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Riccardo II | William Shakespeare

Titolo: Riccardo II
Titolo originale: The Tragedy of King Richard the Second
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: Considerato il più grande poeta inglese, William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564, ma la sua fama ebbe Londra come sfondo. Appartiene al periodo d’oro della cultura anglosassone, cioè a “L’Età Elisabettiana” dal nome della regina del periodo, Elisabetta I. Figlio di un conciatore di pelli e orfano di madre perché affogata in un fiume sul Shakespeare prima della sua fama non si ha alcuna notizia; mancano infatti documenti riguardanti la sua biografia. Non solo la sua storia rimane oscura, anche la cronologia delle sue opere non è molto chiara; si sa comunque di per certo che il suo successo è dovuto al teatro, per il quale ha scritto opere indimenticabili sia in chiave di tragedia che di commedia. Per le tragedie, le opere più importanti e conosciute sono sicuramente “Romeo e Giulietta”, “Macbeth”, “Amleto”, “Otello”, “Giulio Cesare” e “Re Lear”.Per le commedie le più importanti opere sono “La commedia degli errori”, “Molto rumore per nulla”, “La bisbetica domata”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Le allegre comari di Windsor”, “Il mercante di Venezia”, “La tempesta” e tante altre. Un’altra categoria in cui vengono elencate altre opere di William Shakespeare sono i drammi storici in cui troviamo “Riccardo III”, “Riccardo II”, “Enrico IV”, “Enrico V”, “Enrico VI” e “Enrico VIII” ( Fonte: http://cultura.storiagiornalismo.com/william-shakespeare-biografia/ )
Anno di pubblicazione: 1597
Edizione: Garzanti
Traduttore: Andrea Cozza
Numero pagine: 227
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: Sì.

Va bene. Partiamo dalla fine, per approdare all’inizio. L’inizio di cosa? Della mia conoscenza riguardo William Shakespeare.

Il Riccardo II è, forse, la miglior tragedia, la miglior storia letta in questi anni. Non scherzo, è davvero così. Io Shakespeare non lo conoscevo bene. Avevo letto così poco di suo, che quasi mi vergognavo se l’argomento veniva tirato in ballo in qualche discussione. Tutti conoscono “Romeo e Giulietta” e, sinceramente, a me non piacque molto. Rimasi sconcertata da questo, pensando che avevo distrutto un mostro sacro come Shakespeare.

Se fosse stato solo per “Romeo e Giulietta”, il mio giudizio non sarebbe cambiato.

Invece, per fortuna, ho letto il Riccardo II, il primo di una cosiddetta tetralogia composta, a seguire, da Enrico IV parte I, Enrico IV parte II, Enrico V. So che questo commento sarà dettato più che altro dal fattore emotivo, prendetelo così come viene.

Riccardo II era, innanzitutto, un re. Per essere precisi, fu re d’Inghilterra dal 1367 al 1400. Quindi fu sovrano in un periodo denso di cambiamenti, e soprattutto, in un periodo di passaggio. Si passava, infatti, dal periodo (definito a posteriori) medievale, a un periodo definito rinascimentale. E’ ovvio che i cambiamenti storici sono dettati soprattutto da mutati sentimenti, opinioni, concezioni, modi di vita che determinano i grandi periodi storici. Riccardo II vive questo periodo; perciò, probabilmente, il suo potere era piuttosto fragile.

Shakespeare apre la tragedia partendo dalla disputa fra due contendenti, che si accusano reciprocamente di un assassinio. I due uomini sono Thomas Mowbray e Henry, soprannominato Bolingbroke, duca di Hereford, entrambi Pari del regno. Il re dapprima concede loro di sfidarsi in un duello, poi ferma tutto per definire e porre fine alla disputa. Mentre Mowbray viene allontanato definitivamente dal regno, a Henry viene concesso dal re un esilio, di una durata di circa dieci anni, alla fine del quale potrà rientrare in patria (Riccardo ed Henry sono peraltro cugini, fattore importante per lo svolgimento della storia). Ma quando Bolingbroke torna dall’esilio decide, oltre che reclamare le sue terre, precedentemente confiscate dallo stesso Riccardo, di reclamare anche il trono.

