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Un giorno perfetto | Melania G. Mazzucco

Titolo: Un giorno perfetto
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: BUR – extra (2009)
Numero pagine: 409
Costo: 12.9 euro
-> Consigliato: non troppo, sopratutto a chi non ha mai letto la Mazzucco e potrebbe farsi un’idea sbagliata di questa scrittrice

Consapevole, subito, senza scampo, di non voler rivivere quel passato né fuggire in un qualunque futuro. Di non volere una donna nuova, una vita nuova. Voglio stare con te dove sono già stato. L’unica novità che cerco: tornare con te.

Il giorno non è perfetto, e il libro neppure. Se mi ero abituata a venerare la Mazzucco e a leggere qualsiasi sua cosa come se fosse la cosa più bella scritta al mondo, mi devo ricredere: così come i tuoi migliori amici ti deludono, a volte, gli scrittori che preferisci, scrivono cose che non potrebbero piacerti affatto. E questa è una di quelle volte, e la forte delusione di fine lettura mi spinge a scrivere una riflessione su questo libro, poiché è troppo facile dire ‘è bello’, è un po’ meno facile spiegare perché non sia bello.
Partiamo dall’ossatura del libro. Lo schema è intrigante: 409 pagine volte a raccontare un solo giorno, in cui i capitoli si suddividono tra Notte, Mattina, Pomeriggio e Sera e si chiamano con i nomi delle ore. Il giorno rappresentato è uno fatidico, non uno a caso, uno di quelli che spezzano la routine quotidiana, il continuo inseguirsi delle ore, uno di quei giorni che nascono come tutti gli altri, ma che finiscono per cambiarti la vita. Si dice in giro che il giorno perfetto sia il matrimonio, beh, in questo giorno perfetto hanno la meglio solo matrimoni distrutti, in caduta libera o già caduti e frantumati in mille pezzi, matrimoni i cui cocci taglienti vengono raccolti dalle solite vittime innocenti: i figli. Si seguono parallele, ma con disastrosi incroci, le due storie di Antonio e Emma, e di Elio e Maja, rispettivamente una coppia di condizioni modeste e la famiglia di un onorevole. Antonio poliziotto ossessionato da una moglie che lo ha abbandonato strappandogli via i figli, Elio, suo protetto di scorta, ossessionato dalle elezioni imminenti, ignaro dei reali desideri e pensieri di una moglie troppo giovane. E si avvinghiano a queste quattro figure centrali figli adolescenti ormai incomprensibili, professori omosessuali, figli anarchici e impegnati a far saltare in aria un McDonald’s per espurgare il mondo dalle multinazionali e così a seguire.

Ora, non per dire, Melania, ma la d’Urso o come si chiama lei, durante il pomeriggio a quel programma idiota, sa fare di meglio. Tira fuori storie simili reali, o presunte tali, che fanno piangere gli spettatori che nonostante la crisi, di soldi, di valori, nonostante tutte le cose belle e intelligenti del mondo, hanno tempo di stravaccarsi sul divano a farsi ciucciare il cervello da queste porcherie.
La fiere della banalità. La fiera degli stereotipi. Una contrapposizione perbenista e finta tra ricco e povero. Tra dominante e sottomesso. Una contrapposizione ancora più inverosimile quando questi due mondi si intersecano e accettano e si innamorano e, dai, ma dove s’è mai visto? Se le prime ore di questo giorno perfetto mi hanno incollata alla lettura, con il muoversi delle lancette sempre più mi sono sentita presa in giro da te, la stessa autrice di ‘Vita’, un libro così irrompente e affascinante, ricco e ben gestito, non sembri neanche più la stessa scrittrice. O forse sono io che in questa saga di dolore familiare non ho potuto far altro che riconoscere quei classici luoghi comuni che fanno commuovere quest’Italia di disperati e naufraghi nella propria vita.

Alcuni passi, alcune descrizioni mi riempivano il cuore, ma il susseguirsi dei fatti e delle cose impossibili a credersi mi hanno convinta che stavo sprecando tempo a leggere una lettura risparmiabile e rintracciabile in qualsiasi fatto di cronaca all’italiana. Sarà che sono entrata in un’ottica giuridica, ma a leggere di quanta esaltazione del fatto con tutti i vicini là affacciati, mi sono infastidita. E non solo con te, cara Melania, ma con questa mentalità della fascinazione da morte, da omicidio di quello che, il mattino prima, aveva detto ‘Buongiorno, signora’. E poi, sono rimasta offesa dalla rappresentazione dell’adolescenza, così banale, così ormai trita, insomma, è un libro di sette anni fa, e io sette anni fa avevo l’età di una delle ragazzine che hai messo dentro al libro e se potevo ritrovarmi in quel sentimento d’estraniazione tipico di chi si vede crescere o, peggio ancora, rimanere bambina in mezzo ad un mondo di amiche cangianti e mutevoli, poi ho smesso quando hai assunto i toni da Federico Moccia. Banalizzando, stereotipizzando, sorvolando su troppi aspetti importanti di quelli che compongono un’età così difficile e affascinante.

Insomma, arrivata alla mezzanotte di questo giorno imperfetto mi è sembrato di aver letto solo un miscuglio di personaggi inverosimili invischiati in situazioni ancora più inverosimili (il professore omosessuale che smette di essere omosessuale per interessarsi alla mamma perduta e sensuale di una ragazzina quattordicenne bisbetica e arrogante) che si parlano in modo inverosimile. E non ho capito a cosa dovesse portare tutto questo dolore, perché lo vorrei almeno teleologico questo dolore, motivato, greco, sublime, e invece no: mi piazzi lì un finale aperto che non mi dice se questi poveri cristi inverosimili riusciranno a riscattarsi dalle loro vite e dalle storie che gli hai affibbiato.

Se c’è una cosa che posso salvare, che si salva da sola, sempre e comunque, nei secoli dei secoli, è la bellissima immagine di Roma che fuoriesce dalle tue parole. “Ma cos’è, Roma? (…) Roma si fa amare esattamente come una donna, perché ti piace, perché stai bene con lei, perché ti capisce, ti accoglie e ti risponde. Perché, malgrado i difetti e le mancanze che rendono irregolare la sua bellezza, quella bellezza supera ai tuoi occhi tutte le altre”. Ecco, in queste descrizioni di una delle città che amo più al mondo ho ritrovato quello che di te mi ha affascinata: il potere col quale dirigi le parole. Ed è per questi barlumi di bello scrivere che continuerò a leggerti nonostante questo piccolo screzio che mi ha fatto. Il giorno non perfetto è finito. Facciamo così. Andiamo a dormire, e non pensiamoci più.

Luana Cau

Sempre riguardo Melania Mazzucco potete leggere la recensione di:
-> Vita
-> Il bacio della Medusa

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Il diavolo, certamente | Andrea Camilleri

Titolo: Il diavolo, certamente
Autore: Andrea Camilleri
Cenni sull’autore: E’ nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Ha sin da giovanissimo la passione per il palcoscenico ed inizia a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena oltre cento titoli, molti dei quali di Pirandello, da “Così è (se vi pare)” nel 1958 a “Ma non è una cosa seria” nel ‘64, fino a “Il gioco delle parti” nel 1980. E’ stato il primo a portare in Italia il teatro dell’assurdo di Beckett (“Finale di partita”, nel 1958, al teatro dei Satiri a Roma e poi nella versione televisiva interpretata da Adolfo Celi e Renato Rascel) e di Adamov (“Come siamo stati”, nel 1957), ha rappresentato testi di Ionesco (“Il nuovo inquilino” nel 1959, “Le sedie” nel 1976), ha rappresentato i poemi di Majakovskij nello spettacolo “Il trucco e l’anima” (1986).
E’ stato autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la TV; ha inoltre prodotto diversi programmi televisivi, tra cui un ciclo dedicato dalla Rai al teatro di Eduardo e le famose serie poliziesche del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Ha insegnato, in vari periodi, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. I suoi primi racconti sono stati editi da riviste e quotidiani, quali “L’Italia Socialista” e “L’Ora” di Palermo. La sua opera narrativa d’esordio, “Il corso delle cose”, è del 1967-68, ma ha visto la luce solo dieci anni più tardi presso l’editore Lalli.
Nell’80 è apparso, per i tipi della Garzanti, “Un filo di fumo”. Seguono, per Sellerio: “La strage dimenticata” (1984), “La stagione della caccia” (1992), “La bolla di componenda” (1993), “La forma dell’acqua” (1994, che segna l’esordio del commissario Montalbano), “Il birraio di Preston” (1995, generalmente riconosciuto come il suo capolavoro), “La concessione del telefono” (1999). Ancora con Sellerio ha pubblicato gli altri romanzi del ciclo Montalbano, mentre per Mondadori sono usciti i racconti di “Un anno con Montalbano” (1998), “Gli arancini di Montalbano” (1999) e “La paura di Montalbano” (2002), oltre a quel “La scomparsa di Patò “(2000) che riprende il filone dei libri “storici”.
Dopo un successo che non ha precedenti (sei milioni e mezzo di copie vendute soltanto in Italia, 120 traduzioni in tutte le lingue), continuano le inchieste del commissario Montalbano con “Storie di Montalbano” (2002). Il volume, che fa parte della prestigiosa collana dei “Meridiani”, raccoglie tutti i romanzi ed una selezione di racconti, ov’è protagonista assoluto il celebre poliziotto creato dalla fantasia di Andrea Camilleri.
Nel 2003 esce per Sellerio la genesi de “Il giro di boa”, nel quale Camilleri presenta un commissario Montalbano più deciso a dare un “cambio di rotta” alla propria vita. Nel 2004 esce “La prima indagine di Montalbano” e il secondo dei due “Meridiani” “Romanzi storici e civili” dedicati all’opera di Andrea Camilleri. Il volume (curato dal critico Salvatore Silvano Nigro, che firma pure l’ottima introduzione) raccoglie i nove romanzi d’ispirazione storica e civile dell’autore, ambientati in Sicilia in un periodo – con l’eccezione de “La presa di Macallé”, che si svolge in epoca fascista – compreso tra la fine del Seicento e l’Ottocento.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Mondadori
Pagine: 169
Costo: 10euro
Consigliato: sì, se si vuole una lettura fresca, leggera e piacevole

Ho aperto questo libro credendo di trovarci una storia, una storia sola, fatta di avversità e di sconfitte che il ‘diavolo’ (così come dice il titolo) non può non porre dinnanzi a tutti noi durante l’arco di questa nostra dolceamara esistenza, ma ne sono rimasta delusa. In compenso però, ho avuto per meno di ventiquattro ore una serie di storie l’una dietro l’altra per trentatre volte, ognuna di tre pagine ciascuna che mi hanno fatto dimenticare la delusione iniziale. Si tratta di racconti di vita di tutti i giorni, molti altri più improbabili e meno ‘ordinari’, storie di donne e uomini innamorati, storie d’amore passionali, viscerali, di matrimoni felici e di altri che col tempo vanno infelicemente distrutti, storie che inevitabilmente mettono in risalto le vittorie più attese e sperate ma sopratutto quelle più avvincenti e inaspettate, le sconfitte più deludenti, le menzogne più spietate, vi troviamo, inoltre, il ritratto delle bassezze, dei vizi, della perfidia che, alle volte, è caratteristica innata nella natura umana, storie che iniziano da una normalità quasi noiosa e che vanno a sfociare nell’assurdo, ciò che inizialmente è considerata dal lettore come una storia del tutto priva di elementi strani e sorprendenti cambia, attraverso l’incredibile abilità dello scrittore, in un attimo e quella normalità che ci sembrava tanto noiosa inizialmente non c’è più: così, come per magia, ci è stata sottratta e noi, come dei veri e propri pesci lessi, rimaniamo col libro in mano e ci chiediamo come Camilleri abbia potuto far finire in quel modo quella che sembrava la più normale delle situazioni. Risvolti, colpi di scena, oserei chiamarli ‘cambiamenti’, che se ci si pensa bene non sono del tutto infondati ma che la vita, perfida puttana, continua a somministrarci ogni qualvolta le cose sembrano andare per il verso giusto.
Ma la domanda che sistematicamente sorge spontanea, alla fine di ogni racconto, è: ma per opera di chi tutto ciò è avvenuto? Chi è stato il terribile autore di questa scena così meschina? E la risposta non può che essere una: la vita…ehm, il diavolo, certamente!

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai


Vita | Melania G. Mazzucco

Titolo: Vita
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 2003
Edizione: BUR – Scrittori contemporanei (2009)
Numero pagine: 475
Costo: 10€
-> Consigliato: a chi ama i romanzi corposi, ridondanti di belle parole e le saghe familiari

Di recente ho avuto in lutto in famiglia: uno dei capostipite, ormai giunto alla veneranda età di 96 anni ci ha lasciati in silenzio, così come in silenzio stava ormai conducendo la sua esistenza. Eppure, chissà quante cose aveva ancora da dire, quante cose non ha detto e invece sarebbero potute essere per noi dei tesori. Ma per effetto della provata teoria secondo cui capiamo il valore delle cose solo quando non le possediamo più, credo di aver capito troppo tardi, solo di fronte all’unico evento irrimediabile della vita, cosa si stava perdendo. Nel tessuto familiare si stava creando un buco, una voragine quasi centenaria, non solo di affetti, ma anche di parole, di racconti, di esperienze, di tradizioni e leggende del nostro piccolo clan in cui tutti i maschi, per rispetto, portano lo stesso nome.
Veniva a mancare non solo l’affetto, la figura ormai trisavola, veniva a mancare anche una parte della storia. Così quando mia madre mi ha chiamata per darmi la notizia io sono rimasta impietrita, e mi sono sentita come se avessi sprecato un’occasione, l’occasione di sapere da dove venissi, e visto quanto è difficile sapere dove stia andando, un’occasione d’oro, che mi fornisse almeno una parte della cornice del quadro. Così, quando ho iniziato a leggere ‘Vita’  di Melania Mazzucco, mi sono sentita come se qualcuno mi stesse inviando un segno, o forse un ammonimento, un ‘così impari’.

La Mazzucco infatti ha realizzato su carta quello che è sempre stato un po’ un mio desiderio segreto: partire dalle fronde per arrivare alle radici, sfrondare l’albero genealogico per arrivare a capire dove sorga l’acqua che ha fatto di modo che tramite combinazioni imperfette, casualità e coincidenze io giungessi a vivere dove vivo, figlia dei miei genitori e sorella di mia sorella.
Armata dei ricordi del padre, di un prozio non più vedente, ma ancora capace di riesumare episodi e storie, questa scrittrice di sconfinato talento ha fatto della sua storia di famiglia un romanzo in cui a volte i personaggi sono dotati di super poteri solo come accade nelle saghe famigliari talmente ataviche e polverose che tutto prende il sapore della leggenda, della possibilità, dell’incertezza e del bisogno di ricostruire ad ogni costo, anche prendendo per buone quelle parole che attengono all’invenzione, non alla realtà storica.

Parte da Minturno, prende una nave per l’America e, con Diamante e Vita, due ragazzini di 13 e 9 anni sbarca, agli inizi del Novecento, nella terra dove tutto è possibile, di cui basta il nome ad evocare occhi sognanti, orizzonti e porte aperte per tutti: l’America.
Ma davvero si tratta di ciò, di un Paese aperto a tutti? E’ fondata la leggenda che vuole che gli immigrati senza un soldo in tasca potessero arrivare in America e passare dal ‘barbonaggio’ all’imprenditoria? Questo romanzo, in 475 pagine, risponde a queste domande in modo pungente, toccante, restituendo ai figli del 2000 una realtà ben diversa da quella che si crede di poter trovare.
Insomma, le cose agli inizi del Novecento, se eri italiano, non andavano proprio bene. A volte diventavi ricco, certo, ma poche volte. Le altre diventavi mafioso, collaboravi con la criminalità organizzata, facevi i lavori che nessun altro voleva fare, raccoglievi un dollaro al giorno per 16 ore di lavoro nelle quali costruivi le ferrovie, sì, ma le costruivi per gli americani. Se eri italiano, nel 95% dei casi eri un alienato, nel senso più stretto del termine secondo cui davi la tua vita, la tua salute a costruire qualcosa di cui non avresti mai goduto. Se volevi essere onesto. Se non volevi essere onesto bastava freddare qualcuno in attesa che qualcuno freddasse te, nella grande America aperta per pidocchiosi, ma non per tutti, che ti rimandava indietro se non avevi gli occhi che vedevano.

E’ così che la Mazzucco mi ha attratta nel suo libro, nelle viscere della sua storia, restituendomi qualcosa che non appartiene solo a lei, restituendomi il ritratto di un Paese che è anche il mio: un Paese che non sa dove va, che non si vuole ricordare da dove è venuto, dove è andato. Un Paese che rigetta l’immigrazione senza ricordarsi i tempi in cui senza di essa non sarebbe sopravvissuta. Senza ricordarsi di quando nell’ultimo carro, stipati come sardine, c’eravamo noi, gli italiani. I mafiosi. Quelli che non imparavano l’inglese nemmeno dopo anni di ‘sogno americano’.

E poi, oltre questo sentire comune, questo percorso di infamia comune, c’è la storia personale di Melania Mazzucco vera sino ad un certo punto, favola oltre questo in cui si confonde una storia d’amore struggente, troncata dal destino e che suona così lontana in un mondo in cui sai sempre dove si trovano le persone che ti interessano, con chi sono, cosa fanno, a che ore si sposteranno grazie a mezzi di comunicazione la cui inesistenza faceva perdere due amanti in un continente troppo grandi per ritrovarsi.
Il titolo è dedicato solo ad uno dei due personaggi, è dedicato solo a Vita, figura di grande imponenza, maliziosa, forte, contraddistinta da una volontà di ferro, dalla fermezza di nervi, una donna alla Mazzucco, come già ne avevo conosciute leggendo Il bacio della Medusa. Vita ce l’ha fatta, è diventata ricca, ma solo per la sua capacità di vivere nel presente, di prendere per buono quello che c’è strappandogli tutta la positività possibile e opponendola alle angherie di una vita in cui Diamante non c’è più. Mentre Diamante sta portando l’acqua, facendo il waterboy, il lavoro dei più umili, il lavoro degli sfruttati, pensando a come togliere Vita dalla mondezza della strada. In un continuo allontanarsi, ritrovarsi, prendersi, senza mai davvero lasciarsi, ballano questi due personaggi sul teatrino di un amore focoso, ma incerto, con grandi progetti, ma poche speranze, di grandi dolori che lacerano l’anima di Diamante Mazzucco, nonno della talentuosa scrittrice.

Si saldano in questo romanzo la platealità della storia di una generazione, e l’intimità degli eventi di una famiglia, il tema della ricerca che spinge tutti i personaggi di questa storia a buttarsi nel passato, in terre antiche, l’incapacità di arrestarsi in pace sinché tutto non è ritrovato e rimesso al proprio posto. Ed è inutile dirlo, ritrovare è quasi sempre impossibile. Arriva la Grande Guerra, la televisione, i nuovi figli, e le parole si perdono, gli eventi si confondono, le carte si perdono sin quanto un cuore curioso non decide di ritagliarsi il suo posto, di ricercarsi. E’ stata questa l’operazione di Melania Mazzucco che le ha fruttato il premio Strega, un’operazione che è  un tentativo di riordinare, di aggrapparsi anche con le grinfie agli ultimi brandelli di una storia che è la propria, ma ormai troppo labile.

Ancora una volta, sul finale, ho sentito quel brivido di nostalgia, quei brividi che solo i grandi scrittori ti sanno regalare.
Il brivido di aver capito che sei al capolinea: saltare giù dal treno, giunti a destinazione. E Melania Mazzucco ci riesce sempre, a relegarmi in queste storie melanconiche e avvolgenti che poi, lo so già, non mi lasceranno in pace per mesi. Se non anche per anni.

Luana Cau 

Di Melania Mazzucco potete leggere anche la recensione di:
-> Il bacio della Medusa 


Bianca come il latte, rossa come il sangue | Alessandro D’Avenia

Titolo: Bianca come il latte, rossa come il sangue
Autore: Alessandro D’Avenia
Cenni sull’autore: Alessandro D’Avenia è nato il 2 maggio 1977 a Palermo. Dopo aver frequentato il liceo classico si è trasferito a Roma per seguire l’università alla facoltà di lettere classiche a La Sapienza. Nel 2000 Alessandro si è laureato in letteratura greca e ha vinto anche un dottorato di ricerca all’università di Siena in Antropologia del mondo antico. In seguito ha cominciato a insegnare per tre anni di scuola media e successivamente ha cominciato ad insegnare anche al liceo.
Ha scritto due romanzi, Bianca come il latte, rossa come il sangue, uscito nel 2010, da cui è stato tratto un film nel 2012, e Cose che nessuno sa, pubblicato l’anno successivo.
Anno di pubblicazione: 2010
Edizione: Oscar Mondadori
Numero pagine: 254
Costo: 16,00
-> Consigliato: sconsigliato.

 

Mi siedo sulla poltrona del salotto di casa e inizio questa lettura come una qualsiasi altra persona inviata in un luogo conosciuto da ‘tutti’ e amato da troppi; ragion per cui mi ci siedo con tutti i buoni propositi, consapevole del fatto che mi sto per dirigere verso una lettura più che piacevole. Scorrendo le prime pagine mi accorgo che la poltrona è un po’ troppo scomoda, o forse si tratta di un libro a dir poco noioso? Non ci sono aggettivi per descrivere questo libro; esatto, un libro indescrivibile ma non nel senso propriamente positivo del termine. Potrei riuscire, forse, a catalogarlo sotto la dicitura ‘libri giovanili’.

Leo è un ragazzo di sedici anni come tanti, amante del calcio e della musica, non nutre certamente una passione sfrenata verso la scuola e, ovviamente, lo studio. L’unica motivazione che lo spinge a dirigersi verso quell’edificio terrificante è Beatrice, una ragazza dalla bellezza innata che frequenta il suo stesso liceo e di cui, come tutti già avrete capito, è ‘follemente’ innamorato.

No, il libro che state per leggere, non è un libro che narra di una storia d’amore tra i due; D’Avenia ci allieta con quelli che sono i caratteri tipici della sentimentalità di un ragazzino di sedici anni (pensate un po’ che il suo modo di scrivere appartiene proprio a questo mondo ‘giovanile’).

“I fumetti sono muti, nonostante i loro colori. Lo stereo è muto, perché non ho voglia di accenderlo. Il pc è muto, perché quello schermo, così profondo da averci dentro il mondo intero se lo guardi è solo uno schermo piatto. E ti chiedi come faccia a contenere tutto quel mondo, tutto quel mare, se è così piatto.”;
“Il T9 non ha la parola Dio, il che dimostra che Dio non esiste”.

No, non avete appena partecipato alla sagra delle banalità, ma ho appena voluto riportarvi degli esempi palesanti la mia impressione già ribadita precedentemente sulla ‘pochezza’ gravante sulla quasi totalità del suddetto libro.

Ciò nonostante, mi ha estremamente colpita il fatto che siano stati citati grandi nomi della letteratura italiana e non, quali Dante Alighieri e una delle sue opere a mio parere più imponenti quale la Vita Nova, Friedrich Nietzsche viene ugualmente citato durante un monologo interiore del ragazzo protagonista e, ancora, vengono riportati indirettamente dallo scrittore attraverso dei dialoghi in lungo e in largo all’interno di tutto il corpo del libro titoli quali L’attimo fuggente, film di Peter Weir e altri nomi quali Ray Bradbury e, musicalmente parlando, Coldplay. Allusioni e cenni dai quali il lettore può indubbiamente prendere spunto.

Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è quello del significato metaforico del bianco e del rosso che ricorre sistematicamente quasi capitolo per capitolo: rosso che sta per amore, passione, gioia, letizia, beatitudine, colore che inevitabilmente va ad incontrarsi con quello dei capelli della Beatrice di Leo, bianco che sta per vuoto, per tristezza interiore dovuta alle molteplici situazioni difficili che gli esperti della vita ci hanno posto innanzi. Un bianco che mi ha ricordato (e ora direte che sono pazza) lo Spleen di Baudelaire, ergo ‘le mal du vivre’, il male di vivere, l’angoscia e il malessere esistenziale che affligge l’uomo sin dall’inizio della sua carriera in questo mondo.

Insomma, un libro semplice e scorrevole sicuramente adatto a tutti coloro che, giovanissimi, hanno appena iniziato la loro carriera da lettori; un libro che grazie agli spunti sopracitati può riuscire a indirizzare il lettore verso ciò che definisco la ‘retta via’.

Perché, stando a ciò che dice Kafka: Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?
Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio. Un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

A voi le conclusioni.

Voto: 5/10

Alessandra Mugnai


Tu, sanguinosa infanzia – Michele Mari

Titolo: Tu, sanguinosa infanzia
Autore: Michele Mari
Cenni sull’autore: Mari è nato a Milano nel 1955. Ha scritto romanzi, raccolte di racconti e saggi, e il punto di forza della sua produzione letteraria è lo stile, lirico e ben studiato.
Anno di pubblicazione: 2009
Editore: Einaudi
Numero pagine: 129
Costo: 13,00€
-> Consigliato: A tutti coloro che ricordano di essere stati bambini.

 

 

“Ma tu insistevi, e quando hai addolcito il tuo sguardo di quella luce speciale che mi riconosce uguale a te io non ho più avuto difesa.”

 

Il titolo è tutto un programma, e può lasciare interdetti: Tu, sanguinosa infanzia. E perché mai l’infanzia dovrebbe essere sanguinosa in un paese come il nostro, dove i bambini hanno tutto? Dopo aver letto questa breve raccolta di racconti, lo capirete. Mi è stata consigliata durante un corso di traduzione, perché uno dei racconti parla di questo argomento, ma ci è stato detto di leggerlo soprattutto perché Michele Mari sa scrivere. Sa scrivere maledettamente bene. Non leggo molto spesso autori italiani, ma quando uno si esprime in modo così meraviglioso, beh, tanto di cappello.

Mari è stato un piccolo snob, lo si capisce subito. Ma uno snob di quelli sfigati, emarginati, derisi, sofferenti perché troppo aristocratici e diversi. Descritto così, risulta istantaneamente antipatico. Eppure fin dalle prime pagine non si riesce a non solidarizzare con questo ex bambino – e bambino per sempre – che venera i libri in edizioni pregiate dopo aver fondato il suo sapere sugli adorati fumetti che ora, da adulto, vuole proteggere dalle manine appiccicose del futuro figlio. E così via, in un’alternanza di passato e presente, di lirici ricordi e amari rimpianti.

È un libro che si legge con il sorriso sulle labbra, perché tutti siamo stati bambini, tutti abbiamo patito almeno una volta lo strazio di quello sputo irriverente che la ruota della bicicletta non è riuscita a evitare mentre passavamo ai giardini con la bicicletta, tutti abbiamo temuto di non riuscire mai a capire gli altri, tutti ci siamo emozionati rivedendo un giocattolo che credevamo perduto e abbiamo odiato a morte i compagni di classe che ci sottraevano le attenzioni della persona amata. E Michele Mari ci restituisce con freschezza e un uso sapiente della lingua l’età più innocente, più pura, più dolorosa, con tutte le sue ossessioni e la sua meraviglia. È un libricino piccolo piccolo ma che va gustato con calma e lentezza, assaporando le scelte lessicali e sintattiche di un periodare mai banale.

I racconti a cui mi sono affezionata di più sono forse l’ultimo, in cui due anziani ricordano episodi apparentemente insignificanti della loro infanzia, e La freccia nera, per deformazione professionale (parla di come diverse traduzioni possano rendere un libro totalmente nuovo, e del rapporto con un padre autorevole), ma anche Otto scrittori è un piccolo gioiello: il protagonista, crescendo, si rende conto che gli autori di libri d’avventura che tanto ama non sono tutti uguali, che ognuno ha le sue particolarità, e dialoga con loro, li chiama a esprimere la propria opinione, li tratta come veri e propri amici da cui è straziante separarsi. E ora ditemi che non vi ci riconoscete. Impossibile, perché come dice Mari “è tutto laggiù”, nella terra perduta e adorata dell’infanzia.

Thais Siciliano


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