Archivi tag: Contemporanei

Il diavolo, certamente | Andrea Camilleri

Titolo: Il diavolo, certamente
Autore: Andrea Camilleri
Cenni sull’autore: E’ nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Ha sin da giovanissimo la passione per il palcoscenico ed inizia a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena oltre cento titoli, molti dei quali di Pirandello, da “Così è (se vi pare)” nel 1958 a “Ma non è una cosa seria” nel ‘64, fino a “Il gioco delle parti” nel 1980. E’ stato il primo a portare in Italia il teatro dell’assurdo di Beckett (“Finale di partita”, nel 1958, al teatro dei Satiri a Roma e poi nella versione televisiva interpretata da Adolfo Celi e Renato Rascel) e di Adamov (“Come siamo stati”, nel 1957), ha rappresentato testi di Ionesco (“Il nuovo inquilino” nel 1959, “Le sedie” nel 1976), ha rappresentato i poemi di Majakovskij nello spettacolo “Il trucco e l’anima” (1986).
E’ stato autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la TV; ha inoltre prodotto diversi programmi televisivi, tra cui un ciclo dedicato dalla Rai al teatro di Eduardo e le famose serie poliziesche del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Ha insegnato, in vari periodi, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. I suoi primi racconti sono stati editi da riviste e quotidiani, quali “L’Italia Socialista” e “L’Ora” di Palermo. La sua opera narrativa d’esordio, “Il corso delle cose”, è del 1967-68, ma ha visto la luce solo dieci anni più tardi presso l’editore Lalli.
Nell’80 è apparso, per i tipi della Garzanti, “Un filo di fumo”. Seguono, per Sellerio: “La strage dimenticata” (1984), “La stagione della caccia” (1992), “La bolla di componenda” (1993), “La forma dell’acqua” (1994, che segna l’esordio del commissario Montalbano), “Il birraio di Preston” (1995, generalmente riconosciuto come il suo capolavoro), “La concessione del telefono” (1999). Ancora con Sellerio ha pubblicato gli altri romanzi del ciclo Montalbano, mentre per Mondadori sono usciti i racconti di “Un anno con Montalbano” (1998), “Gli arancini di Montalbano” (1999) e “La paura di Montalbano” (2002), oltre a quel “La scomparsa di Patò “(2000) che riprende il filone dei libri “storici”.
Dopo un successo che non ha precedenti (sei milioni e mezzo di copie vendute soltanto in Italia, 120 traduzioni in tutte le lingue), continuano le inchieste del commissario Montalbano con “Storie di Montalbano” (2002). Il volume, che fa parte della prestigiosa collana dei “Meridiani”, raccoglie tutti i romanzi ed una selezione di racconti, ov’è protagonista assoluto il celebre poliziotto creato dalla fantasia di Andrea Camilleri.
Nel 2003 esce per Sellerio la genesi de “Il giro di boa”, nel quale Camilleri presenta un commissario Montalbano più deciso a dare un “cambio di rotta” alla propria vita. Nel 2004 esce “La prima indagine di Montalbano” e il secondo dei due “Meridiani” “Romanzi storici e civili” dedicati all’opera di Andrea Camilleri. Il volume (curato dal critico Salvatore Silvano Nigro, che firma pure l’ottima introduzione) raccoglie i nove romanzi d’ispirazione storica e civile dell’autore, ambientati in Sicilia in un periodo – con l’eccezione de “La presa di Macallé”, che si svolge in epoca fascista – compreso tra la fine del Seicento e l’Ottocento.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Mondadori
Pagine: 169
Costo: 10euro
Consigliato: sì, se si vuole una lettura fresca, leggera e piacevole

Ho aperto questo libro credendo di trovarci una storia, una storia sola, fatta di avversità e di sconfitte che il ‘diavolo’ (così come dice il titolo) non può non porre dinnanzi a tutti noi durante l’arco di questa nostra dolceamara esistenza, ma ne sono rimasta delusa. In compenso però, ho avuto per meno di ventiquattro ore una serie di storie l’una dietro l’altra per trentatre volte, ognuna di tre pagine ciascuna che mi hanno fatto dimenticare la delusione iniziale. Si tratta di racconti di vita di tutti i giorni, molti altri più improbabili e meno ‘ordinari’, storie di donne e uomini innamorati, storie d’amore passionali, viscerali, di matrimoni felici e di altri che col tempo vanno infelicemente distrutti, storie che inevitabilmente mettono in risalto le vittorie più attese e sperate ma sopratutto quelle più avvincenti e inaspettate, le sconfitte più deludenti, le menzogne più spietate, vi troviamo, inoltre, il ritratto delle bassezze, dei vizi, della perfidia che, alle volte, è caratteristica innata nella natura umana, storie che iniziano da una normalità quasi noiosa e che vanno a sfociare nell’assurdo, ciò che inizialmente è considerata dal lettore come una storia del tutto priva di elementi strani e sorprendenti cambia, attraverso l’incredibile abilità dello scrittore, in un attimo e quella normalità che ci sembrava tanto noiosa inizialmente non c’è più: così, come per magia, ci è stata sottratta e noi, come dei veri e propri pesci lessi, rimaniamo col libro in mano e ci chiediamo come Camilleri abbia potuto far finire in quel modo quella che sembrava la più normale delle situazioni. Risvolti, colpi di scena, oserei chiamarli ‘cambiamenti’, che se ci si pensa bene non sono del tutto infondati ma che la vita, perfida puttana, continua a somministrarci ogni qualvolta le cose sembrano andare per il verso giusto.
Ma la domanda che sistematicamente sorge spontanea, alla fine di ogni racconto, è: ma per opera di chi tutto ciò è avvenuto? Chi è stato il terribile autore di questa scena così meschina? E la risposta non può che essere una: la vita…ehm, il diavolo, certamente!

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai


La meccanica del cuore | Mathias Malzieu

Titolo: La meccanica del cuore
Titolo originale: La mécanique du coeur
Autore: Mathias Malzieu
Cenni sull’autore: Mathias Malzieu, nato a Montpellier nel 1974, è cantante e scrittore, leader dei Dyonisos, uno dei migliori gruppi rock francesi. Vive a Parigi. La meccanica del cuore, il suo terzo romanzo, ha riscosso un grande successo di critica e di pubblico in tutto il mondo. Nel 2012 sarà portato sul grande schermo, in versione 3D, da Luc Besson.
Edizione: Narratori Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2007
Numero pagine: 147
Traduzione a cura di: Cinzia Poli
Costo: 15euro
Consigliato: Teneramente (ma magari quando esce in economica, d’accordo?)

Ti amo di sbieco perché ho un cuore malandato fin dalla nascita. I medici mi hanno formalmente vietato di innamorarmi perché il mio orologio-cuore è troppo fragile per resistere. Ciò nonostante ho messo la mia vita nelle tue mani, perché oltre al sogno, tu mi hai regalato una dose d’amore tanto forte che mi sono sentito capace di affrontare qualunque cosa per te. 