Riccardo II è un sovrano che mi ha fatto quasi tenerezza. Come già detto, è un sovrano fragile perché è ancora fortemente legato alla concezione di re imposto da Dio, tipico dell’epoca medievale e non riesce a rendersi consapevole del cambiamento che sta avvenendo attorno a sé. Lui è sovrano perché Dio lo ha voluto, perciò è nel giusto, in qualsiasi azione compia. Non riesce a capire che, oltre a tutto il resto, anche la figura del monarca dovrà cambiare, ponendosi ai sudditi non come un dio sceso in terra (ricordiamo che era anche l’epoca dei cosiddetti re taumaturghi), ma come un uomo, capace di soddisfare e ascoltare i suoi sottoposti e i problemi che li affliggono. Riccardo II non è niente di tutto questo; è poetico, romantico, desolato e malinconico ma proprio non riesce a capire   perché qualcun’altro debba reclamare il suo posto di re, quando c’è già lui ad occupare il seggio regale. Non mi ha fatta arrabbiare, al contrario. Ho trovato molto interessante il suo carattere, il suo modo di porsi e di esprimersi. Il suo essere così fragile, senza riuscire a imporsi mi ha impressionata. Ho provato dispiacere per re Riccardo, complici ovviamente le splendide parole che gli fa pronunciare Shakespeare.

Quindi ad oggi posso dire che, sì, Shakespeare mi ha conquistata.
Chiara Coppola

Sempre riguardo William Shakespeare potete leggere la recensione di:
-> Amleto

 

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Mentre morivo | William Faulkner

Titolo: Mentre morivo
Titolo originale: As I lay dying
Autore:  William Faulkner
Cenni sull’autore: William Cuthbert Faulkner, nato Falkner, è stato uno scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo statunitense, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, autore di opere spesso provocatorie e complesse. Le opere di William Faulkner sono caratterizzate da una scrittura densa di pathos e di grande spessore psicologico, da periodi lunghi e sinuosi e da una cura meticolosa nella scelta dello stile e del linguaggio. Nella pratica stilistica, fu considerato il rivale di Ernest Hemingway, che gli si oppone con il suo stile conciso e minimalista. È stato ritenuto forse l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni trenta: Faulkner si allaccia alla tradizione sperimentale di scrittori europei quali James Joyce, Virginia Woolf, e Marcel Proust, ed è noto per l’uso di strumenti espressivi innovativi: il flusso di coscienza, narrazioni elaborate da punti di vista multipli e salti temporali nella cronologia del racconto.
Traduzione: Mario Materassi
Anno di pubblicazione: 1930
Edizione:  Adelphi
Pagine: 231
Costo: € 10
-> Consigliato: Assolutamente sì!

Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo.

Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, in sole sei settimane, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”.Okay, a questo punto o sei gesùcristorisorto o sei un buffone. Perché un romanzo costruito com’è costruito questo si scrive in sei settimane solo se hai dei superpoteri di qualche tipo. Ora, wikipedia alla mano, proverò ad analizzarlo e a metterci dentro anche le mie impressioni. Che sono molto, molto positive.Partiamo dall’intreccio. È semplicissimo. Siamo nel sud degli Stati Uniti, anno imprecisato, una famiglia di campagna. La madre muore, e il suo desiderio era di essere sepolta lontano dai suoi cari che in vita aveva odiato. Il marito, i figli e la figlia iniziano così un viaggio che dovrà portarli alla cittadina di Jefferson, dove seppellirla.
Il romanzo si apre in medias res, con Chash, uno dei figli, che sta costruendo la bara sotto gli occhi della madre morente.Un intreccio semplice ma architettato splendidamente. Il libro è scritto in flusso di coscienza, i capitoli si alternano con le voci dei familiari che raccontano il modo in cui vedono l’evento della morte della madre/moglie. Già dal titolo – che fa riferimento a un verso dell’Odissea – siamo introdotti nel viaggio funebre del carro e della famiglia, dei suoi segreti raccontati attraverso simboli o accenni a volte poco chiari e complessi da decifrare. Emblematico il capitolo di Vardaman, il figlio più piccolo, che recita solamente la frase “mia madre è un pesce”, perché nato dal mero gesto meccanico della riproduzione. Più avanti si trova invece la frase secondo quale, la madre di Jewel (terzo figlio, nato dall’adulterio) è un cavallo, poiché nato da una passione focosa. In questo gioco di simboli, Darl, il secondo figlio, non ha madre poiché non è mai stato amato da sua madre, in quanto arrivato senza essere desiderato.
Dice il signor Tull (il vicino di casa insieme alla moglie Cora) riguardo a Darl:“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Il tono in cui tutto è raccontato è tragico, drammatico, ma è capace anche di raggiungere vette di comicità e di grottesco incredibili, soprattutto perché non è affatto semplice capire al volo il significato che Faulkner ha messo dietro le quinte. La lucudità è poca. Lo stile è ostico, ma dopo una ventina di pagine ci si fa l’abitudine. La cosa sbagliata da fare è fermarsi per rileggere. Bisogna andare avanti, perché dopo tutto va al suo posto. Con un po’ di pazienza, si arriva a ciò che l’autore vuole dire.

Darl, il figlio non amato, conosce anche i segreti del fratello Jewel e della sorella Dewey Dell. Sopravvissuto alla grande guerra, nei suoi occhi si scorgono le scintille della pazzia. Il fratello Cash ne farà una riflessione che colpisce come un pugno per la sua franchezza: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”.

Ogni personaggio è pitturato come una figura tragica con il suo passato tragico. Il padre ingobbito e senza denti, testardo e coccciuto, anche nel suo amore verso la moglie morta che non ricambiava allo stesso modo. E proprio Addie, la moglie, la madre, che ha dato altri due figli al marito per cancellare Jewel, l’adulterio. Cash, il figlio falegname, la gamba rotta e la meccanica gestualità che gli fa costruire la bara di fronte alla madre morente. Darl, il figlio soldato non amato, pazzo e muto sui segreti del fratello e della sorella. Jewel, che durante le giornate di un’estate sembra stanchissimo perché di notte se ne va di casa a lavorare il campo di un altro uomo per guadagnare dei soldi e comprasi un cavallo selvaggio. Sempre Jewel, nato dall’amore della madre per un altro uomo, l’unico figlio che le madre abbia veramente amato, anche se lui l’amava e l’odiava insieme. Dewey Dell che tiene nascosta la sua gravidanza. Vardaman, il più piccolo, il bambino innocente che assiste allo squartamento di sua madre – il pesce che ha appena pescato – per essere cucinata. Il bambino che vede tutto l’orrore del rito di sepoltura (la decomposizione della madre, gli avvoltoi, il rogo appiccato dal fratello pazzo, la prostituzione della sorella) e che per Natale sogna un trenino rosso visto un giorno dietro una vetrina (“Mi faceva male al cuore come il treno”). La coralità del libro è, nell’insieme, devastante. Ai personaggi della famiglia si aggiungono gli interventi di chi le sta vicino durante il suo pellegrinaggio, come il dottore Peabody.

Un solo capitolo è dedicato a Addie, la moglie/madre morente, che sembra quasi parlare post mortem. “Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura”. In lei e nel suo odio per le parole, prima fra tutte la parola “Amore” che il marito utilizza per descrivere l’atto sessuale, troviamo tutto l’odio di un essere umano per i suoi cari, a partire dal marito e per finire con Darl, il figlio mai voluto. Darl che la vedeva così: “Quella sera trovai la mamma seduta accanto al letto dove lui dormiva, nel buio. Piangeva con violenza, forse perché doveva piangere così, in silenzio; forse perché per lei le lacrime erano come l’inganno, odiandosi perché lo faceva, odiando lui perché era costretta a farlo. E allora capii che avevo capito. Lo capii chiaro e tondo, quel giorno, come quel giorno capii di Dewey Dell”.

Ci sono sconcerto e incredulità nelle persone che la famiglia incontra durante il suo viaggio. Non riescono a credere che stiano facendo tutta quella strada per seppelire una persona. In una scena verso la fine, mentre il carro è fermo in un paesino, c’è tutta la triste realtà del gesto che il padre di famiglia e i suoi figli stanno compiendo. Le donne passano a distanza dal carro con un fazzoletto sul naso, una guardia si ferma e dice a Anse (il padre) di sloggiare. Capitoli prima, un uomo aveva pensato questo: “«Ora che è morta, sarà superiore a certe stupidaggini» dico io. Perché io ai morti porto lo stesso rispetto che gli portano tutti, ma i morti vanno rispettati, e una donna che è morta da quattro giorni il modo migliore di portarle rispetto è di metterla sottoterra il prima possibile. Ma loro, niente”.

Se l’intreccio è semplice, il meccanismo dell’intreccio stesso è più complicato di quanto si possa immaginare. In sole duecentotrentuno pagine si mischiano molte voci e i loro tormenti. Dalla voce più innocente (Vardaman, “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”), a quella più tragica e presente (Darl, che domina su tutti con ben 19 capitoli su 59), passando per l’essere donna troppo presto di Dewey Dell (“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”). [Tra l’altro nella frase appena riportata è descritta la gravidanza in maniera sublime facendo uso di pochissime parole].

Bisogna chiudere gli occhi per trovare – in sintonia fra di loro – l’assurdo, il comico, il simbolico, l’inconcluso e il grottesco che permeano tutta la tragedia. Ma una volta chiusi gli occhi il risultato è meraviglioso.

