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Cime Tempestose | Emily Brontë

Titolo: Cime Tempestose
Titolo originale: Wuthering Heights
Autore: Emily Brontë
Cenni sull’autrice: Scrittrice inglese originale e tormentata, spiccatamente romantica, Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton, nello Yorkshire (Inghilterra). Figlia del reverendo Brontë e di sua moglie Maria Branwell, alla fine di aprile del 1820 si trasferisce con la famiglia ad Haworth, sempre nello Yorkshire, dopo che al reverendo viene assegnata la chiesa di Saint Michael and All Angels. Nel settembre del 1821 Maria Branwell muore e sua sorella Elizabeth va ad abitare temporaneamente con loro per aiutarli.
Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Altre due perdite colpiscono la famiglia Brontë nel 1825: muoiono, colpite entrambe da tisi, le sorelle maggiori di Emily, Maria ed Elizabeth. Abbandonata la scuola, i giovani Brontë continuano la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le “arti femminili”. Nel 1826 il padre, di ritorno da un viaggio, porta una scatola di soldatini ai figli: i soldatini diventano “I Giovanotti”, protagonisti di varie storie scritte dalle sorelle.
Nel 1835 Charlotte ed Emily entrano nella scuola di Roe Head. Dopo tre mesi Emily torna a casa fisicamente distrutta e il suo posto a Roe Haed viene preso dalla sorella minore Anne. Il 12 luglio 1836 Emily scrive la sua prima poesia datata. Nel 1838 entra come insegnante nella scuola di Law Hill, ma dopo soli sei mesi torna a casa. In una lettera del 1841 Emily parla di un progetto per aprire, insieme alle sue sorelle, una scuola che sia tutta loro.
L’anno successivo Emily e Charlotte partono per Bruxelles dove frequentano il Pensionato Heger. Alla morte della zia Elizabeth tornano a casa e ognuna di loro eredita 350 sterline. Emily torna da sola a Bruxelles nel 1844 e comincia a trascrivere le sue poesie in due quaderni, uno senza titolo, l’altro intitolato “Gondal Poems”. Charlotte trova questo quaderno nel 1845 e prende forma in lei la decisione di pubblicare un volume dei loro versi. Emily acconsente purché il libro esca con uno pseudonimo.
Nel 1846 esce quindi “Poems” di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell (Brontë). Nel 1847 vengono pubblicati “Cime tempestose” di Emily, “Agnes Grey” di Anne e “Il Professore” e “Jane Eyre” di Charlotte.
“Cime tempestose” solleva un gran clamore. E’ un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina una sensazione di tensione e ansia mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale. Un libro soffuso di sensazioni forti, inquietanti, che suscitò un comprensibile scalpore e fece scorrer fiumi di inchiostro.
Famosa diventerà la trasposizione cinematografica del 1939, “Wuthering heights” (Cime tempestose – La voce nella tempesta, con Laurence Olivier), tratto dall’omonimo romanzo.
Il 28 settembre 1848 Emily si raffredda durante il funerale del fratello (morto di tisi) e si ammala gravemente. Morirà anche lei di tisi il 19 dicembre dello stesso anno.
Anno di pubblicazione: 1847
Edizione: Einaudi
Pagine: 379
Costo: Ai suoi tempi 16 mila lire
Consigliato: sì, ma non ai deboli di cuore.

Poche settimane fa quasi per caso ho cercato un libro che potesse soddisfare la mia voglia e il mio pseudo bisogno di leggere una storia d’amore e a questo proposito, rovistando tra le recensioni proprio sotto questa dicitura, Cime tempestose veniva descritta senza dubbio come la migliore, o una delle migliori, dai tempi dei tempi, in tutta la storia della letteratura mondiale. Ora, terminata la mia lettura sono fermamente convinta del fatto che definire questo libro non sia cosa di poco conto, e nel caso lo si volesse fare, lo si potrebbe solo ed esclusivamente attraverso delle magiche pinze che minuziosamente scelgano le parole adatte da utilizzare e mettere per iscritto in modo da rendergli totalmente giustizia; tutto ciò per affermare che descrivere questo libro non è una passeggiata nella solitaria e selvaggia brughiera dello Yorkshire in Inghilterra, ovvero il luogo in cui la vicenda è malignosamente ambientata. Ebbene sì, dico malignosamente perché è pressoché impossibile che una brughiera, un luogo arido, secco e privo di vegetazione vera e propria, abbia potuto ospitare una vicenda di tale portata, ricca, in cui i protagonisti si struggono, impazziscono, muoiono per l’Amore, in cui i protagonisti danno gran voce all’odio più spietato, all’indifferenza più maligna, in alcuni casi, insomma, essi possono essere definiti in qualsiasi altro modo tranne che ‘aridi’; ma forse è proprio il terreno che li sorregge a fare in modo che essi nascessero con una natura totalmente contraria alla sua.
Cime tempestose è un romanzo che si districa tutt’intorno alla figura del povero Heathcliff, un trovatello portato nella dimora di Wuthering Heights dal padrone di casa, Earnshaw. Subito il piccolo inizia la sua convivenza coi suoi due figli, Hindley e Catherine, instaurando con quest’ultima, una giovane fanciulla dai nobili portamenti e dalla bellezza innata, un ottimo rapporto che ben presto sfocierà in un tormentatissimo innamoramento. Se con la bella Catherine Heathcliff si trova immediatamente a suo agio, lo stesso non sarà con gli altri membri della famiglia, compresa la servitù, e tanto meno con i Linton, coloro che vivono nella dimora a pochi chilometri dalla loro e con i quali la famiglia ha sempre avuto dei buoni rapporti. Sarà proprio quest’avversione nei suoi confronti che tramuterà il piccolo in un mostro bisbetico e senza cuore agli occhi altrui, diventando ancora più insostenibile quando, dopo il ritorno da una fuga di quasi tre anni dovuta al rifiuto di Catherine, egli troverà colei che era sempre stata l’unico oggetto del suo amore, sposata con Edgar Linton.
Inizialmente ho realmente pensato che questo romanzo parlasse di Heathcliff, ma ora che sono arrivata alla fine non posso non affermare di essere stata una stupida ad averlo creduto: questa non è solo la sua storia, questa è la mia storia, come la tua, come quella di qualsiasi altro essere umano su questa terra; è una storia di sentimenti che contrastano l’aria intorno, quelli che riuscirebbero a farti arrivare su Marte, a farti ridiscendere sulla terra e a farti fare il giro del mondo in due giorni; si parla di passioni viscerali, di odi profondi suscitati da amori ancora più intensi, un sentimento non ne rinnega un altro e ogni cosa si sussegue, inizialmente senza una logica precisa ed è appunto anche senza una ‘giusta’ logicità che i sentimenti in Wuthering Heights si diramano e diventano prorompenti quanto una cascata che si getta con tutta la sua forza nelle acque che l’ospiteranno.

