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L’amante di Lady Chatterley | D. H. Lawrence

Titolo: L’amante di Lady Chatterley
Titolo originale: Lady Chatterley’s Lover
Autore: D. H. Lawrence
Cenni sull’autore: David Herbert Lawrence nacque l’11 settembre 1885, frutto  di un’unione infelice fra un padre minatore (in una miniera di carbone) e una madre maestra elementare molto religiosa. Il suo  luogo di nascita, Eastwood, era una piccola cittadina del  Nottinghamshire, il cuore delle  Midlands industriali dell’Inghilterra. Lawrence fu  profondamente attaccato  alla madre, che fece ogni sforzo per sottrarre i figli a  un destino di proletariato  industriale cui li inchiodava  la nascita. (Questo periodo della sua vita troverà il suo sbocco letterario nel romanzo Figli e amanti). Fu nel contesto industriale del  Nottinghamshire che Lawrence sviluppò  la sua ostilità verso l’industria estrattiva rea di aver  disumanizzato il padre, distrutto la campagna inglese e l’idillio del suo luogo di nascita; ostilità più che evidente ne L’amante di Lady Chatterley e negli anatemi da Lawrence scagliati contro l’industrialismo e la tecnologia moderna. Da qui nasce il suo “primitivismo” e l’attrattiva che sempre eserciteranno su di lui i luoghi non toccati dal mostro devastante dell’ industria:  Sardegna, Australia, Messico.
Anno di pubblicazione: 1928
Edizione: Biblioteca Ideale Giunti
Traduttore: Francesco Franconeri
Numero pagine: 459
Costo: 7.9€
-> Consigliato: Sì, sopratutto se non disdegnate la riflessione

“In quella breve notte estiva imparò molto. Aveva pensato che una donna potesse morire di vergogna. E invece, fu la vergogna a morire. La vergogna, che è paura: la profonda vergogna organica, l’antica paura fisica che si annida nelle radici stesse del nostro corpo, e che può essere fugata solo dal fuoco della sensualità, alla fine era stata scovata e stanata dalla caccia fallica dell’uomo, e Connie giunse nel cuore della giungla di se stessa. Sentì di aver ormai toccato il fondo vero e proprio della sua natura, sostanzialmente senza vergognarsi.”

Un po’ come tutti, comprai ‘L’amante di Lady Chatterley’ perché avevo sentito dire che si trattasse di un libro scandaloso, e siccome la libido umana è sempre all’erta, nel mio immaginario di ragazzina pensai che questo libro potesse aprire un sipario in più sulle relegate scene della sessualità. Voltandomi indietro, se potessi, sorriderei a quella ragazzina pudica intrappolata in una famiglia pudica che ero, e le chiederei di sedersi accanto a me per spiegarle che lo scandaloso non sempre è relegato in termini di sesso, che lo scandaloso, sopratutto in tema di donne, è legato anche e sopratutto all’intelletto è alla voluttà. Quell’intelletto e quella voluttà che alla donna son sempre stati negati, o meglio, dei quali la donna è sempre risultata essere sprovvista.

L’amante di Lady Chatterley rappresenta una svolta, è la cesura che ha separato l’Ottocento dal Novecento, che ha abbattuto la ragazzina saccente e in preda a pene d’amore per un burbero aristocratico di classe superiore per restituire alla modernità la figura di una donna priva di pregiudizi, desiderosa di fare sesso e sentirsi viva, volenterosa di gestire le redini della propria vita. Anche se ciò significhi rinunciare ad un titolo, una posizione privilegiata, per bruciarsi di passione con il guardacaccia, un servo del proprio marito.
Dunque, ricercando il motivo dello scandalo che ai lettori del 2012 appare tanto blando a causa della libertà dei costumi che vige nel nostro miserevole presente che si vanta di dire ‘ebbè?’ di fronte a tette e culi in tivù, mi vien da formulare tre ipotesi, nient’affatto tra loro escludenti e assolutamente, anzi, complementari. Insomma, cos’è che fece bollare lo scritto di Lawrence nel lontano e così vicino 1928?
1) Il fatto che una donna potesse pensare di fare sesso, volendolo fare senza per questo essere una meretrice
2) Il fatto che una donna potesse pensare di rinunciare alle civetterie da Lady per vivere in ristrettezze, ma con l’uomo che ama davvero
3) per ultimo, ma nient’affatto da ultimo, il fatto che la donna potesse pensare.
Insomma, intelligentemente e acutamente, Lawrence ha restituito una certa dignità al matriarcato, una dignità di carne, ma anche una dignità di pensiero, ma come tutti i precursori del ragionamento, venne troppo presto per la sua epoca, e troppo tardi per la nostra che non lo ascolta più ormai abituata e disinibita.

