Archivi tag: Elisa Lai

La sonata a Kreutzer | Lev N. Tolstoj

Titolo: La sonata a Kreutzer
Autore: Lev N. Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”,“Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo“Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Edizione: Bur Superclassici
Traduzione: Mario Visetti
Numero pagine: 151
Consigliato: Assolutamente sì

Sono un rudere, io, un menomato. Una cosa sola c’è in me, so “io”: e ho fede di sapere quello che non tutti riusciranno a conoscere tanto presto.

son kreut

Qualche tempo fa, nel tentativo di consolare un’amica che, avendo lasciato il proprio ragazzo e avendolo rivisto con un’altra, si sentiva quantomai sola e ripeteva “Alla fine rimango sola sempre e solo io”, ho compiuto uno degli errori più grossi della mia carriera di consolatrice. Le ho risposto, con la convinzione di darle sicuramente molto sollievo, quello che da tempo ho constatato: “Sei solo anche quando stai con qualcuno”. L’altra ragazza che era al momento con noi ha tremato sul posto, tanto il movimento di dissenso espresso dalla sua testa era forte. “No, se stai con qualcuno non sei solo”, ha detto mitigando l’indignazione con una risata nervosa “solo che…” ed è passata ad altre consolazioni socialmente più accettabili.
Be’, bella mia, bisogna vedere allora che cosa si intenda per solitudine. Se si fa riferimento solo al piano fisico, allora tanto vale prendersi un gatto. Ma se si intende quello spirituale, allora posso portare sul banco delle prove tutta una caterva di sensazioni, pensieri, angosce e costrutti mentali che dimostrano quanto due persone, seppure insieme, seppure unite in una relazione più o meno stabile, siano in realtà lontane anni luce e addirittura parlino (e più spesso non parlino) lingue diverse.
Se avete letto il libro, capirete perché io, incontrando Pozdnysev su quel treno diretto dalla notte verso l’alba, mi sia sentita invasa da un sentimento di rivalsa.

“L’amore… l’amore è la preferenza assoluta di una, o di uno, nei confronti di tutti gli altri.”
“Preferenza per quanto tempo: un mese, due mesi, mezz’ora?”
“No, scusi, lei evidentemente parla di un’altra cosa.”
“No, parlo proprio di questo. […] È una cosa che succede solo nei romanzi, nella vita vissuta non capita mai. Nella vita pratica succede forse che tale preferenza duri un anno, ed è già un fatto raro, più spesso mesi, quando non settimane, o giorni, o anche ore”[…]
“Oh, ma che dice! Ma no, via!” esclamammo tutti a una voce.
“Sì, signori, lo so bene” scattò il signore canuto alzando la voce più di noi. “Voi parlate di ciò che credete avvenga, io parlo di ciò che è. Ogni uomo prova per qualsiasi bella donna quello che voi qualificate amore.”

Quando una scultura è coperta da un velo, possiamo indovinarne il soggetto dalle forme, la bellezza dalla grazia dei lineamenti, dall’armonia dei drappeggi. Ma se, caduto il velo, vi scopriamo un mostro, allora solo due cose possiamo fare: ricoprirlo rapidamente, per non vederlo più, e star bene attenti a non dirlo a nessuno, oppure possiamo fermarci a contemplarlo e prendere atto della sua esistenza. Se una qualche bruttura ci viene rivelata da un’esperienza personale, e quindi ci troviamo come l’illuso ammiratore che vede cadere il velo, percepiamo la colpa come nostra, vedendo che nessun altro ha scoperto la verità (non può essere vero se nessuno l’ha visto). E stiamo zitti, cercando di ricordare l’impressione che la scultura coperta ci aveva dato. Ma provate a levare il velo all’improvviso davanti a un gruppo di persone prese dall’ammirazione per quelle forme idealizzate: la disillusione li armerà contro di voi.
Tolstoj fa questo: prende un uomo disilluso che si fa beffe dell’amore come sentimento nobile ed elevato, trattandolo per quello che è – un desiderio fisico, lo mette in un treno tra tanti illusi, e poi lascia che racconti la sua storia, mentre il giorno diventa notte e la luce abbandona sempre più il suo volto tanto da lasciare distinguibile, verso fine, solo la sua voce. Una voce tra le tante, una voce come le altre. Poi, è l’alba. Si scende dal treno e tutto ricomincia.

Il treno di Tolstoj va dritto dritto verso il punto che lui vuole smuovere nelle coscienze dei suoi contemporanei: poiché l’amore è fisico, e di conseguenza è cosa ben volubile, allora diamoci alla castità, e sposiamoci definitivamente, senza mai divorziare, per giustificare la nostra maialeria e riscattarci dal nostro peccato educando i figli alla castità. E se poi ci estinguiamo, allora sarà il regno di Dio (tanto prima o poi deve accadere). Ed è qui che la nostra idea diverge, solo nel rimedio. Perché per giungere a questa cattolicissima conclusione, lui opera le persone a cuore aperto, tirando fuori i pensieri e le realtà più viscide e inguardabili, senza cercare di occultare alcunché: Pozdnysev è cinico anche verso se stesso, non è pronto a trovare in altri la giustificazione della propria condotta.

Per sottolineare quanto il suo racconto sia molesto, Pozdnysev alterna le parole alle scuse. Scusi se vi incomodo, sarà stanco, non vorrà più ascoltarmi, né salutarmi e tenermi la mano. Con la rassegnazione di chi sa di aver compiuto un reato imperdonabile (anzi, due).

Tolstoj non è poi così cinico, se si considera la soluzione che propone all’impossibilità dell’amore coniugale. Mi meraviglio dell’ingenuità della sua conclusione, dopo la performance di Pozdnysev. Ha fatto molto di più Saul Bellow, quando in  Un futuro padre  ha scombussolato un normalissimo fidanzatino con il terrore di mettere al mondo figli disgraziati, odiosi, aventi tutti i difetti peggiori della loro madre e dei loro nonni, lo ha fatto decidere sulla necessità di troncare ogni rapporto con la fidanzata scroccona e arraffona, e poi, come se nulla fosse, gli ha fatto dimenticare tutto grazie al fatto che la fidanzata ha deciso di lavargli i capelli, e gli ha massaggiato dolcemente la testa.
Ma erano tempi diversi, religioni diverse. Col tempo, sicuramente, ci siamo inaciditi.
Sempre sotto il velo, però.

Elisa Lai

Sempre riguardo Lev Tolstoj potete leggere la recensione di:
-> Guerra e pace


Dona Flor e i suoi due mariti | Jorge Amado

Titolo: Dona Flor e i suoi due mariti
Autore: Jorge Amado
Cenni sull’autore:  Il grande scrittore brasiliano Jorge Amado nasce il 10 agosto 1912 in una fattoria nell’interno di Itabuna nello stato di Bahia, in Brasile. Figlio di un grande proprietario terriero produttore di cacao (un cosiddetto “fazendeiro“), fu testimone fin da bambino delle lotte violente che venivano scatenate per il possesso della terra. Si tratta di ricordi indelebili, più volte riutilizzati nella stesura delle sue opere. Attratto dalla letteratura fin dall’adolescenza , si propone subito come giovane ribelle, sia dal punto di vista letterario che politico, scelta fra l’altro alla quale il grande “cantore di Bahia” non ha mai deflesso, anche quando i pericoli erano assai minacciosi (ad esempio, negli anni della dittatura nazista, che, se avesse vinto, rischiava di contagiare anche le civiltà sudamericane). Inoltre, è utile sottolineare che il Brasile della gioventù di Amado era un Paese assai arretrato e ancorato a tradizioni che gettavano le loro radici addirittura nel sistema schiavistico, peraltro a quel tempo recentemente smantellato. Un Paese, quindi, che guardava con sospetto e timore a qualsiasi forma di “sovversione”. Infine, la forte crisi economica e la conseguente apertura delle frontiere, che determinò un fortissimo flusso migratorio di tutte le razze (italiani compresi), non faceva che minare il senso di sicurezza dei cittadini, desiderosi vieppiù di garanzie e stabilità.
In questo mondo attraversato da profonde trasformazioni Jorge Amado esordisce non ancora ventenne con il suo primo romanzo “Il paese del Carnevale” . […] Seguirono subito dopo due romanzi di impegno sociale “Cacao” e “Sudore“: il primo sul drammatico problema degli “affittati” (in pratica schiavi utilizzati nelle piantagioni di cacao), il secondo sulla condizione non meno drammatica del sottoproletariato urbano. Ma il grande esordio che lo pone davvero all’attenzione di tutti, anche al di fuori del mondo delle lettere, avviene nel 1935 con il romanzo “Jubiabá“, dal nome del protagonista, il grande stregone negro di Bahia. Romanzo provocatorio quant’altri mai per la mentalità brasiliana, a causa dell’intensa narrazione che vede protagonisti cultura e personaggi negri (in un paese la cui cultura ufficiale aveva fino ad allora negato il valore della cultura negra in quanto tale), nonché una storia d’amore di un uomo nero con una donna bianca (argomento assolutamente tabù). Infine, sullo sfondo sono tratteggiate le vicende di un grande sciopero, visto come il superamento delle differenze razziali nella lotta di classe. Insomma, un gran calderone che infrangeva in un una sola grande narrazione tutte le fragili, ma al tempo stesso radicate resistenze della cultura brasiliana.
A quel punto il cammino di Jorge Amado è tracciato, la sua scelta ideale di vita troverà nelle opere successive una serie di precise conferme mentre le sue scelte politiche, come l’adesione al Partito Comunista, provocheranno più volte il suo arresto e l’esilio. Finita la seconda guerra mondiale, infatti, costretto ad allontanarsi dal Brasile con l’ascesa alla presidenza di Enrico Gaspar Dutra, Jorge Amado vive prima a Parigi e poi, vincitore del premio Stalin, passa tre anni nell’Unione Sovietica. Nel 1952 pubblica in tre volumi “I sotterranei della libertà“, la storia delle lotte del partito comunista in Brasile. Pubblica in seguito altre opere minori sul suo soggiorno nei paesi dell’Unione Sovietica.
Poco dopo, però, ecco un’altra grande svolta, avvenuta precisamente nel 1956. Questa è la data della sua uscita dal Partito Comunista Brasiliano per dissensi sugli sviluppi del comunismo in Unione Sovietica.
Nel 1958, ritornato in Brasile, pubblica con sorpresa di tutti “Gabriella, garofano e cannella“. Un ritorno al passato, alla sua terra d’origine e alle lotte dei “fazendeiros” per il possesso delle terre; nel romanzo, tra una sparatoria e una cavalcata la bella Gabriela ama e rivendica il diritto di amare. Questo diritto di amare al femminile, questo superamento del binomio sesso-peccato può sembrare banale, al giorno d’oggi, ma a quel tempo, nel 1958, ottenne un effetto provocatorio forse superiore a quello dello stesso “Jubiabá” vent’anni prima. Una riprova? Amado non poté rimettere piede a Ilhéus per molto tempo a causa delle minacce ricevute per aver offeso l’onore e la rispettabilità delle donne del posto.
Molti anni più tardi, quando compirà ottant’anni, il “paese del carnevale” gli renderà omaggio con una grandiosa festa, un gigantesco carnevale nel vecchio quartiere bahiano del Pelourinho, tante volte descritto dal “bahiano più bahiano di Bahia”. Verso la fine della sua vita, il bilancio del vecchio e indomito scrittore non potè che essere improntato all’orgoglio e alla soddisfazione. I suoi libri, pubblicati in 52 paesi e tradotti in 48 lingue e dialetti, hanno venduto milioni di copie, contribuendo a risvegliare le coscienze ma anche a distendere e a divertire (soprattutto grazie alla sua “seconda fase”, quella “spensierata” di “Gabriella garofano e cannella”). Il leggendario cantore di Bahia è scomparso il 6 agosto 2001. ( http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=241&biografia=Jorge+Amado )
Anno di pubblicazione: 1966
Edizione: Garzanti
Pagine: 524
Costo: 18.80 €
Consigliato: Personalmente no. Lo consiglierei solo agli appassionati di realismo magico.

E’ al tempo stesso la dona Flor vigilante e intrepida di fronte al pericolo, onorata, austera e intransigente – e la dona Flor piena di fretta di darsi, prima che sia troppo tardi. Quale delle due è la vera dona Flor?

Dona Flor ha un gran da fare con una marea di grattacapi in duplice copia, e i mariti sono solo uno dei tanti. E’ messa al bivio tra tradizione e innovazione, e vede passare di tutto di fronte a lei: la cultura, la morale, la società, le proprie pulsioni sessuali. Tutti indecisi se andare a destra o sinistra, a volte spinti su una via, a volte affaticati sull’altra. La processione passa di fronte a lei ma soprattutto dentro di lei: questo è un romanzo imperniato sulla donna – poco importa che si chiami Dona Flor – e su tutte le responsabilità e i problemi che gravano su di essa.
Volendo comprendere in una sola parola tutto il romanzo, si potrebbe ricorrere al termine “sincretismo”. Il duplice si scontra, lotta e ne esce mescolato, e sono sempre carne e pulsioni individuali a scontrarsi con spirito e morale: come le divinità africane che si aggirano per le strade e per i terreiros incarnate nei vari figli-di-santo, troppo amorali per essere accettate coi loro nomi (Oxossi, Exu), ma decisamente accettabili se imprigionate nella comoda effigie di qualche santo cristiano (e consultabili senza andar contro i precetti cristiani). Le pulsioni del popolo africano trasferitesi a Bahia grazie alle navi negriere dei secoli precedenti ricevono il battesimo della giustificazione, un cantuccio nella zona franca del “ciò che si può ma non si dovrebbe”, proprio grazie alla trasformazione in santi dabbene. E questa tensione tra il si-deve/non-si-deve permea tutta la società bahiana, ma guarda caso colpisce solo le donne.
Come sono le donne di Bahia? Sono donne confuse tra dovere e pulsione, anche solo inconsciamente. Sono donne di mondo, nella duplice valenza della definizione: sanno vivere in società e sono prostitute. Ci sono le puttane ricche di forza spirituale, come Dionisia, ci sono le donne di mondo che non sono puttane di professione ma per passione, ci sono le ex prostitute diventate bacchettone perché appassite. Sono donne che mandano avanti una morale che le intrappola, cercando di aprire piccoli varchi a suon di giustificazione personale (o a vantaggio delle donne amiche). Quando una novità è possibile dietro l’angolo, seguono il movimento delle altre donne che le circondano. Quando Marilda deve scegliere tra una carriera musicale e un marito che le vieta ogni lavoro, è assurdo il comportamento delle donne del vicinato: prima convinte sostenitrici del matrimonio come unico sbocco professionale della donna per bene, poi avvelenate contro il marito despota, ma solo quando Dona Flor porta senza vergogna un’opinione differente e altamente condivisibile.
La pulsione più controversa è quella sessuale, ed è questa una delle maggiori riflessioni al centro del libro: può una donna essere vorace come una puttana? Stando ai discorsi (e ai pensieri) che rimbalzano sulle bocche delle donne per bene della Bahia di Flor, carichi di allusioni a peni invidiabili e segrete porte da spalancare, si direbbe di sì. Ma la realtà è più difficile di quanto non sembri: per la donna la vita è un districarsi continuo tra contraddizioni che confondono la segnaletica per una vita onorevole. E’ bene un anno di lutto, non è bene un anno e un mese di lutto. E’ bene uno sposalizio come si deve, non è bene fare l’amore prima del permesso divino e civile (ma tutti lo fanno). E’ bene vivere una vita regolare, anche sessualmente, ordinata come una prescrizione medica. Quella è la felicità, anche se dentro ti si agita una puttana che reclama un marito slegato dall’etichetta. Ma la pulsione sessuale è bene solo se tenuta a bada decorosamente. Il marito, al massimo, ricorrerà a una donnina delle case, ma il tuo onore sarà intatto. Dona Flor sarà la sintesi e la chiave di risoluzione di questa morale incerta, il cavallo di Troia penetrato all’interno della sua fortezza.
E’ interessante chiedersi se le cose stiano ancora così: quanta dose di moralismo opprime ancora la libertà delle donne? Personalmente, vivo in un contesto sociale in cui ragazze madri continuano a guardare con riprovazione il sesso prima del matrimonio. Ancora non ce l’abbiamo fatta a districarci, ad accettare completamente la nostra carica erotica e – soprattutto – la sua normalità. Ancora il desiderio puro e semplice (a prescindere dal proprio partner) viene guardato come umiliante se femminile, esaltante se maschile.
Amado è ironico e malizioso, spesso fa sorridere, porta in scena e smaschera le contraddizioni di una società con un piede sul proprio desiderio e l’altro sul dovere autoimposto in una sovraestimazione delle proprie capacità. Sebbene io non possa non riconoscere che si tratta di un buon romanzo, personalmente l’ho trovato spesso ridondante, noioso, i personaggi poco interessanti e abbastanza stilizzati (ma questo è riconducibile alla tradizione della cultura orale, a cui il libro sembra ispirarsi, che crea più dei “personaggi-simbolo” e non delle persone), non mi ha spinta a leggere voracemente e con grande interesse. E’ stata una lettura abbastanza piatta, ma mi riservo la possibilità di rileggere Amado nei suoi romanzi politico-sociali. E’ un autore che probabilmente ha tanto da dare, forse anche a voi (e a me).
Elisa Lai

Un divorzio tardivo | Abraham B. Yehoshua

Titolo: Un divorzio tardivo
Titolo originale:  Gerushim Meuharim
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore:   A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1982
Edizione: Einaudi
Traduzione:  Gaio Sciloni
Pagine: 366
Costo: 12 €
Consigliato: Sì

Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci.

Forse per rendere vagamente l’idea di cosa sia un libro di Yehoshua – dopo aver letto L’amante posso iniziare a pensare che il suo sia proprio un modus operandi – bisogna partire dal titolo. Dà sempre titoli semplici, chiari, poco luccicanti. L’amante. Un divorzio tardivo. Il responsabile delle risorse umane. Uno magari è lì che si cerca la frase ad effetto, un po’ alla Grossman, arriva a Yehoshua e si ritrova davanti categorie nette che non sanno di ordinario, sono la quintessenza dell’ordinario. Sai già cosa aspettarti. Sicuro?

Il fatto è che lui usa il singolare, ma nei due libri che ho letto finora gli amanti e i divorzi sono ben lungi dall’essere al singolare. Lui quei due sostantivi – amante e divorzio – li prende, li spezza come pane arabo e poi descrive non solo i due tozzi che gli sono rimasti in mano, ma anche ogni singola briciola caduta a terra. Con una vividezza, con un’onestà assurde: se il pane è ammuffito non te lo nasconde, anzi, cerca il modo migliore per farti sentire la consistenza della muffa sotto le dita o l’odore che rilascia. Il divorzio non è solo quello dei due sessantenni Yehudà e Na’omi, è quello dei loro figli, è quello di ogni singolo personaggio che lotta con gli altri ma anche – soprattutto – con se stesso.

La tecnica narrativa usata è molto simile: una stessa storia osservata da più personaggi, in modo da riprodurre non il reale – che cos’è poi il reale? – ma la frantumazione del reale. L’amante risultava così la perfetta rappresentazione della difficoltà dell’incontro umano, mostrava una nuvola di esseri umani spocchiosi e in bilico tra la comprensione e la pugnalata. Ma si era ancora sul versante delle riflessioni personali ordinate. Un divorzio tardivo ha un valore aggiunto: i pensieri dei personaggi sono totalmente liberi di scorrere senza che la punteggiatura ponga loro un giogo, ordinando e impacchettando. I punti e le virgole che si incontrano a tratti sembrano più degli attimi di silenzio, dei momenti in cui il cervello prende un attimo di respiro prima di ripartire nella stratificazione di versioni più o meno oneste della realtà. E’ come nella mente della nonna Vaduccia de L’amante quando questa sta riprendendo coscienza di sé. Ed è questo il fatto: i personaggi di Un divorzio tardivo sono impegnati inconsciamente in una lunga fase di recupero di loro stessi. Ecco i tozzi di pane, ecco le briciole, ecco la muffa: gigantesche ambizioni personali, desiderio di rivalsa, egoismo, l’ebrezza dell’autogiustificazione, il retrogusto acido del dubbio e della disperazione, l’intrinseca difficoltà di sentire gli altri. Il professore Assa pensa al suo futuro in terza persona, come se fosse un biografo alle prese con la vita di un uomo straordinario, ma ci riesce solo quando gli altri non sono nei paraggi. Gran parte degli altri personaggi non sono da meno in quanto a megalomania. Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci: ci vediamo sempre come il più, e il sorriso onesto è spesso lontano dal nostro viso, da un sentimento di sincera comprensione. Impossibile non rivedersi in almeno uno dei personaggi, impossibile leggere senza arrivare a vergognarsi.

Oltre al lato individuale (che è contemporaneamente universale), c’è quello prettamente israeliano. Se volessimo fare un paragone col mondo del cinema, potremmo paragonare questo libro a “Una separazione” di Asghar Farhadi (o meglio, viceversa, dato che quest’ultimo è del 2011). Se lì si coglie il pretesto di una separazione per descrivere il reticolo di tensioni che intrappolano la vita in Iran (tensione tra integralisti e laici, tensione tra il desiderio di fuggire verso il sogno occidentale di benessere e quello di rimanere nella propria casa per ricostruirla), in questo libro con il divorzio si riproduce l’immagine di una società, quella israeliana, ripiegata su se stessa e ammalata di contraddizione. C’è il nuovo che aleggia tra i personaggi come una bestia impaurita che mostra le zanne, pronta a mordere e dilaniare, e c’è la tradizione ferma in uno sguardo di riprovazione, nella mente dei personaggi, nei gesti di un rituale che un gruppo di pazzi in un manicomio sbagliano continuamente. C’è un’immagine molto bella, che rende bene l’idea: Na’omi in ospedale non aspetta la fine della benedizione per mangiare un pezzo di pane. Tutti la guardano, cercano di bloccarla, il rabbino integralista è irritato. Ma lei mangia voracemente, non si ferma: la sua è una necessità, il rituale è solo un’imposizione vuota che non ha niente a che fare con il proprio corpo. E i parallelismi non si sprecano: tutto il libro è allo stesso tempo pensiero individuale e pensiero collettivo, esprime la tensione di un paese che va avanti verso un futuro che non ha né colore né forma: il buio dietro e il buio davanti, come nell’immagine evocata ossessivamente da Yehudà. Ritroverete questa tensione ovunque, e simboli e richiami in ogni personaggio, a partire dal cinico Israel Kedmi, con la sua lingua pronta a ferire familiari e arabi, con la sua mania di grandezza e la sua certezza di essere nel giusto, senza averne assolutamente le prove.

Yehoshua si conferma un autore capace, spietato, onesto. Un autore capace di parlare al plurale usando un ordinario singolare, capace di parlarti del divorzio di due personaggi per farti divorziare da te stesso.

Pensavo che ci dovesse essere assolutamente un posto un punto immaginario a partire dal quale ti saresti scomposto. […] Nei secoli dei secoli l’Uomo deve vedere se stesso.

Elisa Lai

Sempre riguardo Abraham B. Yehoshua potete leggere la recensione di:
-> L’amante


Herzog | Saul Bellow

Titolo: Herzog
Titolo originale: Herzog
Autore: Saul Bellow
Cenni sull’autore: Saul Bellow è nato nel 1915 a Lachine, nel Quebec, da genitori ebrei russi emigrati in Canada. Nel 1924 la famiglia si trasferì a Chicago, dove lo scrittore compì i suoi studi, laureandosi in antropologia e sociologia. Il suo primo romanzo, L’uomo in bilico (1944), venne accolto con grande favore dalla critica (fra i più entusiasti il grande Edmund Wilson), e ciò gli valse una borsa di studio che gli consentì di soggiornare due anni in Europa, dove poté dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Tornato in patria, alternò per molto tempo l’insegnamento universitario all’attività di scrittore, perseguita con successo sempre crescente, fino al massimo riconoscimento del Nobel, ottenuto nel 1976. Dopo L’uomo in bilico, diede alle stampe La vittima (1947), seguito da Le avventure di Augie March (1953), accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico, e da La resa dei conti (1956). Il successo internazionale glielo assicurò Il re della pioggia (1959), poi confermato da Herzog (1964), Addio alla casa gialla (1968), Il pianeta di Mr. Sammler (1970), Il dono di Humboldt (1975). Nella sua produzione più tarda sono da segnalare Il dicembre del professor Corde (1982), Quello col piede in bocca (1984), Ne muoiono più di crepacuore (1987), La sparizione (1989), Il circolo Bellarosa (1989). Da ricordare infine le opere teatrali L’ultima analisi (1964) e C’è speranza nel sesso? (1966), oltre al saggio Gerusalemme andata e ritorno. Commentario personale (1976). Saul Bellow è morto Martedì 5 Aprile 2005 a 87 anni.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Oscar Classici Moderni
Traduttore: Letizia Ciotti Miller
Numero pagine: 405
Costo: 10€
-> Consigliato: consigliatissimo!