‘Sì, è stata una bugiarda fino all’ultimo! Dov’è ella? Non lassù, non in cielo, non morta… dove? Oh! Dicesti che non t’importava delle mie sofferenze! E io levo una sola preghiera, la ripeterò finché la mia lingua mi si seccherà: Catherine Earnshaw, che tu non possa trovare riposo finché io viva! Dicesti che ti avevo uccisa io; perseguitami allora! Gli uccisi perseguitano i loro assassini, credo. So che degli spiriti hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me; prendi qualunque forma; fammi impazzire! solo non abbandonarmi in questo abisso, dove io non riesco a vederti. Oh, Dio! E’ cosa inesprimibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!’

La stessa ‘illogicità’, lo stesso contrastare tra sentimenti opposti arrivano al lettore diretti, come una spada che trafigge da parte a parte e oltrepassa la carne; il lettore non può non oscillare tra un sentimento d’amore e uno d’odio nei confronti dello stesso personaggio nel giro di mano che intercorre tra capitolo e capitolo.
Ancora, è una storia che ti prende, ti sconquassa come fossi un oggetto inanimato e ti getta nel pavimento, in pezzi, ansimante, tu vorresti chiedere pietà, ma non è la pietà quella che cerchi e ancora un capitolo e poi un altro e poi un altro ancora. Io ho ancora i brividi.

Voto: 8,5/10

Alessandra Mugnai


David Copperfield | Charles Dickens

Titolo: David Copperfield
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens, (Portsmouth, 1812; Gad’s Hill, Kent, 1870), di famiglia piccolo borghese, oppressa dai debiti (per questo motivo il padre andrà anche in carcere), fu costretto a interrompere gli studi e a lavorare ancora adolescente; questa precoce esperienza di umiliazione e abbandono rivive in molti suoi romanzi. Fu commesso e impiegato, poi cronista e collaboratore di giornali umoristici finché diventa improvvisamente uno scrittore di successo con Il circolo Pickwick (1836-37). Dotato di straordinaria inventiva linguistica e narrativa, la sua popolarità aumenta con i romanzi successivi (Oliver Twist, 1837-38; David Copperfield, 1849-50), che uscivano a dispense mensili, legati allo scenario del primo industrialismo e ai suoi problemi sociali, ai gusti melodrammatici e ai pregiudizi moralistici della borghesia urbana, e caratterizzati da un vivo senso dello humour e da una felice mistura di tragico e comico, grottesco e quotidiano. Le sue opere successive acquistarono un tono pi pessimistico e incisivo (Casa desolata, 1852; Tempi difficili, 1854), uno spessore psicologico pi profondo (La piccola Dorrit, 1855-57; Grandi speranze, 1860-61), fino al cupo espressionismo di Il nostro comune amico (1864-65), il suo romanzo più complesso e disperato. A dispetto della straordinaria popolarità dei suoi romanzi, la fortuna critica di Dickens stata piuttosto discontinua; riconosciuto ora il massimo narratore inglese del suo tempo e uno tra i maggiori d’ogni paese, egli creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò i due grandi filoni della narrativa inglese: quello picaresco e avventuroso e quello sentimentale.


Anno di pubblicazione: 1850
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione: Enrico Piceni
Numero pagine: 1111
Costo: 13 euro
Consigliato: Sì

«Di tutti i miei libri» confessò Charles Dickens «amo soprattutto David Copperfield. Nessuono potrà mai, leggendola, credere in questa narrazione più di quanto non vi abbia creduto io mentre la scrivevo.»

Così dovrei scrivere una recensione di David Copperfield. Sì, nulla di strano, se non fosse che forse una recensione di Dickens è perfettamente inutile, o meglio non toglie e non aggiunge nulla a una struttura romanzesca mastodontica e deliziosamente compiuta come quella di cui vi accingete a leggere. Per essere ancora più precisi: Dickens non ha bisogno di recensioni.

Il protagonista del libro è ovviamente David Copperfield, di cui, secondo il tipico canovaccio dickensiano, seguiamo l’iter di crescita dall’infanzia alla maturità, dall’innocenza alla consapevolezza e alla fama. David è attorniato da altrettanto tipici co-protagonisti, che compaiono e scompaiono per poi ricomparire all’interno di queste millecento pagine, e che vengono impressi per sempre dalla penna di Dickens in alcune loro movenze, alcuni tratti del loro aspetto fisico.

Ma mi sembra scontato dire che, al giorno d’oggi (né forse nel 1850), Dickens non si legge per la trama. Oliver Twist, Pip, David Copperfield sono diverse sfumature dello stesso personaggio. Egli si muove attraverso la vita, vede posti, agisce, perde, poi vince. Che noia, verrebbe da dire, e io stessa lo sostenevo, circa duemilacinquecento pagine fa. Ma allora perché si legge Dickens? O meglio, perché si deve leggere Dickens?

Prima di tutto bisogna dirlo, siamo sinceri: leggere Dickens è un piacere. Sì, a volte pare che non usciremo più da tutte queste disavventure, ma sfido chiunque a leggere un romanzo di simili dimensioni e a non trovare venti, trenta, cinquanta pagine noiose. Quel che conta è che le restanti ci sappiano trasportare dalla sorgente al mare, poco importa se con l’irruenza, la violenza di un torrente di montagna o con la freschezza di un ruscello che scorre sotto un piccolo ponte di campagna.  Dickens sa fare questo, prendendosela con calma, senza fretta, dando a ogni vicenda un peso, descrivendo ogni cosa con minuzia e bravura, senza per questo diventare difficile, e anzi rimanendo sempre di una semplicità adamantina, che pure è universale. “Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita”, come disse Orwell.

