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Il vecchio e il mare | Ernest Hemingway

Titolo: Il vecchio e il mare
Titolo originale: The Old Man and the Sea
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway, secondogenito di una numerosa famiglia, nasce a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago, il 21 luglio 1899. In compagnia del padre, un medico che amava la vita all’aria aperta, viene introdotto fin dall’infanzia all’amore per la caccia e la pesca, che rimarranno le sue grandi passioni per tutta la vita. Sono esperienze di un rapporto formativo e quasi iniziatico con la natura che troveranno poi espressioni in alcuni dei suoi migliori racconti.
Notando il precoce talento gli insegnanti lo incoraggiano a scrivere e dopo il diploma viene assunto come cronista dal Kansas City Star. Hemingway inizia così una professione che non abbandonerà mai e che influenzerà profondamente la sua carriera di scrittore. Nel 1918 Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze e viene inviato sul fronte italiano. Ferito a Fossalta di Piave, dopo un periodo di cure a Milano ritorna in breve tempo al fronte. L’orrore della guerra in trincea lascerà un segno indelebile nello sviluppo della sua personalità e le esperienze di guerra costituiranno la base per Addio alle armi (1929), uno dei suoi romanzi più celebri. Rientrato negli USA, e festeggiato nella cittadina natale come un eroe, riprende l’attività di giornalista, e comincia a lavorare ad alcuni racconti, ma non riesce a riadattarsi.
Nel 1920 sbarca in Europa come corrispondente del Toronto Star; dopo essere partito alla volta della Spagna, nell’anno 1929, Hemingway torna negli USA stabilendosi a Key West, in Florida. Nel ’37 lavora come corrispondente di guerra a fianco degli americani e l’esperienza assumerà anche una sua forma narrativa nel famoso romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 e scritto a Cuba dove si è trasferito nel 1939. Nonostante i successi e la fama internazionale,scrivere gli resta sempre più difficile; il suo pessimismo cresce, l’immagine del vecchio e virile Hemingway crolla improvvisamente. Riesce a scrivere un ultimissimo racconto, la lotta del pescatore Santiago narrata ne Il vecchio e il mare (1952). Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che, nonostante le cure degli amici e della moglie, il 2 luglio del 1961, lo condurrà al suicidio.
Anno di pubblicazione: 1952
Edizione: Mondadori
Pagine:104
Costo: 8,50€
Consigliato: Un ‘must-read’.

‘Non lo disse a voce alta, perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono’

E’ con questa storia che inizio la mia interminabile (sì, ne sono consapevole) storia d’amore con Ernest Hemingway. Una storia che delinea la forza di volontà, d’animo, il coraggio e la voglia di combattere e lottare di un uomo a cui ho dato da quasi un giorno uno spazietto nel mio cuore. Santiago è un pescatore, così come lo fu Hemingway e motivo per il quale mi piace pensare che questa sia una sorta di sua autobiografia, appassionato di baseball e al quale capita molto spesso, un po’ come a tutti noi, di sognare ad occhi aperti. Un uomo che dopo ottantaquattro giorni di sordida sfortuna, riesce finalmente a catturare una nobile preda, una preda che ben presto, però, si farà corteggiare e gli farà sudare sette camicie.

Una storia che, nemmeno a farlo apposta, sembra abbia voluto riportarmi a vecchie memorie, a vecchi ricordi scolpiti nella mente: il mare azzurro come un cielo d’agosto, la pesca come semplice passatempo ma anche come stile di vita, la fauna marina che spesso incute il terrore più profondo e che non ama in alcun modo la compagnia di quell’essere screanzato che è l’uomo; per me, ragazza proveniente da un piccolo paesino della Sardegna a circa trenta chilometri dal mare, è stato come riassaporare un gelato al gusto che preferivo di più quand’avevo otto anni.

‘L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.’

Il vecchio e il mare è un romanzo che istiga alla vita e al coraggio più puro, alla voglia di fare e di combattere arduamente per raggiungere ‘l’obiettivo’ al quale ci si impone di arrivare; niente e nessuno, se la nostra è una buona volontà, può esserci d’impaccio, e soprattutto niente e nessuno può attraversare il nostro cammino, mettendoci i bastoni fra le ruote ed impedendoci di arrivare finalmente alla meta. Non c’è nulla che ci impedisce di ‘arrivare’, di ‘brillare’, a parte il ‘volere troppo poco’; non c’è squalo che tenga in un oceano di problemi e difficoltà che la vita ci impone e ci pone, di fronte alla nostra forza.
Oltre a questo, in questo amabile racconto, nonostante Hemingway inizialmente dica che le cose belle non accadono se le si dice a voce alta, possiamo trovare comunque Santiago che parla a voce alta a se stesso. Attraverso la sua voce il vecchio riesce a tranquillizzarsi, fa in modo che la sua speranza non svanisca nel nulla come il fumo di una sigaretta, parlando a se stesso, a voce alta, la sua forza e la sua buona volontà non vengono meno, e credo che questo sia un segno di come Hemingway ci voglia far pensare a quanto malleabile sia il nostro ‘pensare’, e dunque l’intelletto stesso, che può essere rigenerato da una parola positiva, dalla stessa positività insita in noi stessi. Insomma, non si può rischiare di dire e urlare al mondo intero un proprio desiderio per paura, una volta averlo urlato, di non essere minimamente ascoltati da quella forza oscura che in qualche modo riesce a realizzare i nostri sogni, ma non si può non utilizzare la propria voce come il miglior calmante del proprio animo.

Ciò che più mi addolora e mi rende triste, e con questo chiudo, è il fatto che mi sembra strano e mi fa rimanere di sasso che la stessa persona che è riuscita a scrivere questo romanzo, Ernest Hemingway, un romanzo forte, avvincente, pregno di voglia di continuare a lottare per tutto ciò in cui si crede, sia riuscito a compiere un gesto che va al di là di questa storia, che è totalmente contrario a ciò che è racchiuso in queste centoquattro pagine di pura ‘vita’, ovvero il suicidio. Forse anche i più forti, quelli che sembra non cederanno mai, ad un certo punto della loro vita finiscono ogni residuo di forza rimasta e si abbandonano a quello che sarà il loro ‘destino’.

10/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Ernest Hemingway potete leggere la recensione anche di:
-> Festa mobile 

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Festa mobile, Ernest Hemingway

Titolo: Festa mobile (Edizione restaurata)
Titolo originale: A Moveable Feast
Autore: Ernest Hemingway
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway nasce in Illinois nel 1899. Si arruola volontario nella Prima Guerra Mondiale, ma un difetto alla vista lo esclude dai combattimenti, relegandolo alla posizione di autista di ambulanze. Questo non gli impedisce tuttavia di essere ferito sul fronte italiano. Queste prime esperienze di guerra saranno poi raccontate nel famoso romanzo Addio alle armi (1929). Tornato negli Stati Uniti, comincia a lavorare come giornalista per il Toronto Star e conosce Hadley, di otto anni più grande, che diventerà la sua prima moglie. La coppia si stabilisce a Parigi, dove Hemingway muove i primi passi come scrittore, dedicandosi alla stesura di racconti. Il periodo parigino, intellettualmente vivace e allietato dalla conoscenza di grandi scrittori e amici come Gertrude Stein, Ezra Pound e Scott Fitzgerald, contribuirà alla stesura del suo primo romanzo, The sun also rises, e saranno oggetto di un altro romanzo, Festa mobile, pubblicato postumo. Dopo la rottura con Hadley, si sposa altre tre volte. È corrispondente di guerra durante la guerra civile spagnola, che diventerà lo sfondo per un altro romanzo, Per chi suona la campana. Appassionato di safari, di corride, di pesca, non smette di riversare i suoi oggetti di interesse in opere importanti quali Morte a mezzogiorno, Il vecchio e il mare, Verdi colline d’Africa. Nel 1954 viene insignito del Nobel per la Letteratura. Muore suicida nel 1961.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 194
Tradotto da: Luigi Lunari
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Decisamente sì! 


“Ma Parigi era una città molto vecchia e noi eravamo giovani e lì non c’era niente di facile, neanche la miseria, né i soldi improvvisi, né il chiaro di luna, né la ragione e il torto né il respiro di qualcuno sdraiato al tuo fianco al chiaro di luna.”

Sono sempre stata una persona di facili innamoramenti e di odi inspiegabili, repentini, istintivi. Ma giacché sono anche molto lunatica o debole di carattere o democratica, è facile che i miei odi si trasformino altrettanto inspiegabilmente e repentinamente in amori. E certamente è vero anche il contrario.
Prendiamo il signor Ernest Hemingway, ad esempio. Non posso negare di essere stata piuttosto ostile e refrattaria per un certo periodo. Quando per caso ci trovavamo nella stessa stanza lui mi lanciava certe occhiate come se volesse abbordarmi. Erano occhiate molto possessive, il modo in cui guarderesti un libro sullo scaffale o una borsa in vetrina, quello sguardo che dice, “sei mia”. E tu, come il libro e la borsa, non puoi neanche esprimere il tuo parere. Ma siccome io non ero né una borsa né un libro e potevo voltare la testa a mio piacimento, mi giravo dall’altra parte e storcevo il naso. Tuttavia sentivo sempre il suo sguardo provocante solleticarmi l’attaccatura dei capelli. Il signor Ernest aveva un suo fascino indiscutibile, scriveva molto bene, ma ti guardava con quell’occhio, quell’occhio insopportabile. Avevi l’impressione di essere solo una bambola, una cosa inerte. Avevi l’impressione che, nel profondo, non gli importasse di te, ed era proprio così. Che se ne andasse a ubriacarsi o a pescare o in safari o a guidare l’ambulanza. Non gli avresti restituito lo sguardo né detto una parola gentile. Era un presuntuoso, un vanaglorioso, un finto duro, ecco tutto.
Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Non so se è partito da me o da lui, fatto sta che quella sera eravamo entrambi più malinconici del solito e siamo finiti a scambiare quattro chiacchiere per tirarci su di morale.
Lui fissava il fondo del bicchiere e parlava con una voce bassa e un po’ arrochita, che non pensavi potesse possedere mai. Mi raccontava di quand’era più giovane, della sua vita a Parigi, della gente che aveva conosciuto, del suo mestiere di scrittore, delle sue antipatie e della sua vita coniugale. Parlava di tante persone che io conoscevo solo per sentito dire e che lui, invece, aveva conosciuto tutte. Nomi che per te significavano tanto e che lui citava con quell’apparente trascuratezza, con la nonchalance di chi davvero ha vissuto con quelle persone momenti a loro modo indelebili.
Mi raccontò di Gertrude Stein, che assomigliava a una contadina friulana, non sopportava il turpiloquio, gli consigliava che libri leggere e gli diceva sempre di comprare quadri anziché vestiti. Aveva litigato con Ezra Pound perché lui le aveva rotto una sedia e Ernest le voleva molto bene, anche se spesso non era d’accordo con quello che diceva.
Mi raccontò di Ezra Pound, che aveva pochi soldi ma non temeva mai di prestarli, che credeva sempre che i suoi amici fossero artisti meravigliosi e a cui aveva imparato a tirare di box.
Mi raccontò di Ford Madox Ford, a cui puzzava l’alito e che diceva sempre bugie quand’era stanco.
Mi raccontò di quel poeta intossicato d’oppio che gli aveva tirato contro una bottiglia di latte e che, per essere un poeta, aveva un’ottima mira.
Mi raccontò dei camerieri della Closerie des Lilas, che una volta portavano i baffi e versavano sempre del whisky in più, ma poi avevano dovuto smettere e pure tagliare i baffi, e non s’erano più ripresi.
Mi raccontò della paura che non arrivasse la primavera, dei pescatori che pescavano nella Senna per portare a casa un po’ di pesce fritto. Raccontò della stanza in cui scriveva, riscaldata da un camino, in cui gettava le scorze dei mandarini. Quando aveva il blocco dello scrittore si diceva, “Ern, hai sempre scritto, e scriverai ancora, basta che cominci con una frase vera, il resto verrà da sé”. Mi raccontò di quando non aveva i soldi per mangiare e allora faceva lunghe passeggiate per distrarsi.
Mi raccontò di Hadley, la sua prima moglie, di quanto straordinaria fosse, di quanto si amassero, di quando andavano a sciare e di quando facevano l’amore stretti stretti. Mi raccontò del loro bambino, Mr Bumby, un piccolo filosofo che non piangeva mai, e del loro gatto, F. Puss, che era la bambinaia di Mr Bumby.
E poi, verso la fine, fece due nomi ancora e io sussultai e non potevo più stare per l’agitazione. Sì, aveva conosciuto Scott Fitzgerald, poteva assicurarmelo. Una volta, quando si conoscevano da poco, lo aveva accompagnato per un viaggio a Lione. Scott aveva bevuto troppo e si era convinto di avere una malattia ai polmoni. Lui si era arrabbiato molto, ma gli faceva pena, e l’aveva accudito come una brava infermiera. Diceva che il talento di Scott era come la polvere sulle ali di una farfalla: niente l’avrebbe potuto raschiare via. Niente e nessuno, nemmeno sua moglie Zelda, che pure ce la metteva tutta, e lo trascinava da una parte all’altra di Parigi in feste e festini col solo proposito di impedirgli di scrivere. Voleva averlo tutto per sé? Era invidiosa? Eppure Scott la amava così tanto, così tanto che era pronto a sostenerla nella sua pazzia e persino a diventare pazzo lui per colpa sua. Ecco, su questo punto era irremovibile, e io gli dissi che non potevo fidarmi del suo solo parere. E poi non dev’essere facile per due scrittori vivere sotto lo stesso tetto. Non è facile neanche essere amici, figuriamoci marito e moglie! Ma no, Ernest francamente non lo credeva: lui era sempre stato un amico sincero ed era tanto più sincero quanto migliori erano gli scrittori che aveva di fronte.
Alla fine mi trovai con gli occhi lucidi. Non sapevo se la sua storia fosse tutta vera, ma era passato tanto tempo e lui ormai era un uomo fatto e finito. Se anche aveva lavorato di fantasia, non c’era niente di cui poter accusarlo. I sentimenti c’erano, erano stati autentici ed erano quelli a farmi piangere, non tanto gli accadimenti in sé.
Poco prima di andarmene, misi una mano sulla sua, lo guardai negli occhi e dissi:
« Beato lei, signore, che è stato giovane a quei tempi. Sono tempi bellissimi per quelli di oggi. Ci pensa? Facevate quel che vi piaceva e lo chiamavate lavoro. Adesso noi ci tocca correre da una parte all’altra e quel che vogliamo fare lo confiniamo in un angolino, per farlo nei momenti di respiro. E pagare un affitto a Parigi… non ci voglio manco pensare. Vi chiamavano unagenerazione perduta ma, se fossero vissuti oggi, che termine avrebbero usato per noi? »
Ernest strinse il bicchiere, una stretta forte, di polso, e mi allungò di nuovo quella sua occhiata di possesso. Ma stavolta io ci leggevo malinconia e affetto e schiettezza. E decisi che potevo essere sua, che non c’era niente di male ad essere sua, perché mi avrebbe custodita teneramente.
« Tutte le generazioni sono perdute a modo loro. E questo significa che nessuna lo è davvero » rispose, e mi fece una carezza.

 

Chiara Pagliochini


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