Ah, la magniloquenza dell’autogiustificazione, pensò Herzog. Che genio sapeva suscitare nei mortali, perfino in quelli con il naso più rosso.

Ah, poveretto!- e Herzog per un momento si unì al mondo obiettivo, e da quell’altezza guardò giù, a se stesso. Anche lui poteva sorridere di Herzog e disprezzarlo. Ma rimaneva sempre il fatto. Io sono Herzog. Io sono obbligato a essere quest’uomo. Nessun’altro può esserlo al posto mio.

Mentre parlavo con una cara amica dell’ultimo film di Woody Allen, all’uscita dal cinema, ho avuto la brillante idea di spostare il discorso su uno dei personaggi (la ragazza tutta pose intellettualoidi). Mi ricorda tantissimo C., dico ridendo sotto i baffi, una nostra vecchia conoscenza. Lei, accogliendo la risata con un sorriso un po’ più prudente, mi ha detto che in realtà quel personaggio le ha messo addosso la paura di risultare così agli occhi della gente, nel parlare di arte e letteratura al suo solito modo entusiasta. E’ stata una stilettata. La risata mi è morta sulla bocca, e la domanda è arrivata in un secondo: è C. o sono io? Cosa mi impedisce di essere la ragazza tutta pose intellettualoidi durante un discorso? Non cerco forse anche io di calcare il personaggio, di dare lustro al mio ego, oltre a esprimere un interesse? Il mio discorso frivolo puzzava.

Ecco, c’è chi queste domande autoindagatorie le evita del tutto, non andando a fondo nel cercare la sorgente della puzza. C’è, poi, chi ricorre alla servizievole, sempiterna filosofia del “eh-ma-io”. Rido di un comportamento altrui e, nel momento in cui mi accorgo di aver fatto la stessa cosa qualche tempo prima, reprimo il tutto con un celere cerotto “eh-ma-io”, che sembra gonfio di giustificazioni sensate, ma in realtà è solo fumo negli occhi (i miei, gli altri ci credono solo se spinti da un affetto fiducioso). Eh-ma-io l’ho fatto per una ragione. Eh-ma-io l’ho fatto diversamente. Eh-ma-io sono io.

A contorno di questa serata, arriva Herzog con la sua burbera necessità di scrivere lettere a chi gli pare, per lamentarsi, muovere critiche, specificare, spiegare, fare scacco. Scrive, scrive, e non spedisce mai. Quante volte l’abbiamo fatto? Io sono sempre stata un Herzog. In preda alla rabbia o all’umiliazione, ci organizziamo il discorso del secolo, quello capace di far ammutolire il mondo per un istante, la zia arcigna, la cugina con l’acidità nel sangue (più o meno del nostro?), parenti serpenti ed ex amici che ancora si gloriano di avere avuto la meglio su di noi. Ci dedichiamo cumulativamente ore e ore – giorni, anni – a questi sogni a occhi aperti, a queste opere d’arte. Potiamo e innestiamo in modo da ottenere il meglio e vincere che? Solo un sospiro di sollievo dal mondo, che si disperde in fretta e non lascia odore.

Io non ho potuto fare a meno di affezionarmi a Herzog. Con un piede sul suo io imbizzarrito (ora attraverso la prima persona, ora sbirciando le sue lettere), e con l’altro sulla terra solida accanto a lui, Bellow lo osserva da dentro e da fuori, serpeggiando. I personaggi che si avvicendano tra le pagine intorno a Herzog ci sembrano quasi tutti meschini, falsi, capaci di condotte miserande e di mantenere al contempo una brillantissima faccia tosta. Come quelli che popolano il nostro mondo, d’altronde: gli stronzi ci danzano attorno, e noi li guardiamo dal nostro baluardo di innocenza.

Herzog, dal canto suo, è una corda tesa di emozioni, pronte a vibrare al minimo tocco. La rabbia improvvisa limata dall’autoanalisi, la profonda sofferenza, la cecità di fronte all’inganno, la spietata fede nell’amico più caro, l’amore cagnesco che non scompare dopo una raffica di pugni: è un pagliaccio sofferente. Cede alla tentazione dell’eh-ma-io, ma pian piano aggiusta la rotta e se le dà di santa ragione, da solo. Scopre.
Sarebbe anche il nostro turno, magari.

Una nota a margine: c’è una cosa che adoro nei buoni libri, ed è la capacità di descrivere una sensazione passata sulla pelle di tutti in un modo semplice ma efficace. Ecco, in questi libri le descrizioni diventano leggere come poesie. Herzog è pieno di poesie annidate tra le righe.
Ciò che le rende diverse dai libri cattivi (quelli cattivi per me) è che nessuno ti avvisa. Il timbro del narratore non si gonfia di solennità come se avesse tossito per schiarirsi la voce (ascolta bene, sto per illuminarti), ma lascia scorrere le parole come se parlasse d’altro.
Tu afferrale.

Elisa Lai


L’amante | A.B. Yehoshua

Titolo: L’amante
Titolo originale: The lover
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore: A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1977
Edizione: Einaudi
Traduttore: Arno Baehr
Numero pagine: 448
Costo: 13€
-> Consigliato: di cervello e di cuore.

Non mi venga a dire che al mondo c’è un uomo libero.

 

C’è una scena di un vecchio film in cui due ragazzi innamorati stanno uno accanto all’altro, vicinissimi, di fronte alla cinepresa. Fra di loro, al centro, c’è un telefono: ascoltano le parole di un amico che parla di un certo affare. La vicinanza inaspettata li rende nervosi. Si amano, ma non riescono a stringersi, a baciarsi, a confessarsi. Lei forse è intimidita e ha paura di non essere amata, lui la ama ma teme che con l’inizio di una relazione i suoi sogni svaniscano in un soffio. E c’è questa inquadratura meravigliosa, in cui loro si dividono perfettamente lo spazio in scena. Lei guarda verso il fuoricampo ma mostra il viso pieno e senza ombre, chiaro alla luce dei riflettori. Lui è di profilo, combattuto fra mente e corpo, è attratto dalla sua pelle d’un tratto così vicina, la sfiora e rimane in sospeso. E quel ricevitore, al centro, da cui continua a venire il cicaleccio dell’amico che parla di un affare, inascoltato. Era il pretesto dell’avvicinamento, ora è solo una cornice, rumore.
(Il film è “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, e la scena è questahttp://www.youtube.com/watch?v=dAHbEc…)

Lo spazio tra un viso e l’altro contiene un universo di possibilità. Quella tensione tra i due, il fiato sospeso prima del bacio, che arriva tardi, sembra non arrivare mai. E tu sei lì, e te lo senti tutto addosso il peso di quell’universo, sollevi un po’ il viso come se fossi lui o lei, e non aspettassi altro che una carezza. Ma la forza dell’ambizione di lui è troppo forte: invece di baciarla la scrolla, le grida contro tutti i suoi sogni armati in un “non mi sposerò mai”. E cede al suo stesso desiderio. E i sogni, quello che lui doveva fare da individuo libero, da solo, nel mondo? Son stati seppelliti dalla forza di quello spazio sospeso, dall’urgenza di un contatto.

Questo libro di Yehoshua sta esattamente a metà tra le bocche dei due amanti. Lui non è James Stewart e lei non è Donna Reed, i personaggi del romanzo arrivano a turno – o forse tutti insieme – e prendono posto all’interno delle sagome degli attori. Tutti tesi verso un contatto con l’altro che non arriva, sembra non arrivare mai, chissà se arriverà. Tutti tesi in quell’ansia di James Stewart, che muore dalla voglia di baciare e al contempo si arma per non farsi incastrare e rimanere coerente con i propri pensieri, i propri progetti di vita. Sono individui che si dibattono tra la necessità di star vicini e la paura di fare un passo verso l’altro. Hanno paura di uscire dalla loro stessa prigione, ma ne sentono lo stimolo irrefrenabile.

