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Un amore | Dino Buzzati

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e sarà autore di libretti per musica), il disegno, la montagna, vera compagna dell’infanzia e ispiratrice di molti suoi romanzi e racconti, che con una scrittura semplice e piana, accompagnano il lettore in un mondo fantastico e surreale. Dal 1928 intraprende la carriera di giornalista al “Corriere della sera” per il quale sarà inviato speciale ad Addis Abeba nel 1939 e cronista di guerra nel ’40 sull’incrociatore Fiume; nel 1931 inizia la collaborazione a “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore. Tra le sue opere più conosciute : “Barnabo delle Montagne” che nel 1933 inaugura la sua attività di scrittore, “Il segreto del Bosco Vecchio”, “Il deserto dei tartari” e “Sessanta racconti”, volume con cui vince il Premio Strega nel 1958. Buzzati muore a Milano, nel gennaio del 1972.Anno di pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Pagine: 269
Costo: 9.50€
Consigliato: Sì.



In molti conoscono Buzzati come uno scrittore di racconti onirici, dal cipiglio vagamente allucinato, e soprattutto del Deserto dei Tartari. Atmosfere allucinate, desolate lande interiori. Ho deciso di leggere Un amore proprio sulla scorta di uno dei racconti contenuti nella Boutique del mistero: “Gli inviti superflui”. Riporterò l’inizio, visto che ho l’abitudine di parlare sempre di tutto tranne che del libro che recensisco.

 Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.  Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

[…] Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. […] Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

 Si prosegue poi con altre sezioni articolare nello stesso modo. Vorrei… ma tu non, insomma un io narrante metodico nella definizione dei suoi desideri, la cui realizzazione è però ostacolata dalla realtà, dalla refrattarietà della stessa donna amata alla piena idealizzazione.

Perché cito questo racconto? Innanzitutto perché tanto questo come Un amore appartengono a quella parte della prosa di Buzzati che lascia i toni fantastici per farsi più intima e dolorosa, ma anche perché tanto nell’uno quanto nell’altro avviene prima una sorta di scollamento dal piano della realtà e poi il brusco rientro in essa, anche se con effetti diversi e potremmo dire opposti.

Il protagonista di Un amore, Antonio Dorigo, è un architetto stimato, piuttosto riservato, senz’altro rispettabile (parola imprescindibile quando si parla di borghesi). Per usare le sue parole: «un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato». Nella casa di appuntamenti di cui è assiduo frequentatore (ha infatti problemi a instaurare veri rapporti con l’altro sesso, e deve accontentarsi di sesso a pagamento) incontra Laide, una ragazzina che sulle prime non lo colpisce più di tanto. Ma ecco che già in questa occasione ella gli entra in testa con un pensiero minore: possibile che fosse la stessa ragazza vista qualche tempo prima tra i vicoli di Milano? Questo è, in nuce, un’anticipazione della trama di Un amore, più trama psicologica che narrativa, perché essa consiste in poche parole nello sviluppo di un’idea-rovello, quella di Laide, che cresce e cresce fino a che distinguere dove finisce la realtà e comincia l’ossessione è impossibile. Di ossessione infatti si tratta: e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime […] allora lui trovava pace. Ma l’attenzione di lei non è costante, e allora ecco che i dubbi uncinano Dorigo, l’angoscia lo travolge come un’onda nera mentre è sdraiato sul letto a osservare le crepe nell’intonaco, mentre è al lavoro e non riesce a concentrarsi. Sempre. Le sue ansie diventano veri propri flussi di coscienza che partono da un dettaglio minimo e si ramificano, proseguono in direzioni spesso inconcludenti, vengono inghiottiti da una città – Milano – anch’essa sensuale e allucinata, topografia dell’anima di Dorigo per quanto contorta, piena di golfi d’ombra, nervosa, e di Laide, come esplicitamente detto:

In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.