“Ci vogliono due persone per farti, e una per morire.
È così che il mondo finirà.”

Marco TamborrinoE’ disponibile anche una video recensione su YouTube che potete apprezzare cliccando QUI


I tre moschettieri – Vent’anni dopo, Alexandre Dumas

Titolo: I tre moschettieri – Vent’anni dopo
Titolo originale: Les trois Mousquetaires – Vingt ans après
Autore: Alexandre Dumas
Cenni sull’autore: Fu uno dei più proliferi e popolari scrittori francesi del diciannovesimo secolo. Senza mai raggiungere un grande merito letterario, Dumas riuscì a ottenere grande popolarità prima come drammaturgo e poi come novellista storico, soprattutto con opere come “Il Conte di Montecristo” e “I tre moschettieri“. I suoi romanzi più noti “I tre moschettieri” (pubblicato nel 1844 e messo in scena nel 1845) e “Il conte di Montecristo” (1844), vengono pubblicati a puntate sui giornali, il primo sulla rivista “Le Siècle“, il secondo sul “Journal des débats“. Entrambi riscuotono un successo enorme, tanto da resistere al passare del tempo e divenire classici della letteratura, rivisitati periodicamente dal cinema e dalle televisioni in tutto il mondo. In seguito Dumas pubblica “Vent’anni dopo” e “Il visconte di Bragelonne” (entrambi continuazione de “I tre moschettieri”).  Nel settembre del 1870, dopo una malattia vascolare che lo lascia semiparalizzato, si trasferisce nella villa del figlio a Puys, vicino a Dieppe: qui Alexandre Dumas padre, muore il 6 dicembre 1870. (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1844 – 1845
Edizione: Newton Compton (I tre moschettieri/Vent’anni dopo)
Tradotto da: Luca Premi
Costo: 5€ (fuori commercio)
Numero pagine: 919
-> Consigliato:  Non si può morire ignorando le bellissime avventure di d’Artagnan, Aramis, Porthos e Athos!

I tre moschettieri

Se credessi nella reincarnazione passerei tutta la vita a far la buona solo per chiedere poi all’eventuale divinità di turno di reincarnarmi in un oggetto, ma non in un oggetto qualsiasi, bensì nella penna di Alexandre Dumas. La penna che ha fatto da aiutante al lavoro imponente e magnifico di questo Scrittore che, al pari di un tenore sul palco, è capace di sublimare il lettore con la forza della sua narrazione.
La storia di Dumas ha il sapore del ‘C’era una volta’ condita a sapienza con la forza e la malizia che si possono andare a sommare solo in una storia di eroi, di armi, di donne ammalianti, di menti corrotte, di amicizie fedeli e di tempi in cui farsi mantenere dalla propria amante non era ‘roba da sfigati’, ma ‘roba da moschettieri’.
Ora, provate ad immaginarli. Athos, Porthos, Aramis e d’Artagnan, rivivono attraverso le parole di Alexandre che, con lo sguardo da vero maestro, non ci lascia di che immaginare, ma ci presenta acutamente e profondamente questi signori in casacca, questi realisti, che si muovono scaltri in Parigi e nei percorsi francesi abili nella spada, ambigui in amore, fedeli in amicizia e sempre pronti a giocare un nuovo tiro al cardinale Richelieu.
Ne ‘I tre moschettieri’ non c’è spazio per la mediocrità, i mediocri muoiono sotto il tiro di spada o del destino per lasciare la scena ai valorosi, ai potenti, a coloro che tessono le fila della storia in intrighi di corte. Insomma, l’amante in scena è niente di meno che il duca Buckingham la cui amata è Anna,  Anna d’Austria, la regina in persona. A guardare lo spettacolo di Corte con sguardo fiero, potente, severo e pianificatore è poi Richelieu, il Cardinale che nel 1600 aveva più potere di quanto i grandi leader di oggi possano immaginare. E non aveva nemmeno bombe atomiche e aggeggi simili. Il capriccioso della storia, inetto, incapace è il Re Luigi XIII.
Mai veri protagonisti sono loro, le guardie del re, l’arma dello stimato Di Treville; non si può non sospirare per Athos, e il suo essere tenebroso e introverso, non si può non sorridere alla vanità di Porthos o evitare di provare compassione per il povero Aramis che toglie e indossa casacca da moschettiere per indossare la toga esattamente ogni qualvolta il suo amore lo abbandoni a pensieri più religiosi. Non si può non voler entrare nel libro e non aver voglia di tenere il moschetto a d’Artagnan nelle sue sempre nuove baruffe.
E poi, guardinga come una pantera, silenziosa come la morte quando si avvicina senza dare avviso, maliziosa come solo il genere femminile può aspirare ad essere, arriva lei, Milady, l’ammaliatrice, la seduttrice. L’Eva in Paradiso, la Cleopatra nel deserto, la Circe omerica. Un demone incarnato in donna che fa la spola tra Inghilterra e Francia a dividere le forze del Cardinale e quelle dei moschettieri.
Un accattivante miscela di personaggi esplosivi che, ordendo sempre nuovi piani, in nome di passati amori, e di morti da rinnegare, offre al lettore pagine e pagine di seduzione che volano in un baleno mentre ci si ritrova a fare il tifo per l’un o l’altro partito.
‘I tre moschettieri’ non è un classico. ‘I tre moschettieri’ è un eterno.
Giugno 2011 

Vent’anni dopo

Avete mai provato quella sensazione intrisa di un misto di felicità e inquietudine nell’andare incontro ad amici che non vedete da tanto tempo? Felicità per il ritrovamento, inquietudine per la possibilità di trovare qualcosa di sbagliato, o anche più di qualcosa.
E’ con questo spirito che mi sono decisa a leggere ‘Vent’anni dopo’  a distanza di nove mesi dal primo capitolo della rocambolesca saga dedicata ai noti moschettieri. Ero ansiosa di riaprire le pagine di carta a loro dedicate, quasi che la carta potesse ferire o deludere, riportarmi alla vista i miei eroi magari deformati, sicuramente invecchiati, magari non avvincenti come una volta, eppure la curiosità di sapere che ne fosse stato di loro ha vinto sui timori, e così, dopo quattordici intensi giorni di lettura, mi ritrovo a dire che, se I tre moschettieri è bello, Vent’anni dopo ha in sé tutte le carte per rasentare la meraviglia.
E’ come se Dumas, da un anno all’altro, avesse fatto un ulteriore salto di quella qualità di abile narratore ed intrattenitori che già possedeva, come se fosse divenuto più maturo nella capacità di mettere i suoi lettori al corrente delle avventure dei moschettieri che, se pur invecchiati di vent’anni, sono ancora più forti, ancora più tenaci; insomma, su di essi il tempo ha avuto l’effetto che ha sul buon vino che deve invecchiare per raggiungere l’apice del suo percorso saporoso: un effetto di invigorimento.
Per tutta la lettura avventure e intrighi si susseguono sul palcoscenico della Storia che questa volta non vuole come attori protagonisti Richelieu e seguito, ma Giulio Mazzarino, l’odiato cardinale italiano in Francia, Carlo I e Cromwell, un Anna d’Austria invecchiata di vent’anni e prostrata dal suo popolo che le muove guerra. Sono avvenimenti noti a chiunque abbia studiato la storia europea e che intrecciano loro tutti questi illustri personaggi quelli che da Dumas vengono narrati con tanto stile ed enfasi e sotto il fervore della sua penna divengono ancor più coinvolgenti, interessanti, quasi fanno sperare che il valoroso Carlo I non muoia nonostante si sappia benissimo che fine farà la sua testa. Il merito di questa interessante rivisitazione storica è tutto dovuto alla presenza dei nostri incredibili quattro che ancora una volta daranno mostra del loro valore, ma con più spiragli di dubbio ed egoismo rispetto al primo capitolo delle avventure in cui d’Artagnan e seguito sono rappresentanti fin troppo valorosi, quasi disinteressati rispetto ad un proprio ritorno pur di riuscire a salvare gli interessi della regina. Insomma, vent’anni dopo i nostri uomini sono ormai uomini di affari che non esitano a prendere le parti loro convenienti e in questo cambiamento sta tutta la bravura di Dumas: quando uno si aspetta di sapere già tutta la storia, in realtà ancora non ne sa nulla. Colpi di scena, duelli, donne astute e maliziose serpeggiano per tutta una trama che supera le aspettative del lettore già affezionato facendogli capire che non c’era affatto bisogno di inquietudine, ci sono personaggi che non deludono mai. E con questo spirito sognante e colmo di nostalgia per la conclusa lettura mi avvio ad aspettare il momento più adatto per riaprire la partita leggendo Il visconte di Bragelonne. I personaggi non deludono mai, ma staccarsi da essi in maniera definitiva è uno dei drammi che il lettore deve essere in grado di affrontare.
Quindi il nostro per ora non è un addio, ma un arrivederci, capitano d’Artagnan.

Luana Cau


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