Che cosa è un amante? E’ un elemento estraneo che si insinua in una famiglia, in un legame già consolidato. E’ il nuovo, l’estraneo, lo sconosciuto. E’ un universo di possibilità da sondare, perlustrare e conoscere.
In questo libro non c’è un amante solo. L’amante Gabriel, sparito il primo giorno della guerra, è solo uno dei tanti. Lasciando da parte la connotazione sessuale dell’amante e tenendo solo il nocciolo duro del contatto intimo con un estraneo, possiamo dire che tutti i personaggi sono l’uno l’amante dell’altro. Ebrei, arabi, uomini.
C’è Na’im, l’arabetto, che si insinua nelle case degli ebrei, un po’ per coincidenza, un po’ per desiderio. Porta la sua diversità tra le loro mura, va a scontrarsi contro i loro pregiudizi aperti o covati inconsciamente. E così, come un seme di papavero gettato in un campo di rose, inizia a germogliare tra loro. Si mescola a loro. Forse diventa persino un po’ rosa, o forse un nuovo fiore, indefinito, forse un papavero coi petali di una rosa ma con lo stesso pistillo.
C’è Vaduccia, la centenaria nonna ebrea che l’accoglie in casa, un po’ timorosa perché gli arabi sono tutti terroristi. E’ tutta tesa tra una carezza che la fa sentire umana – lei, priva di legami col mondo oramai – e il terrore che Na’im nasconda armi nella sua stanza. Non c’è niente di buonista nel racconto di questa accoglienza, come non c’è niente di buonista nell’incontro tra gli altri personaggi: il racconto procede a voci alternate, si frantuma in molteplici punti di vista che fanno a pezzi speranze, paure, desideri e sogni. Na’im scorge comprensione in uno sguardo di Dafna, e già gioiamo con lui, ma appena la parola passa a lei ci ritroviamo con una manciata di vetri rotti tra le mani. Il cuore esce straziato da questo continuo cambio di prospettiva, la verità che si solleva dalle pagine è amara ma realista: il più delle volte non c’è modo di incontrarsi. Ci sfuggiamo continuamente, nonostante il desiderio.

E in mezzo a tutta questa solitudine protesa verso un contatto con l’altro, Yehoshua lascia che prenda posto il cuore pulsante della questione israeliano-palestinese. E tutta l’amarezza del conflitto prende corpo nella divisione tra diffidenza della mente e desiderio di contatto corporeo. I pensieri si fanno la guerra, i corpi si cercano. Si sentono attraverso i vestiti, attraverso il respiro, carezze ai letti vuoti ma ancora caldi del sonno di qualcuno, baci domandati, schiaffi. Ebrei e arabi. Si toccano per non perdersi, perché il loro corpo lo sa: si stanno perdendo, e la mente potrà rimbrottare giudizi e interpretazioni errate della realtà quanto vuole. La verità è che sono soli. Soli e prigionieri l’uno dell’altro.

Sembra impossibile che tutto questo lasci spazio a una speranza, eppure…

 

Elisa Lai


Poesie (1923-1976) | Jorge Luis Borges

Titolo: Poesie (1923-1976)
Autore: Jorge Luis Borges
Cenni sull’autore:  Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”. (Fonte:  http://en.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges )
Traduzione: Livio Bacchi Wilcock
Edizione: Rizzoli
Pagine: 317
Costo: € 10.40
Consigliato: Assolutamente sì.

Datemi un rastrellino

Stanotte, appena chiuso il libro, son rimasta ore e ore a rigirarmi nel letto assalita da orde di pensieri appallottolati. Perché Borges ha colpito nel segno, in quel modo delicato ma preciso con cui nei cartoni animati una freccia colpisce il centro del bersaglio affettando le altre che dignitosamente si godevano il loro momento di gloria. Un sibilo leggero, una stilettata netta e poi la perfezione del silenzio. E tutti questi pensieri, mi son detta, devo fermarli da qualche parte, anche perché sarebbe il caso di dormire. Jorge, hai avuto una cura pazzesca nel forgiare le tue frecce, ma ora fatti più in là ché mi occupi tutto il letto.
Come ripicca, credo, stamattina i pensieri appallottolati son scomparsi, Jorge se li è portati via con un colpo di mano come se fossero uno yo-yo.

Quindi siamo punto e a capo? No. Nell’andare via, il rumore dei pensieri ha lasciato sulla strada dei meravigliosi relitti. Come la risacca dell’onda, che prima tutto inghiotte rumoreggiando, e poi nel ritirarsi lascia qui una conchiglia, là un granchietto di un rosso vivo. Pietre di un giardino zen in riva al mare.

Ed ecco che cosa è la poesia di Borges: un piccolo rastrello. Levigato, leggero, pronto ad accompagnare la tua mano nella cura della tua distesa di sabbia personale. Riga dopo riga, arrivi a circumnavigare un patio (quello delle case di Borges, il tuo), un viso scomparso (dal tuo orizzonte, da quello di Borges), una poesia. E così ti ritrovi un giardino di sabbia ondulata, rimescolata gentilmente ma con vigore, che intorno agli oggetti della tua vita si increspa come l’acqua quando ci lanci dentro un sasso. Le cose prendono peso, la realtà e il silenzio si raccolgono religiosamente attorno alle tue divinità personali. E tu ti senti un po’ più in ordine, rassettato e pronto a farti sferzare da altri venti (tanto, poi, si ricomincia il lavoro).

Non c’è stato finora un poeta capace di parlarmi di casa sua e farmi sentire nella mia. Borges parla del patio e io mi sento i polmoni pieni dell’atmosfera della casa dei miei nonni. Quella quiete che risana, quel profumo di fiori e peperoncini messi a seccare, quel profumo di vini che furono e che son spariti con le gole che li hanno assaporati.

Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.
La notte nuova è come un’ala sopra i tuoi terrazzi.
Sei la Buenos Aires che avemmo, quella che negli anni si allontanò quietamente.
Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.
Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.
Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolce acque torbide.
Prima di illuminare la persiana il tuo basso sole rende felici le tue ville.
Città che si ascolta come un verso.
Strade con luce di patio. 

Solo a riscriverla, la faccia mi impone un sorriso.
Non è solo casa, Borges. E’ anche paura, senso di vuoto e vertigine nel constatare che siamo fatti di sabbia, siamo un sogno sognato da chissà chi altro (forse anche lui sognato, chissà), esseri “un po’ memoria e un po’ oblio”. Ti accarezza come la nonna e ti schiaffeggia come la realtà quando si fa aspra e aggressiva: tu, tutte le persone che sei stato, siete solo il riflesso di tanti altri che furono prima di te. Poi ti lascia ritornare a giocare. Puoi tornare al tuo patio, alla tua casa della nonna, a goderti i momenti di felicità (tieni a mente l’ultimo comandamento di un vangelo apocrifo: Felici i felici).

Fossi in voi io Borges lo terrei da parte per quando avete voglia di rimettervi un po’ in sesto. Perché a discapito di quanto potrebbe sembrare, in quei casi il tentativo di convincersi che nella nostra vita c’è solo luce, c’è solo luce, c’è solo luce, finisce per corroderci. Meglio spegnere una luce e godersi l’ombra, accettarla, e vedere (o meglio, sentire) tutto il resto senza l’alone del sole accecante a deturparne la bellezza.

Elisa Lai


Giulia 1300 e altri miracoli | Fabio Bartolomei

Titolo: Giulia 1300 e altri miracoli
Autore: Fabio Bartolomei
Cenni sull’autore: Fabio Bartolomei è nato nel 1967 a Roma, dove vive. Scrittore poliedrico, è un affermato pubblicitario e autore di sceneggiature. Nel 2004 ha vinto il Globo d’Oro con il cortometraggio Interno 9. Nel 2011 si è fatto conoscere dal pubblico dei lettori con il suo romanzo d’esordio, Giulia 1300 e altri miracoli. Insegna scrittura creativa.
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: E/O
Pagine: 281
Costo: € 9,50
-> Consigliato: Appassionatamente consigliato

“Io, se in questo momento mi guardo intorno devo dire che i miei unici amici sono un negro e un camorrista!”. Beve malinconicamente un’altra sorsata. “Esclusi i presenti, certo”.
“Certo” dice Sergio.
“Certo certo” confermo.
“Che poi c’è da ridere… un negro, un camorrista, due sfigati e un comunista del cazzo! Ma che è? Una barzelletta?”.
Andando per esclusione, io sono uno dei due sfigati. Però non me la prendo.

Metti in conto che quando finirai questo libro sarai imprigionato su un filo, quello che collega la tua indicibile voglia di raccontare la storia a tutti e il timore agghiacciante che le tue parole possano scoraggiare i potenziali lettori dal mettere il naso sul libro. Attrezzati con tende e quel che ti serve: ci rimarrai parecchio. Metti in conto che sarai una mina pronta a esplodere, seppellita dall’ombra del piede in procinto di calpestarti. Ma il piede è tuo. Se esplodi fai un casino, puoi dire addio all’annunciato godimento del gioco di citazioni e aneddoti da ricordare e ripetere coi tuoi amici come una Bibbia personale. L’unica cosa che puoi fare è consigliarlo a chiunque, sguinzagliare un esercito di pulci in altrettante orecchie, pulci a matrioska, capaci di liberare pulci in altri bastioni auricolari e amplificare l’effetto finale.

Io lo so, lettore, che questo libro non ti ispira. Lo so che il nome Fabio Bartolomei non ti dice niente. Fabio chi? Quello, la copertina dice che fa il pubblicitario e lo sceneggiatore. Tu dirai: Moccia fa l’autore televisivo, questa non è una garanzia. Anzi, semmai mi fa storcere il naso un po’ più a sinistra. Lo so benissimo cosa pensi, ma osa, dannazione! Levati quella faccia contrita e supera con un balzo tutti quei classici e contemporanei dal nome altisonante conquistato in decenni di passaparola e tradizione letteraria. Prendi questo libro, assaggialo, soppesalo, tracannalo fino a fartelo andare di traverso. Liberati dalla convinzione che un’opera d’arte per essere tale debba essere chiacchierata.
Forse ti ritroverai come me a sollevarlo come un cimelio sacro e gridare senza vergogna: “Io amo questo libro! Io amo Fabio Bartolomei!”.

I personaggi io li ho visti. Non li ho letti, non li ho immaginati, li ho proprio visti. Avevano la faccia delle persone che ho incontrato nel mondo reale, potevano essere loro. Potevo essere io. Ero io.
A tutti capita prima o poi di finire nelle fauci della terribile domanda a due teste: chi sono? Cosa faccio? Dopo lo scontro, c’è chi continua a deambulare rimettendosi in sesto la carne a brandelli cucendone i lembi con fili di paillettes, ingannandosi che l’ostacolo sia stato affrontato e superato. C’è chi deambula senza curarsi nemmeno di ricomporsi, continua a camminare mentre il sangue sgorga dalle ferite come se al posto del cuore avesse una centrale di distribuzione di morfina: il problema non c’è e non c’è mai stato. Domande? Non ho sentito niente, forse era la tv. C’è chi si incazza come se la domanda fosse un interrogatorio nel contesto di un processo penale. Non essere qualcuno è un reato perseguibile tramite l’isolamento (“Nobody knows you when you’re down and out”, cantò tale Eric). E poi c’è chi spara una salva di vaffanculo, mette la retromarcia e parte.

Non c’è niente di televisivo in questa partenza. Divorziamo da Hollywood: quando molliamo tutto per ricominciare non c’è una colonna sonora che misura il tempo dei nostri passi. Se nella nostra immaginazione il momento dell’inversione di marcia è accompagnato da sguardi ammiranti, sorriso piacione e piedi che picchiano duro su una batteria il ritmo della nostra determinazione, nella realtà la musica scema in un millesimo di secondo appena inciampiamo in un ostacolo immaginario e nel cadere ci vien pure da piangere come un bambino delle elementari. Gli sguardi ammiranti scordateveli: hanno sbuffato e se ne sono andati a cercare altre fonti di appagamento temporaneo. Nella realtà c’è il futuro che gioca a nascondino, e quando lo trovi prima ti fa un sorriso arrendevole e poi dopo un sonoro gesto dell’ombrello lo vedi mentre scappa nei campi.

La realtà è quella che Fabio Bartolomei ha captato e riprodotto nel suo libro che, in fondo, è fatto di materiali semplici e grezzi, ma sposati insieme alla perfezione grazie all’intervento di un qualche ingrediente segreto. Come un coro di voci di oboi, trombe, fagotti, violini e contrabbassi abbracciati in una sinfonia perfetta e trascinante; come un gruppo di africani, camorristi, sfigati, fascisti e comunisti che fanno i conti col futuro fuggiasco rinchiusi dentro una Giulia.

Elisa Lai


La luna e i falò, Cesare Pavese

Titolo: La luna e i falò
Autore: Cesare Pavese
Cenni sull’autore: nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista.  Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1950
Edizione: Einaudi Tascabili, 2005
Numero pagine: 211
Costo: 11€
-> Consigliato: Sì

 

 La costellazione della Collina 


Ciascuno di noi cammina sotto la luce di una costellazione. Non parlo di tori, scorpioni o leoni capaci di influire sull’umore, il carattere o il destino. No. Gli astri che costituiscono lo scheletro delle nostre costellazioni sono il centro gravitazionale di tanti sistemi solari alquanto singolari. Nella mia, una delle stelle più luminose è un piccolo quartiere al confine tra paese e campagna, e i pianeti che ci gravitano intorno sono un mastodontico albero di carruba da scalare, un teatrino di marionette ricavato dal vano di una finestra e un nutrito gruppo di bambini distribuiti lungo vari livelli del sistema, impegnati a ispezionare ogni centimetro di cielo durante sessioni infinite di nascondino (qualcuno le chiama orbite).

Per Pavese, la costellazione è quella della collina. In orbita ci sono Gaminella e il Salto, molte cascine e pochi palazzi signorili, ognuno con il suo carico di sogni e aspettative, ognuno con la sua donna, ognuno con il suo fiore, spontaneo o impiantato da paesi lontani. C’è persino un torrente, pianeta dal singolare satellite a scomparsa: il Belbo si libera spesso del suo noioso articolo determinativo, troppo geografico, troppo freddo, troppo indifferente. Ed ecco che allora i personaggi attraversano Belbo, passeggiano al suo fianco, come se Belbo fosse un animale mansueto dagli occhi dolci, e non più un elemento geografico. Pavese guarda il suo paesaggio con lo sguardo orgoglioso del creatore. Non lo facciamo tutti nel parlare delle nostre stelle?
Il paesaggio collinare, così personale e difficile da comprendere per un non campagnolo, diventa paradossalmente il punto di partenza per un discorso universale.

I personaggi, poi, più che pianeti sembrano degli asteroidi. Passano – chi più lentamente, chi meno – e nel loro tragitto vengono catturati da pianeti più grossi: modificano la loro andatura come ipnotizzati, e iniziano a gravitarci intorno. Quando il pianeta in questione esplode, vengono scagliati lontano, ma sempre cercheranno di ritrovare un centro attorno a cui camminare. Sono individui dall’orbita mutevole e incerta perché il loro centro gravitazionale è puro desiderio. Sono sempre tesi verso un orizzonte migliore, un obiettivo da raggiungere per dare un senso alla propria esistenza. “Tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”. Così tutti, dal primo all’ultimo, si mostrano per ciò che sono veramente: particelle spaesate che cercano costantemente un centro e mai lo trovano, scacciate dall’orbita trovata come animali appestati. Sono così il giovane Anguilla e Nuto, con lo sguardo rivolto al treno e a ciò che l’orizzonte acquerellato del mare sembra promettere. Sono così Silvia e Irene, è così persino Santa, è così il povero Valino. Le distinzioni di classe e censo non contano niente.

Pavese alterna costantemente il piano del presente a quello del passato, sovrapponendo due sceneggiati su uno stesso palcoscenico: la Mora prima, la Mora poi, la Gaminella prima, la Gaminella poi. Qual è il risultato di questo confronto? La vittoria schiacciante della concezione del tempo campagnolo: non è vero che tutto scorre verso un futuro luminoso, come i sogni liberisti e l’America vorrebbero far credere. Persino in America, dove le donne fumano e vanno in giro decidendo autonomamente sul loro futuro, gli individui non trovano il loro baricentro. Rosanne vuole fare la star, ma questa non è altro che una diversa declinazione del desiderio delle donne della Mora di accasarsi con un uomo ricco. L’America, il sogno per eccellenza, è un posto in cui le campagne non esistono nemmeno, tutto è votato all’individualità, alla realizzazione di sé, alla celebrazione dell’arrivo. A che pro?
Il tempo è un cerchio, o forse una ruota: rotola via, ma gli eventi si susseguono regolari. Tutto si ripete sulla stessa scena, ma con diversi attori. Cambiano le vesti, gli ombrellini delle donne cedono il passo al capo scoperto anche al sole, ma le parole sono sempre le stesse. Puoi chiamare il centro come ti pare, amore – fortuna – casa – benessere – riscatto: la condanna è una sola: l’insoddisfazione. E non ci sono distinzioni di classe o lignaggio, a nulla varranno le differenze tra chi va scalzo e chi porta le scarpe. Siamo tutti scalzi sulla stessa strada.