Beninteso, il nostro autore non è Henry James, non è Tolstoj (col quale pure gareggia in fatto di prolissità), non è paragonabile a nessuno dei grandi romanzieri. Non troverete gli abissi dell’io, la vita nel suo lato terribile, spaventoso o folle. Per questo sono stati inventati altri. Come tutte le figure uniche Charles Dickens è uguale a se stesso. Ma di certo, se sono vere queste due definizioni – “L’artista è creatore di mondi” e “L’artista è creatore di uomini” – allora possiamo farlo rientrare nella categoria che esse rappresentano senza troppa difficoltà o pensiero.

Spesso a scuola ho sentito citare insieme Charles Dickens ed Emile Zola: nulla questi due grandi della letteratura hanno in comune – non la nazionalità e la lingua, non proprio l’età, non il modo di affrontare il magma della realtà, nemmeno la realtà narrata è la stessa – se non la grande forza demiurgica che è capace di innalzare da zero, partendo dalle fondamenta di un foglio di carta, realtà complete, città visibili, concrete, brulicanti di vita, sogni, dolori, felicità. Una cosmogonia.

Su questa materia ha scritto Tomasi Di Lampedusa: “Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare”. Al centro esso domina signora, come un sole, Londra, “che più che una città è una foresta di case […], un quadro nel quale l’artista ha trasformato con la sua visione la realtà in modo da far risaltare mediante l’esagerazione […] i suoi caratteri essenziali. «He made London like a dream» […].”

In David Copperfield a Londra si affianca la più piccola Canterbury, la minuscola Yarmouth, ma sempre, dovunque veniamo portati, diventiamo conoscitori di ogni via, di ogni volto, riconosciamo la casa verso cui ci stiamo dirigendo da lontano, portati da un insopprimibile buonumore.

La comicità di Dickens è l’altra grande arma che egli ha disposizione per tenerci in pugno. Non conosco un altro scrittore che sia così bravo a maneggiare la piuma del riso senza ostentarla – ne conosco solo uno che sa farlo con quella della disperazione, ed è Kafka, ma questa è un’altra storia.

La grande pasta di un romanzo dickensiano risulta, alla fine, indescrivibile come una profonda e interminabile notte d’estate, perché queste pagine ci assorbono, ci tengono tra le loro righe così a lungo che esse non possono non divenirci familiare lungo la lettura. Tutto è scritto con una posatezza e la tranquillità di chi sa ciò che sta facendo e non si lascia sfuggire le briglie della narrazione. Sì, le strategie di Dickens sono le stesse in ogni romanzo, ma questo non toglie che ognuno di essi abbia una sua specificità e bellezza particolare. Le disavventure prima o poi arrivano sempre, ma cambiano i punti in cui sono dislocate. Così qui, in David Copperfield, l’infanzia è ancora un momento di grande tenerezza, dilatato da alcuni viaggi, prima che giungano la morte della madre, il dominato del  minaccioso patrigno e di sua sorella, il Signor e la Signorina Murdstone, con la loro disciplina ferrea e crudele. Bellissimo sarà ritrovare più avanti proprio questi personaggi così enormi all’inizio, nei loro abiti scuri, e trovarli insignificanti, incapaci ormai di fare paura a un ragazzo fattosi uomo.

Per quanto ordinarie possano essere alcune delle figure che abitano il romanzo, esse restano comunque memorabili. Così ecco la zia di David, volitiva, brontolona ma altrettanto spassosa; ecco Agnes, creatura angelica e portatrice di salvezza; ecco Emily, simbolo dell’infanzia più ingenua che non può durare, e forse per questo destinata a una triste disavventura; ecco il signor Micawber, un delizioso briccone perseguitato dalla Fortuna, facile ai melodrammi e a melense lettere chilometriche. C’è Tommy Traddles, un vecchio compagno di scuola e poi di vita i cui capelli rimarranno nei secoli impossibili da domare, perennemente ritti in capo, c’è Peggotty, la bambinaia buona, i cui bottoni della camicetta saltavano sempre. C’è Uriah Heep, questo mellifluo individuo cui pertiene il ruolo di cattivo della storia, che Dickens sa farci detestare già alla sua prima apparizione. C’è la piccola moglie-bambina di David, frivola, una piccola bambola incapace di crescere. E poi c’è James Steerforth, forse il personaggio più complesso di tutto il libro, se non altro il più carico di sfumature: all’inizio Steerforth è il grande amico un po’ fuori controllo, il primo della classe che sembra trasformare in oro tutto ciò che tocca, ma che gradualmente si trasforma in un personaggio schiavo delle avventure fino a rovinare se stesso e gli altri, anche se mai fino a diventare totalmente un cattivo – forse, bisognerebbe dire, solo perennemente giovane. Anche qui, tuttavia, quando la condanna sembrerebbe inevitabile, arriva il perdono finale in cui Steerforth scompare tra le onde, intento ad ammainare le vele di una nave prossima al naufragio, con il suo berretto rosso che spicca nella tempesta. Egli non viene assolto esplicitamente, ma quest’ultima scena è come il suo epitaffio.

Naturalmente la folla del romanzo non si esaurisce qui, ma riportarli tutti sarebbe dispersivo e di certo non utile. Quello che è importante è leggerlo, come piacevolissimo passatempo e come affresco di un’epoca e di un luogo complessi e stupendi. Dickens è certamente legato a quelle coordinate spazio-temporali, ad altrettanto determinati gusti letterari e scadenze editoriali (il Copperfield, come molti altri suoi lavori, veniva pubblicato a puntate mensili su un giornale), ma viene da chiedersi se non sia sbagliato relegarlo esclusivamente in quel passato. Molto di lui è ancora attuale, perché la vita è sempre la stessa, anche se ci vestiamo e parliamo diversamente, e i grandi sentimenti, positivi e negativi, non hanno secolo. Molto di lui potrebbe servire ancora.
Chiara Sandretto

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze
-> Il mistero di Edwin Drood


