Archivi tag: Fantasy

Tartarughe divine, Terry Pratchett

Titolo: Tartarughe divine
Titolo originale: Small Gods
Autore: Terry Pratchett
Cenni sull’autore: Terry Pratchett nasce a Beaconsfield, Inghilterra, nel 1948. Mostra precocemente una notevole attitudine alla scrittura, tanto che a tredici anni pubblica il suo primo racconto, The Hades Business, nel giornale della scuola; il racconto verrà ripubblicato sulla rivista “Science Fantasy” due anni dopo. Pubblica il primo romanzo, Il Popolo del tappeto, nel 1971. Nel 1983 esce Il colore della magia, il primo romanzo ambientato nel Mondo Disco. Nel 1987 decide di potersi finalmente dedicare a tempo pieno alla scrittura e lascia le centrali nucleari (dichiarando che su quella esperienza scriverebbe un romanzo, se pensasse che qualcuno gli crederebbe). Dalla fine degli anni Novanta i suoi libri vendono complessivamente oltre un milione di copie l’anno. Nel gennaio 2009 è stato insignito del titolo di Cavaliere dalla regina Elisabetta. Nel 2007 gli è stata diagnosticata una rara forma di morbo di Alzhaimer. Nonostante continui a lavorare e lottare contro la malattia, a inizio giugno 2011 ha iniziato il processo formale che potrebbe completarsi con il suicidio assistito.
Traduttore: Valentina Daniele
Anno di pubblicazione: 1992 / Salani 2011
Edizione: Salani
Numero pagine: 346
Costo: € 16,00
-> Consigliato: Sì, purché non viviate in una feroce teocrazia illiberale!

Puoi morire per il tuo paese, per il tuo popolo o la tua famiglia, ma per un dio dovresti vivere una vita piena e indaffarata, ogni giorno di una lunga esistenza.

Iniziamo subito con una confessione: non volevo leggere Small Gods. Non che non mi fidassi dell’autore: Terry Pratchett è uno scrittore di rara bravura, probabilmente il miglior umorista dei nostri tempi, e una delle cose più belle capitate alla letteratura negli ultimi tre o quattro decenni.

E non avevo certo pregiudizi sul genere, ci sono poche cose che apprezzo quanto un buon fantasy.

A insospettirmi era il tema principale del libro: la religione. Quando qualcuno scrive di religione, di solito lo fa perché ha una tesi da dimostrare. Persino Sterne finisce col rendere Tristam Shandy rancoroso e crudele quando tratta questo argomento.

Alla fine, però, una persona di fiducia, con insistiti e martellanti consigli, mi ha spinto a prenderlo (e quando dico “spinto” intendo “trasportato fisicamente in libreria e sorvegliato finché non ho recuperato, dopo estenuante ricerca, l’unica copia disponibile, accuratamente nascosta”). E ho scoperto che, in un certo senso, avevo ragione. E, in un certo senso, no.

Ma andiamo con ordine.

Tartarughe divine è uno dei romanzi della “serie del Mondo Disco”, numerosi libri (alcuni con personaggi ricorrenti, altri fondamentalmente autonomi) ambientati in un mondo che, per quanto piatto, dominato dalla magia e pieno di luoghi e creature straordinarie, ha la seccante abitudine a sembrare in fin troppi dei suoi aspetti una impietosa parodia del nostro.

Mondo Disco poggia sulla schiena di quattro enormi elefanti, che poggiano a loro volta sul guscio di una gigantesca tartaruga che nuota placida nello spazio. Lo sanno tutti: basta arrivare al bordo e affacciarsi per rendersene conto! Ed è un mondo pieno di dei: alcune potenti divinità adorate da milioni di fedeli, svariati modesti numi protettori di una o due tribù, e migliaia di piccoli dei che vagano per i luoghi più desolati, spiriti senza seguaci alla disperata ricerca di qualcuno che possa renderli forti grazie alla sua fede.

Ma nell’impero di Omnia le cose vengono viste in modo diverso: Om è l’unico Dio, che ha parlato attraverso i suoi Profeti, il mondo è una sfera che ruota intorno al sole e non esiste nessuna tartaruga gigante. E se qualcuno non concorda, le amorevoli mani della Quisizione sono pronte a prenderlo in consegna e ad assicurarsi la salvezza della sua anima, anche a scapito della salute del suo corpo.

Potete quindi immaginare la sorpresa di Brutha, novizio un po’ ottuso ma di buon cuore e fede incrollabile, quando una tartaruga arrivata chissà come nel suo campo di meloni inizia a parlargli, dicendo di essere il Grande Dio Om. Che però non ha idea del perché si trovi lì, e sembra non ricordare di aver mai detto nulla di ciò che è scritto nei libri dei Profeti

Nelle libri della maggior parte degli scrittori, date queste premesse, sarebbe facile immaginare la piega della storia, e la tesi dell’autore. Ma Pratchett non è la maggior parte degli scrittori. La tesi c’è, certo ma non è quella che ti aspetti! Invece di una scontata filippica sui mali della religione, ci viene offerta una spassosa riflessione sulla futilità di ogni tipo di certezza, un inno al relativismo e alla libertà di pensiero in cui ragione e fede, filosofia e scienza, ateismo e politeismo si scontrano, si scoprono e si vedono costretti ad accettarsi a vicenda, di fronte all’unica, umanissima verità di cui si può davvero essere sicuri: “Questo non è un gioco. Qui e ora, voi siete vivi”.

Da sola, però, la morale inaspettata non basterebbe a sostenere un romanzo, se trasmetterla fosse l’unico scopo dell’autore. Ma qui a sostenere il libro è una trama infarcita di trovate esilaranti, una scrittura scorrevole, piacevole e sempre accurata, che non si risparmia parodie e citazioni storiche e letterarie, e una carrellata di personaggi strepitosi, dall’agghiacciante inquisitore Vorbis (“Tu conosci il punto di rottura di tendini e muscoli, Diacono Cusp [] Io conosco il punto di rottura delle persone”) al cinico dio/tartaruga Om (“Lassù qualcuno mi ama. E sono io”), passando per l’ateo a dispetto di tutto Simony (“Coraggioso, a dichiararti ateo davanti al tuo Dio” “Questo non cambia niente, sai! Non credere di potermi evitare solo perché esisti”) e il filosofo Didaktylos, secondo una consolidata tradizione letteraria cieco, ma capace di vedere la realtà con più chiarezza di tutti gli altri (“La gente ti dirà che noi ciechi siamo dei veri esperti per quanto riguarda gli altri sensi. Ovviamente non è vero. I deficienti lo dicono solo perché li fa stare meglio [Ma quando non vedi impari ad ascoltare di più”). E su tutti Brutha, un amabile eroe per caso e riluttante che, una volta tanto, per caso e riluttante (nonché eroe) lo è davvero (no, non basta dirlo perché lo sia, cari i miei autori là fuori, dovete farlo agire come tale!).

Tutto bene, quindi? Non ne sono sicuro. Alla fine, questo libro non mi ha lasciato la stessa esaltazione delle opere migliori di Pratchett. Forse per colpa di quella ingombrante, benedetta “tesi” che mi sembra sempre di intravedere con la coda dell’occhio dietro ogni pagina, troppo voluminosa per potersi nascondere del tutto, nonostante si sforzi in tutti i modi di passare inosservata.

Ma è un buon romanzo, è scritto con mestiere e talento, e ha qualcosa di importante da dire su di noi, e sul modo in cui vediamo il mondo, senza però sentirsi in diritto di farci la morale. Di quanti si può dire lo stesso?

Domenico Marino 


L’amuleto di Samarcanda, Jonathan Stroud

Titolo: L’amuleto di Samarcanda (Bartimeus #1)
Autore: Jonathan Stroud
Cenni sull’autore: Classe 1970, Jonathan Stroud impugna la penna per sprigionare la fantasia alla tenera età di sette anni, da allora non l’ha più bloccato nessuno. Attualmente è uno dei più importanti scrittori fantasy viventi, tra i suoi lavori più importanti è appunto la Trilogia di Bartimeus, saga fantasy spesso messa in antitesi ad Harry Potter e ricca di novità per il mondo della magia. Condivide la vita sentimentale con la moglie Gina, illustratrice di libri per bambini.
Traduttore:
Riccardo Cravero
Anno di pubblicazione: 2003
Edizione: Salani
Costo: 16.5€
Numero pagine: 449
-> Consigliato:  Sì, sì e ancora sì

‘L’esercito più formidabile di questo tipo che si sia mai visto fu messo insieme dal faraone Tuthmosi III nel 1478 a.C. Comprendeva una legione di afrit e un gruppo di jinn di vario livello, di cui il più notevole era sicuramente… No, la modestia mi impedisce di proseguire.’ –Bartimeus

Londra ha aperto le porte alla magia, ma questa volta ad attraversarle non sono i già noti ed affezionatissimi Harry&co., bensì Nathaniel, apprendista mago, combinaguai, intrepido vendicatore che nulla farebbe senza il suo fidato antagonista, ma compagno di sventure Bartimeus, jinn irriverente, di grande prestigio e che ebbe addirittura l’onore di parlare con Bartimeus in persona.

Di prodotti fantasy stracolmi di elementi magici, folletti variegati e fatine multiformi ce ne son stati sciorinati fin troppi, ma Jonathan Stroud ribalta la scena facendo di Londra lo scenario di una storia tutta nuova e di una prospettiva nettamente ribaltata in cui un demone, anzi, IL demone, Bartimeus, riesce addirittura ad essere più buono di un mago corrotto nel compiere gli ordini impartitigli da Nathaniel, maghetto dodicenne ancora apprendista che ha deciso di giocare col fuoco per vendicarsi di un torto subito dall’ambizioso Lovelace e dalle umiliazioni continue ricevute dal suo maestro Underwood, mago di infimo livello con il pallino della mai raggiunta fama. Lo  stile dello giovane scrittore è dinamico, fresco, scevro di inutili fronzoli, di tecnicismi e di dimostrazioni di bravura, insomma, più che guadagnarsi il favor populi, è palese che a Stroud interessava scrivere una bella storia, i cui caratteri fossero impressi anche nel modo di scrivere. La narrazione è scoppiettante, non esistono punti morti e tutto ciò di cui il lettore ha voglia è solo leggere, leggere e continuare a leggere preferibilmente senza che debba arrivare mai una fine. Ma purtroppo una fine c’è, come per ogni libro, solo che, (e qui vorrei conoscere Stroud di persona e ringraziarlo), per fortuna, la fine di questo libro apre un varco verso gli altri due libri della storia, che leggerò più in là nel tempo per non dover dire troppo presto addio a questa coppia sgangherata, ma sempre vincente di Nathaniel e Bartimeus.

La forza di questo libro, oltre che nella trama che non starò qui a raccontare, sta nella capacità dell’autore di presentare così bene ed approfonditamente i due protagonisti, il maghetto strappato alla famiglia d’origine per entrare nelle grinfie dell’inetto maestro che dovrebbe condurlo alla gloria da mago, ma che in realtà non ci sa proprio fare, e il demone dal maghetto convocato. Nasce tutto così, da una semplice formula di Convocazione iniziamo a conoscere questa coppia mal assortita che a Londra darà molto da fare a polizia, maghi e quant’altro. Ironia, lotte, intrighi nel jet set politico stranamente intrecciato con la magia, costituiscono la maglia di fondo di un libro che mette in ottima luce un genere, il fantasy, da me assai poco – pochissimo – apprezzato. Sono gli autori bravi come Stroud a far sentir dei vecchi reazionari barbuti delle donzelle che come che di solito si creano la loro élite di storie e autori senza mai fare capolino fuori.

Si è parlato di questo libro come dell’Anti Harry, e io non posso che confermare questa idea.
Laddove la Rowling ha creato un mondo di bontà, in cui si rivendicano l’orgoglio, gli affetti e ci si batte contro il male, Stroud ha invece assemblato una copia di mago e demone che fa scoppiare una catena di eventi a reazione solo perché a Nathaniel brucia la ferita ancora accesa dell’ingiustizia commessa nei suoi confronti da un gruppo di maghi superiori e Bartimeus, da lui convocato, è obbligato a diventare schiavo del maghetto e a seguirlo in ogni suo mirabolante e mal pensato piano.

Insomma, nostalgici di Harry e della magia,  ecco a voi una nuova saga dalle mille qualità nella quale buttarvi, sempre tenendo a mente che qui non ci sono i buoni, e che tutta la trama si può facilmente riassumere in una sorta di ‘sbaraglia lo sbaragliabile,’ altro che ‘salva il salvabile’ a cui ci avevano abituati Hogwarts e compagnia.

Lasciatevi trascinare dall’ambizione di Nathaniel e dall’irriverenza di Bartimeus, sono disponibili per voi risate a crepapelle e avventure da mozzare il fiato. E a voi, Nat e Bart, arrivederci a presto con L’occhio del Golem.

Luana 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: