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I ragazzi del coro, Joseph Wambaugh

Titolo: I ragazzi del coro
Autore: Joseph Wambaugh
Cenni sull’autore: Joseph Wambaugh è nato nel 1937 a East Pittsburgh, in Pennsylvania, e ha conseguito due lauree alla scuola serale della California State College di Los Angeles, una delle quali in Letteratura inglese. Ha prestato servizio nella marina dal 1954 al 1957. Dal 1960 al 1974 ha lavorato nella polizia di Los Angeles, arrivando al grado di sergente investigatore. Nel 1974 si è dimesso dal servizio per dedicarsi alla scrittura. È stato ideatore e consulente di una memorabile serie televisiva: Sulle strade della California. Nel 1973 ha ricevuto il premio speciale della Mystery Writers of America. Da “I ragazzi del coro” è stato tratto nel 1977 un omonimo film per la regia di Robert Aldrich.
(Fonte: http://www.einaudi.it/libri/autore/joseph-wambaugh/0007432)

Anno di pubblicazione:
 1978
Edizione: Einaudi. Stile libero. Noir
Pagine: 416
Costo: € 11,00
Consigliato: Sì!

 

I ragazzi del coro mi ha fatto l’occhiolino sin da quando l’ho tirato fuori da una scatola dopo il trasloco. Non sapevo neanche della sua esistenza: era uno dei libri che del mio compagno e, prima di allora, era stato circa tre anni chiuso in garage in attesa del suo momento.
Ogni volta che mi avvicinavo alla libreria, il mio sguardo cadeva su quel libro ed era come se mi chiamasse, ma pensavo a quello che avevo letto sulla quarta di copertine e mi dicevo: “No, non è proprio il mio genere… Non funzionerebbe!” Il titolo suggestivo e la copertina accattivante (una ragazza discinta che balla sotto le luci dei riflettori osservata da due poliziotti in divisa) alla fine mi hanno definitivamente sedotta e ho ceduto al richiamo diventando anche io parte della stazione di polizia di Wilshire, una zona di Los Angeles.

Già nel primo capitolo vengono descritti i fatti salienti: una decina di poliziotti (i ragazzi del coro appunto) si riuniscono abitualmente alla fine del turno di notte vicino lo stagno del parco MacArthur per stare insieme, ma soprattutto, per ubriacarsi. Durante una di queste riunioni un incidente fatale costa la vita ad un giovane omosessuale che si trovava nel parco. I capitoli successivi riavvolgono il nastro all’indietro e ci fanno conoscere i dieci protagonisti raccontando i fatti antecedenti alla fatidica riunione che cambia la vita di tutti loro.

L’aspetto di questo romanzo che mi è piaciuto è l’andamento “a spirale” del racconto: dalla superficie dei fatti, capitolo dopo capitolo, l’autore scava dentro l’animo tormentato dei poliziotti che si trovano di fronte a tutte le miserie umane senza nessuno con cui poter condividere il carico emotivo che il loro lavoro comporta. I loro casi non sono eclatanti, non c’è la risoluzione brillante dell’enigma, a cui ci hanno abituato i poliziotti televisivi. Non c’è il plauso dei colleghi per la bravura dimostrata e non c’è neanche la soddisfazione personale per aver tolto un pericoloso assassino dalla circolazione. No, essi si trovano ad arrestare poveri senza tetto ubriachi che cercano disperatamente di finire all’ospedale psichiatrico per non tornare sulla strada, a tenere la mano a un suicida che affronta una morte lenta e dolorosa, a osservare impotenti bambini maltrattati che passano di famiglia in famiglia per poi terminare il loro giro su un tavolo dell’obitorio. Tutti, i veterani come i giovani alle prime armi, condividono la sensazione che il loro lavoro è inutile, che non migliorerà la società, anzi molto probabilmente renderà peggiore la vita dei poveri disgraziati che si trovano ad arrestare.
I capi non sono interessati alle problematiche psicologiche (o francamente psichiatriche) dei loro sottoposti: l’importante è fare bella figura con i giornalisti e con le vecchiette (che poi scrivono ai giornali). Nascondono l’evidenza e rifiutano di mettere in relazione il suicidio, così frequente tra i poliziotti, con il tipo di lavoro che questi svolgono. Gli stessi poliziotti, ovviamente diversi per storie personali e carattere, non sanno come affrontare quello che oggi chiamiamo “burn out”, se non ubriacandosi in gruppo e raccontandosi i fatti tragici, ridicoli, commoventi della giornata. Questi incontri funzionano come valvola di sfogo a breve termine ma non hanno alcun effetto terapeutico, anzi innescano un meccanismo perverso che porta all’autodistruzione personale e professionale.
Wambaugh (poliziotto a Los Angeles per dieci anni egli stesso) conduce il lettore nell’inferno quotidiano dei dieci protagonisti e alla fine, a dispetto dell’opinione affrettata basata sui fatti descritti all’inizio, si finisce per parteggiare per coloro che affrettatamente abbiamo etichettato come “cattivi”. Nessuno di loro è un campione di bontà o un modello di onestà, ma la loro umanità conquista. Sono tutti vittime di un sistema che finisce per schiacciare i più deboli, soprattutto perché in questo sistema non è ammessa alcuna debolezza, sia essa la compassione per i più sfortunati o il ricordo bruciante della propria paura o ancora l’impossibilità di chiedere aiuto oppure di fare i conti con i propri fallimenti.
Il linguaggio è crudo e il turpiloquio è la regola, ma non è assolutamente fuori luogo o eccessivo in quanto assolutamente coerente con il carattere dei personaggi e con i fatti narrati.

Patrizia Oddo 


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