Un giorno, tra tanti, ho fatto ingresso in libreria. A Cagliari, in via Roma, la Feltrinelli è messa in un punto così bello che anche quando si esce dismettendo i panni dell’esimio lettore per indossare quelli, che so, della modaiola, fare un salto in libreria diventa un gesto automatico, un’espressione irrazionale, ricordate la mano di Adam Smith che, invisibile, smuove e conduce il mercato? Ecco, quella. Solo che la mia mano invisibile più che incrementare il mercato, deteriora le mie finanze, mi dissangua, peggio di una maledette zanzare. Dunque, giunta nel tempio delle tentazioni non per mia sponte, ma guidata dai motivi di forza superiore, venni ammaliata da Benjamin Lacombe. Insomma, non bastava la sudorazione forte per tutto questo ben di carta, gli occhi rapiti dai mille titoli, un incrocio di parole, ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’ di Josè Saramago vince il Campiello 2011, no, non bastava.
Benjamin Lacombe, con le sue tele così piene di malinconia, di tinte fantascientifiche, ma anche in fondo romantiche, popolate di personaggi delle fiabe che nei suoi colori si mostrano prigionieri di una realtà angosciante, m’ha detto ‘PRENDIMI’. Riuscii a fuggire.. Ma se l’assassino non torna due volte nel luogo del delitto, il lettore invece sì. Non una, non, due, mille. E in una di queste mille presi il mio borsellino, il custode dei miei denari, e gli imposi di sganciarmi i soldi, perché Benjamin Lacombe aveva fatto il suo gioco sporco, sporchissimo. E poi anche, a trarmi in inganno, un titolo così, un retrocopertina così, e il fattaccio venne commesso.

A distanza di un mese dal reato, ho portato a termine il corpo del delitto: una meravigliosa favola amara. Jack è un bambino che nasce nel giorno più freddo del mondo, sotto le mani della strega Madeleine che cura con i rimedi più bizzarri possibili, dalla pancia di una giovane ragazza che di Jack non poteva essere la madre. Fin qui nulla di strano. Gli avvenimenti importanti iniziano quando salta fuori che il cuore di Jack è malato, non batte il ritmo giusto, non è in sintonia con il resto dei battiti del mondo, e allora è necessario impiantargli un cuore che con la sua tempistica permetta al bambino di andare al passo con gli altri. Un cuore di fortuna, un salvataggio imprevedibile che faranno di Jack un bambino diverso per sempre, il primo essere umano per cui ‘morire d’amore’ non è solo l’imbarazzante litania di una delle canzoni di Gigi d’Alessio.

Ma a non innamorarti provaci tu. Jack non ci riesce, un giorno incontra Miss Acacia, una cantante miope che sbatte ovunque passa e la meccanica del cuore gli si frantuma. La gelosia, il tormento, l’abbandono, producono sul povero cuore di Jack cucù imprevedibili, sentimenti di fuso orario. E da questa iniziale catastrofe orologiaia hanno inizio gioie e abbandoni del nostro piccolo protagonista destinato a viaggiare da Edimburgo a Granada, in compagnia di un bizzarro orologiaio presti-digitatore, incontro al proprio sgangherato futuro e frustrato amore.

Questa miscela di elementi prende vita dalle mani di un cantante rock. Ora, non so voi, ma a me questo fatto produce una tenerezza incredibile. Mathias Malzieu è uno che sale sul palco, la gente lo applaudisce, un botto assurdo, ma poi, a fine concerto, entra nel camerino e si immagina la storia più dolce e struggente che mi sia mai capitato di leggere. Non siamo di fronte a alta Letteratura, i puristi avran da ridire delle imperfezioni, della struttura, e non so di quali altre belle parole si riempiano la bocca. Ma siccome io non sono affatto una purista, ma una ragazza di 20 anni, quasi 21, che si emoziona quando passa un aereo nel tramonto, vi dirò che questo è un libro meraviglioso. Mi riempio la bocca di questo aggettivo così intenso, evocativo di immagini plateali, così grande, per dirvi che Mathias Malzieu mi ha fatto scendere una lacrime e mi ha dato una carezza. Così, come se stessi leggendo una favola della buonanotte, come se fossi tornata piccina e qualcuno mi raccontasse una bellissima storia d’amore in cui la felicità è un miraggio, la realtà troppo vicina. Sono 147 pagine di vicinanza con un piccolo essere con un cuore anormale che prova cose del tutto simili a noi.

In fondo, non serve avere un cuore-orologio perché la meccanica del cuore ci salti via e tutto si rompa. A tutto, prima o poi, la meccanica del cuore va in frantumi. Magari per l’addio al momento sbagliato, per parole che, dette, non si possono ritrarre, per un gesto sbagliato nostro o della controparte, la meccanica del cuore va in frantumi a tutti. Ed è dolce e bello poi fare i conti con questa esperienza, che in fondo per vivere bisogna prima o poi struggersi d’amore.

Ho letto qua e là che il libro è una baggianata, che i salti temporali, i periodi, talvolta sono imbarazzanti, che si vede in modo così facile e apparente che a averlo scritto è un cantante e non un vero scrittore e così via. Ma a parte che io non so chi sia un vero scrittore e chi no. E’ davvero necessario per essere un buon scrittore avere studiato all’Accademia, aver pubblicato manuali, essere saccenti con la penna in mano… o si può essere scrittori anche mandando in stampa una macabra favola della buonanotte con tante parole dolci, con tante parole amare? Per me che posso ancora emozionarmi lasciando per una volta da parte la ragione, la risposta è sì.

Luana Cau 


Ti prendo e ti porto via | Niccolò Ammaniti

Titolo: Ti prendo e ti porto via
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Niccolò Ammaniti nasce a Roma nel 1966. Nel 1994 esordisce  con il romanzo ‘branchie!’, cui seguono ‘Ti prendo e ti porto via’ (1999), ‘Io non ho paura’ (2001), ‘Come Dio comanda’ (2006), che gli vale il Premio Strega, ‘Che la festa cominci’ (2009), ‘Io e te’ (2010), ‘Il momento è delicato’  (2012). ‘Io non ho paura’ e ‘Come Dio comanda’ sono stati portati al cinema da Gabriele Salvatores in due film di successo. Bernardo Bertolucci sta curando la regia di ‘Io e te’, ancora in fase di produzione.
Anno di pubblicazione: 1999
Edizione: Mondadori
Pagine: 452
Costo: 10,50 €
Consigliato: Sì.

« Tu sei come me. Tu non vali niente. Io non ti posso salvare. Non ti voglio salvare. A me non mi ha salvato nessuno. »

 