Invece io, nel pentolone di violentatori della mia coscienza da quasiventunenne e promotori della mia agitazione tutta volta a difendere un sesso, il mio, mai compreso e apprezzato per le sue reali caratteristiche, ci butto come condimento piccante Lawrence che di turbamenti nella sua vita doveva averne avuti abbastanza. E lo si capisce per la contrapposizione bruciante, che affianca quella di donne e uomini, e che prevede uno scontro titanico tra mondo naturale e mondo rurale dal quale esce inevitabilmente screditato e condannato il secondo, incolpato di aver reso brutale l’uomo e di averne atrofizzato i sentimenti. Uno scontro che prende forma attraverso le intense descrizioni di un paesaggio che ha perso la vitalità della natura a favore di stabilimenti di estrazione, descrizioni di volti umani resi quasi inespressivi, quando non animaleschi, a causa del lavoro sotterraneo, mal pagato, che toglie la vita ad esseri che hanno avuto la sfortuna di nascere servi, anziché padroni. Un po’ come la donna, la cui funzione ornamentale e riproduttiva le ha tolto la possibilità di dire la sua. Ma Lawrence, facendo i conti con un passato di cui molte cose gli fan ribrezzo, restituisce al giovane guardiacaccia la capacità di difendersi e alla bella Connie l’opportunità di sentirsi donna. Una donna nel fior fiore degli anni, che all’occorrenza sa discorrere, e sa il fatto suo, non come ritengono gli amici di Sir Clifford, il paralizzato marito che, ignaro delle propulsioni vitali del corpo, ritene quella dell’intelletto l’unica vita possibile.

Forse, nel 1928, non piacquero nemmeno i mezzi termini, non piacque al pubblico abbindolato dall’ipocrisia, che il pisello venisse chiamato pisello, che la fica venisse chiamata fica, e che il culo venisse chiamato culo, e che scopare si dicesse scopare: insomma, non piacque che le cose venissero chiamate col loro legittimo nome perché era meglio pensare in volgare, ma esprimesi in Dolce Stil Novo. E a Lawrence, invece, piacque molto spogliare i suoi personaggi di questa falsità per creare un mondo reale, non solo apparente, in cui a metà della propria vita si ha la possibilità di innamorarsi davvero di un uomo che provoca un orgasmo; una realtà in cui un subordinato decide di darsi un ordine proprio stanco della propria posizione umiliante.

Un romanzo scandaloso e ribelle perché ha restituito la parola e il desiderio alla classe dei deboli che i più hanno sempre voluto tenere a bada. Ma Lawrence non lo tenne a bada nessuno, e anziché sbuffare di fronte alla staticità di questo romanzo, io ho deciso di essere felice che cent’anni fa un uomo abbia potuto comprendermi così bene.

Luana Cau

Sempre riguardo D. H. Lawrence potete leggere la recensione di:
-> Donne innamorate 

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Medea. Voci. | Christa Wolf

Titolo: Medea. Voci.
Autore: Christa Wolf
Cenni sull’autore:  Nata nell’attuale Polonia, trascorse l’infanzia sotto il nazismo ma alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò insieme alla sua famiglia, protestante e di origini modeste, nella Germania dell’Est. Laureata in germanistica all’università di Jena negli anni ’50 sposò lo scrittore  Gerhard Wolf e nel ’62 iniziò a lavorare come critica letteraria presso la rivista dell’unione degli scrittori della Ddr. Raggiunse la notorietà l’anno successivo con il romanzo Il cielo diviso, in cui narrava l’amore al di qua e al di là del Muro. Quegli anni, spiegò poi, furono i più duri perché coincisero con la presa di coscienza che la Ddr non era un’alternativa al nazionalsocialismo, non era ciò che lei e i suoi amici avevano sperato. Divenne sospetta al regime, spiata e intercettata. A pochi mesi dalla fine del comunismo pubblicò un breve testo, Che cosa resta,  che parlava di una scrittrice famosa, sorvegliata dalla Stasi. Le si ritorse contro: accusata di opportunismo, si disse che voleva presentare se stessa come vittima denunciando tardivamente il regime. Divenne persona non gradita. Anche perché, solo dopo la caduta del Muro, lasciò la Germania per gli Stati Uniti, accettando una borsa di studio di nove mesi della fondazione Getty a Los Angeles. Per i suoi detrattori era una fuga, dettata dalla scoperta di un dossier in cui si accertava la sua collaborazione con la polizia segreta tra il 1959 e il 1962.[continua a leggere]
Traduzione: Anita Raja
Edizione: E/O
Pagine: 196
Costo: € 10.00
Consigliato: Sì.

 

Medea è una delle figure femminili più famose di tutti i tempi. La sua storia è stata raccontata da molte fonti, ma certamente il nome che oggi è più facile veder associato al suo è quello di Euripide. “La Medea di Euripide”, si dice. La sua trasposizione tragica ha infatti di un’enorme fama che ha trasportato la strega della Colchide dalla Grecia a Roma e ancora fino a noi, e come spesso accade in queste occasioni, la sua versione è diventata la versione. Medea è un’infanticida, una carnefice che nel nome dell’amore di Giasone ha ucciso. Nella sua tragedia Euripide mette in scena la donna nel suo lato più oscuro, una femmina-maga la cui perfidia si mostra senza riserbo nel momento in cui il suo orgoglio e i suoi sentimenti vengono feriti.

Ma Christa Wolf, indagando e ripercorrendo la storia del mito di Medea fino alle origini, lo ha riportato alla luce nella sua veste pre-euripidea: «Una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli» dice la Wolf. «[…] Fu un momento straordinario».

Così Medea non ha più le mani macchiate di sangue. Non è responsabile né della morte del fratello, né di Glauce, né dei figli. È spettatrice, suo malgrado, della bestialità altrui e dell’ignoranza superstiziosa dei Corinzi – che simboleggiano la civiltà, contrapposti alla Colchide, qualcosa di simile a uno stato di natura – che la ritengono causa delle loro sventure nonostante lei si sia sempre impegnata a curarli, offrire loro i suoi consigli e i suoi medicamenti. Non riuscirà mai a integrarsi a Corinto, rimarrà sempre un corpo estraneo nel ventre di questa città malata, e per spiegarlo basta l’immagine della sua “casetta d’argilla”, che sta “incollata di spalle alle mura del palazzo come un nido d’uccello”.  Il fulcro di Corinto l’ha rigettata, senza tuttavia espellerla. E così lei vivrà, senza mai capitolare, fiera e ardente nella sua vitalità primitiva e apparentemente inestinguibile.

Questo è il fulcro della narrazione a più voci della Wolf, in cui la figura di Medea è raccontata in ogni capitolo da un personaggio diverso: il tema dell’estraneità. Medea osserva il mondo occidentale senza comprenderlo, proprio lei che da sempre ha avuto una sorta di potere, la “seconda vista”, che le permette di cogliere la verità delle cose e di capire le persone come una specie di primitiva empatia. Guarda Corinto e cosa vede? Una città in cui le monete correnti sono la gloria, la fama, la brama di potere – non capisce come si possa vivere in un simile mondo, ella stessa ci sta stretta, vi sgomita, vorrebbe andarsene ma non può per tante ragioni.

Stranieri a Corinto non sono però solo Medea e i Colchi, ma anche gli stessi corinzi, prigionieri inconsapevoli della loro città, pronti a scagliarsi contro l’Intrusa perché così dice loro il sovrano, che non vede l’ora di liberarsi di quella spina nel fianco. A nessuno importa che non ci siano prove della sua colpevolezza, basta presentarla come causa delle sventure di Corinto: la siccità, la carestia, il terremoto e infine la peste. “Imparai che non c’è menzogna troppo grossa a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. I rapporti sono basati sulla sfiducia, sul tentativo di prevaricazione, e Giasone non fa eccezione. Se è stato un eroe al tempo degli Argonauti ora non lo è più, esattamente come la nave che ha trasportato il vello d’oro ora giace arenata, abbandonata dalla gloria.

Chi possiede il dono di elevarsi sopra le cose, di vederle nella loro vera luce, è destinato a essere preso di mira, perché, come si legge, gli uomini hanno sempre bisogno di un capo espiatorio, perché un solo bersaglio è più facile da abbattere. Così riflette Medea: “Su questo disco che chiamiamo terra non esistono più, mio caro fratello, altro che vincitori e vittime”. E ancora, alla fine: “Che cosa mi resta? […] E’ pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene?Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta”.

La scrittura di Wolf è unica nel suo genere – toccante, impetuosa, a volte sembra inarcarsi come la pelle sotto un brivido, e se a volte ci si perde è più che perdonabile – ed è riuscita a mio parere a riportare in superficie una versione del mito pressoché sconosciuta, una donna dalla dignità immensa messa in ombra da una maga. Ciò non toglie naturalmente bellezza alla versione euripidea, straordinaria nel suo potere di scendere in fondo al cuore umano, là dove i sentimenti sono ancora indifferenziati, mescolati l’uno nell’altro.

Io non ho ancora fatto la mia scelta. Bisogna proprio farla? Forse, a distanza di secoli, queste due Medee possono coesistere. Quale sia più vera, quale più autentica, a voi decidere.

Chiara Sandretto 


L’età dell’innocenza | Edith Wharton

Titolo: L’età dell’innocenza
Titolo originale: The age of innocence
Autrice: Edith Wharton
Cenni sull’autrice: Nasce nel 1862 da una famiglia facoltosa, e viene educata privatamente. Si sposa con un banchiere di Boston, è infelice, divorzia e si traferisce in Francia. Scrive libri ( La casa dell’allegria, Ethan Frome) nei quali rivela uno sguardo da archeologa del presente, concentrandosi implacabilmente sui costumi della società aristocratica americana e mettendoli alla berlina. Nel 1920 pubblica L’età dell’innocenza, un romanzo nel quale New York è l’insieme metropoli e necropoli e l’amore è soprattutto rimpianto. Muore a Saint-Brice-sous-Foret lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo. (fonte retro copertina).
Traduzione: Alessandro Ceni
Anno di pubblicazione:  1920
Edizione: I grandi romanzi BUR rizzoli.
Pagine: 324
Costo: 8,90 €
-> Consigliato: Sì, sì e sì!

Se dovessi utilizzare una sola parola per definire a qualcuno questo romanzo, direi senz’altro questa: “Lacerante”.
Davvero, è così. Ho iniziato questa lettura in maniera ordinaria non avendo moltissime aspettative a riguardo ma il caso, il destino, o chissà cos’altro, ha voluto che, leggendo, il mio essere lettrice ne uscisse completamente distrutto. Poche volte, leggendo, ho avuto questa sensazione. L’ultima volta accadde con Anna Karenina, libro che, per svariati motivi, rimarrà sempre nell’Olimpo dei libri più amati.
Con L’età dell’innocenza ho provato la sensazione, stranissima ma comunque avvincente, di uno sgretolamento interiore, lento ma progressivo. Leggendo, devi possedere la consapevolezza che ciò che leggerai metterà a nudo i sentimenti umani più nascosti, farà riflettere e getterà scompiglio nella mente.

Ciò che più di ogni altra cosa mi ha veramente colpito è l’intento dell’autrice: mettere a nudo vizi di una società corrotta, bigotta e moralista, quella della New York di fine Ottocento. Una società che vive di pranzi eleganti, di serate all’Opera, di splendidi vestiti di satin e merletti ma che possiede occhi e orecchie per vedere e ascoltare ciò che potrebbe essere sconveniente e diventare, a buon diritto, argomento di intense discussioni nei salotti più importanti.
Questo è ciò conosce Newland Archer, il giovane uomo del romanzo, il più consapevole della tragedia di viverci dentro, intrappolato come in una tela di un ragno, incapace però di uscirne. E’ la società che ritrova la contessa Olenska, tornando a New York dall’Europa, dopo aver lasciato il marito. La si compatisce, la povera Ellen. La povera, cara, dolce Ellen. La stessa cugina, May Welland, figura opposta a quella della contessa, sembra provare, in più di un’occasione, pietà per Ellen. Ma Ellen non va compatita, non va neppure rintenuta una donna debole, come molti fanno. La vera debolezza sta nella società che la circonda, che vorrebbe inculcarle idee che non ha, solo per far vedere a tutti che “il modello vincente” di donna, in una società che si rispetti, è proprio quello che la società stessa propone. May Welland incarna tutte le buone qualità che una giovane donna, in procinto di sposarsi, deve possedere. E sebbene sia lei la vincente per una mentalità del genere, ecco che Ellen Olenska colpisce per quello che non è, per ciò che non rappresenta, per ciò che le manca per esser considerata come tutte le altre.

La storia si sviluppa in maniera tale che non si riesce proprio a rimaner fuori dal circuito dell’empatia per cui, com’è normale che sia in questi casi, ci si lascia coinvolgere totalmente.
Ho trovato meraviglioso il fatto che la storia di un sentimento così potente come l’amore, sia raccontato talmente bene da farci credere, per un momento, di essere lì, insieme ai protagonisti. Talmente bene, aggiungerei, da metterci nelle condizioni di chiedere a noi stessi: ” E se fosse successo a me? Che cosa avrei fatto? Come avrei agito?”.
Questo, oltre alle meravigliose e dettagliatissime descrizioni di interni e salottini privati, vestiti e vivande, trovo che sia uno degli aspetti fondamentali di questo romanzo, che consiglierei a chiunque perché l’amore è una faccenda che riguarda tutti e che tutti incontrano, prima o poi.

” Adesso ride: ma quando mi ha scritto era infelice”, disse.
“Sì”. Ellen fece una pausa. ” Ma dato che lei è qui non riesco a sentirmi infelice”.
“Non rimarrò a lungo”, ribattè lui, irrigidendo le labbra nello sforzo di non aggiungere altro.
“No, lo so. Ma io sono incauta: vivo nell’attimo in cui sono felice”. 
 
Chiara Coppola

Festa mobile, Ernest Hemingway

Titolo: Festa mobile (Edizione restaurata)
Titolo originale: A Moveable Feast
Autore: Ernest Hemingway
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway nasce in Illinois nel 1899. Si arruola volontario nella Prima Guerra Mondiale, ma un difetto alla vista lo esclude dai combattimenti, relegandolo alla posizione di autista di ambulanze. Questo non gli impedisce tuttavia di essere ferito sul fronte italiano. Queste prime esperienze di guerra saranno poi raccontate nel famoso romanzo Addio alle armi (1929). Tornato negli Stati Uniti, comincia a lavorare come giornalista per il Toronto Star e conosce Hadley, di otto anni più grande, che diventerà la sua prima moglie. La coppia si stabilisce a Parigi, dove Hemingway muove i primi passi come scrittore, dedicandosi alla stesura di racconti. Il periodo parigino, intellettualmente vivace e allietato dalla conoscenza di grandi scrittori e amici come Gertrude Stein, Ezra Pound e Scott Fitzgerald, contribuirà alla stesura del suo primo romanzo, The sun also rises, e saranno oggetto di un altro romanzo, Festa mobile, pubblicato postumo. Dopo la rottura con Hadley, si sposa altre tre volte. È corrispondente di guerra durante la guerra civile spagnola, che diventerà lo sfondo per un altro romanzo, Per chi suona la campana. Appassionato di safari, di corride, di pesca, non smette di riversare i suoi oggetti di interesse in opere importanti quali Morte a mezzogiorno, Il vecchio e il mare, Verdi colline d’Africa. Nel 1954 viene insignito del Nobel per la Letteratura. Muore suicida nel 1961.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 194
Tradotto da: Luigi Lunari
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Decisamente sì! 


“Ma Parigi era una città molto vecchia e noi eravamo giovani e lì non c’era niente di facile, neanche la miseria, né i soldi improvvisi, né il chiaro di luna, né la ragione e il torto né il respiro di qualcuno sdraiato al tuo fianco al chiaro di luna.”

Sono sempre stata una persona di facili innamoramenti e di odi inspiegabili, repentini, istintivi. Ma giacché sono anche molto lunatica o debole di carattere o democratica, è facile che i miei odi si trasformino altrettanto inspiegabilmente e repentinamente in amori. E certamente è vero anche il contrario.
Prendiamo il signor Ernest Hemingway, ad esempio. Non posso negare di essere stata piuttosto ostile e refrattaria per un certo periodo. Quando per caso ci trovavamo nella stessa stanza lui mi lanciava certe occhiate come se volesse abbordarmi. Erano occhiate molto possessive, il modo in cui guarderesti un libro sullo scaffale o una borsa in vetrina, quello sguardo che dice, “sei mia”. E tu, come il libro e la borsa, non puoi neanche esprimere il tuo parere. Ma siccome io non ero né una borsa né un libro e potevo voltare la testa a mio piacimento, mi giravo dall’altra parte e storcevo il naso. Tuttavia sentivo sempre il suo sguardo provocante solleticarmi l’attaccatura dei capelli. Il signor Ernest aveva un suo fascino indiscutibile, scriveva molto bene, ma ti guardava con quell’occhio, quell’occhio insopportabile. Avevi l’impressione di essere solo una bambola, una cosa inerte. Avevi l’impressione che, nel profondo, non gli importasse di te, ed era proprio così. Che se ne andasse a ubriacarsi o a pescare o in safari o a guidare l’ambulanza. Non gli avresti restituito lo sguardo né detto una parola gentile. Era un presuntuoso, un vanaglorioso, un finto duro, ecco tutto.
Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Non so se è partito da me o da lui, fatto sta che quella sera eravamo entrambi più malinconici del solito e siamo finiti a scambiare quattro chiacchiere per tirarci su di morale.
Lui fissava il fondo del bicchiere e parlava con una voce bassa e un po’ arrochita, che non pensavi potesse possedere mai. Mi raccontava di quand’era più giovane, della sua vita a Parigi, della gente che aveva conosciuto, del suo mestiere di scrittore, delle sue antipatie e della sua vita coniugale. Parlava di tante persone che io conoscevo solo per sentito dire e che lui, invece, aveva conosciuto tutte. Nomi che per te significavano tanto e che lui citava con quell’apparente trascuratezza, con la nonchalance di chi davvero ha vissuto con quelle persone momenti a loro modo indelebili.
Mi raccontò di Gertrude Stein, che assomigliava a una contadina friulana, non sopportava il turpiloquio, gli consigliava che libri leggere e gli diceva sempre di comprare quadri anziché vestiti. Aveva litigato con Ezra Pound perché lui le aveva rotto una sedia e Ernest le voleva molto bene, anche se spesso non era d’accordo con quello che diceva.
Mi raccontò di Ezra Pound, che aveva pochi soldi ma non temeva mai di prestarli, che credeva sempre che i suoi amici fossero artisti meravigliosi e a cui aveva imparato a tirare di box.
Mi raccontò di Ford Madox Ford, a cui puzzava l’alito e che diceva sempre bugie quand’era stanco.
Mi raccontò di quel poeta intossicato d’oppio che gli aveva tirato contro una bottiglia di latte e che, per essere un poeta, aveva un’ottima mira.
Mi raccontò dei camerieri della Closerie des Lilas, che una volta portavano i baffi e versavano sempre del whisky in più, ma poi avevano dovuto smettere e pure tagliare i baffi, e non s’erano più ripresi.
Mi raccontò della paura che non arrivasse la primavera, dei pescatori che pescavano nella Senna per portare a casa un po’ di pesce fritto. Raccontò della stanza in cui scriveva, riscaldata da un camino, in cui gettava le scorze dei mandarini. Quando aveva il blocco dello scrittore si diceva, “Ern, hai sempre scritto, e scriverai ancora, basta che cominci con una frase vera, il resto verrà da sé”. Mi raccontò di quando non aveva i soldi per mangiare e allora faceva lunghe passeggiate per distrarsi.
Mi raccontò di Hadley, la sua prima moglie, di quanto straordinaria fosse, di quanto si amassero, di quando andavano a sciare e di quando facevano l’amore stretti stretti. Mi raccontò del loro bambino, Mr Bumby, un piccolo filosofo che non piangeva mai, e del loro gatto, F. Puss, che era la bambinaia di Mr Bumby.
E poi, verso la fine, fece due nomi ancora e io sussultai e non potevo più stare per l’agitazione. Sì, aveva conosciuto Scott Fitzgerald, poteva assicurarmelo. Una volta, quando si conoscevano da poco, lo aveva accompagnato per un viaggio a Lione. Scott aveva bevuto troppo e si era convinto di avere una malattia ai polmoni. Lui si era arrabbiato molto, ma gli faceva pena, e l’aveva accudito come una brava infermiera. Diceva che il talento di Scott era come la polvere sulle ali di una farfalla: niente l’avrebbe potuto raschiare via. Niente e nessuno, nemmeno sua moglie Zelda, che pure ce la metteva tutta, e lo trascinava da una parte all’altra di Parigi in feste e festini col solo proposito di impedirgli di scrivere. Voleva averlo tutto per sé? Era invidiosa? Eppure Scott la amava così tanto, così tanto che era pronto a sostenerla nella sua pazzia e persino a diventare pazzo lui per colpa sua. Ecco, su questo punto era irremovibile, e io gli dissi che non potevo fidarmi del suo solo parere. E poi non dev’essere facile per due scrittori vivere sotto lo stesso tetto. Non è facile neanche essere amici, figuriamoci marito e moglie! Ma no, Ernest francamente non lo credeva: lui era sempre stato un amico sincero ed era tanto più sincero quanto migliori erano gli scrittori che aveva di fronte.
Alla fine mi trovai con gli occhi lucidi. Non sapevo se la sua storia fosse tutta vera, ma era passato tanto tempo e lui ormai era un uomo fatto e finito. Se anche aveva lavorato di fantasia, non c’era niente di cui poter accusarlo. I sentimenti c’erano, erano stati autentici ed erano quelli a farmi piangere, non tanto gli accadimenti in sé.
Poco prima di andarmene, misi una mano sulla sua, lo guardai negli occhi e dissi:
« Beato lei, signore, che è stato giovane a quei tempi. Sono tempi bellissimi per quelli di oggi. Ci pensa? Facevate quel che vi piaceva e lo chiamavate lavoro. Adesso noi ci tocca correre da una parte all’altra e quel che vogliamo fare lo confiniamo in un angolino, per farlo nei momenti di respiro. E pagare un affitto a Parigi… non ci voglio manco pensare. Vi chiamavano unagenerazione perduta ma, se fossero vissuti oggi, che termine avrebbero usato per noi? »
Ernest strinse il bicchiere, una stretta forte, di polso, e mi allungò di nuovo quella sua occhiata di possesso. Ma stavolta io ci leggevo malinconia e affetto e schiettezza. E decisi che potevo essere sua, che non c’era niente di male ad essere sua, perché mi avrebbe custodita teneramente.
« Tutte le generazioni sono perdute a modo loro. E questo significa che nessuna lo è davvero » rispose, e mi fece una carezza.

 

Chiara Pagliochini


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