Ma questa piccola Lolita non è, nei canoni di Dorigo, ossessione, bensì amore. Un amore non felice, certo: mentre sta correndo in macchina per andarla a prendere, egli capisce che l’espressione degli alberi fuggenti ai lati della strada corrisponde infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato.

Ma come risolvere questa situazione? Farla finita è impossibile, pena il proprio annichilimento, il definitivo deragliamento dei nervi, ma impossibile è anche cambiare lo status quo: Lui non può sposarla, perché la famiglia non approverebbe, perché sarebbe disdicevole, perché lei è una prostituta. Ma Laide lo ha stregato, lo tiene al laccio e, per quanto Dorigo voglia fargliela pagare per le sue disattenzioni e bugie, in fondo è sempre il primo a tornare, a chiedere scusa. È una situazione ai limiti della sindrome di Stoccolma, in cui Laide è sì la donna-domina che tiene in pugno, ma è anche una fonte di salvezza capace di tenere lontani i pensieri nocivi della morte, della vecchiaia, della solitudine, del senso di fiasco incombente della propria vita, al di là del successo lavorativo.

Buzzati è un maestro di stile in questo caso, nel delineare le due psicologie, quella di Dorigo e quella di Laide, con cambi di tempo narrativo, di passaggio dalla prima alla terza persona, brusche virate che riempiono le pagine di tensione. E i rovelli di Dorigo, sempre a battere sullo stesso punto con una visibile sensazione di ripetitività, la accentuano ancora di più.

Si aspetta il finale, arriverà di certo lo scacco, ci diciamo. E invece no, anche le ultime righe lasciano il tutto in sospeso, lasciando al lettore una serie di interrogativi sulla natura dell’amore, mentre fuori dalla finestra incombe una torre nera non meglio identificata, che assurge a simbolo della negatività del mondo e pare tornata alla ribalta dai più allucinati racconti della Boutique. È l’amore in grado di tenerle testa, di distoglierci da essa, o la lotta di tutti gli amanti è in fondo vana? Dove ci conduce questo sentimento, ed esiste per lui l’eternità? Per ora l’incantesimo regge, e noi ci guardiamo dallo spezzarlo, non osserviamo ciò che ci aspetta fuori dalla finestra della camera da letto.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di:
-> La boutique del mistero
-> Il deserto dei Tartari

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La boutique del mistero, Dino Buzzati

Titolo: La boutique del mistero
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa ottocentesca di proprieta’ della famiglia. I genitori dell’autore risiedono stabilmente a Milano, in piazza San Marco 12. Il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto Internazionale all’Universita’ di Pavia e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, e’ l’ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte), il disegno, e la montagna, vera compagna dell’infanzia: “Penso” dice Buzzati in un’intervista concessa a Il Giorno il 26 Maggio 1959 “che in ogni scrittore i primi ricordi dell’infanzia siano una base fondamentale. Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti.Un mondo complessivamente nordico, al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la cittа di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno”. Scrive “Il deserto dei tartari” ispirato dalla monotona ruotine che gli richiedeva il lavoro di redattore notturno al Corriere della Sera, un lavoro che necessitava di gesti sempre uguali. (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1968
Edizione: Oscar Mondadori, 2000, 12° edizione
Numero pagine: 235
Costo: 9€
-> Consigliato:  Consigliatissimo, quasi imposto.

Un Esopo 2.0: storia di un titolo totalmente inventata dal lettore di turno secondo la propria intuizione

 

Ora non ditemi, vi prego: perché vai discorrendo di queste orribili tristezze, la vita è già così breve e difficile per se stessa, amareggiarci di proposito è cretino; in fin dei conti queste tristezze non ci riguardano, riguardano solo te. No, io rispondo, purtroppo riguardano anche voi, sarebbe bello, lo so, che non vi riguardassero. 

La boutique del mistero: non il negozio, lo spaccio, il magazzino, la rivendita. La boutique, trés chic. Un luogo dove il cliente di classe entra e viene servito e riverito. Dopo aver provato la merce, per non rendere la visita un banale atto d’acquisto, vien fatto accomodare su un comodo canapè e un’orda – ma un’orda gentile – di commessuole e ometti incravattati lo seppellisce – gentilmente – sotto chiacchiere e pasticcini. Il luogo in cui comprare senza sentire lo stress dell’acquisto, l’angoscia della scelta, la pugnalata dello sguardo del commesso che ti squarcia la schiena mentre tentenni un po’ troppo tra due tonalità di golfini. “Guarda un po’ – si dice il cliente – sebbene mi abbiano estorto un rene voglio persino tornarci al più presto”.
Una boutique che, però, per l’occasione vende mistero. Per pure ragioni di mercato, un incrocio inaspettato di domanda e offerta: i golfini non rendono più come una volta, ora il mistero è il trend del momento. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. Forse è sempre stato sulla cresta dell’onda delle preferenze dei lettori, la lettura perfetta da incastrare fra un turno di lavoro e una seduta davanti ai fornelli di casa. Be’, è giunto il momento di diversificare l’offerta. Volete mistero? E che mistero sia: con poltrona, pasticcini, chiacchiere e canapè.

Entriamo nella boutique. Ci sono dentro trentuno racconti piuttosto brevi, adatti a una lettura a piccoli sorsi. Ne finisci uno, riprendi la tua vita, ci ritorni comodamente senza bisogno di chiedere al commesso dov’eri rimasto, chi era chi, perché questo personaggio ora dice che. Cominci a sorbire la bevanda e già ci sei dentro: scene teatrali ricavate da innocui saloni aristocratici, gocce che risalgono scale di condomini, storie di cani, conigli e topi.

Cliente lettore: I topi son strani forti, però, dapprima in casa sono due o tre e talmente piccoli che fa pena ucciderli, poi pian piano crescono, di numero e di stazza, e finisce che se non stai attento ti calpestano pure. Ma che ci voleva ad ammazzarli? Evidentemente i padroni di casa non potevano, chissà. Che mistero, che mist… Che avete aggiunto a questo tè? Mi sento come un magone, un nodo qui, forse è il calore dell’ambiente che mi scombussola la pressione. Mi fermo un attimo, vado a far la spesa e torno, voi aspettatemi eh!

Il magone non va via. Si assopisce un attimo con l’aria fresca, ma appena il tuo sguardo sfiora i referenti reali del racconto (ospedali, cani, il mare, una goccia che traballa dalla grondaia), tutto riemerge e annoda, stringe.

Cliente lettore: I topi… Non riesco a levarmi dalla testa quei topi. To’, guarda, Giovanni mi ha chiamato. Che si impicchi, lui e i suoi problemi. Se non gli piacciono certi miei comportamenti, che si cerchi un altro: io sono io e di qui non ci si muove. D’altronde, tutto va bene, è solo lui a vedere il nero ovunque. Certo che, però, i topi…

(Un’ora dopo)

Sono stato gabbato! grida il lettore rientrando nella boutique, in preda agli spasmi. Mi avete avvelenato il tè, volevate forse uccidermi? Voi, con quel vostro peso sullo stomaco, non sopportavate l’idea che gli altri andassero felici e leggiadri nelle loro scarpe lucide, dovevate diffondere il morbo, far ammalare l’intera comunità. Volevo un libro che mi raccontasse di fantasmi e mantelli neri, voi ce li avete messi – sì, non lo nego – ma come è che invece di farmi paura finiscono per farmi danzare tra la commozione e la tristezza? Com’è che ora tutti i miei sentimenti, tutte le mie meschinità sono indissolubilmente legate a una storia? Non è forse offensivo paragonarmi a un cane a mia insaputa? Non è crudele spiattellarmi in faccia il fiele dell’amore? Si può forse vivere così, stando attenti alle ombre che si allungano alle spalle di una combriccola di conigli sotto la luna?

Direttor Buzzati: E’ possibile e giusto, caro cliente. La nostra boutique vanta riconoscimenti su riconoscimenti, persino da parte dei consumatori che, guarda caso, dopo un attimo di perplessità, sentono il bisogno di ritornare. Non è tanto per il nostro Tè del Magone (DOP), sa: è il pasticcino, col suo gusto leggero e velato, ad allentare un poco il vostro nodo alla gola (che poi non si respira più, noi non vi vogliamo mica sulla coscienza, vogliamo solo il bene per voi). Quel carico di paesaggi e poesie costruite sul quotidiano, su un cumulo di palazzi o su un povero giardinetto privato, persino su un uovo di cartone colorato: è quello a smorzare l’amaro, a rendere più sostenibile la prova. Oh, denunce ne abbiamo avute, e a bizzeffe: ma, chissà come, tutti i clienti dopo un breve periodo si sono diretti in questura a ritirare le proprie. Senza che noi si facesse qualcosa per forzarli, si intende. Le autorità ci hanno riferito che le giustificazioni erano le più strambe: chi parlava di tende nere atte a coprire usci di case per bene mentre fuori imperversava la tempesta, chi di mostri marini mitologici diversi dalle apparenze. La curiosità è stata tanta che, quando abbiamo riferito loro che tutto si collegava ai nostri trentun racconti in vendita, ci siamo trovati l’intero esercito appollaiato sui canapè della boutique.

Ah! La vedo più rilassata. Non vorrebbe, forse, un altro sorso di tè?

Cliente: Sì, grazie. Ma con poco zucchero.

Elisa Lai

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione de:
-> Il deserto dei Tartari 


Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati

Titolo: Il deserto dei tartari
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa ottocentesca di proprieta’ della famiglia. I genitori dell’autore risiedono stabilmente a Milano, in piazza San Marco 12. Il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto Internazionale all’Universita’ di Pavia e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, e’ l’ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte), il disegno, e la montagna, vera compagna dell’infanzia: “Penso” dice Buzzati in un’intervista concessa a Il Giorno il 26 Maggio 1959 “che in ogni scrittore i primi ricordi dell’infanzia siano una base fondamentale. Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico, al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la cittа di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno”. Scrive “Il deserto dei tartari” ispirato dalla monotona ruotine che gli richiedeva il lavoro di redattore notturno al Corriere della Sera, un lavoro che necessitava di gesti sempre uguali.
(Fonte: http://www.belpaese2000.narod.ru/Teca/Nove/Buzzati/buzzatix.htm)
Anno di pubblicazione: 1940
Edizione: Classici Mondadori
Pagine: 202
Costo: € 9,00
-> Consigliato: Sì!

Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Ho sempre odiato entrare nel personale quando scrivo una recensione. Qui però va fatta una doverosa premessa. Fino a qualche mese fa io ero ingarbugliato nella mia routine quotidiana e non osavo fare mezzo passo avanti per timore che, una volta spezzata, mi ritrovassi sperduto. Quando ho fatto questo passo, esattamente verso la fine dello scorso novembre, ho scoperto che cambiare è necessario. È necessario fare una scelta. Anche se può essere sbagliata. Ma quella scelta è un simbolo, sta a significare che tu non sei una macchina che ripete a pappagallo ogni movimento e ogni parola che prevede un determinato stile di vita. Quella scelta è il tempio in tuo favore che ti dice: tu esisti.

Ecco, io credo che se avessi letto questo libro un paio d’anni fa – e l’avessi capito – magari avrei fatto prima quel passo. Magari non avrei perso così tanto tempo.

In realtà Giovanni Drogo è ancora in me, così come è in tutti noi, persino i più intraprendenti.
Ma chi è Giovanni Drogo?

Uno stupido?
Un eroe?
Uno sfortunato?

Giovanni Drogo è un uomo. È un personaggio terribilmente reale, così reale da apparire angosciante. Questo libro è vero e noi lo sappiamo, negarlo sarebbe inutile. Il tempo passa per tutti, giovani e anziani, e col tempo si consumano le occasioni. […] una giornata identica all’altra, ripetendosi all’infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome. Agghiacciante pensare che proprio nessuno è al riparo dallo scorrere del tempo. Non siamo immortali. O agiamo adesso, o un giorno, anche se vorremo agire, sarà ormai troppo tardi.

Ho trovato irrealmente triste tutta la storia. Una narrazione ricca e con una buona dose di poesia hanno reso farraginosa la lettura in parecchi punti, ma il risultato finale è eccezionale. Drogo, arrivato al termine della sua vita, nel momento in cui accade l’evento che attende da sempre, deve lasciare il mondo. La speranza del libro si concentra tutta nelle ultime pagine, nell’affrontare la morte con dignità, senza disperarsi perché l’esistenza è andata sprecata inutilmente. Nella sua ultima ora, a Drogo si è aperto uno spiraglio di luce. E lui sa quant’è difficile andarsene quando si è soli: A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita. Anche il fatto che i giovani non si rendano conto di cosa vale la loro età è fondamentale. Drogo continua a ripetersi, per ben quattro anni, che di tempo per tornare a casa ne ha, che è ancora giovane, ha tutta la vita davanti. Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare.

Credetemi quando dico che le parole di questo libro danno fastidio. Ognuno ogni tanto pensa che la vita sia monotona e che i piccoli momenti che la costituiscono si ripetano incessantemente. E non è forse vero che abbiamo una paura del diavoloa a interrompere tutto questo buttare via la vita, gli anni, i mesi, le settimane, i giorni, le ore, i minuti? Non ci diciamo forse che a volte un istante solo vale tutta la vita. Sarebbe ora di chiedersi il perché. Ed è così semplice. Abbiamo paura a cambiare. È normale. Ma è una paura così grande che ci paralizza e a volte ce la teniamo, gettando l’esistenza al vento.

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai. Questo fiume che pare lento e non si ferma mai mette un’ansia incredibile. Viene voglia di correre fuori a urlare: io voglio vivere. Eppure rimandiamo sempre a domani, ed è questo rimandare a domani che ogni volta ci frega, ci bastona. Invece di fermare il rimandare, andiamo a curare la ferita, ben consapevoli che non sarà l’ultima.

Di Giovanni Drogo c’è però da dire che ha fatto il suo tentativo. Ha provato a ritornare indietro, ma era già troppo tardi. Una volta i suoi passi la raggiungevano nel sonno come un richiamo stabilito. Tutti gli altri rumori della notte, anche se molto più forti, non bastavano a svegliarla, né i carri giù nella strada, né il pianto di un bambino, né gli ululati dei cani, né le civette, né l’imposta che sbatte, né il vento dentro le gronde, né la pioggia o lo scricchiolare dei mobili. Soltanto il passo di lui la svegliava, non perché fosse rumoroso (Giovanni anzi andava in punta di piedi). Nessuna speciale ragione, soltanto che lui era il suo figliuolo. Quattro anni di attesa sono bastati perché la madre di Drogo non lo riconsocesse più, perché un cambiamento si insinuasse in suo figlio senza che lui avesse potuto un giorno porvi rimedio.

Tirando le somme: se noi non andiamo a cercarci quello che vogliamo, pretendiamo forse che questo qualcosa venga da noi per un fortuito caso? La legge che vige nel proverbio di Maometto e la montagna è ridicola. Disse Ortiz: «Io alle volte penso: noi desideriamo la guerra, aspettiamo l’occasione buona, ce la prendiamo con la sfortuna, perché non succede mai niente. […]». Esatto.
Le cose belle non ci verranno mai incontro. Noi potremo lamentarci finché vorremo, potremo pretendere per non so quale ragione che stare fermi e aspettare sia la cosa migliore. Però così perderemo solo tempo. E potremmo perderne troppo.

Allora, io non voglio stare qui a fare l’avvocato del diavolo di Buzzati e ripetervi come un mantra che questo libro contiene duecentodue pagine di angosciante verità esistenziale. Sapete benissimo voi se siete capaci o meno di mettervi in gioco. E potrete decidere di conseguenza.

Marco Tamborrino 


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