La storia di come questo libro è arrivato nelle mie mani è piuttosto carina e, se vorrete concedermi un momentino, ve la racconterò. Innanzitutto questo libro è un regalo di mia sorella dalla Fiera di Torino (alla quale, per Somma Ingiustizia del Fato, lei è andata e io no). Fin qui, a dir la verità, non ci sarebbe niente di carino. La parte carina comincia quando questo libro arriva da Torino a me ed io, la settimana seguente, lo riporto con me a Torino. Non c’è un libro della mia collezione che abbia compiuto un viaggio più circolare di questo, che abbia percorso tanti chilometri in treno, che abbia guardato tanto a lungo fuori da un finestrino. È un libro viaggiatore, un libro avventuriero.
E, se vogliamo, questo spunto può dare avvio a una riflessione più ampia, che non coinvolge soltanto l’oggetto-libro ma il contenuto stesso del romanzo. Perché anche il romanzo parla di un viaggio, anzi, più d’uno, e sono viaggi circolari anche questi.
Fin dal titolo, Ammaniti ci immette nel vivo di una fuga, un rapimento che ha qualcosa di salvifico e che sembra l’unico modo per evadere da una realtà scomoda. La realtà scomoda è quella di Ischiano Scalo, un paesino come ce ne sono tanti dalle mie parti: una grigia zona residenziale, due bar in croce, un supermarket, una pompa di benzina, la superstrada vicino, la campagna e il mare che si perdono a raggiera intorno. Una realtà di gente semplice e abitudinaria, ma nascostamente gretta, meschina, dai bassi appetiti. Una realtà che soffoca le ambizioni di chiunque voglia uscire un po’ fuori dal coro e inventarsi un sogno. Una realtà che premia i mediocri con una manciata di caramelle, per chi la sbronza al circolo Acli, per chi le nigeriane che battono sull’Aurelia. Una realtà da cui, se sei una persona anche solo un tantino differente, è consigliato darsela a gambe.
Se l’è data a gambe Graziano Biglia, che dopo tanti anni da consumato playboy vorrebbe mettere la testa a posto e decide di far ritorno al ‘nido’. Vuole darsela a gambe Pietro Moroni, che fa ancora le scuole medie, ma vorrebbe diventare biologo, e sa che suo padre non lo manderà mai all’università. Vorrebbe battersela anche suo fratello Mimmo, che sogna di arricchirsi confezionando bastoncini Findus in Alaska. Ci si è rifugiata Flora Palmieri, giovane insegnante che, tra tutti i posti al mondo, ha scelto di seppellirsi proprio a Ischiano Scalo, ma si ritrova costretta in una vita senza amore, segnata a dito dagli abitanti del posto come la Lupa del Verga. Un po’ verghiani sono anche i rapporti di forza tra i personaggi, divisi tra aiutanti e oppositori, ma tutti fondamentalmente in lotta l’uno contro l’altro per realizzare, anche a scapito del prossimo, le proprie aspirazioni o per sfogare la violenza che si accumula con l’essersi repressi troppo a lungo.
A partire da queste premesse, Ammaniti confeziona un libro schietto, crudamente realistico, volutamente volgare, impregnato di un umorismo amaro, caricaturale, grottesco. Il linguaggio è semplice, prevalentemente paratattico, ma il ritmo è incalzante, vivace, le pagine si sfogliano da sole.
Qualche difettuccio c’è certamente, qualcosa al lettore moderno suona male, per esempio la presenza massiccia del narratore onnisciente o la caratterizzazione deboluccia dei personaggi, molto tipizzati, picareschi ma poco ‘interiorizzati’. Tuttavia, il godimento del lettore non ne è toccato molto: non c’è da annoiarsi, si fa qualche risata, si gongola nelle parti di pornografia. Insomma, un lecca-lecca. Fino a quando, a trenta pagine dalla fine, Ammaniti decide che « Adesso basta e, via, torniamo a fare i seri e stavolta ti stronchiamo le gambe. » Il lettore si sbalordisce, illividisce, si scandalizza: « Cavolo, Ammaniti, non togliermi il mio lecca-lecca! » Ma Ammaniti ridacchia sornione e orchestra una bella tragi-commedia finale.
Una commedia tragica, ecco la definizione conclusiva. E, invece del lecca-lecca, tanto amaro in bocca da mandar via.

Chiara Pagliochini


Romanzieri ingenui e sentimentali | Orhan Pamuk

Titolo: Romanzieri ingenui e sentimentali
Titolo originale: The Naive and the Sentimental Novelist
Autore: Orhan Pamuk

Notizie sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi
Prezzo: ahimè 18 euro
Traduzione: Anna Nadotti
-> Consigliato: a chiunque ami Pamuk e voglia conoscerlo meglio, ma anche a chiunque voglia affrontare le proprie letture con maggior consapevolezza.

“Fu prendendo seriamente i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita, quando ero giovane. La letteratura ci induce a prendere seriamente la vita mostrandoci che abbiamo il potere di influenzare gli eventi, e che sono le nostre decisioni personali a configurare la nostra esistenza.”

Partiamo da lontano. Le Norton Lectures sono un ciclo di sei conferenze sulla poesia “intesa nel senso più ampio possibile” tenuto ogni anno a Harvard. Chiamati a relazionare, fin dal 1925, sono nomi di spicco della letteratura, della musica e dell’arte in generale. Se avete sentito parlare delle “Lezioni americane” di Calvino, sapete di cosa sto parlando. Calvino avrebbe dovuto essere il relatore per l’anno 1985. Nomi del calibro di Eliot, Stravinskij, Borges, Eco si sono succeduti nel corso degli anni su quel palco. Le lezioni vengono poi pubblicate dalla Harvard University Press.

Nel 2009 le Norton Lectures sono state tenute da Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2006.

Ad incuriosirmi, quando in biblioteca nel settore novità ho visto questo libro, è stato il titolo. “Romanzieri ingenui e sentimentali”: di cosa parlerà? L’ho rigirato tra le mani per un po’, prima di capire che non si trattava di un romanzo, ma di lezioni tenute da Pamuk sull’arte del romanzo.

Pamuk è un autore che mi incuriosisce molto. Dopo aver letto “Il mio nome è rosso”, che mi aveva lasciata in uno stato quasi inspiegabile di fronte a tanta erudizione, profondità e originalità, desideravo conoscere meglio quest’autore. Perciò avevo letto molte sue interviste e recensioni ai suoi romanzi. Ma nonostante tutti i miei sforzi, rimaneva per me un personaggio esotico, così distante, quasi inconoscibile.

Immaginate la mia gioia pertanto nel vedere soddisfatta la mia curiosità da “Romanzieri ingenui e sentimentali”. Queste sei lectures ci fanno entrare nell’arte del romanzo (della sua composizione così come della sua decodifica) da una porta privilegiata: il punto di vista di Pamuk. E così veniamo a sapere come lui si prepara per scrivere un romanzo, come lo compone, quali sono i principi fondamentali cui si attiene, il tipo di lettore cui si rivolge. Ma non solo. Parlando di sé, Pamuk ci rivela i segreti di più di tre secoli di romanzieri e di lettori. Sì, perché esistono anche lettori (non solo romanzieri) ingenui e lettori sentimentali.

Ma partiamo dal principio. Nel 1795 Friedrich Schiller scrive il saggio intitolato Über naive und sentimentalische Dichtung (“Sulla poesia ingenua e sentimentale”) in cui egli distingue tra produzione poetica ingenua (la poesia degli antichi, spontanea, vicina alla natura) e sentimentale (conseguenza del distacco dell’umanità moderna dalla natura, che aspira a ritornare alla condizione privilegiata degli antichi). Questo saggio fornirà la base teorica alla distinzione tra letteratura classica e romantica, e influenzerà tutta la teoria letteraria successiva.

Partendo da queste due categorie, Pamuk analizza diversi modi di avvicinarsi al romanzo, sia da parte degli autori che dei lettori, di volta in volta più ingenui o più sentimentali. Ma guai a chi è solo ingenuo o solo sentimentale!

Il percorso attraverso l’arte del romanzo si dipana attraverso sei tappe (del resto, sei sono le conferenze):

I. Cosa fa la nostra mente quando leggiamo romanzi.

II. Signor Pamuk, tutto questo è davvero successo a lei?

III. Personaggi, intreccio, tempo.

IV. Parole, quadri, oggetti.

V. Musei e romanzi.

VI. Il centro.

Man mano che procediamo nella lettura, scopriamo tante di quelle cose a cui non avevamo mai pensato, che da quel momento in poi nessun romanzo sarà più lo stesso. Ve ne anticipo una (perché non voglio togliervi il gusto di scoprirle da voi): sapevate che la nostra mente compie almeno otto azioni contemporaneamente mentre leggiamo un romanzo? La prossima volta che vi mettete a leggere, provate a inventariarle. E poi confrontatele con quelle elencate da Pamuk nella sua prima lecture. Un’altra: cos’è il “centro” del romanzo? È il motivo per cui noi continuiamo a leggere romanzi. Sì, ma che cos’è? Non ve lo dico. Dovete scoprirlo da voi.

Questo libro diventa così una guida da tenere sotto mano e da consultare di tanto in tanto per capire ciò che stiamo leggendo e per capire noi stessi mentre leggiamo. Uno libro da sottolineare, riempire di appunti e avere sempre a portata di mano. Il problema è che il prezzo è veramente alto. Come dicevo, io l’ho preso in biblioteca ma mi è dispiaciuto non poterlo studiare meglio, come avrebbe meritato. Mi toccherà attendere un’offerta propizia o l’edizione economica. Se ne avete la possibilità, comunque, acquistatelo: sono soldi davvero ben spesi!