Ai tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora come è adesso.

Il linguaggio è semplice, diretto, scevro di virtuosismi. Le parole di Pavese sono quelle dei personaggi, e quando le parole non servono sono le ombre che calano sul viso, i lamenti, la violenza a declamare la verità. Atti bestiali ce ne sono tanti, eppure non c’è un solo personaggio veramente negativo. C’è una vaga assoluzione che ricopre quegli atti perpetrati da uomini in miseria e donne di alta classe, e queste deviazioni dal piano moralmente accettabile sono sempre ampiamente spiegate (non giustificate) dai fatti che si inanellano attorno ai disgraziati, nel presente o nel passato. Sempre l’insoddisfazione e la solitudine ritornano a far sentire la loro voce.

Eppure, in questo mare di desolazione, Pavese lascia una minuscola scialuppa di salvataggio: quella terra, quella collina, quel groviglio di speranze e gioie promesse il cui sapore continuerà ad esistere. Solo nel ricordo, certo, ma esisterà finché il piccolo asteroide che lo porta a spasso nello spazio non svanirà in un soffio di fuoco.

Elisa Lai

Riguardo Cesare Pavese potete leggere anche la recensione di:
-> Paesi tuoi 


La boutique del mistero, Dino Buzzati

Titolo: La boutique del mistero
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa ottocentesca di proprieta’ della famiglia. I genitori dell’autore risiedono stabilmente a Milano, in piazza San Marco 12. Il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto Internazionale all’Universita’ di Pavia e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, e’ l’ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte), il disegno, e la montagna, vera compagna dell’infanzia: “Penso” dice Buzzati in un’intervista concessa a Il Giorno il 26 Maggio 1959 “che in ogni scrittore i primi ricordi dell’infanzia siano una base fondamentale. Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti.Un mondo complessivamente nordico, al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la cittа di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno”. Scrive “Il deserto dei tartari” ispirato dalla monotona ruotine che gli richiedeva il lavoro di redattore notturno al Corriere della Sera, un lavoro che necessitava di gesti sempre uguali. (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1968
Edizione: Oscar Mondadori, 2000, 12° edizione
Numero pagine: 235
Costo: 9€
-> Consigliato:  Consigliatissimo, quasi imposto.

Un Esopo 2.0: storia di un titolo totalmente inventata dal lettore di turno secondo la propria intuizione

 

Ora non ditemi, vi prego: perché vai discorrendo di queste orribili tristezze, la vita è già così breve e difficile per se stessa, amareggiarci di proposito è cretino; in fin dei conti queste tristezze non ci riguardano, riguardano solo te. No, io rispondo, purtroppo riguardano anche voi, sarebbe bello, lo so, che non vi riguardassero. 

La boutique del mistero: non il negozio, lo spaccio, il magazzino, la rivendita. La boutique, trés chic. Un luogo dove il cliente di classe entra e viene servito e riverito. Dopo aver provato la merce, per non rendere la visita un banale atto d’acquisto, vien fatto accomodare su un comodo canapè e un’orda – ma un’orda gentile – di commessuole e ometti incravattati lo seppellisce – gentilmente – sotto chiacchiere e pasticcini. Il luogo in cui comprare senza sentire lo stress dell’acquisto, l’angoscia della scelta, la pugnalata dello sguardo del commesso che ti squarcia la schiena mentre tentenni un po’ troppo tra due tonalità di golfini. “Guarda un po’ – si dice il cliente – sebbene mi abbiano estorto un rene voglio persino tornarci al più presto”.
Una boutique che, però, per l’occasione vende mistero. Per pure ragioni di mercato, un incrocio inaspettato di domanda e offerta: i golfini non rendono più come una volta, ora il mistero è il trend del momento. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. Forse è sempre stato sulla cresta dell’onda delle preferenze dei lettori, la lettura perfetta da incastrare fra un turno di lavoro e una seduta davanti ai fornelli di casa. Be’, è giunto il momento di diversificare l’offerta. Volete mistero? E che mistero sia: con poltrona, pasticcini, chiacchiere e canapè.

Entriamo nella boutique. Ci sono dentro trentuno racconti piuttosto brevi, adatti a una lettura a piccoli sorsi. Ne finisci uno, riprendi la tua vita, ci ritorni comodamente senza bisogno di chiedere al commesso dov’eri rimasto, chi era chi, perché questo personaggio ora dice che. Cominci a sorbire la bevanda e già ci sei dentro: scene teatrali ricavate da innocui saloni aristocratici, gocce che risalgono scale di condomini, storie di cani, conigli e topi.

Cliente lettore: I topi son strani forti, però, dapprima in casa sono due o tre e talmente piccoli che fa pena ucciderli, poi pian piano crescono, di numero e di stazza, e finisce che se non stai attento ti calpestano pure. Ma che ci voleva ad ammazzarli? Evidentemente i padroni di casa non potevano, chissà. Che mistero, che mist… Che avete aggiunto a questo tè? Mi sento come un magone, un nodo qui, forse è il calore dell’ambiente che mi scombussola la pressione. Mi fermo un attimo, vado a far la spesa e torno, voi aspettatemi eh!

Il magone non va via. Si assopisce un attimo con l’aria fresca, ma appena il tuo sguardo sfiora i referenti reali del racconto (ospedali, cani, il mare, una goccia che traballa dalla grondaia), tutto riemerge e annoda, stringe.

Cliente lettore: I topi… Non riesco a levarmi dalla testa quei topi. To’, guarda, Giovanni mi ha chiamato. Che si impicchi, lui e i suoi problemi. Se non gli piacciono certi miei comportamenti, che si cerchi un altro: io sono io e di qui non ci si muove. D’altronde, tutto va bene, è solo lui a vedere il nero ovunque. Certo che, però, i topi…

(Un’ora dopo)

Sono stato gabbato! grida il lettore rientrando nella boutique, in preda agli spasmi. Mi avete avvelenato il tè, volevate forse uccidermi? Voi, con quel vostro peso sullo stomaco, non sopportavate l’idea che gli altri andassero felici e leggiadri nelle loro scarpe lucide, dovevate diffondere il morbo, far ammalare l’intera comunità. Volevo un libro che mi raccontasse di fantasmi e mantelli neri, voi ce li avete messi – sì, non lo nego – ma come è che invece di farmi paura finiscono per farmi danzare tra la commozione e la tristezza? Com’è che ora tutti i miei sentimenti, tutte le mie meschinità sono indissolubilmente legate a una storia? Non è forse offensivo paragonarmi a un cane a mia insaputa? Non è crudele spiattellarmi in faccia il fiele dell’amore? Si può forse vivere così, stando attenti alle ombre che si allungano alle spalle di una combriccola di conigli sotto la luna?

Direttor Buzzati: E’ possibile e giusto, caro cliente. La nostra boutique vanta riconoscimenti su riconoscimenti, persino da parte dei consumatori che, guarda caso, dopo un attimo di perplessità, sentono il bisogno di ritornare. Non è tanto per il nostro Tè del Magone (DOP), sa: è il pasticcino, col suo gusto leggero e velato, ad allentare un poco il vostro nodo alla gola (che poi non si respira più, noi non vi vogliamo mica sulla coscienza, vogliamo solo il bene per voi). Quel carico di paesaggi e poesie costruite sul quotidiano, su un cumulo di palazzi o su un povero giardinetto privato, persino su un uovo di cartone colorato: è quello a smorzare l’amaro, a rendere più sostenibile la prova. Oh, denunce ne abbiamo avute, e a bizzeffe: ma, chissà come, tutti i clienti dopo un breve periodo si sono diretti in questura a ritirare le proprie. Senza che noi si facesse qualcosa per forzarli, si intende. Le autorità ci hanno riferito che le giustificazioni erano le più strambe: chi parlava di tende nere atte a coprire usci di case per bene mentre fuori imperversava la tempesta, chi di mostri marini mitologici diversi dalle apparenze. La curiosità è stata tanta che, quando abbiamo riferito loro che tutto si collegava ai nostri trentun racconti in vendita, ci siamo trovati l’intero esercito appollaiato sui canapè della boutique.

Ah! La vedo più rilassata. Non vorrebbe, forse, un altro sorso di tè?

Cliente: Sì, grazie. Ma con poco zucchero.

Elisa Lai

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione de:
-> Il deserto dei Tartari 


La ballata di Iza, Magda Szabó

Titolo: La ballata di Iza
Titolo originale: Pilàtus
Autrice: Magda Szabó
Cenni sull’autrice:  L’ altro ieri è morta nella sua casa di Budapest Magda Szabò, la maggiore scrittrice ungherese del secolo, ma probabilmente dell’ intera letteratura magiara. Aveva novant’ anni, e pare stesse leggendo un libro nell’ istante della morte. Ha scritto tantissimo, nella sua vita: romanzi, racconti, saggi, sceneggiature cinematografiche, testi per il teatro. Fino a non molto tempo fa, nonostante la pubblicazione davvero profetica di Feltrinelli di L’ altra Ester nel 1964, era pressoché sconosciuta in Italia. Una certa notorietà le è arrivata con la pubblicazione di Einaudi, nel 2005, del romanzo La porta, una sorta di biografia-autobiografia della domestica dell’ autrice, e di lei stessa, un vero e proprio capolavoro. Figure di quel tipo sono apparse altre volte nella letteratura europea, basti pensare a Un cuore semplice di Gustave Flaubert e a L’ autobiografia di Alice Toklas di Gertrud Stein, ma un ritratto di tale forza, profondità e umanità è veramente raro nella letteratura del Novecento. In questo libro storie personali, anzi intime, si intrecciano con la Storia di quell’ Ungheria che ha dato innumerevoli grandi artisti alla civiltà occidentale. In patria Magda Szabò ha goduto di grande popolarità. «Für Elise», del 2002, è stato letto da ragazzi, giovani, uomini e donne maturi, diventando un vero bestseller. Nel 2007 Einaudi ha pubblicato un altro libro della Szabò, Ballata per Iza, scritto più di quarant’ anni fa. Assieme a Eszterhàzy e Kertèsz la Szabò rappresenta quel ponte tra Europa Centrale e Mediterraneo per il quale per mille anni hanno lavorato le migliori menti delle due parti.
(Fonte: Corriere della Sera, 21 Novembre 2007)
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Pagine: 306
Tradotto da: Bruno Ventavoli
-> Consigliato: Consigliato caldamente

Non osò guardarsi allo specchio. La superficie dell’amalgama era troppo viva, troppo simile a quella di un lago; temeva che qualcosa, o qualcuno, affiorasse all’improvviso, cominciasse a nuotare, e ne uscisse tremante. 

Chiudo questo libro con un senso di vuoto, disorientamento, commozione e la vaga sensazione di non riuscire a parlarne affatto. Da dove cominciare? Come riempire le orme impresse sul fango che Magda mi ha lasciato davanti? Come ricostruire questa sua opera, questo suo “Pilàtus” rinominato in italiano “La ballata di Iza”, forse per attirare gli sguardi di quei lettori che un libro intitolato Pilato l’avrebbero al massimo sepolto sotto un cumulo di sbuffi di noia?

Quando una lettura ti strega così tanto da strapparti ogni parola, ci sono due vie che il lettore può prendere: non parlarne o cercare di dipingerne un’immagine sfocata rubando i colori da altre tavolozze. Procedere per metafore e analogie. Io lo farò attraverso un sapore, perché questa sensazione di disorientamento è la stessa che si prova quando ci viene chiesto di descrivere le note di una pietanza. Che sapore ha?
Pilàtus ha il sapore ferroso del sangue che a volte occupa la bocca senza alcun motivo apparente. Ti cerchi la ferita sulle guance, con un rapido movimento della lingua: niente. Le gengive sono in salute, niente nel tuo cavo orale può aver permesso una fuga simile. Eppure lo senti, e ti accompagna per minuti o per ore, prima che la sua nota stridente venga messa a tacere dall’abbondante risciacquo con un ottimo dentifricio schiumoso. Rimane la menta, fresca e pulita menta, una pennellata di nuovo sulla ferita ignota.

Mi muovo tra le riflessioni sul libro come su un campo minato. Stavo per scrivere che la Szabó affronta ancora una volta, dopo “La porta”, il tema della vecchiaia. Ma sarebbe riduttivo, semplicistico e ingiusto. Questo libro ci insegna a non pensare alle persone in virtù della loro età anagrafica, a non cedere alla tentazione di imprigionarle nelle comode categorie di “vecchio” e “nuovo”, come se si parlasse di un modello di tostapane elettrico o di un telefono cellulare. Iza proferirà una delle frasi più agghiaccianti che io abbia mai sentito: “Non erano persone moderne, né mio padre né mia madre. Erano figli di un’altra epoca”. E immediatamente mi rendo conto che quanto di agghiacciante trovo in questa frase è la terribile frequenza con cui finiamo per sentirla – e pronunciarla – ogni giorno. Mio fratello, ad esempio, ripete da anni che i piccoli paesini non servono a niente, dato che sono abitati solo da vecchi, dovrebbero scomparire del tutto, e i loro abitanti trasferirsi in città per portare l’amministrazione a risparmiare sul decentramento dei servizi. Vecchi paesini per vecchi. A me un’idea simile fa rabbrividire, se penso alla passione con cui le persone si avvinghiano alle loro case anche quando stanno crollando. Vecchio e nuovo, per le abitazioni come per le persone, non devono perdere il loro carattere di aggettivi per diventare condanne insindacabili.

Eppure nessuno è al riparo, neppure chi vede l’orrore nelle parole degli altri: ricordo ancora oggi il modo in cui guardavo mia nonna selezionare le sue immagini di santi e statue come se facesse il riepilogo delle figurine Panini da attaccare su un album, e mi raccomandava di pregare il tale santo bambino, perché la preghiera faceva bene. Agli occhi di una quattordicenne in crociata con il mondo questo era ridicolo, così come ancora oggi continua a sembrare ridicolo a tutti noi nipoti il suo continuo monito di “non uscire spogliati”, persino con i 40 gradi all’ombra dell’agosto più cocente. Leggiamo per trovare delle storie nei personaggi inventati per noi dall’autore di turno, e spesso non ci rendiamo conto che noi siamo delle storie ugualmente interessanti e doppiamente incognite, perché non siamo stati scritti da nessuno o, se davvero qualcuno si è preso il disturbo, ignoriamo totalmente l’intento dell’opera. Come la vecchia Etelka di Iza, mia nonna compiva gesti maldestri e snervanti per un giovane, ma i suoi erano solo passi malfermi in una terra che non era più sua. Abbiamo sorriso nel leggere il testamento che aveva redatto da sola: la sua scrittura incerta da quinta elementare parlava del presente come se ancora fossimo negli anni ’20, in cui i ricchi erano quelli che possedevano una vigna oltre il paese. Lei parlava con un mondo che aveva mutato profondamente aspetto e lingua, ma i suoi unici punti di riferimento erano quelli con cui era cresciuta, quelli che i suoi compagni di vita ormai scomparsi avevano toccato con mano assieme a lei. Come mia nonna, la vecchia Etelka si ritrova in un mondo che cambia al galoppo, e non ha più la mano del marito da stringere. Di fronte a lei, la perfetta figlia Iza, medico reumatologo famoso per le sue diagnosi attente e precise, donna devota ai genitori e animata da un profondo spirito di sacrificio. Ma essere medico non basta: le persone non sempre hanno bisogno di diagnosi, hanno bisogno di una mano che sfiori per il solo scopo di far battere il cuore e non per sentirne la regolarità del battito e annotarla su una cartella.
La profondità del cambiamento è portata alle sue estreme conseguenze nel romanzo, dal momento che le vicende personali si intrecciano con quelle politiche dell’Ungheria scappata dall’orrore della guerra mondiale per precipitare in quello della dittatura staliniana e poi nella asettica, disinfettata, pulita modernità.

E Pilàtus? Perché Pilàtus? Questo dovrete scoprirlo voi: starà a voi riempire le lettere coi gesti dei personaggi, letterari o reali, vecchi o nuovi, recuperabili o scomparsi per sempre. E imparare qualcosa su di voi, questo mettetelo sempre in conto quando vi incamminate con Frau Szabó sotto braccio.

Elisa Lai

Sempre riguardo Magda Szabó potete leggere la recensione de:
-> La porta 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: