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Le braci | Sándor Márai

Titolo: Le braci
Titolo originale: A gyertyák csonkig égnek
Autore: Sándor Márai
Cenni sull’autore: Fu uno scrittore, poeta e giornalista ungherese. Nato nell’odierna Kosice (1900), in Slovacchia (allora parte dell’Impero austro-ungarico), divenne collaboratore della «Frankfurter Zeitung». Nel 1928 si trasferì a Budapest dove, nel corso del ventennio successivo, pubblicò numerosi romanzi in lingua ungherese (I ribelli, 1930; Le confessioni di un borghese, 1934; Divorzio a Buda, 1935; L’eredità di Eszter, 1939; La recita di Bolzano, 1940; Le braci, 1942) che si soffermano, con prosa musicale, a indagare le pieghe più intime di personaggi che incarnano il malinconico disfacimento della mitteleuropa. Benché premiate dal successo, le sue opere vennero bollate come «realismo borghese» dall’intellighenzia del nuovo regime comunista: nel ’48 Márai fu costretto a lasciare l’Ungheria per stabilirsi – dopo brevi soggiorni in Svizzera e in Italia – negli Stati Uniti. D’indole schiva e solitaria, continuò a scrivere nella sua lingua madre circondato dall’indifferenza, sempre più emarginato.
Una serie di drammi condusse lo scrittore sulla via dell’isolamento. La morte per cancro della moglie e il successivo decesso del figlio segnarono la caduta in un profondo stato di depressione. Màrai si tolse la vita con un colpo di rivoltella, le sue ceneri furono disperse nel Pacifico. La sua produzione, a lungo ignorata o negletta, a partire dalla prima metà degli anni ’90 ha conosciuto uno straordinario successo, prima in Francia e poi nel resto dell’Europa.
Anno di pubblicazione: 1942
Edizione: Adelphi
Traduttore: Marinella D’Alessandro
Numero pagine: 181
Costo: 10,00 €
Consigliato: Vivamente a chi abbia pazienza e voglia di ascoltare le parole scritte;

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?

C’è un aspetto dell’inverno a casa mia molto affascinante. Noi quattro, i miei genitori, io e mia sorella, ci raccogliamo intorno al camino mentre, nella luce accesa del fuoco, attendiamo che il giorno vada a spegnersi del tutto per consegnarci alla benevolenza della notte che concede il sonno. Quando ormai gli altri tre membri si ritirano a letto, io, che soffro spesso e volentieri d’insonnia, rimango a vedere il fuoco che si spegne e rimango a rovistare tra le braci con il mantice, e rovisto un po’ anche tra i miei pensieri affascinata dal mistero dello spegnimento lento tra mozziconi ancora arancioni risucchiati sempre più lentamente dal legno che si fa cenere.
Ed in questo silenzio interrotto da scoppiettio mi ritrovo spesso a confabulare con la mia mente di ventenne pensierosa che parla tutto il giorno e pensa tutta la notte, una volta sola. Ora, è un quadretto abbastanza solito, molti come me subiscono la fascinazione del fuoco nel camino che d’inverno rappresenta un rifugio, ma non mi sarei mai aspettata che settant’anni fa qualcuno avesse scritto un libro sul tema.

Ma Sándor Márai non era prevedibile, era un uomo inquieto, irrequieto, politicamente spossato, padre deluso, vedovo, e quando ha parlato delle braci di cui così infantilmente ho parlato io ha deciso di ambiare il racconto in estate. Pensateci, un libro che si intitola Le braci è ambientato in estate. Perché le braci, come le passioni umane, covano in gran segreto sempre tutto l’anno e nascondono sotto un fuoco ormai spento segreti inestimabili di freddi venuti, passati e pronti a tornare, magari addirittura 41 anni e 43 giorni dopo, come Konrad, amico di sempre di Henrik che un giorno si è dissolto in aria per andare a vivere nei Tropici trascinando con sé risposte che hanno maledetto Henrik che per tutta la vita le ha rincorse senza riuscire ad acchiapparle. E dunque, quando nel bel mezzo dell’estate, torna l’uomo che cela il tuo segreto, tutto si fa freddo e allora si riaccende il camino, il fuoco, addirittura scoppia un incendio che dissotterra le parole ancora non dette e i segreti ancora da svelare.
Un fuoco che come le passioni umane si innalza e giganteggia prima di spegnersi per sempre e diventare cenere.
Il nostro autore ungherese non si è però lasciato scappare quel momento di mezzo, quel momento in cui il fuoco non è più fuoco, ma non è nemmeno non fuoco, perché rimangono ancora le  braci come a voler ricordare che c’è ancora qualcosa di acceso, qualcosa che dev’essere spento, ma non subito, non troppo presto.

Ed è di fronte a questo fuoco non fuoco che i due personaggi intessono un discorso fatto di valanghe di parole da parte di uno e di pochi cenni di assenso da parte dell’altro, decidono di riesumare dalle ceneri ciò che ormai è morto per svelare le parti di un segreto che per quarant’anni ha nuociuto come un cancro invasivo lentamente padrone di pensieri, atti, desideri di vendetta. Sapere la verità, una vendetta inaudibile, una vendetta quasi innocua di fronte alle vendette solite di spade, fucili, tradimenti, spargimenti di sangue, ma se ben ci si riflette forse più infida, perché è una vendetta che pretende dall’altro di parlare, di riesumare, di riaprire ferite mai cucite, ma forse ormai nemmeno più tanto aperte. Ed è intorno a questo desco che si sviluppa la storia del segreto che smette di essere segreto per farsi accusa durante il processo che Henrik impone a Konradin. Un processo informale, fatto di accuse ormai non presentabili di fronte ad un giudice vero, ma mirate a colpire il giudice più spietato che esista, la coscienza; un processo in cui esiste solo l’accusa, perché la difesa si è ormai mostrata colpevole, consumata dalle passioni ha già portato a termine il delitto dal quale non può e non vuole difendersi in nome dell’ego dell’animo umano.

Sto scrivendo come se avessi settant’anni anche io, ma non è colpa mia, è colpa di Márai che con questo stile angoscioso, enigmatico ed elegante ti entra dentro e ti instilla un segreto e ti pone domande che lascia senza risposte in un finale aperto a domande che, in fondo, di risposte, come altre cose della vita, non ne meritano.

Ho una sola altra cosa da dire riguardo Le braci: questo libro mi ha incantata.

Luana Cau 

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Primo Club del libro di Poesia

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare
che è un’anima al cospetto di se stessa.
(Emily Dickinson)

Siete dei lettori onnivori, desiderosi di spaziare dalla narrativa alla saggistica per approdare, poi, alla poesia?  Siete dei lettori ansiosi di parlare con qualcuno dei versi che più vi hanno scosso il cuore? Siete dei lettori che amano la sperimentazione, e desiderano sondare il fondale del Mar dei Poeti, scovando quelli più affini alla vostra sensibilità? Allora questo Club fa per voi!

Dopo il Club del libro di Narrativa, attracca al molo della pagina “Un buon libro, un ottimo amico” il nuovo, nuovissimo Club del libro di Poesia. La modalità di partecipazione è simile a quella prevista per la narrativa: ci saranno delle gare di citazioni e i vincitori potranno proporre un titolo di una raccolta poetica che parteciperà all’estrazione finale. La gara sarà basata su citazioni in versi e, come al solito, la citazione che raccoglierà più “mi piace” sarà la vincitrice. Verranno svolte cinque gare, poi si procederà all’estrazione.

Tenete pronte le vostre cartuccere di versi, e vincano i migliori!


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