 

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve
-> Il mio nome è rosso
-> Il museo dell’innocenza 


La ragazza dello Sputnik | Haruki Murakami

Titolo: La ragazza dello Sputnik
Titolo originale: Supuhtoniku no Koibito
Autore: Haruki Murakami
Cenni sull’autore: A un anno Haruki Murakami si trasferisce nella città di Ashiya, nella prefettura di Hyogo. Poco dopo si trasferisce a Kobe. E’ qui che trascorre la sua crescita ed è sempre qui che,  grazie all’ambiente multiculturale di questa città sul mare, comincia ad entrare in contatto con stranieri e libri inglesi. Al liceo, scrive nel giornale della sua scuola.
Si iscrive alla facoltà di letteratura dell’università Waseda di Tokyo. Nel 1968, durante il primo anno di università, conosce Yoko Takahashi (nata il 2 ottobre 1948), figlia di un commerciante di futon di Tokyo, sua futura moglie. Sono gli anni delle rivolte studentesche e Murakami vive molto liberamente quel periodo. A proposito della guerra in Vietnam ha detto “Anche se il Giappone non partecipò alla guerra, noi eravamo convinti che dovevamo assolutamente porvi fine. Questo era il nostro sogno per un nuovo e pacifico mondo.” Nell’ottobre del 1971, Haruki Murakami sposa Yoko Takahashi. Haruki lascia l’università per un anno e comincia a lavorare per una stazione tv. Ma poichè questo lavoro non lo soddisfa, lui e la moglie decidono di aprire un jazz bar. I soldi necessari ad aprire questa attività provengono da un prestito di una banca e dai guadagni ottenuti dai due lavorando di giorno in un negozio di dischi (anche questa esperienza viene riproposta in Tokyo blues, norwegian wood) e di sera in una coffe house.
Haruki si laurea nel 1975 con una tesi dal titolo: “l’idea del viaggio nel cinema americano”.  Nel 1977 trasferiscono il jazz bar in una zona più centrale di Tokyo. Il nuovo locale aveva come insegna un enorme sorridente gatto del Cheshire e all’interno tutto (tavoli, bastoncini, tazze, fiammiferi..) era decorato con dei gatti. Murakami fino a questo momento è vissuto interessandosi alle sue due passioni: la musica e la letteratura, ma concentrandosi prevalentemente sulla prima. Sentiva infatti di non avere ancora l’esperienza necessaria per scrivere un libro. Ma le cose stanno cambiando. Come ha modo lui stesso di raccontare “in un bel giorno di primavera, nell’ Aprile del ’74, stavo sdraiato su un prato, bevendo una birra e guardando una partita di baseball. E improvvisamente decisi di scrivere il mio primo romanzo.” Si tratta di kaze no uta o kike (ascolta la canzone nel vento), che viene pubblicato nel 1979 facendogli ottenere nello stesso anno il premio Gunzo (Gunzou Shinjin Sho) come migliore scrittore emergente. Nel 1980 pubblica 1973nen no pinbohru (il flipper del 1973) e nel 1982 Hitsuji o meguru Bohken (sotto il segno della pecora), con cui vince il premio letterario Noma (Noma Bungei Shinjin Sho) per scrittori emergenti. Questi tre libri costituiscono la Trilogia del ratto, chiamata così perchè, oltre al protagonista (Boku, termine giapponese maschile e poco formale per indicare “io”), uno dei personaggi principali è “Il ratto”.

Già da un anno (1981) Haruki ha venduto il jazz bar e ha cominciato a vivere dei proventi dei suoi libri.
Nel 1985 pubblica Sekai no Owari to Haado-boirudo Wandaarando (la fine del mondo e il paese della meraviglie) che gli vale nello stesso anno il premio Junichi Tanizaki. Nel febbraio del 1986 si trasferisce di nuovo, questa volta a Oiso, nella prefettura di Kanagawa. Dall’ottobre 1986 viaggia tra la Grecia e l’Italia (in particolare, in Sicilia e a Roma) e scrive noruwei no mori (Norwegian wood), che viene pubblicato in Giappone nel 1987 mentre Murakami si trova ancora in Europa. Noruwei no mori si rivela fin da subito un autentico caso letterario, vendendo 2 milioni di copie in un anno!

Tra il 1987 e il 1988 Murakami scrive interamente a Roma dansu dansu dansu (dance dance dance), che viene pubblicato nel 1988. Dal gennaio 1991 si trasferisce in America, dove lavora come ricercatore associato all’università di Princeton. Il gennaio dell’anno seguente è nominato professore associato della stessa università. Dei suoi frequenti viaggi scrive “Se potessi sceglierei di vivere in Inghilterra. Quando ero in Europa ho pensato di tornare nel mio paese di origine a quarant’anni. Ma non l’ho fatto.” Nel 1992 esce Kokkyo no minami, taiyou no nishi (a sud del confine ad ovest del sole). Nel luglio del 1993 si trasferisce a Santa Ana CA per insegnare all’università William Howard Taft. Nel 1994 e nel 1995 vengono pubblicati i tre volumi di Nejimakidori kuronikuru (l’uccello che girava le viti del mondo), che gli valgono nel 1996 il prestigioso premio Yomiuri. Nel 1997 viene pubblicato Underground, saggio sull’attentato alla metropolitana di Tokyo da parte della setta AUM nel 1994. In questo saggio, Murakami raccoglie le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, cercando anche di tracciare un quadro del Giappone contemporaneo. Nel 1999 esce Supuhtoniku no Koibito (la ragazza dello sputnik).
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Pagine: 236
Costo: 9,60
Consigliato: Sì, assieme al suo Norwegian Wood.

Un velo di malinconia e sconforto avvolge questo romanzo dall’inizio, per tutto il corso delle vicende insite in esso, fino alla stessa conclusione. Lo stesso Murakami che troviamo in un affascinantissimo Norwegian Wood (reso ancora più affascinante dal fatto che il titolo fa riferimento all’omonima e semi-conosciuta canzone Beatlesiana scritta dallo stesso John Lennon) riesce a tenere il filo del racconto a un metro sopra la nostra testa per tutta la durata dello stesso e, nonostante i nostri terribili sforzi per arrivare ad afferrarlo, finisce che il romanzo termina e noi rimaniamo come dei veri e propri pesci lessi col braccio a penzoloni. Capite cosa voglio dire?
Sì, è proprio uno di quei romanzi.
Un romanzo intenso, emozionante, vigoroso che riesce a tenere il lettore col fiatone fino alla fine della corsa e quest’ultimo, arrivato a questo punto, non può che chiedersi perché lo scrittore non abbia continuato a scrivere e a prolungare il racconto all’infinito.
Ma ora passiamo alla vicenda, o almeno tracciamone i contenuti principali.

Sumire è una ragazza vispa ed impulsiva, un’accanita fumatrice, appassionata di libri, ma sopra ogni cosa amante della scrittura. Ad ogni piccolo ritaglio di tempo libero, i suoi appunti crescono a dismisura e la protagonista del nostro racconto non fa che esprimere attraverso questi le sue stesse emozioni più profonde. (Curioso il fatto che è già il secondo libro nel giro di due mesi che tratta di scrittura e riporta gli affanni degli stessi protagonisti che darebbero qualsiasi cosa pur di coronare il loro sogno più grande, ovvero quello di diventare degli scrittori professionisti. Curioso dico, perché eh, perché magari).
Ma il ribaltamento della scena, ciò che cambia ogni tradizionale visione di Sumire, la nostra giovane aspirante scrittrice giapponese, è una donna più grande di lei di circa quindici anni, Myu. Affascinante e piena di grandi doti, Myu affascina Sumire fino al punto che, frequentandola di volta in volta, non può che domandarsi se ciò che prova per lei non sia proprio amore. Ed infatti è così, Myu sconvolge la sua intera esistenza; Sumire si troverà in bilico tra la sua vita, quella che ha vissuto fino ad allora ignara dell’esistenza di questa meravigliosa donna spuntata fuori dal nulla e la sua nuova vita, quella che inzierà a vivere dal momento in cui Myu entra a far parte di essa. Sconvolgimento totale che porterà la stessa protagonista ad avere alcuni imponenti dubbi anche su ciò che ha amato e che ha pensato avrebbe amato sempre, ovvero la scrittura.
Un ulteriore elemento di sorpresa e di novità all’intero del libro è quello offertoci dal fatto che della piccola e generosa Sumire è innamorato però il suo migliore amico, un giovane di cui non conosciamo il nome e che farà da voce narrante per tutta la durata del racconto.
E’ proprio sul rapporto di questi tre che l’intero romanzo dello scrittore dagli occhi orientali si baserà; l’intreccio delle loro vite, il fatto che queste siano in qualche modo legate ma che i tre non riescano in nessun modo a collegarle e ad afferrarsi l’uno con l’altro. Sarà proprio questo che lascerà alla fine del racconto un sentimento di sgomento misto a malinconia nell’animo del lettore.

La fine del libro, è proprio qui che sta il reale nocciolo della questione, lo scioglimento del nodo, il fine ultimo, a mio parere, dell’intero romanzo.

‘Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose più preziose, trasformati in persone diverse che di sè conservano solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere. Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza’.

Murakami ci mostra la caducità delle cose, dell’esistenza; non la fragilità di noi stessi ma quella della nostra stessa vita che, in un modo o nell’altro, un giorno avrà modo di spezzarsi; tuttavia, non solamente della nostra, ma soprattutto la vita e l’esistenza di ciò che amiamo, di ciò che ci sta attorno. Lo scrittore riesce a inserire questo considerevole discorso in un puzzle fatto di parole semplici ma efficaci, la cruda realtà ci viene sparata in faccia in modo a tratti malinconico e crudo (come nel passo appena riportato) ma a volte anche attraverso una visione tipica del sognatore, con degli elementi fantastici e altalenanti tra quella linea poi non del tutto netta tra realtà e finzione.

Un libro che è un invito a far tesoro del tempo, un tempo fugace, un tempo meschino e infantile che sembra non abbia ‘tempo’ (scusate il gioco di parole) per noi e per la nostra misera esistenza, un tempo che è uno Sputnik, che vola via come un razzo senza che lasciarci la consapevolezza e la cognizione di un tempo che fu. L’invito che Murakami ci rivolge dovrebbe essere scritto e affisso in ogni dove, dalla cucina di casa nostra, ai luoghi che frequentiamo abitualmente, fino ai posti che ci capita di frequentare meno spesso.
Avete da dire qualcosa di importante alla vostra fidanzata o a vostra madre? Cosa state aspettando? Avete un sogno da realizzare ma non avete gli strumenti adatti per farlo? Cosa state aspettando a procurarveli? Siete ossessionati da un libro o da un disco che ancora non avete avuto il piacere di comprare? Cosa aspettate? Volete lasciare la vostra vita per crearvene una migliore? Ne avete solo una, non fatevi ingannare da chi vi dice che bisogna accontentarsi.
Un libro che è un carpe diem.

Voto 9,5/10

Alessandra Mugnai


Follia | Patrick McGrath

Titolo: Follia
Titolo originale: Asylum
Autore: Patrick McGrath
Cenni sull’autore:  Patrick McGrath (Londra, 7 febbraio 1950) è uno scrittore inglese. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia. Nel 1971 si trasferisce in Canada per lavorare nell’ospedale di Oakridge. Malgrado però i desideri del padre, McGrath non prende la strada della psichiatria, preferendogli quella della letteratura. Nonostante si sia rifiutato di seguire la carriera del padre, la componente psicologica diventerà uno degli elementi portanti della sua futura produzione di romanziere. Sebbene non conosciutissimo in Italia, è l’autore di diversi best-seller dalle atmosfere gotiche e inquietanti, spesso narrati attraverso una soggestiva voce in prima persona, tra i quali il bizzarro Grottesco del 1989, opera d’esordio che ha ispirato un adattamento cinematografico, The Grotesque. Patrick McGrath attualmente vive tra New York e Londra, ed è sposato con l’attrice Maria Aitken.
Anno di pubblicazione: 1997
Edizione: Adelphi
Traduttore: Matteo Codignola
Numero pagine: 296
Costo: 12€
-> Consigliato:  

Stella mi disse di aver capito in quel momento che in ciascuno di noi c’è come l’anelito a gridare al mondo la verità, a qualsiasi costo. O a distruggersi.

La prima cosa che ho pensato terminata la lettura di questo romanzo è stata: Patrick McGrath mi ha presa per i fondelli per tutta la lettura. Insomma, o mi ha presa per i fondelli, o davvero questo romanzo ha venduto migliaia di copie imbastito con i migliori tessuti della fiera delle banalità. So che solitamente si inizia a parlare dall’inizio, e non dalla fine, ma è quest’ultima parte del libro che ha reso la mia lettura così offuscata e indefinita quale è e se davvero voglio parlarvi di questo libro in un modo che sia quantomeno razionale devo iniziare da lì, sbrogliando la matassa di un finale che  mi ha lasciata con tante domande, la principale delle quali è questo libro mi è piaciuto?  Se McGrath non fosse quell’astuto conoscitore di psicologia umana che è, archivierei il caso, e lascerei perdere sentendo di aver fatto una lettura piacevole, ma non particolarmente toccante. Invece, so che l’autore mi ha psicoanalizzata, mi ha fatta stendere sul suo lettino e con una serie di passaggi mi ha portata per mano sino a farmi credere ciò che voleva credere, ed è per me fondamentale svegliarmi da questo stato di incoscienza per capire davvero cosa io devo pensare, non cosa l’autore vuole farmi pensare.

Insomma, visualizzate un triangolo, e ai tre vertici posizionate Stella Raphael, moglie del vicedirettore di un ospedale psichiatrico, Edgar Stark, paziente detenuto per uxoricidio, Peter Cleave, brillante medico dello stesso istituto. Se per 295 pagine è facile credere che Edgar sia il pazzo, Stella la sua vittima che giunge alla depressione e Peter il medico affabile in grado di seguire questo caso con grande occhio clinico e capacità, sul finale i vertici di questo triangolo si destabilizzano e quello che era un chiaro, geometrico e definito triangolo diventa un amalgama di fatti ed eventi che stravolgono tutta la lettura e ti lasciano a bocca aperta.

Ma sono sicura di aver letto la versione veritiera? Chi mi assicura che pazzo non sia anche chi cerca di rendermi questa vicenda nel modo più razionale e analitico possibile?

