20 – the Roaring Twenties, come vengono chiamati – animati da un incredibile sviluppo economico, dalla nascita del sogno americano, ma anche da questioni più spinose come il protezionismo, il contrabbando, la speculazione finanziaria, ombre che avrebbero insinuato nelle fondamenta dorate di quel decennio le crepe del crollo. Tutto questo si carpisce benissimo dalle pagine di Fitzgerald: le feste di Gatsby affogano sì ogni dubbio nello scintillio delle flutes, nelle bollicine dello spumante e nel ritmo del Charleston, ma hanno anche la tragicità magniloquente di un tramonto dorato.

Ma America non è solo questo, e ho deciso di cominciare questa piccola recensione partendo da Fitzgerald proprio perché Richard Yates dichiarò che senza di lui non credeva sarebbe mai “diventato uno scrittore”. Lo considerava un maestro, un sicuro punto di riferimento a cui guardare mentre sanguinava, per dirla alla Hemingway, davanti a una macchina da scrivere.

Non serve davvero essere un eminente critico per capire quanto Fitzgerald ci sia in Yates, e allo stesso tempo quanto siano uno l’opposto dell’altro – Fitzgerald in absentia. È come se il secondo conflitto mondiale (Fitzgerald scrive negli anni ’20, Yates tra il ’50 e il ’60) avesse agito da camera oscura, ma al contrario, e ci avesse restituito il negativo della fotografia di trent’anni prima. Questo fu esattamente ciò che pensai leggendo Revolutionary Road, il primo e più famoso romanzo di Yates – e a libro concluso (perché le introduzioni vanno sempre lette alla fine) la nota introduttiva confermò le mie impressioni.

Nell’aria si sentiva l’eco di una di quelle note di Charleston, ma stonata, e tutti quei costosi liquori che affollavano i tavoli da buffet si erano trasformati in martini da quattro soldi sorseggiati sul divano di una villetta o di un appartamento subaffittato.

Manca in Yates la statura di un Jay Gatzby, che sacrifica un’esistenza nel tentativo di trasformare in realtà un sogno e muore provandoci. Sì, anche i protagonisti di Undici Solitudini hanno dei sogni, delle vaghe speranze, e in parte cercano di portarle a compimento  – ad esempio lo scrittore del racconto “Costruttori”, l’ultimo, che sogna una vita alla Ernest Hemingway – ma si rivelano in fin dei conti una manica di falliti da strapazzo, buoni a nulla – c’è persino un uomo votato alla sconfitta, l’impiegato trentenne di “Una gran voglia di punizione” –  lontani e incompresi tanto da se stessi quanto dalla propria famiglia. Come potrebbero concretizzare il loro american dream (conoscerlo, persino) se a stento conoscono se stessi? Eccoli, questi hollow men degli anni ’50, ai quali non si può assegnare nemmeno il titolo di antieroi: nascosti dietro i loro autoinganni, dentro le loro casette, occupati in lavori che non li pagano e che non amano.

Le loro piccole illusioni saranno ridimensionate dalla dura realtà, la solitudine dei loro mondi non comunicanti accentuata. C’è chi vi rinuncia in partenza, chi lascia andare le speranze di cambiamento per tornare a una squallida tranquillità, chi dalla disillusione ha ottenuto e otterrà solo cattiveria. Non c’è traccia della leggera e superficiale sbadataggine che in Fitzgerald funge da maschera alla meschinità. La crisi investe i protagonisti di Yates come una «personale discesa agli inferi» (cito dall’introduzione), la loro vita ne viene travolta da ogni angolazione. E noi, lettori, restiamo scottati da questa fiamma spenta, in qualche modo feriti, offesi. Non ci avevano insegnato che in qualche modo nei romanzi un’uscita si trova sempre?

Uno spaventoso senso di incompiutezza domina queste pagine, una tensione sotterranea ma elevata che riesce a rendere drammatica persino la disarmante e mediocre ovvietà del quotidiano. Beninteso, parlo di dramma ma il narratore non alza mai la voce per gridare quanto la realtà a lui contemporanea sia disprezzabile: possiede l’occhio clinico ereditato da Flaubert, altro grande maestro ricordato spesso da Yates (fondamentale in Revolutionary Road, la cui protagonista femminile è una moderna Emma Bovary in piena regola). Ritrae ciò che vede in modo perfettamente asettico, diretto, senza (davvero) una parola di troppo. Ma non è mai così semplice vero? No, non è mai nudo realismo a base di scialbi dialoghi e grigie atmosfere. L’autore fissa “tutti i propri personaggi, sia pure in maniera impercettibile, nell’esatto gesto di rivelarsi”. Così scrisse il nostro autore negli anni ‘80 a proposito del Gatsby, sulla «New York Times Review».

Ecco uno straordinario elemento che Richard Yates prende in prestito da Francis Scott Fitzgerald. Poco o nulla ci è detto degli abitanti dei racconti, ma alla fine ogni figura si stacca dal fondale grigio, assume i suoi tratti, persino un passato, catturata quando pensava di non essere vista. Alcuni dei protagonisti di queste undici storie rimangono spenti, scoraggiati, altri si accendono, tutto d’un tratto, di una sorta di epifania malvagia, come la luce deformante di una lampada a fluorescenza. Un gesto isolato che subito si ripiega nella solitudine imperante.

The snow was general al over Ireland scriveva Joyce alla fine dei suoi Dubliners. Così Yates alla fine dei suoi eleven kinds of loneliness:

E dove sono le finestre? Da dove entra la luce?
Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre.
Forse la luce deve cercar di penetrare come puo’, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

Chiara Sandretto


Al faro | Virginia Woolf

Titolo: Al faro
Titolo originale: To the lighthouse
Autore: Virginia Woolf
Cenni sull’autore: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo, nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese.  Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (wikipedia)
Data di pubblicazione: 1927
Edizione: Mondadori
Traduttore: Nadia Fusini
Numero pagine: 180
Costo: € 7,40
Consigliato: Sì.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

Sono in piedi sul patio di una casa. Con la forza della mente invado questo spazio che non mi appartiene: cosa vedo? Al di là della costa scorgo la luce intermittente di un faro, per sempre uguale a se stessa. Qualche metro più avanti a me, una ragazza dipinge la scena e la sua insicurezza. Dei bambini scorrazzano attraverso il prato. Alla mia sinistra un uomo, il signor Ramsay, cammina nervoso, portandosi appresso la sua aria solenne e perentoria: è altrove, chissà a cosa pensa e se per automatismo o per una precisa volontà ogni tanto le sue labbra si socchiudono a mormorare un verso di William Cowper: perimmo, ognuno da solo. Ma cosa manca? Dov’è che tutti questi fili si annodano? Fatemi guardare, lasciate che mi volti. Deve esserci qualcun altro. Ah, eccola: le porte sono chiuse, ma la vedo attraverso una finestra aperta. È seduta dritta sulla sedia mentre lavora a maglia – la signora Ramsay.

“Sì, certamente, se domani è bello” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola” aggiunse.
Un inizio quotidiano, una frase ordinaria da immaginarsi pronunciata col tono dolce di una madre. È la risposta alla domanda del figlio James, che nella riga subito precedente l’incipit le ha chiesto se il giorno seguente si andrà al faro.
Come si deduce sin dal titolo, quell’edificio alto, nudo e diritto, di un bianco e nero abbaglianti, è la nostra meta.
Prima di proseguire, però, un abbozzo di architettura narrativa: To the lighthouse è suddiviso in tre parti – La finestra / Il tempo passa / Il faro. In pieno stile Woolf, l’arco complessivo del romanzo abbraccia una decina d’anni, ma questa si dipana tutta nella brevissima sezione centrale (una ventina di pagine, circa un decimo del totale), mentre la prima e l’ultima sezione descrivono ciascuna gli accadimenti di una sola giornata. I due ‘momenti’ sono tra loro ‘complementari e opposti’, sospesi entrambi nel mare dell’attesa – per la prima parte, l’attesa della gita al faro, annunciata ma adombrata da quell’ipotetica incipitaria, se domani è bello; per la terza, la realizzazione della gita al faro e una nuova attesa, quella dell’approdo, durante il tragitto in barca.

Il perno del primo momento è la signora Ramsay, donna dal portamento e dall’anima regale per quanto semplice, che secondo la giovane Lily racchiude in cuor suo,come il tesoro nelle tombe dei re, tavole di scritti sacri, che a saperle leggere le avrebbero insegnato tutto, ma mai sarebbero state esibite apertamente, mai rese pubbliche. Una sorta di Beatrice quotidiana, invecchiata ma ancora capace di portare luce, di vincere le sue battaglie, di lasciare attoniti con il mistero che porta con sé. Tutti cercano di trovare la sua chiave di volta, di comprenderla, invano, o almeno senza mai avere la certezza di esserci riusciti. Era saggezza? Era esperienza? O, ancora una volta, era l’inganno della bellezza, la trappola d’oro in cui le percezioni, a mezza strada dalla verità, si impigliano? Le persone le orbitano attorno come a un asse di rotazione, a un sole. Anche i tentativi di abbozzare alcuni suoi difetti (ad esempio il piacere che prova nell’organizzare appuntamenti, preparando futuri matrimoni) non vengono portati avanti con tenacia. I suoi pregi li rendono trascurabili, le vengono perdonati senza sforzo. Non leggiamo mai una vera descrizione che la riguardi, eppure nella prima parte del libro riusciamo a disegnare un ritratto tutt’altro che sommario, grazie alle varie voci che di lei parlano – se stessa, il marito, Lily la pittrice oppure Bankes, uomo di scienza – come tanti raggi che intersecandosi creino una figura a tutto tondo. E anche se non conosciamo il colore dei suoi occhi questa figura femminile – non più, ricordiamolo, giovane, anzi madre di otto figli – non è comunque priva di concretezza, e anzi leggerla dal suo punto di vista, cosa che la scrittura ‘mentale’ di Virginia Woolf ci permette di fare, risulta piacevolmente umano – la vediamo in tutti i suoi riflessi, intenta a preoccuparsi della casa, dei bambini, del marito, dei soldi, del giardino, dei futuri lavori di ristrutturazione.

La signora Ramsay viene improvvisamente a mancare nella seconda parte. “Ramsay incespicando lungo il corridoio tese le braccia una scura mattina, ma poiché la signora Ramsay era morta improvvisamente la notte avanti, tese le braccia e basta. Rimasero vuote.” Le ultime parole si commentano da sé. Non esiste per il vuoto un indice di intensità. È venuto a mancare il sole. Privata dell’incantesimo della signora Ramsay, la casa cade irrimediabilmente in rovina insieme al resto della famiglia – alcuni muoiono, gli altri non tornano più tra quelle mura – e mentre Virginia Woolf sfoglia gli anni come se fossero minuti i rampicanti spaccano i vetri, l’erba cresce nel giardino, i tavoli e i libri diventano grigi di polvere, ripuliti solo ogni tanto da un’anziana donna di servizio. Queste pagine sono sospinte da una narrazione veloce su cui non ci si sofferma, i fatti più spiccioli vengono addirittura riportati tra parentesi quadre.

Il Faro, la terza parte, chiude il cerchio: qui viene finalmente compiuta la gita di cui abbiamo appreso all’inizio – rimandata, dieci anni prima, a causa del maltempo. Tutto è cambiato, a parte l’immutabile Faro, e l’ultima sezione costituisce quindi un progresso rispetto alla prima, ma di questa rappresenta anche un parallelo in negativo: come La finestra era centrata sulla figura della signora Ramsay, la conclusione è dominata dalla sua assenza, ma presente e quanto mai concreta. Lily, protagonista attiva di quest’ultima sezione, alle prese con un quadro iniziato dieci anni prima, pensa:

“[…] ma come si faceva a esprimere in parole queste emozioni del corspo? a esprimere quel vuoto? (Guardava gli scalini del salotto, erano straordinariamente vuoti). Era un sentimento del corpo, non della mente. Le sensazioni fisiche che derivavano dall’evidenza nuda degli scalini le furono d’un tratto estremamente sgradevoli. Volere, e non avere […] – come le strappava il cuore, lo torceva, lo straziava! Oh, signora Ramsay! chiamò in silenzio […], come per rimproverarla d’essere scomparsa, ed essendo scomparsa, di tornare.” E più avanti: “Se la esigevano con violenza […] allora la bellezza si sarebbe ravvolta in se stessa, lo spazio riempito, quei vuoti ghirigori avrebbero preso forma. Se avessero gridato forte, la signora Ramsay sarebbe tornata”.

Naturalmente la linea della signora Ramsay non è l’unica che attraversa il romanzo e l’ultima sezione in particolare, ma ho scelto di sviluppare questa, perché amo il tema della presenza/assenza, della persistenza delle persone, per così dire. Volendo fare un altro accenno, una seconda direttrice molto nitida è quella del signor Ramsay, che entra in scena all’inizio del libro per dire con freddezza al figlio: “Ma non sarà bello”, non potranno andare al Faro, e sarà da James odiato per sempre a causa di questa tagliente verità. Il sì della signora Ramsay e il no di suo marito chiariscono meglio di qualsiasi descrizione la profonda differenza tra le due figure, ma giustificano anche in parte la dipendenza tra i due. Ognuno può essere profondamente se stesso soltanto in presenza del suo opposto all’altro lato della tavola, della vita. Si capisce perciò come il signor Ramsay dell’ultima sezione sia se stesso a metà, sempre arcigno e scuro, tirannico nei confronti dei figli, ma anche solo sotto la corazza della sua cultura, chiuso in un dolore egoistico, e così bisognoso di parlare da mettersi a dissertare con Lily Briscoe riguardo ai suoi stivali.

Tutto si conclude con il completamento del quadro di Lily, da dieci anni in attesa di conclusione. “Mi piace la fine” scrisse la Woolf il 21 marzo 1927 a proposito di ‘To the lighthouse’. Proprio mentre il signor Ramsay sbarca coi figli al Faro, “Eccolo – il suo quadro. […] Era fatto; finito. Sì, pensò, mettendo giù il pennello spossata, ho avuto la mia visione.” Ora anche Lily, come un tempo la signora Ramsay, sa suggellare un momento in magia. E, come spesso accade, ancora una volta spetta all’arte chiudere il cerchio di una famiglia, mettere fine con una pennellata a un’attesa lunga un decennio – di una linea, di un approdo, di un senso.

 

 

Chiara Sandretto


Un amore | Dino Buzzati

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e sarà autore di libretti per musica), il disegno, la montagna, vera compagna dell’infanzia e ispiratrice di molti suoi romanzi e racconti, che con una scrittura semplice e piana, accompagnano il lettore in un mondo fantastico e surreale. Dal 1928 intraprende la carriera di giornalista al “Corriere della sera” per il quale sarà inviato speciale ad Addis Abeba nel 1939 e cronista di guerra nel ’40 sull’incrociatore Fiume; nel 1931 inizia la collaborazione a “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore. Tra le sue opere più conosciute : “Barnabo delle Montagne” che nel 1933 inaugura la sua attività di scrittore, “Il segreto del Bosco Vecchio”, “Il deserto dei tartari” e “Sessanta racconti”, volume con cui vince il Premio Strega nel 1958. Buzzati muore a Milano, nel gennaio del 1972.Anno di pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Pagine: 269
Costo: 9.50€
Consigliato: Sì.



In molti conoscono Buzzati come uno scrittore di racconti onirici, dal cipiglio vagamente allucinato, e soprattutto del Deserto dei Tartari. Atmosfere allucinate, desolate lande interiori. Ho deciso di leggere Un amore proprio sulla scorta di uno dei racconti contenuti nella Boutique del mistero: “Gli inviti superflui”. Riporterò l’inizio, visto che ho l’abitudine di parlare sempre di tutto tranne che del libro che recensisco.

 Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.  Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

[…] Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. […] Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

 Si prosegue poi con altre sezioni articolare nello stesso modo. Vorrei… ma tu non, insomma un io narrante metodico nella definizione dei suoi desideri, la cui realizzazione è però ostacolata dalla realtà, dalla refrattarietà della stessa donna amata alla piena idealizzazione.

Perché cito questo racconto? Innanzitutto perché tanto questo come Un amore appartengono a quella parte della prosa di Buzzati che lascia i toni fantastici per farsi più intima e dolorosa, ma anche perché tanto nell’uno quanto nell’altro avviene prima una sorta di scollamento dal piano della realtà e poi il brusco rientro in essa, anche se con effetti diversi e potremmo dire opposti.

Il protagonista di Un amore, Antonio Dorigo, è un architetto stimato, piuttosto riservato, senz’altro rispettabile (parola imprescindibile quando si parla di borghesi). Per usare le sue parole: «un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato». Nella casa di appuntamenti di cui è assiduo frequentatore (ha infatti problemi a instaurare veri rapporti con l’altro sesso, e deve accontentarsi di sesso a pagamento) incontra Laide, una ragazzina che sulle prime non lo colpisce più di tanto. Ma ecco che già in questa occasione ella gli entra in testa con un pensiero minore: possibile che fosse la stessa ragazza vista qualche tempo prima tra i vicoli di Milano? Questo è, in nuce, un’anticipazione della trama di Un amore, più trama psicologica che narrativa, perché essa consiste in poche parole nello sviluppo di un’idea-rovello, quella di Laide, che cresce e cresce fino a che distinguere dove finisce la realtà e comincia l’ossessione è impossibile. Di ossessione infatti si tratta: e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime […] allora lui trovava pace. Ma l’attenzione di lei non è costante, e allora ecco che i dubbi uncinano Dorigo, l’angoscia lo travolge come un’onda nera mentre è sdraiato sul letto a osservare le crepe nell’intonaco, mentre è al lavoro e non riesce a concentrarsi. Sempre. Le sue ansie diventano veri propri flussi di coscienza che partono da un dettaglio minimo e si ramificano, proseguono in direzioni spesso inconcludenti, vengono inghiottiti da una città – Milano – anch’essa sensuale e allucinata, topografia dell’anima di Dorigo per quanto contorta, piena di golfi d’ombra, nervosa, e di Laide, come esplicitamente detto:

In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.

Ma questa piccola Lolita non è, nei canoni di Dorigo, ossessione, bensì amore. Un amore non felice, certo: mentre sta correndo in macchina per andarla a prendere, egli capisce che l’espressione degli alberi fuggenti ai lati della strada corrisponde infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato.

Ma come risolvere questa situazione? Farla finita è impossibile, pena il proprio annichilimento, il definitivo deragliamento dei nervi, ma impossibile è anche cambiare lo status quo: Lui non può sposarla, perché la famiglia non approverebbe, perché sarebbe disdicevole, perché lei è una prostituta. Ma Laide lo ha stregato, lo tiene al laccio e, per quanto Dorigo voglia fargliela pagare per le sue disattenzioni e bugie, in fondo è sempre il primo a tornare, a chiedere scusa. È una situazione ai limiti della sindrome di Stoccolma, in cui Laide è sì la donna-domina che tiene in pugno, ma è anche una fonte di salvezza capace di tenere lontani i pensieri nocivi della morte, della vecchiaia, della solitudine, del senso di fiasco incombente della propria vita, al di là del successo lavorativo.

Buzzati è un maestro di stile in questo caso, nel delineare le due psicologie, quella di Dorigo e quella di Laide, con cambi di tempo narrativo, di passaggio dalla prima alla terza persona, brusche virate che riempiono le pagine di tensione. E i rovelli di Dorigo, sempre a battere sullo stesso punto con una visibile sensazione di ripetitività, la accentuano ancora di più.

Si aspetta il finale, arriverà di certo lo scacco, ci diciamo. E invece no, anche le ultime righe lasciano il tutto in sospeso, lasciando al lettore una serie di interrogativi sulla natura dell’amore, mentre fuori dalla finestra incombe una torre nera non meglio identificata, che assurge a simbolo della negatività del mondo e pare tornata alla ribalta dai più allucinati racconti della Boutique. È l’amore in grado di tenerle testa, di distoglierci da essa, o la lotta di tutti gli amanti è in fondo vana? Dove ci conduce questo sentimento, ed esiste per lui l’eternità? Per ora l’incantesimo regge, e noi ci guardiamo dallo spezzarlo, non osserviamo ciò che ci aspetta fuori dalla finestra della camera da letto.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di:
-> La boutique del mistero
-> Il deserto dei Tartari


David Copperfield | Charles Dickens

Titolo: David Copperfield
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens, (Portsmouth, 1812; Gad’s Hill, Kent, 1870), di famiglia piccolo borghese, oppressa dai debiti (per questo motivo il padre andrà anche in carcere), fu costretto a interrompere gli studi e a lavorare ancora adolescente; questa precoce esperienza di umiliazione e abbandono rivive in molti suoi romanzi. Fu commesso e impiegato, poi cronista e collaboratore di giornali umoristici finché diventa improvvisamente uno scrittore di successo con Il circolo Pickwick (1836-37). Dotato di straordinaria inventiva linguistica e narrativa, la sua popolarità aumenta con i romanzi successivi (Oliver Twist, 1837-38; David Copperfield, 1849-50), che uscivano a dispense mensili, legati allo scenario del primo industrialismo e ai suoi problemi sociali, ai gusti melodrammatici e ai pregiudizi moralistici della borghesia urbana, e caratterizzati da un vivo senso dello humour e da una felice mistura di tragico e comico, grottesco e quotidiano. Le sue opere successive acquistarono un tono pi pessimistico e incisivo (Casa desolata, 1852; Tempi difficili, 1854), uno spessore psicologico pi profondo (La piccola Dorrit, 1855-57; Grandi speranze, 1860-61), fino al cupo espressionismo di Il nostro comune amico (1864-65), il suo romanzo più complesso e disperato. A dispetto della straordinaria popolarità dei suoi romanzi, la fortuna critica di Dickens stata piuttosto discontinua; riconosciuto ora il massimo narratore inglese del suo tempo e uno tra i maggiori d’ogni paese, egli creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò i due grandi filoni della narrativa inglese: quello picaresco e avventuroso e quello sentimentale.


Anno di pubblicazione: 1850
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione: Enrico Piceni
Numero pagine: 1111
Costo: 13 euro
Consigliato: Sì

«Di tutti i miei libri» confessò Charles Dickens «amo soprattutto David Copperfield. Nessuono potrà mai, leggendola, credere in questa narrazione più di quanto non vi abbia creduto io mentre la scrivevo.»

Così dovrei scrivere una recensione di David Copperfield. Sì, nulla di strano, se non fosse che forse una recensione di Dickens è perfettamente inutile, o meglio non toglie e non aggiunge nulla a una struttura romanzesca mastodontica e deliziosamente compiuta come quella di cui vi accingete a leggere. Per essere ancora più precisi: Dickens non ha bisogno di recensioni.

Il protagonista del libro è ovviamente David Copperfield, di cui, secondo il tipico canovaccio dickensiano, seguiamo l’iter di crescita dall’infanzia alla maturità, dall’innocenza alla consapevolezza e alla fama. David è attorniato da altrettanto tipici co-protagonisti, che compaiono e scompaiono per poi ricomparire all’interno di queste millecento pagine, e che vengono impressi per sempre dalla penna di Dickens in alcune loro movenze, alcuni tratti del loro aspetto fisico.

Ma mi sembra scontato dire che, al giorno d’oggi (né forse nel 1850), Dickens non si legge per la trama. Oliver Twist, Pip, David Copperfield sono diverse sfumature dello stesso personaggio. Egli si muove attraverso la vita, vede posti, agisce, perde, poi vince. Che noia, verrebbe da dire, e io stessa lo sostenevo, circa duemilacinquecento pagine fa. Ma allora perché si legge Dickens? O meglio, perché si deve leggere Dickens?

Prima di tutto bisogna dirlo, siamo sinceri: leggere Dickens è un piacere. Sì, a volte pare che non usciremo più da tutte queste disavventure, ma sfido chiunque a leggere un romanzo di simili dimensioni e a non trovare venti, trenta, cinquanta pagine noiose. Quel che conta è che le restanti ci sappiano trasportare dalla sorgente al mare, poco importa se con l’irruenza, la violenza di un torrente di montagna o con la freschezza di un ruscello che scorre sotto un piccolo ponte di campagna.  Dickens sa fare questo, prendendosela con calma, senza fretta, dando a ogni vicenda un peso, descrivendo ogni cosa con minuzia e bravura, senza per questo diventare difficile, e anzi rimanendo sempre di una semplicità adamantina, che pure è universale. “Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita”, come disse Orwell.

Beninteso, il nostro autore non è Henry James, non è Tolstoj (col quale pure gareggia in fatto di prolissità), non è paragonabile a nessuno dei grandi romanzieri. Non troverete gli abissi dell’io, la vita nel suo lato terribile, spaventoso o folle. Per questo sono stati inventati altri. Come tutte le figure uniche Charles Dickens è uguale a se stesso. Ma di certo, se sono vere queste due definizioni – “L’artista è creatore di mondi” e “L’artista è creatore di uomini” – allora possiamo farlo rientrare nella categoria che esse rappresentano senza troppa difficoltà o pensiero.

Spesso a scuola ho sentito citare insieme Charles Dickens ed Emile Zola: nulla questi due grandi della letteratura hanno in comune – non la nazionalità e la lingua, non proprio l’età, non il modo di affrontare il magma della realtà, nemmeno la realtà narrata è la stessa – se non la grande forza demiurgica che è capace di innalzare da zero, partendo dalle fondamenta di un foglio di carta, realtà complete, città visibili, concrete, brulicanti di vita, sogni, dolori, felicità. Una cosmogonia.

Su questa materia ha scritto Tomasi Di Lampedusa: “Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare”. Al centro esso domina signora, come un sole, Londra, “che più che una città è una foresta di case […], un quadro nel quale l’artista ha trasformato con la sua visione la realtà in modo da far risaltare mediante l’esagerazione […] i suoi caratteri essenziali. «He made London like a dream» […].”

In David Copperfield a Londra si affianca la più piccola Canterbury, la minuscola Yarmouth, ma sempre, dovunque veniamo portati, diventiamo conoscitori di ogni via, di ogni volto, riconosciamo la casa verso cui ci stiamo dirigendo da lontano, portati da un insopprimibile buonumore.

La comicità di Dickens è l’altra grande arma che egli ha disposizione per tenerci in pugno. Non conosco un altro scrittore che sia così bravo a maneggiare la piuma del riso senza ostentarla – ne conosco solo uno che sa farlo con quella della disperazione, ed è Kafka, ma questa è un’altra storia.

La grande pasta di un romanzo dickensiano risulta, alla fine, indescrivibile come una profonda e interminabile notte d’estate, perché queste pagine ci assorbono, ci tengono tra le loro righe così a lungo che esse non possono non divenirci familiare lungo la lettura. Tutto è scritto con una posatezza e la tranquillità di chi sa ciò che sta facendo e non si lascia sfuggire le briglie della narrazione. Sì, le strategie di Dickens sono le stesse in ogni romanzo, ma questo non toglie che ognuno di essi abbia una sua specificità e bellezza particolare. Le disavventure prima o poi arrivano sempre, ma cambiano i punti in cui sono dislocate. Così qui, in David Copperfield, l’infanzia è ancora un momento di grande tenerezza, dilatato da alcuni viaggi, prima che giungano la morte della madre, il dominato del  minaccioso patrigno e di sua sorella, il Signor e la Signorina Murdstone, con la loro disciplina ferrea e crudele. Bellissimo sarà ritrovare più avanti proprio questi personaggi così enormi all’inizio, nei loro abiti scuri, e trovarli insignificanti, incapaci ormai di fare paura a un ragazzo fattosi uomo.

Per quanto ordinarie possano essere alcune delle figure che abitano il romanzo, esse restano comunque memorabili. Così ecco la zia di David, volitiva, brontolona ma altrettanto spassosa; ecco Agnes, creatura angelica e portatrice di salvezza; ecco Emily, simbolo dell’infanzia più ingenua che non può durare, e forse per questo destinata a una triste disavventura; ecco il signor Micawber, un delizioso briccone perseguitato dalla Fortuna, facile ai melodrammi e a melense lettere chilometriche. C’è Tommy Traddles, un vecchio compagno di scuola e poi di vita i cui capelli rimarranno nei secoli impossibili da domare, perennemente ritti in capo, c’è Peggotty, la bambinaia buona, i cui bottoni della camicetta saltavano sempre. C’è Uriah Heep, questo mellifluo individuo cui pertiene il ruolo di cattivo della storia, che Dickens sa farci detestare già alla sua prima apparizione. C’è la piccola moglie-bambina di David, frivola, una piccola bambola incapace di crescere. E poi c’è James Steerforth, forse il personaggio più complesso di tutto il libro, se non altro il più carico di sfumature: all’inizio Steerforth è il grande amico un po’ fuori controllo, il primo della classe che sembra trasformare in oro tutto ciò che tocca, ma che gradualmente si trasforma in un personaggio schiavo delle avventure fino a rovinare se stesso e gli altri, anche se mai fino a diventare totalmente un cattivo – forse, bisognerebbe dire, solo perennemente giovane. Anche qui, tuttavia, quando la condanna sembrerebbe inevitabile, arriva il perdono finale in cui Steerforth scompare tra le onde, intento ad ammainare le vele di una nave prossima al naufragio, con il suo berretto rosso che spicca nella tempesta. Egli non viene assolto esplicitamente, ma quest’ultima scena è come il suo epitaffio.

Naturalmente la folla del romanzo non si esaurisce qui, ma riportarli tutti sarebbe dispersivo e di certo non utile. Quello che è importante è leggerlo, come piacevolissimo passatempo e come affresco di un’epoca e di un luogo complessi e stupendi. Dickens è certamente legato a quelle coordinate spazio-temporali, ad altrettanto determinati gusti letterari e scadenze editoriali (il Copperfield, come molti altri suoi lavori, veniva pubblicato a puntate mensili su un giornale), ma viene da chiedersi se non sia sbagliato relegarlo esclusivamente in quel passato. Molto di lui è ancora attuale, perché la vita è sempre la stessa, anche se ci vestiamo e parliamo diversamente, e i grandi sentimenti, positivi e negativi, non hanno secolo. Molto di lui potrebbe servire ancora.
Chiara Sandretto

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze
-> Il mistero di Edwin Drood


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