Il mistero di Edwin Drood | Charles Dickens

Titolo: Il mistero di Edwin Drood
Titolo originale: The mistery of Edwin Drood
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens (Portsea, Inghilterra, 7 febbraio 1812 – 9 giugno 1870), scrittore inglese. Charles Dickens nacque a Portsea nel 1812. Era il secondo di otto figli. Nel periodo della sua infanzia, la famiglia fu costretta a trasferirsi a Londra, dove per Charles iniziò un periodo infelice. All’età di dodici anni venne mandato ad incollare etichette in una fabbrica di lucido da scarpe (la situazione economica dei Dickens era disastrosa a causa dell’incapacità del padre che fu in breve tempo incarcerato per debiti nella prigione di Marshalsea). A quindici anni entrò in uno studio di avvocati come praticante ed iniziò a studiare stenografia, diventando cronista parlamentare. Tra il 1829 e il 1830 si innamorò della figlia di un banchiere, ma la storia si concluse a causa delle differenze sociali tra i due. Iniziò quindi a dedicarsi alla scrittura finché a ventisei anni venne pubblicato sull’Evening Chronicle, in dispense mensili, il romanzo “Quaderni postumi del Circolo Pickwick”, che lo rese famoso nel panorama della narrativa inglese. Nel frattempo aveva sposato Catherine Hogarth, figlia del direttore del giornale. Il 4 gennaio 1842 partì con la moglie per gli Stati Uniti dove visitò (ormai scrittore conosciuto) Boston, Washington, New York e il Mississippi. Tra il 1844 e il 1845 soggiornò a lungo a Genova ed ebbe occasione di visitare anche Roma e Napoli. Fece quindi ritorno in Inghilterra dove si impegnò a dare vita ad un giornale liberale impegnato per la lotta nell’abolizione delle leggi protezionistiche sui prodotti agricoli. Nel 1846, in gennaio, uscì il primo numero del Daily News. I principi guida sarebbero stati miglioramento, progresso, educazione, libertà religiosa e civile, legislazione equa. Dopo soli 17 numeri si dimise però dall’incarico di direttore lamentandosi di essere circondato da incapaci. Il 1848 fu turbato da gravi questioni famigliari e da grandi litigi nella cerchia degli amici. Condusse comunque in porto il progetto di un giornale periodico battezzato Household Words con l’intento di mescolare la narrativa e la polemica contro i mali del suo tempo. Il primo numero uscì nel 1850. I progetti di risanamento edilizio londinesi ne subirono l’influenza. Nello stesso anno Dickens (con Lord Bulwer Lytton) progettò e mise in scena un testo teatrale di ambiente settecentesco “Not so bad as we seem”. La moglie si ammalò ed una figlia morì improvvisamente. Nel 1855/56 visse a Parigi durante l’inverno, trasferendosi in estate presso Boulogne. I rapporti con i famigliari (aveva avuto dieci figli) si andavano intanto deteriorando. Nel 1858 si separò definitivamente dalla moglie mettendo un annuncio sui giornali e accusandola di non aver mai saputo badare ai figli e alla famiglia. Nel 1859 fondò un nuovo giornale chiamato “All the year round” che ebbe strepitoso successo. Negli ultimi mesi del 1865 si recò ancora in America per un giro di lettura delle sue opere. Il suo stato di salute peggiorava giorno dopo giorno. Alla fine gli fu diagnosticato un attacco di paralisi. L’8 giugno 1870 fu colpito da un colpo apoplettico e morì il giorno dopo. Fu sepolto nell’abbazia di Westminster nell’angolo dei poeti (Poet’s Corner). (Fonte: zam.it)
Edizione: Bompiani
Anno di pubblicazione: 1870
Numero pagine: 505
Traduzione a cura di: Pier Francesco Paolini
Costo: 9,50 €
Consigliato: sì, a chi ama Dickens. Lo consiglierei comunque a tutti quelli che apprezzano atmosfere vittoriane tetre e misteriose

Iniziare il mio rapporto “scrittore-lettrice” con Charles Dickens è stato, direi, complicato. Di Dickens, occorre specificarlo sin da subito, non avevo mai letto niente a parte una versione ridotta per bambini del ‘David Copperfield’ del quale però ricordo pochissimo. In effetti, il mio rapporto con Dickens iniziò molto presto ma si concluse con quella ‘ridotta’ lettura. Punto e basta.
Non riesco a capire perché poi, negli anni a seguire, non mi sia mai venuto in mente di leggere dell’altro. Probabilmente ero presa da altre cose, perché altrimenti non si spiega.

Poi, a un certo punto, circa un paio di mesi fa, ho acquistato “Drood”. Chi è Drood è presto detto. E’ il titolo di un romanzo, scritto da Dan Simmons, del quale avevo sentito tanto parlar bene su YouTube. Il romanzo, detto in due parole, tratta della genesi dell’ultimissimo romanzo di Dickens e cioè “Il mistero di Edwin Drood”, romanzo però rimasto inconcluso. Dickens infatti morì e, cosa molto triste, non lasciò detto come avrebbe voluto finire il romanzo, che usciva a puntate sulla rivista letteraria Bentley’s Miscellany. Così prima di iniziare “Drood”, grazie a dei validi consigli, mi sono procurata il romanzo di Charles e l’ho letto, sprofondando nelle pagine, fino a che non sono finite.

 Il romanzo venne pubblicato postumo nel 1870 e, come già detto, l’autore non lasciò mai intendere perfettamente come voleva che esso finisse. La Bompiani (ma non so se anche altre case editrici lo abbiano fatto), ha pubblicato la storia con la conclusione di Leon Garfield, uno studioso dello scrittore inglese. In pratica, è stata attribuita una fine ad un romanzo che, almeno inizialmente, una fine non l’aveva. E probabilmente questo fattore ha sicuramente contribuito al grande successo del romanzo, poiché gli ha dato quel fascino del “non finito” che tanto attrae i lettori di una bella storia come questa. Dal momento che il romanzo non ha una fine certa, molti hanno scritto e teorizzato su di essa. Tutto ciò, vi assicuro, crea facilmente dipendenza (se lo leggerete, ci passerete su delle belle mezz’ore, garantito!).

 Nel titolo è indicato gran parte della storia: c’è un mistero, un mistero che è anche abbastanza ingarbugliato, ad esser sinceri ma che, proprio per questo, riesce a tener alta l’attenzione. E’ vero anche che, essendo pubblicato su una rivista, doveva anche mantenere una certa suspence, per non perdere lettori e, conseguentemente, clienti.

Edwin Drood è un bel ragazzo, un giovane uomo. Ha uno zio, che è più di uno zio perché è anche il suo tutore, John Jasper, un personaggio estremamente affascinante. Egli è il direttore di coro della Cattedrale di Cloisterham, un paesino immaginario, ma è anche segretamente un fumatore di oppio nel West End di Londra. Edwin si reca a Cloisterham , poiché lì abita anche la sua promessa sposa, la bella Rosa, un’orfana accudita in una sorta di collegio, che dovrebbe sposare. Tanti altri personaggi popolano la spettrale Cloisterham, un paese che, ad un certo punto, si risveglia dal torpore per vivere ciò che sta avvenendo.

 Di una storia del genere, parlar troppo non si può per non togliere il gusto della lettura ma ad una lettrice come me, così poco esperta di Charles Dickens, ha fatto venir voglia di leggere tanto altro di suo. Questo posso dirlo. La scrittura di Dickens è meravigliosa, così come quella del suo a me caro collega Wilkie Collins e l’intreccio è talmente ben costruito che si potrebbe perder la pazienza a voler tenere insieme tutti i fili del mistero. E’ magnetico, come pochi libri riescono ad essere.

Insomma, ho un solo consiglio. Leggetelo assolutamente! Lasciatevi coinvolgere dall’aria misteriosa che coinvolge la Cattedrale. Ne vale proprio la pena.

 P.S: e per chi volesse, a lettura finita o meno, la BBC ha prodotto una miniserie in due puntate, chiamata “The Mistery of Edwin Drood” che è veramente, veramente ben fatta. Un po’ diversa dal romanzo, almeno nella fine, ma comunque valida.

 Chiara Coppola

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze 


Notre-Dame de Paris | Victor Hugo

Titolo: Notre-Dame de Paris
Titolo originale: Notre-Dame de Paris
Autore: Victor Hugo
Cenni sull’autore: Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802, terzogenito di un ufficiale dell’esercito di Napoleone. A vent’anni pubblica le ‘Odi e poesie varie’ e sposa Adèle Foucher, che gli darà quattro figli. Il suo esordio nella drammaturgia avviene con ‘Ernani’ (1830), accolto come il manifesto del romanticismo. L’anno successivo esce Notre-Dame de Paris, che ottiene uno strepitoso successo di pubblico. Lo scoppio della rivoluzione, nel 1848, lo induce a interrompere l’attività letteraria per dedicarsi alla politica e all’
impegno sociale. Eletto deputato nelle file della destra, decide poi di abbandonare l’ala conservatrice del partito e di schierarsi con i repubblicani. Nel 1851 cerca di organizzare la resistenza contro Napoleone III, salito al potere con un colpo di stato, ma il progetto fallisce e Hugo è costretto a lasciare la Francia e a riparare a Bruxelles. Nel 1862 pubblica, in esilio, ‘I miserabili’: un trionfo. Con la proclamazione della Repubblica, nel 1870, torna a Parigi, dove continua a scrivere e a battersi in difesa della democrazia e
del progresso. Muore nel 1885: ai suoi funerali partecipano due milioni di persone.
Data di pubblicazione: 1831
Edizione: Corriere della sera – I grandi romanzi
Traduttore: Luigi Galeazzo Tenconi
Numero di pagine: 538
Edizione consigliata: disponibile in edizione Feltrinelli, BUR, Einaudi, Mondadori, Garzanti e altro.
Consigliato: Ni

« Fatto che si abbia il male, bisogna farlo tutto quanto. È da pazzi sperare di fermarsi a un punto qualunque nel mostruoso! Il delitto spinto all’estremo ha deliri di gioia. »

Avete presente quando, al mattino, vi svegliate con le migliori intenzioni e appoggiando il piede sul tappeto vi si stampa in faccia un’espressione di trionfo? Sentite che quella sarà una giornata straordinaria. Sentite che potete fare tutto. Poi infilate le ciabatte, andate in bagno e scoprite, per esempio, che lo scarico non funziona. O dalla doccia viene solo acqua fredda. Poi la caffettiera esplode macchiando tutta la cucina. E per tutto il tempo non potete fare a meno di dirvi, « Io m’ero svegliato con le migliori intenzioni, ma porca puttana ».
Ecco, questa è la triste storia del mio rapporto con Notre-Dame de Paris. Ho divorato la prima metà (a detta di tutti, la più noiosa) in tre giorni; arrivata alla seconda metà (a detta di tutti, la più appassionante) ho cominciato a scivolare per una china di scetticismo, di perplessità, di trasecolamento.
Non nego che Notre-Dame de Paris possa essere, per qualcuno, un ottimo e un piacevolissimo romanzo. Potrà essere il libro preferito di qualcuno. Potrà far ridere e far piangere. E non dico che occorra buttarlo giù dallo scaffale dei classici per far posto ad altro. Dico solo che a me non è piaciuto e vorrei spiegare il perché.

Innanzitutto, non si deve pensare che non l’abbia apprezzato in qualche punto. Anzi, i punti che ho apprezzato li ho apprezzati talmente che mi ero illusa di accecarmi per non vedere tutto il resto.
Quello che più colpisce di Notre-Dame è la grande forza potenziale del suo contenuto. Un contenuto denso come questo – un contenuto di scavo morale e spirituale – sarebbe fiorito, in mano a un altro scrittore, in un bocciolo fresco, sovversivo e profumato da star male. Penso a un Hawthorne, penso a un Dostoevskij, due penne che avrebbero fatto di questo nodo di peccato e perversione una scintilla per scuotere le viscere. Hugo ci prova, niente da dire, ma il tentativo non gli riesce fino in fondo. L’unica figura per la quale valga la pena di leggere Notre-Dame de Paris – vale a dire l’arcidiacono Frollo – avrebbe meritato un approfondimento e una diffusione di sentimento ben maggiori, ben più accurate. Un bravo scrittore, uno scrittore eccellente avrebbe raccolto Frollo, lo avrebbe cullato tra le braccia e, tenendolo sollevato così, gli avrebbe impedito di infradiciarsi la tonaca nel pantano di infidi cliché. Quanto mi dispiace per Frollo, quanto sinceramente mi dispiace per Frollo.
Proviamo a consolarci così: http://www.youtube.com/watch?v=BWCc2w…

Un punto di forza di Hugo è quando si mette in testa di riuscire simpatico. Le scenette comiche, le macchiette, strappare una risata al lettore, questo è quello che gli riesce meglio. Ma in una tragedia non si suppone che sia la cosa che si apprezza maggiormente, no? È tanto bravo nella sua ironia che, anche nel dipingere gli ultimi drammatici istanti, non gli sfugge quel tocco di grottesco che spinge il lettore a chiedersi, « ma mi stai prendendo per il culo? ». Sono consapevole, acutamente consapevole di star dissacrando il sacro e vogliate capire che non lo faccio per divertimento. Lo faccio perché lo penso, il che mi rende ancora più spregevole. Particolarmente riusciti, in questo senso, sono i personaggi del capitano Febo e del poeta Gringoire, due maschioni meschini come non si poteva sceglierli meglio, ma così convincenti e volgari e divertiti dalla propria meschinità che in realtà mi sono sentita di parteggiare per loro. E sono poi loro, nella loro piccolezza, gli unici a non uscirne con le ossa rotte, come se Hugo stesse trasmettendo un velato messaggio subliminale: ‘o siete anime grandi e allora guarda la fine che fate; o siete anime piccine e tonte e allora vivete contente’. A pensarci bene, forse è il messaggio che vuol trasmettere. Se è così, Notre-Dame diventa un affresco tragico della contemporaneità.

Due parole vanno spese sulla tanto celebre Esmeralda. Siamo sinceri: confessiamo tutti di averla vista nel cartone della Disney. Ecco, adesso dimentichiamola. Quella è un’altra storia.
La Esmeralda di questa storia è una donna il cui unico pregio, a dirla tutta, è una grande e sensuale bellezza. Esmeralda è tutta bellezza, nient’altro. Per il resto una foglia sarebbe più spessa del suo spessore psicologico. Ai giorni nostri, Esmeralda sarebbe la ragazzina bella e svampita che fa girare le teste di tutti gli uomini un minimo sensibili – e di tutti quegli uomini ‘sensibili’ che pensano che dietro un bel faccino si nasconda sempre una bella anima. Ma questa ragazzina, che ve lo dico a fare, non è punto sensibile al fascino di nessuna anima grande con cui viene a contatto. Per Esmeralda l’amore della vita deve avere un solo requisito: deve essere bello. Esmeralda ama solo le cose che brillano, perché non ha unghie sufficientemente lunghe per grattar via la patina dalle cose opache. Non so se sia il più sincero e spietato ritratto femminile che sia mai stato dato o la punta estrema della misoginia. In questo senso, potremmo dire che la tragedia al cuore di Notre-Dame è anche un problema di immagine. E, se il cuore di questo romanzo è un problema d’immagine, capiamo anche quale sia il ruolo di Quasimodo.
Per Quasimodo il lettore prova alternativamente pena e disprezzo. Hugo non è tenero con lui. Qualche volta indulge al patetico, ma è sempre troppo schietto per ammettere, « ma dai, anche se sei gobbo, hai un occhio solo, sei sordo, deforme e cattivo, ti voglio bene come personaggio ». Neanche Hugo è così ipocrita per questo. E la mancanza di ipocrisia, c’è da dirlo, è uno dei punti a favore di questo romanzo.

Altre notarelle conclusive. Gli espedienti letterari prevedibilissimi, con travestimenti e agnizioni da tutte le parti. La pesantezza, in certi punti, del giudizio del narratore (caro Hugo, se scrivi un’altra volta ‘la sciagurata’, ti mettiamo dritto dritto sullo scaffale vicino ai Promessi Sposi, aperti sul formidabile inciso ‘La sventurata rispose’!). La critica incapacità di descrivere scene d’azione credibili.
La parte che mi è piaciuta di più? Il capitolo sull’architettura come forma originaria di trasmissione del sapere umano. Quello lo farei studiare nelle scuole all’ora di storia dell’arte.
Se prima pensavate che non avessi tutte le rotelle a posto, adesso potete star tranquilli. Avevate ragione.

Chiara Pagliochini 

 


Guerra e pace | Lev Nikolaevič Tolstoj

Titolo: Guerra e pace
Titolo originale: Война и мир
Autore: Lev Nikolaevič Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”, “Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo “Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Anno di pubblicazione: 1865 – 1869
Edizione: BUR
Traduzione: Leone Pacini Savoj, Maria Bianca Luporini
Pagine: 1468
Costo: 12,90€
-> Consigliato: Assolutamente sì! (ma nei dovuti modi e tempi)

“Si dice: le disgrazie, le sofferenze…” esclamò Pierre. “Ma se adesso, in questo stesso istante, mi domandassero: vorresti esser rimasto quello che eri prima della prigionia, oppure di nuovo, da principio, passare attraverso tutte queste cose… com’è vero Dio, un’altra volta la prigionia e la carne di cavallo! Noi crediamo che, non appena qualcosa ci sbalza fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto: e, invece, soltanto allora incomincia il nuovo, il buono. Fin quando c’è vita, c’è anche felicità.”

Quando consegni due mesi di vita nelle mani di un solo romanzo e tutte le sere è il tuo appuntamento fisso – spegni la tv, accantona il pc, limita le uscite – allora il rapporto che si crea tra te e quell’opera è tutto particolare, una cosa che non riusciresti a spiegare in due parole senza sentirti terribilmente ingiusto. Perché se è vero che quel romanzo l’hai amato e odiato, se è vero che l’hai carezzato e poi hai desiderato scagliarlo sul pavimento e saltarci sopra coi piedi, è anche vero che hai imparato a conoscerlo molto meglio di quanto conosci qualunque altro e, se così si può dire, è anche vero che quel romanzo conosce te. E come, col passare degli anni, si ha sempre di più da raccontare su un vecchio amico e giorno per giorno veniamo sorpresi da qualche inaspettato guizzo della sua personalità, così la mole dei commenti, dei pensieri, delle riflessioni è troppo consistente per ridurla in due parole. Metà delle annotazioni le dimentichiamo strada facendo, alcune ci sovvengono soltanto alla fine, altre le veniamo contraddicendo pagina per pagina e così, cammina cammina, sei arrivato alla fine: la tua conoscenza deborda, si rifiuta di limitarsi a una frasetta. Con questo, l’autore della recensione si viene scusando della chilometricità di quanto segue.

Che cos’è Guerra e pace
Guerra e pace è un romanzo storico ambientato in Russia tra il 1805 e il 1820. Particolare attenzione è rivolta a eventi quali la guerra dei tre imperatori, la battaglia di Austerlitz, l’invasione napoleonica della Russia, la battaglia di Borodino, l’abbandono e l’incendio di Mosca, la precipitosa ritirata dei francesi.
Anche al più lampante idiota salta all’occhio che una descrizione del genere dev’essere completamente inadeguata. Ebbene, proviamo a darne un’altra.
Guerra e pace è un romanzo nel quale gli eventi della Grande Storia si intersecano cogli eventi della piccola storia di due famiglie della nobiltà russa, i Rostov e i Bolkonskij. Mentre la Grande Ruota della Storia avanza su se stessa consumandosi, i Rostov e i Bolkonskij verranno consumando le loro vicende umane, di uomini e donne vitali, disorientati, tutti alla ricerca di un senso che renda giustizia all’esistenza, tutti tesi verso una felicità che vanno ricercando ognuno in una direzione diversa.
Il lampante idiota si arriccia i baffi e dice, embè? Va bene, riproviamo.
Guerra e pace è un romanzo in cui la Grande Storia e la piccola storia si formano alla visione filosofica e metafisica del suo autore. Che cosa sia la storia, come e da chi venga portata avanti, in cosa consista la felicità, il bene, perché c’è il dolore, la morte, esiste o no il libero arbitrio, sono solo poche delle tante questioni che Tolstoj non manca puntualmente di affrontare, consegnando al lettore una filosofia completa e complessiva di enorme portata.
Questa terza definizione piace ancora meno al lampante idiota, che solo alla parola “metafisica” ha fatto una smorfia. Il lampante idiota, nella sua lampante idiozia, ha cominciato a chiedersi dove stia la verità e come in un romanzo possa finirci tutta questa roba insieme. Il lampante idiota ha ragione: la nostra definizione pecca già nell’esordio.
Sì, bisogna essere sinceri col lampante idiota. Ebbene, vi inganniamo. Guerra e pace non è un romanzo. Ahimè, no. Non è un romanzo perché per essere romanzo dovrebbe non essere anche un trattato storico. Non è un romanzo e non è un trattato storico perché per essere romanzo e trattato storico dovrebbe non essere anche un trattato filosofico. Quel che sia Guerra e pace non è facile a dirsi e, se una parola è possibile, allora Guerra e pace dev’essere un universo, un universo staccato dal nostro, con le sue leggi di gravitazione particolari, un universo solido, funzionante, completo, che Tolstoj ci consegna in luogo del nostro. Consegnandoci il suo universo, Tolstoj viene in qualche modo a privarci del nostro. Per due mesi, viviamo altrove, due mesi ospiti della Galassia-Tolstoj.

I personaggi
Come, alla fine di un viaggio, più che i posti che abbiamo visto ricordiamo le persone con cui li abbiamo visti e le disavventure, le risate che li hanno accompagnati, così di Guerra e pace ricorderò i personaggi – le persone – che m’hanno accompagnata nel viaggio più che le tappe del viaggio in sé. E temo d’averlo detto più di una volta, per più di un romanzo, ma mai è giusto e sacrosanto quanto questa volta: che a considerare questi personaggi solo dei personaggi si fa un torto a Tolstoj e a se stessi. Mai quanto in questo caso il personaggio è tanto vero, chiassoso, debordante di vita da non poter più essere figurina di carta. Qualche giorno fa, a lezione, il professore di letteratura russa ha raccontato di un tale internato nei gulag che diceva di essere riuscito a sopportare quella terribile esperienza perché il pensiero gli andava alla famiglia Rostov, all’autenticità di Nataša, Nikolaj, del vecchio conte. E così, se una cosa tanto potente può accadere, se pensare a Nataša può risollevarci da una situazione estrema di prostrazione, lenire la nostra disperazione, allora la giustificazione non possiamo trovarla in una somma di tratti particolarmente convincente.
A volte si è così presi dalle vicende umane di questi esserini di inchiostro e corteccia che si scoppia a piangere da una riga all’altra, senza motivo, perché si è troppo felici o troppo tristi o perché quello che accade a loro accade contemporaneamente a noi, la loro vita è la nostra, anche se tra le due non c’è alcuna somiglianza. A molti potrà sembrare un’esagerazione e confesso che suona un po’ sciocco anche a me che lo scrivo, ma è andata così. Per due mesi ho camminato e mi sono guardata allo specchio e ho pensato a me stessa come se non ci fossi solo io, circondata da un crocchio di fantasmi che mi imponevano i loro pensieri e le loro concezioni di vita. E ho parlato da Pierre, son stata male come Andrej, ho cercato Nataša nel mio riflesso. Ho dimenticato che al di sotto della finzione c’ero ancora io, sono stata leggera.
È impossibile in questa sede dare una definizione o anche solo menzione di tutti i personaggi del romanzo. Per questo motivo ho deciso di sceglierne uno solo, che poi è di nuovo Nataša, e per ogni strada mi sembra di tornare a lei.
Nel film del ’67 la prima apparizione di Nataša avviene così:
Inquadratura in campo medio – il salotto di casa Rostov. La contessa Rostova, il marito e alcuni ospiti tra cui Pierre Bezuchov siedono su poltroncine, prendono il tè, si scambiano pettegolezzi su membri dell’alta società e discutono delle imprese di Napoleone. Al centro dell’inquadratura, una porta chiusa.
Tre raccordi sull’asse – la porta si spalanca e Nataša, tredici anni, un vestito bianco, occhi sgranati e un sorriso quasi innaturalmente teso, entra correndo in salotto. La sua figura è investita da un fascio di luce che proviene dal fuoricampo, oltre la porta, ma che sembra emanare da Nataša stessa e si riversa nel salotto come in un quadro del Caravaggio, La vocazione di San Matteo.
Inquadratura in campo medio – Nataša si stringe alla madre e le sussurra qualcosa nell’orecchio, poi esce sempre correndo dalla stanza. Quando la porta si chiude, cessa il fiotto di luce.
Ora, a parer mio, non c’era modo migliore di introdurre Nataša che questo. Perché Nataša è luce, e questa è la definizione più completa che possiamo dare di lei. Nataša è luce che brilla per se stessa e che al contempo illumina tutti gli altri, facendo dono a ognuno della sua vitalità, della sua luminosità di prospettiva. Grazie a lei, molti altri tornano in vita: il principe Andrej Bolkonskij, il fratello Nikolaj, il conte Bezuchov. Nataša è capace di restituire la forza vitale a chiunque l’abbia perduta, per il solo fatto che la sua forza è così immensa che solo una minima parte le è necessaria. L’altra, può donarla tutta. Ma come il sole non si avvede di illuminare la Terra e non si cura di bruciare il raccolto, di seccare il suolo, di accecare gli occhi, così Nataša, se fa del male, non se ne avvede, non già perché sia cattiva ma perché è centrata su se stessa, non concepisce altri sentimenti che non siano i suoi. Così è Nataša, dilaniata tra impeti di grande generosità e un principio di totale egoismo, il suo egocentrismo essendo spontaneo come quello del sole. Ma allo stesso modo che, con la fine del sole, pure la nostra galassia finirà, senza Nataša la Galassia-Tolstoj collasserebbe, trascinando sul fondo tutti gli altri, impedendo loro di trovare una risposta.

Weltanschauung
Due parole, il minimo indispensabile, vale di spenderle sulla visione del mondo che non solo emerge, ma è continuamente esplicitata dall’autore. Per Tolstoj, l’uomo non può fare a meno di avere coscienza della sua libertà. Egli sente di agire di sua volontà e capisce che, se il suo libero arbitrio fosse annientato, non sarebbe neanche più umano. Ma quando l’uomo è inserito nel corso della storia e, in quanto tale, è trascinato da eventi immensamente più grandi di lui, allora si perviene a una contraddizione insolubile. L’uomo è sì libero, ma nel contempo è schiavo della necessità della storia. Che la storia si svolga in un certo modo e non in un altro appare a Tolstoj la conseguenza di una necessità, di una predeterminazione più alta, che conduce a un certo fine con certi mezzi, e non altrimenti. Non sono l’uomo con le sue azioni né il caso a determinare il corso degli eventi storici, poiché il loro svolgimento è già scritto. L’uomo pensa di guidare la storia, in realtà ne è guidato.
Alla domanda “da chi è ordinato il corso degli eventi?” Tolstoj non offre una risposta netta. Certe volte sembra che sia Dio, “senza il quale neanche un capello cade dal capo degli uomini”, certe volte una necessità che è legge, una necessità che esiste ma di cui non si può capire perché esiste, una sorta di legge di gravitazione universale applicata alla storia.
Il problema fondamentale dell’uomo è che si chiede il perché delle cose. La continua ricerca di un senso lo priva della possibilità di essere felice. Per essere felice, l’uomo non ha che due vie, o smettere di chiedersi “perché?” o rispondere “perché è la volontà di Dio”. Al di fuori di queste due vie, la fede o l’indifferenza, non c’è riposo dall’inquietudine.

The dark side of Tolstoj
Ora, chiunque si accinga a una recensione del genere e voglia nascondere al pubblico quanto Guerra e pace sia al contempo estremamente tedioso e, apparentemente, superfluo in molte sue parti non sarebbe un recensionista onesto. Perché, per il lettore del duemila, Guerra e pace è effettivamente tedioso e superfluo in molte sue parti. L’editor di una qualsiasi casa editrice oggi ne sfronderebbe la maggior parte, per presentarci una vicenda ripulita da tutti i suoi orpelli, dalle descrizioni di avvenimenti bellici estremamente complesse e complicate da visualizzare, da personaggi minori il cui impatto sul lettore risulta solo in un incremento di noia.
Tolstoj è uno scrittore molto diverso dagli scrittori che conosciamo, dagli scrittori di oggi. Innanzitutto, è uno scrittore che non sembra in alcun modo curarsi del suo pubblico. Che il lettore lo segua o no, che si interessi o meno, Tolstoj va per la sua strada, incauto, irriverente, egoista. Elitario, impopolare, anti-democratico, poco rispettoso del giudizio altrui, sono tutte cose che mi sento di dire di Tolstoj senza temere di offenderlo. Perché se, nello scrivere Guerra e pace, Tolstoj immaginava un possibile pubblico di lettori, allora non poteva che visualizzarlo come tanti piccoli, barbuti Tolstoj, tutti ugualmente interessati a ciò che aveva da dire. Ma il lettore medio, no, non è interessato almeno al 60% di quel che Tolstoj dice. Sospira, sbuffa, non vede l’ora di scavallare i capitoli in cui Napoleone ha il raffreddore.
Ma proprio per questo enorme limite di sensibilità e comprensione per il prossimo, Tolstoj si qualifica uno scrittore molto più grande dei suoi colleghi contemporanei. Uno scrittore che scrive quel che vuole scrivere fino in fondo, che non risparmia nulla di quel che vuole dire, che dice quel che vuole dire pur sapendo quanto sarà noioso, che non accetta di prostituirsi ai gusti dei lettori più superficiali, quelli che vanno in cerca solo di belle frasette: ecco, uno scrittore del genere non può definirsi altro che onesto. Tolstoj è questo: l’onestà nella sua forma più cruda, con tutti i limiti (apparenti e non) che l’onestà porta con sé.

E se vi state chiedendo, “ma insomma, questo libro t’è piaciuto così tanto oppure ti sei annoiata così tanto?”, la verità sta certamente da entrambe le parti. M’è piaciuto così tanto nonostante mi sia annoiata così tanto. Sembra una contraddizione insolubile, come quella tra necessità e libero arbitrio, il cui scioglimento sta nell’accettarla come una verità di fede.
Il mio augurio è che possiate, un giorno, prendere in mano questo libro, prenderlo in mano in un periodo libero da impegni, un periodo tranquillo o magari disperato della vostra vita. Il mio augurio è che i suoi difetti superficiali non vi impediscano di vedere quanto sia straordinario nel suo centro, quanto vi possa arricchire non come lettori, ma come persone. Perché Guerra e pace – ormai il lampante idiota ha capito – è questo, non solo un libro, ma una diversaesperienza di vita. 

Chiara Pagliochini


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