Insomma, sì. Per dare un contengo a questa lettura io voglio credere che l’autore mi abbia tenuta in ballo incollata alle pagine truffandomi ed esponendomi un punto di vista convincendomi che fosse quello giusto, l’unico giusto, per darmi la batosta finale nella quale, scossa, mi risveglio e mi interrogo spiegandomi che un interesse così morboso verso un caso clinico non può che essere l’elemento foriero di una ben più grande patologia. Non potevo accorgermi prima che il fatto che un medico prenda così a cuore un caso? Non potevo accorgermi prima che Follia non è solo l’amore di Stella per un pazzo omicida, ma anche il bisogno quasi vitale di un medico di avere un pugno i suoi due pazienti quasi fossero due topi ai quali vuole somministrare sostanze per studiarne poi la reazione alle stesse? Ecco, preferisco essere stata io la stupida, che McGrath il banale, preferisco sentenziare a favore della sua genialità, piuttosto che giustificare la mia ingenuità, per arrivare così a dire che Follia è un bel libro, non irrinunciabile, certo, ma comunque bello. Sembra quasi un viaggio dantesco, una discesa infernale verso le asperità della vita, verso il culmine dell’irrazionalità; sono rimasta lì, incollata e perseguitata senza tregua da queste pagine, a vedere come la psiche turbata di Stella degenerasse in preda di un amore che la stava divorando, di una passione sessuale così forte da renderla prima incauta, poi depressa, poi completamente vuota. McGrath ha svuotato questo suo personaggio femminile così come con un cucchiaio si potrebbe mangiare il ripieno di un frutto, sino a lasciarne la buccia floscia, insaporita, ormai inutile.

Non nascondo l’inquietudine provata, la forte perturbazione che questa lettura mi ha prodotto; chissà quali smorfie ho fatto sull’aereo mentre mi deformavo al deformarsi degli eventi, alla vista di una persona sana che perde di vista la lucidità. McGrath è stato particolarmente bravo ad inchiodarmi con le sue grinfie, nella morsa schiacciante dell’evoluzione di una mente umana di fronte alla passione, alla rottura degli equilibri. Tuttavia non nascondo neanche che mi sarei aspettata molto di più da questo libro, un maggiore approfondimento del perché di alcuni fatti forse accantonato a favore di uno stile essenziale e strettamente clinico che l’autore consegna alla prima persona di questo romanzo.

Una lettura tutto sommato consigliata, anche se, come dire, non mi ha fatto strappare via i capelli per l’emozione!

Luana Cau 


Bianca come il latte, rossa come il sangue | Alessandro D’Avenia

Titolo: Bianca come il latte, rossa come il sangue
Autore: Alessandro D’Avenia
Cenni sull’autore: Alessandro D’Avenia è nato il 2 maggio 1977 a Palermo. Dopo aver frequentato il liceo classico si è trasferito a Roma per seguire l’università alla facoltà di lettere classiche a La Sapienza. Nel 2000 Alessandro si è laureato in letteratura greca e ha vinto anche un dottorato di ricerca all’università di Siena in Antropologia del mondo antico. In seguito ha cominciato a insegnare per tre anni di scuola media e successivamente ha cominciato ad insegnare anche al liceo.
Ha scritto due romanzi, Bianca come il latte, rossa come il sangue, uscito nel 2010, da cui è stato tratto un film nel 2012, e Cose che nessuno sa, pubblicato l’anno successivo.
Anno di pubblicazione: 2010
Edizione: Oscar Mondadori
Numero pagine: 254
Costo: 16,00
-> Consigliato: sconsigliato.

 

Mi siedo sulla poltrona del salotto di casa e inizio questa lettura come una qualsiasi altra persona inviata in un luogo conosciuto da ‘tutti’ e amato da troppi; ragion per cui mi ci siedo con tutti i buoni propositi, consapevole del fatto che mi sto per dirigere verso una lettura più che piacevole. Scorrendo le prime pagine mi accorgo che la poltrona è un po’ troppo scomoda, o forse si tratta di un libro a dir poco noioso? Non ci sono aggettivi per descrivere questo libro; esatto, un libro indescrivibile ma non nel senso propriamente positivo del termine. Potrei riuscire, forse, a catalogarlo sotto la dicitura ‘libri giovanili’.

Leo è un ragazzo di sedici anni come tanti, amante del calcio e della musica, non nutre certamente una passione sfrenata verso la scuola e, ovviamente, lo studio. L’unica motivazione che lo spinge a dirigersi verso quell’edificio terrificante è Beatrice, una ragazza dalla bellezza innata che frequenta il suo stesso liceo e di cui, come tutti già avrete capito, è ‘follemente’ innamorato.

No, il libro che state per leggere, non è un libro che narra di una storia d’amore tra i due; D’Avenia ci allieta con quelli che sono i caratteri tipici della sentimentalità di un ragazzino di sedici anni (pensate un po’ che il suo modo di scrivere appartiene proprio a questo mondo ‘giovanile’).

“I fumetti sono muti, nonostante i loro colori. Lo stereo è muto, perché non ho voglia di accenderlo. Il pc è muto, perché quello schermo, così profondo da averci dentro il mondo intero se lo guardi è solo uno schermo piatto. E ti chiedi come faccia a contenere tutto quel mondo, tutto quel mare, se è così piatto.”;
“Il T9 non ha la parola Dio, il che dimostra che Dio non esiste”.

No, non avete appena partecipato alla sagra delle banalità, ma ho appena voluto riportarvi degli esempi palesanti la mia impressione già ribadita precedentemente sulla ‘pochezza’ gravante sulla quasi totalità del suddetto libro.

Ciò nonostante, mi ha estremamente colpita il fatto che siano stati citati grandi nomi della letteratura italiana e non, quali Dante Alighieri e una delle sue opere a mio parere più imponenti quale la Vita Nova, Friedrich Nietzsche viene ugualmente citato durante un monologo interiore del ragazzo protagonista e, ancora, vengono riportati indirettamente dallo scrittore attraverso dei dialoghi in lungo e in largo all’interno di tutto il corpo del libro titoli quali L’attimo fuggente, film di Peter Weir e altri nomi quali Ray Bradbury e, musicalmente parlando, Coldplay. Allusioni e cenni dai quali il lettore può indubbiamente prendere spunto.

Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è quello del significato metaforico del bianco e del rosso che ricorre sistematicamente quasi capitolo per capitolo: rosso che sta per amore, passione, gioia, letizia, beatitudine, colore che inevitabilmente va ad incontrarsi con quello dei capelli della Beatrice di Leo, bianco che sta per vuoto, per tristezza interiore dovuta alle molteplici situazioni difficili che gli esperti della vita ci hanno posto innanzi. Un bianco che mi ha ricordato (e ora direte che sono pazza) lo Spleen di Baudelaire, ergo ‘le mal du vivre’, il male di vivere, l’angoscia e il malessere esistenziale che affligge l’uomo sin dall’inizio della sua carriera in questo mondo.

Insomma, un libro semplice e scorrevole sicuramente adatto a tutti coloro che, giovanissimi, hanno appena iniziato la loro carriera da lettori; un libro che grazie agli spunti sopracitati può riuscire a indirizzare il lettore verso ciò che definisco la ‘retta via’.

Perché, stando a ciò che dice Kafka: Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a che serve leggerlo?
Noi abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di uno che ci era più caro di noi stessi, come se fossimo respinti nei boschi, via da tutti gli uomini, come un suicidio. Un libro deve essere la scure per il mare gelato dentro di noi.

A voi le conclusioni.

Voto: 5/10

Alessandra Mugnai


Le vergini suicide | Jeffrey Eugenides

Titolo: Le vergini suicide
Titolo originale: The Virgin Suicides
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore: Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Traduttrice: Cristina Stella
Anno di pubblicazione: 1993
Pagine: 213
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 9.50 €
-> Consigliato: Sì.

“La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”

 

 

Con questo incipit spiazzante, simile più a un finale di partita che non a un’ouverture, Eugenides ci dice già tutto: chi, come, dove, quando. Niente effetto sorpresa, niente suspence. Sappiamo tutto ciò che ci serve già dalla prima riga. Tutto tranne il perché. Perché le sorelle Lisbon si sono uccise, una dopo l’altra come anelli spezzati di una catena? Questo è l’unico interrogativo a cui l’autore non risponda sin dal principio, e l’unico motore dell’intera vicenda.

Superato l’incipit, dunque, ci lasciamo condurre in un lungo flashback che dovrebbe svelare i retroscena del dramma di cui conosciamo le linee generali e le protagoniste, mossi dalla volontà di andare più a fondo, di capire qualcosa delle vittime e di cosa abbia potuto spingerle al gesto estremo. Leggere per capire.

Ma quello che ci troviamo davanti è ancora una volta un’anomalia: il narratore –  o forse dovrei dire i narratori, perché sì, di voce collettiva si tratta. Il paragone che mi è venuto, come a molti altri, leggendo, è stato quello del coro delle tragedie greche. Il coro guarda, commenta, a volte interagisce marginalmente, non possiede la chiave di volta dell’azione, e lo stesso accade qui (Eugenides ha smentito quest’ipotesi, ma la sua risposta non mi convince del tutto). Chi racconta è appunto un “coro” di voci maschili, tra cui spiccano alcuni nomi non fondamentali, per lo più personaggi di second’ordine destinati a brevi e non impressionanti apparizioni.

Una tecnica narrativa insolita ed efficace, perché se da un lato vediamo alcuni di questi giovani interagire (seppur marginalmente) con le cinque sorelle, dall’altro c’è sempre chi resta escluso da questo contatto – chi, come noi, rimane spettatore, a guardare dalla casa di fronte a quella dei Lisbon, a spiare ogni movimento e a prenderne nota.

Narratori, però, piuttosto insoddisfacenti, perché, proprio a causa della loro esclusione dalla vita delle ragazze, non sono in grado di darci nessuna risposta che non sia una congettura. Perché assumersi l’onere di raccontare la storia delle sorelle Lisbon, allora? Essi sono mossi da un amore-ossessione che si sviluppa, dapprima come semplice curiosità, immediatamente dopo il primo suicidio (“Nei primi giorni che seguirono al funerale, il nostro interesse per le sorelle Lisbon non fece che aumentare“). È in questo momento che le ragazze iniziano ad esistere, prendono consistenza. Cosa fanno? Cosa amano? Sono felici?

L’indagine diverrà sempre più morbosa, al punto che i loro oggetti, le fotografie, persino delle cose raccolte dall’immondizia, vengono accuratamente conservati, imbustati, numerati come veri e propri reperti scientifici. Il racconto (ho dimenticato di dire che si tratta di un lungo flashback, poiché i giovani sono ora uomini fatti e maturi) è poi arricchito anche da testimonianze di persone con cui questi improvvisati “custodi” della vita e della morte delle Lisbon parlarono a seguito dei loro suicidi. Dunque narrare per capire, ripercorrere ogni tappa di quei fatidici tredici mesi per trovare un dettaglio che darà senso al disegno, verificherà l’equazione che da cinque variabili è diventata uno zero.

Nella rievocazione che le vede protagoniste, le cinque sorelle suicide – Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese – rimangono in pratica per tutto il romanzo un’unica figura mitica e irraggiungibile, collettiva quanto quella dei narratori. L’identificazione è facilitata dalla loro somiglianza esteriore e dalla distanza ideale e fisica da cui le si guarda, che annulla le differenze: esse sono viste come cinque angeli dai capelli biondi e dagli occhi chiari, come creature bellissime vestite in modo simile, accomunate dallo stessa vita  opprimente (e poi, come a ribadirlo, dalla stessa volontà di uscire da essa) che non permette loro di svilupparsi.

 

 

Se all’inizio la famiglia e la loro casa sembrano perfette, il suicidio della prima figlia, Cecilia, incrina lo specchio. L’odore di marcio inizia a levarsi dalla casa in cui le altre quattro restano rinchiuse per ordine di una madre-domina che si ostina a tarpare loro le ali nel nome del loro “bene”, a conservare le apparenze ad ogni costo. Ma l’infezione si diffonderà, e sarà contagiosa.

La casa-prigione diventa per i nostri narratori un antro in cui cercare di introdursi, e di essa vediamo il lento declino, sfacelo esterno e interno, quasi che su di essa gravasse davvero una maledizione – dopo il coro greco, qui mi viene in mente il paragone con la peste di Tebe, flagello che ha una causa celata all’interno della città stessa – di cui faranno le spese le protagoniste.

«Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere» dice a un certo punto Therèse.

Un desiderio semplicissimo e irrealizzabile, per un motivo o per l’altro – la continua attenzione mediatica, la madre, i ragazzi stessi – e così, non avendo mai un attimo di pace alla luce del giorno, alle sorelle rimaste non resta che una scelta: darsi, con la morte, l’estrema libertà.

Tutto è ben architettato, in un “patto suicida” che non vuole pietà: Invitati dentro casa loro alcuni ragazzi, cosicché essi siano allo stesso tempo troppo esaltati e troppo impegnati a guardare in giro per accorgersi di quello che sta succedendo davvero, esse si uccidono una dopo l’altra, in silenzio, lontano da altari sacrificali troppo vistosi. Non lasciano nessun biglietto, nessuna spiegazione alla domanda che ci ha assillati fin dall’inizio: perché.

Ai narratori non resta che contemplare il loro fallimento: “Alla fine avevamo le tessere del puzzle, ma comunque le disponessimo, c’erano sempre spazi mancanti, vuoti di una forma bizzarra delineati da ciò che li circondava, come paesi di cui non conoscevamo il nome.”

Quello che Eugenides mette in scena qui è sì la tragedia delle cinque sorelle Lisbon, da sempre impietosamente osservate e mai comprese (“Avvertivamo il senso di reclusione che comporta l’essere ragazze, con la testa che ribolle di idee e di sogni, per poi imparare le combinazioni di colori più adatte. Ci si rese conto della fraternità che ci univa; esistevamo tutti nello spazio come animali con la stessa pelle, e loro ci conoscevano benissimo, benché ai nostri occhi rappresentassero un mondo inesploratoE infine comprendemmo che le ragazze erano proprio donne camuffate, che capivano l’amore e anche la morte[…]”), ma anche il funerale indiretto della middle-class in cui esse si sono mosse nella loro breve esistenza, fatta di giardini ben curati e di irrigatori automatici sempre in funzione, di schemi, convinzioni, apparenza e soprattutto di tanta incomunicabilità – un’amara eredità, questa, che l’autore sembra cogliere direttamente dalle mani di Richard Yates.

Chiara Sandretto

 


Il trono di spade | George R. R. Martin

Titolo: Il trono di spade
Autore: George R.R Martin
Cenni sull’autore: George R.R. Martin (1948) è stato sceneggiatore per il cinema e la televisione. Ha pubblicato racconti e romanzi di fantascienza, tra cui Fevre Dreams e The Armageddon Rag, vincendo, tra gli altri, i premi Hugo, Nebula, Bram Stoker e Locus. Mondadori ha pubblicato tutti i libri della saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, oltre alle raccolte di racconti Le Torri di cenere(2007) e I Re di sabbia (2008). Nel 2011 è uscita in un unico volume la raccolta dei primi quattro titoli delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. L’autore vive a Santa Fe, in New Mexico, con la moglie e i loro gatti.
Titolo originale:  A Game of Thrones
Traduzione: Sergio Altieri
Anno di pubblicazione: 1999
Pagine: 419
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 8,50 €
-> Consigliato: Assolutamente sì!

“L’inverno sta arrivando”. Ecco il motto, la frase più ripetuta a Grande Inverno, uno dei tanti luoghi che fanno parte dei Sette Regni. E’ la frase più ripetuta da Eddard Stark, capo della casata degli Stark nonchè protettore di Grande Inverno, ai suoi figli. Ecco, è proprio da loro, dagli Stark, che parte la famosa saga di Martin, “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”.
Una saga lunghissima,ancora in corso d’opera che ha rapito migliaia di lettori di tutto il mondo e che riesce, ancora oggi, a rapirne tanti altri, come me in questo periodo.
Riassumere la storia della prima parte di “A Game of Thrones”, ovvero “Il trono di spade” (eh sì, qui in Italia, hanno diviso i volumi in due o tre parti. Solo recentemente, a seguito probabilmente del successo della serie televisiva della HBO, ho visto in libreria un volume che accorpa nuovamente insieme le due parti de “Il gioco del trono”), sarebbe veramente difficile, soprattutto perché ricordarsi tutti i personaggi presenti sarebbe veramente al di sopra di ogni possibilità umana (o quasi!). In breve però, la questione è questa. Sul trono dei Sette Regni, conquistato anni prima, togliendolo a sua volta al legittimo ma folle re precedente, siede re Robert Baratheon.  Un uomo che ha conosciuto il dolore molto presto, perdendo quello che era il suo amore giovanile, un amore che lo avrebbe legato alla casata degli Stark, uomini di ghiaccio appartenenti a Grande Inverno, e al suo grande amico e sostenitore Eddard Stark. Varie minacce però tormentano il re, e molti sono gli intrighi che gravitano attorno alla corte.
E da qui, prende avvio la storia. C’è da sottolineare come, in realtà, la trama presente sul retro di copertina del romanzo sia ben diversa dal contenuto dello stesso. Nella trama, infatti, si trovano riferimenti all’imminente catastrofe che si abbatterà sui Sette Regni, ovvero l’invasione degli Estranei, creature particolari e inquietanti che, si dice, siano scomparse migliaia di anni prima. Detto ciò, un qualsiasi lettore si aspetterebbe di vedere  arrivare un Estraneo da un momento all’altro, durante la lettura. E invece no, non compare nessun Estraneo per tutta la durata del racconto. Il che mi fa sorgere la seguente domanda: “Ma allora, che lo hanno scritto a fare?!”.
A parte questo, la trama è molto molto avvincente. Martin riesce a coinvolgere il lettore a pieno, creando un universo completamente diverso dal nostro, eppur così ben caratterizzato sotto ogni tipo di aspetto, a cominciare dai luoghi geografici (con la relativa mappa dei regni, molto utile), per passare alla descrizione delle casate regnanti, con i relativi appartenenti, stemmi, rituali, e motti.
Quello che Martin crea è un mondo talmente perfetto, talmente ben fatto, che spesso mi sono ritrovata a pensare che a Grande Inverno mi sarei trovata come a casa.
I personaggi sono veramente tantissimi; questo è l’unico neo che riesco a trovare alla storia. Ovviamente, essendo al primissimo capitolo della saga, non posso esprimermi di più riguardo a ciò che non ho apprezzato. Per ora riesco a pensare solo al fattore personaggi, che può inizialmente creare dei seri  problemi. Leggendo però, ci si abitua e, pensate un po’, alla fine quasi ci si ricorda di tutti quanti!
Quindi questo è quanto. Dopo tantissimo tempo ecco spuntare una saga capace di coinvolgermi nuovamente, e completamente. Tutti dovrebbero leggere Martin, prima o poi. Proprio tutti perché, nonostante non sia un’amante del genere definito “fantasy”, l’ho amato e, penso, continuerò a farlo.

Chiara Coppola


One Day | David Nicholls

Titolo: Un giorno
Autore: David Nicholls
Titolo originale: One Day
Edizione: Neri Pozza Bloom
Anno di pubblicazione: 2010
Traduzione: Marco Rossari e Lucio Trevisan
Pagine: 487
Costo: 18 €
-> Consigliato: Alla fin fine direi di sì.
“Un giorno” mi incuriosiva moltissimo. Così tanto che, quando qualche tempo fa uscì il film al cinema, decisi di dover leggere assolutamente prima il libro e poi, nel caso, passare alla versione cinematografica. Dal trailer di ‘One Day’ , questo il titolo originale, spuntava una splendida Anne Hathaway ,sorridente e allegra, e un ritmo incalzante niente male. Alla fine ho deciso; lo prendo in biblioteca.
E menomale, dico adesso. Diciotto euro mi sembravano troppi prima di leggerlo, e confermo questa impressione adesso.
Partiamo dall’inizio: siamo in Scozia, Emma e Dexter sono due ragazzi che, alla fine degli anni ’80, si incontrano alla festa per la fine dell’università. Si piacciono, e finiscono a letto insieme. E’ il 15 Luglio del 1988 e per loro quel giorno, sarà sempre una data speciale. Ma devono dirsi addio, salutarsi per sempre per seguire quello che credono sia il loro destino,  complici anche differenze caratteriali e sociali che non permettono una vita insieme, almeno in quel momento. Dopodiché, seguiamo Emma e Dexter per circa vent’anni, soffermandoci sempre però sul fatidico 15 Luglio. Una sorta di messa a fuoco, ogni anno, di questa strana ricorrenza. “Siamo solo buoni amici” si dicono entrambi, e forse è così. Sta di fatto che, per vent’anni, le loro vite sembrano non volersi dividere realmente, come se niente fosse cambiato dalla notte del 1988. Eppure le cose cambiano; entrambi compiono, da separati, due vite completamente agli antipodi. Nonostante questo, è come se fossero legati l’un l’altro da un filo invisibile sottilissimo, in grado di tenerli uniti anche non volendo.
Ok, a questo punto mi vien da dire a Nicholls che è stato veramente bravo, e anche molto astuto. La trama è carina, alla mano, niente di troppo pretenzioso nè troppo pesante, scritta con un linguaggio semplice, scorrevole e ironico. Peccato che, nonostante il tema dell’amore infelice-non colto-quando-si poteva-farlo, ci sia qualcosa che non mi ha per niente convinta.
La prima cosa è la fine di cui, naturalmente, non parlerò ma che, posso dire, mi ha deluso moltissimo e che ha fatto scendere a capofitto la mia valutazione personale finale.
La seconda cosa è l’abbondanza di stereotipi presenti. Emma è la classica brava ragazza con gli occhialetti, un po’ sfigatella, che è carina ma non sa di esserlo, con tante belle ideologie nella testa. Dexter, invece, è il classico super figo dell’università, quello che fa carriera e che cambia le fidanzate come se fossero calzini. Le fidanzate di Dexter sono tutte super belle, ma anche super stupide o, nel caso non lo fossero, sono noiose. Ecco serviti, dunque, i classici  tipi di donna contemporanea: se sei bella, sei una stupida. Se sei intelligente, non puoi essere bella. Entrambe le cose insieme non è possibile ottenerle.
La terza cosa riguarda il fulcro della storia: il rapporto fra  Dexter ed Emma. Due persone che, nonostante le avversità delle loro vite, peraltro molto diverse, sono legate fra di loro da un profondo sentimento. Ma perché? Sì, mi sto chiedendo il perché. Veramente, non lo capisco. Quello che manca in questa storia è un’indagine della motivazione di un rapporto del genere. Non ci viene raccontato il pre-15 Luglio 1988 perciò non possiamo sapere per quale motivo Emma e Dexter siano rimasti così colpiti l’uno dall’altro. Destino, casualità? Non saprei.  Amore? Era troppo presto. Non so, ma ho avvertito un senso di superficialità che mi ha accompagnato durante tutta la lettura e che non mi ha lasciato fino alle fine.
Nonostante questo riconosco l’originalità dell’impianto del romanzo, che si focalizza esclusivamente sul 15 luglio di ogni anno, e anche una componenente di leggerezza e spensieratezza che rende la storia una lettura piacevole e disimpegnata.
Probabilmente riponevo troppe aspettative in questa lettura ed è per questo che non mi ha convinta del tutto. Ma lo consiglierei comunque, a chiunque abbia voglia di una lettura romantica e simpatica, per passare un paio di pomeriggi in tranquillità.Chiara Coppola


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: