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Il grande Gatsby | Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Il grande Gatsby
Titolo originale: The great Gatsby
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Cenni sull’autore: Nato a Saint Paul (Minnesota) nel 1896 (morto a Hollywood nel 1940). Il padre era un gentiluomo del sud di scarsa fortuna economica, la madre di ascendenza cattolica e irlandese, figlia di un ricco commerciante. Grazie al nonno materno studiò alla Newman School (New Jersey) e poi a Princeton dove strinse durevole amicizia con Edmund Wilson, la sua “coscienza intellettuale”. Nel 1918 lasciò gli studi per arruolarsi nell’esercito. Incontrò a Motgomery (Alabama) Zelda Sayre, che divenne modello di tutte le “ragazze dorate” dei suoi racconti, e che sposò appena raggiunse i primi successi letterari. Fitzgerald divenne famoso e ricco, visse tra europa e america, tra Paris dove conobbe gli espatriati americani (Stein, Hemingway, Dos Passos), e New York in piena “età del jazz”. Nel 1921 nacque la figlia Scottie, iniziarono le difficoltà finanziarie e emotive di Fitzgerald, i sintomi della malattia mentale di Zelda che nel 1929 fu costretta a ricoveri sempre più frequenti in clinica (nel 1948 morì nell’incendio del- la clinica in cui viveva). Dimenticato, alcoolizzato, Fitzgerald tentò disperatamente di trovare un lavoro a Hollywood come sceneggiatore. La morte lo colse al lavoro. Questa parte di paradiso (This side of paradise, 1920) fu il primo romanzo di Fitzgerald, tra autobiografia documento e favola, lo specchio in cui si riconobbe una generazione che aveva trovato “tutti gli dei morti, le guerre combattute, le possibili tà di fede nell’uomo sconvolte”. Belli e dannati (The beautiful and damned, 1922) è ritratto di una coppia inquieta, uno studio del sogno e del disincanto. Il grande Gatsby (The great Gatsby, 1925) analizza emozioni e motivazioni della classe agiata, indicandone l’implicita distruttività. La forza del romanzo è nella lucidità formale di narrazione “indiretta” che, secondo la lezione di James e di Conrad, affida a un “testimone” il compito di evocare il magico e dramma tico percorso del mito americano.
In Tenera è la notte (Tender is the night, 1934) i grandi temi di Fitzgerald, la felicità e lo spreco, il fascino e il denaro, trovano nuova enunciazione in un linguaggio fastoso e spettrale, in una tormentata struttura ‘aperta’. Nell’incompiuto Gli ultimi fuochi (The last tycoon, 1941) l’a nalisi della sconfitta di un uomo di genio ha la suggestione di un testamento.
Anno di pubblicazione: 1925
Edizione: Mondadori
Traduzione: Fernanda Pivano
Pagine: 272
Costo: 6,50 €
Consigliato: Non posso che rispondere affermativamente.

‘Incominciò a farmi domande con quella voce che l’orecchio segue in tutte le modulazioni come se ogni parola fosse un raggruppamento di note che non verrà mai più ripetuto. Il viso di lei era triste e bello, pieno di cose splendenti: occhi splendenti e una splendente bocca piena d’ardore; la voce aveva una vitalità che gli uomini che l’avevano amata trovavano difficile da dimenticare.’

Inizio questo mio piccolo commento a questo grande, grandissimo libro con la citazione soprastante per sottolineare immediatamente e fortemente, senza rimorsi, la grandezza e la scossa che ogni volta, inevitabilmente, ho preso leggendo le Sue parole. Sue maiuscolo sì, perché Francis Scott Fitzgerald non dev’essere stato umano, o almeno non lo è stato per quanto riguarda la scrittura e tutto ciò che ruota attorno ad essa. C’è qualcosa, una specie di scintilla che scocca ogni volta che si ha a che fare con un certo tipo di scrittori, quelli che rimani ammaliato di fronte a tanta bellezza, a cotanta bravura, agilità nello scrivere che solamente pochi eletti sono in grado di raggiungere.
Non c’è che dire, ho passato gran parte del tempo durante la lettura di questo libro con la bocca spalancata, sorpresa, affascinata, rapita, il solo ed unico rimorso che ha mangiato parte del mio fegato è stato quello di averlo scoperto solo adesso; quant’è brutta, cristo, l’ignoranza!

Fitzgerald, in questo suo immane scritto, anche un poco autobiograficamente, volendo, racconta la vita negli Stati Uniti durante il primo dopoguerra: vi ritroviamo il tema dell’ ‘American Dream’, il sogno di arrivare in quella sorta di ‘terra promessa’ santificata da Dio, dove la ricchezza, il benessere e il lusso vanno di pari passo con la povertà in tantissime altre e sfortunate parti del mondo; il luogo dove si pensa che i sogni possano essere realizzati al meglio, nella loro totalità, dove il divertimento, l’alcol e il lusso sono, inevitabilmente, all’ordine del giorno. Ed è proprio la voglia di realizzare questo sogno che porterà il narratore dell’intera vicenda a trasferirsi dal middle West americano al più ricco e tanto acclamato East e sarà proprio il nostro raffinato e sensibile Nick Carraway che ci svelerà i segreti più nascosti nella vita dell’affascinantissimo protagonista Jay Gatsby.
Ancora autobiograficamente, viene sviluppato dallo stesso ‘extraterrestre della scrittura’ e portato avanti per l’intera durata del racconto un altro tema, aggiunto e andante di pari passo al precedente, ovvero quello più romantico dell’Amore.
Jay Gatsby è un uomo che è riuscito, in un modo o nell’altro, legalmente o meno, ad ottenere tutto ciò che ogni giovane, a quei tempi, avrebbe desiderato: una casa fastosa e mastodontica, dai particolari più pregiati, racchiude tutta la sua vita fatta di divertimento, feste di lusso, alcol e tante altre ‘immoralità sociali’ automaticamente ammesse; lo circonda una compagnia di uomini e donne che, ricchi e ingenui, si recano alle sue feste solo ed esclusivamente per non perdere il loro diritto di far parte di quella ristretta cerchia di nobili da baraccone ragguardevole.
Ma a Gatsby, nonostante tutti i suoi averi, manca ancora qualcosa: l’amore. L’amore che, nel fiore dei suoi anni, gli è stato dato e poi dolorosamente negato dalla bellissima Daisy per la sua precedente condizione economica. Un amore che diventerà un sogno impossibile da realizzare, una meta improbabile da raggiungere, una ‘luce verde’ che farà brillare gli occhi dello stesso protagonista, che gli darà una vita fatta di speranza, un amore che, dopo aver dato la consapevolezza del suo non raggiungimento, lo porterà inesorabilmente al suo più completo fallimento.

‘Ma i sogni più sono belli meno hanno la probabilità di avverarsi’, così dice Fernanda Pivano, parlando forse un po’ troppo generalmente, riguardo a questo libro, ed è forse questa la consapevolezza che il genere umano è sempre meno incline ad accettare.

Voto: 9/10

Alessandra Mugnai


Libra | Don DeLillo

Titolo: Libra
Titolo originale: Libra
Autore: Don DeLillo
Notizie sull’autore: DeLillo è nato e cresciuto nel Bronx (N.Y.) da genitori italiani originari di Montagano, un paesino in provincia di Campobasso, emigrati subito dopo la Grande guerra e che l’autore cita in Underworld, libro in cui la famiglia di uno dei personaggi, Jimmy, proviene da “near town called Campobasso, in the mountains, where boys were raised to sharpen knives.” .Frequenta scuole cattoliche fino agli studi universitari; l’influenza degli studi cattolici traspare in molti dei suoi scritti e principalmente in Underworld (1997).Finiti gli studi, inizia a lavorare come pubblicitario e ad interessarsi di arte e musica, particolarmente al jazz e alla scrittura. Nel 1971 pubblica il suo primo romanzo, Americana, tradotto in italiano solo nel 2000. Nel 1972 pubblica End Zone, non ancora tradotto in italiano, e l’anno successivo Great Jones Street (tradotto in italiano nel 1997) che narra di un artista rock ritiratosi a vivere in un ambiente spoglio. Alla fine degli anni settanta intraprende un lungo viaggio formativo in Medio Oriente e in India; successivamente si trasferisce in Grecia, dove vive per tre anni e scrive il suo ottavo romanzo, I nomi, che ha un buon successo come thriller psicologico. Torna quindi negli Stati Uniti dove scrive Rumore bianco (White Noise) con cui, nel 1985, vince il National Book Award. Viene ascritto al cosiddetto postmodernismo insieme a Thomas Pynchon e Paul Auster. Osservatore acuto della società americana nel passaggio di millennio e del suo immaginario collettivo, descrive la realtà che lo circonda con una scrittura in cui racconta la società attraverso i media, la religiosità, i riti profani e le liturgie della politica comprese di intrighi tesi alla conquista del potere. Molti autori americani, come David Foster Wallace, citano DeLillo come lo scrittore che più li ha influenzati
Anno di pubblicazione: 1988
Edizione: Einaudi
Traduzione: Massimo Bocchiola
Pagine: 424
Consigliato: Consigliatissimo.

– Quando è il tuo compleanno?
– Il diciotto ottobre, – rispose Lee.
– Libra. La Bilancia.
– Sì, la Bilancia, – disse Ferrie
– L’Equilibrio, – disse Shaw.
Quelli della bilancia. Alcuni sono positivi, padroni di sé, equilibrati, con la testa a posto, saggi e rispettati da tutti. Altri invece sono negativi, cioè piuttosto instabili, impulsivi. Tanto, ma tanto, ma tanto influenzabili. Propensi a spiccare il salto pericoloso. In entrambi i casi, la chiave è l’equilibrio.
 

A volte finisci dei libri e non è che ti senti privato di un amico. Ti senti privato di un mondo intero. Finisci dei libri e ti chiedi cosa succede là fuori, perché mai tu sei dentro casa a leggere. Ti portano via un universo. Le ultime pagine. Le lacrime che colano sull’inchiostro. E le domande, le migliaia di domande prima dell’ultima riga. Ti hanno derubato, quando finisci dei libri. Così io mi sono sentito: come se mi avessero tolto ogni certezza. Le certezze derivate da un mese di lettura, da un mese di lettura sulla vita di Lee Harvey Oswald. Ventiquattro anni. Una vita giovane, eppure una vita immensa. Adesso ho bisogno di aria. Ho finito un libro che è poesia. Quando finisci un libro che è poesia è normale che ti venga voglia di uscire a respirare un po’ d’aria fresca. È il disfacimento interiore delle proprie convinzioni. Le parole che graffiano, stridono, si artigliano ai tuoi vestiti, ti si accalcano addosso. Non puoi farci niente. Sono gelide e secche, sono lì per fare del male.

Ma che cos’è Libra?
Io penso che Libra sia Lee Harvey Oswald, e che Lee Harvey Oswald non possa essere altro che Libra. Il romanzo stesso. Tutti i dettagli della sua vita. L’infanzia, la giovinezza, l’amore. L’Unione Sovietica, l’odio per il sistema capitalista. Lee Harvey Oswald è conosciuto dalla maggior parte di noi semplicemente come l’assassino del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fiztgerald Kennedy. Ci fermiamo qui e lo odiamo. Pensare a un complotto sarebbe troppo complesso. Un complotto implica centinaia di piste da seguire, centinaia di dati su centinaia di personaggi, tutti coloro che sono entrati in contatto con Lee Harvey Oswald. Perché alla fine gira tutto intorno a lui. Tutto riporta a lui. Sono un capro espiatorio, disse prima di venire ucciso da Jack Ruby.

“C’è abbastanza mistero nei fatti così come li conosciamo, abbastanza complotto, coincidenza, questioni irrisolte, vicoli ciechi, molteplicità di interpretazioni. Non c’è bisogno, pensa, di inventare la grande macchinazione magistrale, la congiura che si ramifica impeccabilmente in dieci direzioni diverse.”

Non ce n’è bisogno, già. Ma alla fine non si può far altro. Fu veramente Oswald a uccidere il presidente. Era l’unico a sparare, quel giorno? Ventidue novembre millenovecentosessantatre. Come mai tutte le persone che entrarono in contatto con lui negli ultimi mesi della sua vita morirono pochi anni dopo? De Lillo intreccia ai fatti reali sulla vita di Oswald gli eventi fittizi che darebbero vita a un grande complotto per assassinare il presidente e far pensare che Oswald fosse stato inviato da Cuba, e alimentare quindi una nuova invasione dell’isola dopo il fallimento della Baia dei Porci. Ancora oggi, dopo tre inchieste (una delle quali è la famosa e abnorme Commissione Warren), non si è riusciti a dimostrare che si trattasse di un complotto. E così hanno deciso che è stato lui e basta. Lee Harvey Oswald ha ucciso il presidente. Da solo. Ma noi non leggiamo Libra per sapere questo. Questo lo sappiamo già. Noi leggiamo Libra per sapere se la vita di L. H. Oswald era una vita come tante oppure una vita speciale. E scopriamo, quasi con sorpresa, che era entrambe le cose. Che tutte le nostre vite soneo entrambe le cose. Speciali e normali. Che l’amore è speciale e normale. Che avere una figlia, diventare padre, è insieme una cosa meravigliosa, inaspettata e incredibile, tanto quanto una cosa quotidiana e noiosa.

Chi è Lee Harvey Oswald?
“L’assistente sociale scrisse: «Le risposte alle domande rivelano che il ragazzo sente fra sé e le altre persone un velo che lo rende irraggiungibile, ma preferisce che il velo resti intatto».”

Lee H. Oswald è un ragazzino maltrattato dai compagni di scuola che vive da solo con la madre. Si spostano in continuazione. A dieci anni ha già cambiato sei scuole. Cresce leggendo il manuale dei marines di suo fratello Robert, già arruolato. Poi inizia a leggere letteratura marxista. Si arruola a 18 anni. Nell’esercito gli capita di sbagliare, e viene spedito nel carcere di rigore ad Atsugi, Giappone. Conosce il sistema della prigione americana. Poi, passando per la Finlandia, va in Unione Sovietica. Si innamora di Marina, la sposa, e quando si accorge che il comunismo è tutto tranne quello che pensava, torna in Amerca. Qui viene preso di mira dai servizi segreti americani, ex agenti della CIA che tramano per uccidere il presidente e far partire un’invasione di Cuba. Viene preso di mira perché ha tutte le caratteristiche del personaggio di cui questi congiurati hanno bisogno. È l’uomo perfetto.

“L’obiettivo principale è che Kennedy muoia.
Il secondo obiettivo è che muoia Oswald.”

Secondo la classica ricostruzione dei fatti, quella che – più o meno – tutti conosciamo, Lee Harvey Oswald sparò tre proiettili in meno di sei secondi. Il primo ferì lievemente il presidente sotto il mento. Il secondo mancò il bersaglio. Il terzo aprì un buco nella testa di JFK. In Libra, quando Oswald sta mirando per sparare il terzo proiettile, nel mirino del suo fucile vede la testa del presidente esplodere, ma non per il suo colpo. Sono un capro espiatorio, disse. E noi, ancora oggi, non sappiamo quale sia la verità.
Ma Lee Harvey Oswald era anche il ragazzo che ha saputo amare con tutto se stesso come qualsiasi essere umano. Il ragazzo che passava le notti a fissare la figlia, tanto l’amava. Tornato in America si mise a picchiare Marina, è vero, ma paradossalmente non smise mai di amarla.

“Il saluto con cui le rispondeva era infantile, un agitar di mano, un piacere profondo e toccante. Sembrava dirle, dalla sua barchetta: – Guardaci, siamo un miracolo, così autentico e sicuro.”

Quali sono i personaggi che ruotano attorno all’universo di Libra, al mondo di Lee Harvey Oswald?
Ce ne sono tanti. Ogni attentatore ha la sua storia, la sua famiglia, i suoi sentimenti. Ogni membro dell’operazione volta ad assassinare Kennedy richiede pagine e pagine di approfondimento. Niente è messo lì a caso. il più rilevante è forse David Ferrie (pilota della marina), omosessuale convinto di avere il cancro.

“- Dave, tu in cosa credi?
– In tutto. Specialmente nella mia morte.
– La desideri?
– La sento. Io sono la pubblicità vivente del cancro.
– Ma ne parli così volentieri.
– Perché, avrei altra scelta?”

Poi c’è Marguerite Oswald, la madre di Lee. Nei suoi capitoli sembra sempre parlare a un giudice in un’aula di tribunale. Dice che non può spiegare la vita di suo figlio con una semplice deposizione. Deve raccontarla tutta. E i toni con cui racconta sono drammatici, forti, impregnati di un opprimente senso di perdita allo stesso tempo umano e storico. E dopo Marguerite c’è Marina. Marina e il suo amore sincero per Lee, convinta che le cicatrici che lei e il ragazzo portano sulle braccia siano un segno del destino, un segno che li ha fatti incontrare e li farà stare insieme. Ma quando lui comincia a picchiarla, lei inizia a chiedersi se l’ami veramente, pur rimanendo invariato il suo amore per lui.
A Marguerite e Marina si aggiunge una carrellata di personaggi più o meno importanti. Ma ognuno di loro, a modo suo, è tragico e malinconico. Ognuno si porta dietro una tristezza infinita, e il lettore sa perfettamente che tutto dovrà culminare con la morte del presidente. Perché è l’anima del complotti, terminare con una morte.
Win Everett, ideatore dell’attentato, a tal proposito formulerà questo pensiero:

“Le trame possiedono una logica. C’è una tendenza, nelle trame, a evolvere in direzione della morte. Lui era convinto che l’idea della morte fosse insita nella natura di ogni trama. Nelle trame di narrativa come in quelle di uomini armati. Più la trama di un racconto è fitta, più è probabile che approdi alla morte. La trama di un romanzo, credeva, è il nostro modo di localizzare la forza della morte fuori dal libro, di esorcizzarla, di contenerla.”

Qual è il senso di Libra?
Forse DeLillo non aveva un secondo fine. Forse lo scrittore americano voleva solo scrivere un bel romanzo sulla questione documentandosi molto. Ma io credo che abbia voluto dare anche un segnale. Che la vita di ogni essere umano non è semplice. Non si può giudicare da un gesto. Non si può rinchiudere in un istante di tempo e lasciarla lì. Kennedy era un simbolo prima ancora che un uomo. E Lee Harvey Oswald o coloro che sono rimasti nell’ombra l’hanno distrutto. Ma perché? Non sono umani anche loro? Non sono simboli anche loro? Simboli di un America, di un sistema sbagliato?

Marco Tamborrino 


La strada | Cormac McCarthy

Titolo: La strada
Titolo originale: The Road
Autore: Cormac McCarthy
Notizie sull’autore: Nato a Providence, nel Rhode Island, il 20 luglio 1933, lo scrittore (all’anagrafe Charles McCarthy Jr) è il terzo di sei figli della coppia Charles Joseph e Gladys Christina McGrail McCarty. Nel 1937 la famiglia si trasferisce a Knoxville. Qui, il giovane Cormac studia presso la Catholic High School, anticamera per la University of Tennessee frequentata nel biennio 1951-1952 e interrotta in seguito alla decisione di arruolarsi, un anno più tardi, nella U.S. Air Force (quattro anni di servizio, due dei quali trascorsi in una base in Alaska). Negli anni tra il 1957 e il 1960, McCarthy riprende gli studi (senza portarli a termine) e pubblica due racconti sulla rivista studentesca ‘The Calling’, firmandoli C. J. McCarthy Jr. Sempre all’università, vince il premio Ingram-Merrill per la scrittura creativa e conosce Lee Holleman, studentessa che sposerà e dalla quale avrà un figlio di nome Cullen.
Trasferitosi a Chicago con moglie e figlio, McCarthy lavora come meccanico in un’autorimessa, scrive, poi fa ritorno nel Tennessee, dove il suo matrimonio finisce (nel 1991, Lee Holleman pubblicherà una raccolta di poesie dal titolo Desirès door).
Nel 1965, poco prima di veder pubblicato il primo romanzo The Orchard keeper (grazie ad Albert Erskine, per molti anni amico ed editor di Faulkner), riceve una borsa di studio dalla American Academy of Arts and Letters e sfrutta tale somma per compiere un viaggio in Europa alla ricerca delle sue origini irlandesi. Proprio durante la lunga traversata in nave, incontra Anne DeLisle, cantante e ballerina inglese con la quale si unirà in matrimonio in Inghilterra nel 1966. Insieme alla nuova consorte, lo scrittore soggiorna in Francia, Svizzera, Italia e Spagna. Ad Ibiza termina Outer dark, pubblicato negli States dalla Random House nel 1968, un anno dopo il rientro di McCarthy nel Tennessee. Il romanzo – sorta di fiaba nera incentrata sui personaggi di Culla e Rinthy, fratelli e amanti maledetti in un Sud depresso e violento – riceve una buona accoglienza da parte della critica e porta una nuova borsa di studio (la Guggenheim per la scrittura creativa) destinata a migliorare le condizioni economiche dello scrittore.
Tra il 1973 ed il 1976, McCarthy pubblica Child of God, scrive la sceneggiatura per il film The Gardener’s son, diretto da Richard Pearce e si separa da Anne. Da questo momento in avanti, lo scrittore andrà a vivere nel Texas, ad El Paso, cominciando un progressivo autoesilio dalla scena pubblica con interviste sempre più rare.
Nel 1979, dopo circa un ventennio di gestazione, esce Suttree, per alcuni il vero capolavoro di McCarthy, contrapposto al ‘romanzo della svolta’ Blood meridian, or the Evening Redness in the West (1985), mentre nel 1992 vede la luce All the pretty horses, primo tomo della ‘trilogia del confine’.
Nel 1994 viene pubblicata dalla Ecco Press The Stonemason, tragedia teatrale scritta a metà degli anni Settanta che ruota intorno alle vicende di tre generazioni di una famiglia di neri del Kentucky. A breve distanza, Knopf fa arrivare in libreria The Crossing, secondo volume della ‘trilogia del confinè, mentre il terzo ed ultimo romanzo del fortunato ciclo, Cities of the plan, vedrà la luce nel 1998 e sarà caratterizzato dall’incontro, nello stesso scenario, tra i protagonisti dei primi due episodi John Grady Cole e Billy Parham.
McCarthy attualmente non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l’eccezione dell’intervista televisiva con Oprah Winfrey).
Anno di pubblicazione: 2007
Edizione: Einaudi
Traduzione: Testa M.
Pagine: 218
Consigliato: Consigliatissimo.

‘Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.’

Premetto che ho iniziato questo libro affamata, nel senso vero e proprio della parola, tra le mani un pezzetto di pane con del salame e il desiderio di avventurarmi tra le onde di quel mare infinito che sono le parole di McCarthy. Andando avanti, pagina per pagina, il mondo che riuscivo ad immaginare, la Terra che mi si presentava davanti faceva in modo che il mio appetito fosse appagato da un sentimento di consapevolezza che solo l’autore di questo libro, come pochi altri, riesce a importi.

E’ un mondo triste e desolato, un mondo ridotto a brandelli, incenerito e finito quello che McCarthy ritrae in questo romanzo. Spacciati gli uomini, sterminati gli animali, distrutti gli edifici pubblici e le case private, decaduti il sogno e la realtà, un uomo e un bambino, suo figlio, percorrono la strada in lungo e in largo, per quanto possano, diretti verso la salvezza e l’oceano, verso un miracolo e la speranza. Cartelli pubblicitari ritraenti oggetti e prodotti non più esistenti, strade barcollanti e deserte, il vento e la pioggia che incombono sulla Terra incuranti di quello che ormai non potrà più essere chiamato ‘destino’ dell’uomo.

‘Già allora tutte le riserve di cibo erano esaurite, e la terra era sconvolta dai massacri. In breve tempo il mondo sarebbe stato popolato da gente pronta a mangiarti i figli sotto gli occhi, e le città dominate da manipoli di predoni anneriti che scavavano gallerie in mezzo alle rovine e strisciavano fuori dalle macerie in un biancheggiare di occhi e denti […] Il soffice talco nero si spandeva a sbuffi per le strade come inchiostro di seppia sul fondo del mare, il freddo scendeva lento e faceva buio sempre più preso, e i disperati che frugavano alla luce delle torce sul fondo dei dirupi lasciavano nello strato di cenere ombre morbide che si richiudevano dietro di loro silenziose come occhi. Per le strade i pellegrini sprofondavano, cadevano e morivano e la terra avvolta nel suo lugubre veo continuava ad arrancare intorno al sole, ignorata e smarrita come qualsiasi altro pianeta sconosciuto nella remota oscurità circostante.’

Situazioni, paesaggi e sensazioni lontani da noi ‘occidentali’, ma che in qualche modo (e noi lo sappiamo bene, nonostante fingiamo in continuazione che tutto vada per il meglio) si manifestano in luoghi lontani da quelli in cui viviamo. C’è ancora oggi, a questo mondo, qualcuno che si strazia per uno stomaco intransigente ma vuoto, per un po’ d’acqua potabile, per una doccia rigenerante, per delle malattie ritenute banali nei nostri bei paesi ma che sono mortali in queste altre zone dimenticate da ‘Dio’ e lasciate alla loro fortuna.
C’è ancora oggi, nei nostri bei paesi invece, qualcuno che ritiene che la nostra Terra possa essere utilizzata come un portarifiuti vivente dimenticando o gettando qualsiasi cosa non vada più a loro genio per strada, nel bel mezzo della natura, oppure chi ce li lascia di proposito, chi si scorda l’acqua del rubinetto accesa, chi pensa che questo mondo sia nostro, dimenticando che invece siamo solo dei piccoli ed insignificanti esserini di passaggio. La mia intenzione non è quella di far la morale, ma di arrivare ad una sola e opportuna domanda: tutto ciò non è forse già una sorta di ‘fine del mondo’?

Un urlo di paura e di coscienza proviene dalle parole dell’autore di questo romanzo; durante la lettura di questo libro il lettore viene (dovrebbe essere) colto da una martellata sul cranio, da un lume di consapevolezza al quale McCarthy vuol far arrivare. Quello ritratto da quest’ultimo è poi un mondo così remoto e lontano da noi, oppure è un mondo che ci assomiglia e che è talmente a un palmo vicino a noi che non ce n’accorgiamo nemmeno?
Voglio dire, che sia Girolamo Savonarola nel ‘500, che siano i Maya nel 2000, nel mondo contemporaneo, non è forse vero che se un giorno crudelmente la Terra si ribellerà prendendoci tutti a calci del didietro, sarà indubbiamente e inevitabilmente colpa dell’uomo?

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Cormac McCarthy potete leggere la recensione di:
-> Trilogia della frontiera
-> Figlio di Dio 


Il vecchio e il mare | Ernest Hemingway

Titolo: Il vecchio e il mare
Titolo originale: The Old Man and the Sea
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway, secondogenito di una numerosa famiglia, nasce a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago, il 21 luglio 1899. In compagnia del padre, un medico che amava la vita all’aria aperta, viene introdotto fin dall’infanzia all’amore per la caccia e la pesca, che rimarranno le sue grandi passioni per tutta la vita. Sono esperienze di un rapporto formativo e quasi iniziatico con la natura che troveranno poi espressioni in alcuni dei suoi migliori racconti.
Notando il precoce talento gli insegnanti lo incoraggiano a scrivere e dopo il diploma viene assunto come cronista dal Kansas City Star. Hemingway inizia così una professione che non abbandonerà mai e che influenzerà profondamente la sua carriera di scrittore. Nel 1918 Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze e viene inviato sul fronte italiano. Ferito a Fossalta di Piave, dopo un periodo di cure a Milano ritorna in breve tempo al fronte. L’orrore della guerra in trincea lascerà un segno indelebile nello sviluppo della sua personalità e le esperienze di guerra costituiranno la base per Addio alle armi (1929), uno dei suoi romanzi più celebri. Rientrato negli USA, e festeggiato nella cittadina natale come un eroe, riprende l’attività di giornalista, e comincia a lavorare ad alcuni racconti, ma non riesce a riadattarsi.
Nel 1920 sbarca in Europa come corrispondente del Toronto Star; dopo essere partito alla volta della Spagna, nell’anno 1929, Hemingway torna negli USA stabilendosi a Key West, in Florida. Nel ’37 lavora come corrispondente di guerra a fianco degli americani e l’esperienza assumerà anche una sua forma narrativa nel famoso romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 e scritto a Cuba dove si è trasferito nel 1939. Nonostante i successi e la fama internazionale,scrivere gli resta sempre più difficile; il suo pessimismo cresce, l’immagine del vecchio e virile Hemingway crolla improvvisamente. Riesce a scrivere un ultimissimo racconto, la lotta del pescatore Santiago narrata ne Il vecchio e il mare (1952). Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che, nonostante le cure degli amici e della moglie, il 2 luglio del 1961, lo condurrà al suicidio.
Anno di pubblicazione: 1952
Edizione: Mondadori
Pagine:104
Costo: 8,50€
Consigliato: Un ‘must-read’.

‘Non lo disse a voce alta, perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono’

E’ con questa storia che inizio la mia interminabile (sì, ne sono consapevole) storia d’amore con Ernest Hemingway. Una storia che delinea la forza di volontà, d’animo, il coraggio e la voglia di combattere e lottare di un uomo a cui ho dato da quasi un giorno uno spazietto nel mio cuore. Santiago è un pescatore, così come lo fu Hemingway e motivo per il quale mi piace pensare che questa sia una sorta di sua autobiografia, appassionato di baseball e al quale capita molto spesso, un po’ come a tutti noi, di sognare ad occhi aperti. Un uomo che dopo ottantaquattro giorni di sordida sfortuna, riesce finalmente a catturare una nobile preda, una preda che ben presto, però, si farà corteggiare e gli farà sudare sette camicie.

Una storia che, nemmeno a farlo apposta, sembra abbia voluto riportarmi a vecchie memorie, a vecchi ricordi scolpiti nella mente: il mare azzurro come un cielo d’agosto, la pesca come semplice passatempo ma anche come stile di vita, la fauna marina che spesso incute il terrore più profondo e che non ama in alcun modo la compagnia di quell’essere screanzato che è l’uomo; per me, ragazza proveniente da un piccolo paesino della Sardegna a circa trenta chilometri dal mare, è stato come riassaporare un gelato al gusto che preferivo di più quand’avevo otto anni.

‘L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.’

Il vecchio e il mare è un romanzo che istiga alla vita e al coraggio più puro, alla voglia di fare e di combattere arduamente per raggiungere ‘l’obiettivo’ al quale ci si impone di arrivare; niente e nessuno, se la nostra è una buona volontà, può esserci d’impaccio, e soprattutto niente e nessuno può attraversare il nostro cammino, mettendoci i bastoni fra le ruote ed impedendoci di arrivare finalmente alla meta. Non c’è nulla che ci impedisce di ‘arrivare’, di ‘brillare’, a parte il ‘volere troppo poco’; non c’è squalo che tenga in un oceano di problemi e difficoltà che la vita ci impone e ci pone, di fronte alla nostra forza.
Oltre a questo, in questo amabile racconto, nonostante Hemingway inizialmente dica che le cose belle non accadono se le si dice a voce alta, possiamo trovare comunque Santiago che parla a voce alta a se stesso. Attraverso la sua voce il vecchio riesce a tranquillizzarsi, fa in modo che la sua speranza non svanisca nel nulla come il fumo di una sigaretta, parlando a se stesso, a voce alta, la sua forza e la sua buona volontà non vengono meno, e credo che questo sia un segno di come Hemingway ci voglia far pensare a quanto malleabile sia il nostro ‘pensare’, e dunque l’intelletto stesso, che può essere rigenerato da una parola positiva, dalla stessa positività insita in noi stessi. Insomma, non si può rischiare di dire e urlare al mondo intero un proprio desiderio per paura, una volta averlo urlato, di non essere minimamente ascoltati da quella forza oscura che in qualche modo riesce a realizzare i nostri sogni, ma non si può non utilizzare la propria voce come il miglior calmante del proprio animo.

Ciò che più mi addolora e mi rende triste, e con questo chiudo, è il fatto che mi sembra strano e mi fa rimanere di sasso che la stessa persona che è riuscita a scrivere questo romanzo, Ernest Hemingway, un romanzo forte, avvincente, pregno di voglia di continuare a lottare per tutto ciò in cui si crede, sia riuscito a compiere un gesto che va al di là di questa storia, che è totalmente contrario a ciò che è racchiuso in queste centoquattro pagine di pura ‘vita’, ovvero il suicidio. Forse anche i più forti, quelli che sembra non cederanno mai, ad un certo punto della loro vita finiscono ogni residuo di forza rimasta e si abbandonano a quello che sarà il loro ‘destino’.

10/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Ernest Hemingway potete leggere la recensione anche di:
-> Festa mobile 


Middlesex | Jeffrey Eugenides

Titolo: Middlesex
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore:  Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Edizione: Oscar Mondadori
Traduttore: Katia Bagnoli
Anno di pubblicazione: 2002
Numero di pagine: 601
Costo: 11€
-> Consigliato:  Dal più profondo del mio cuore, del mio senso d’umanità, del mio amore innato per il grecismo

“Cantami, o Diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva! Cantami di come fiorì sui pendii del Monte Olimpo, due secoli e mezzo or sono, tra capre che belavano e olive che rotolavano. Cantami le nove generazioni per cui viaggiò sotto mentite spoglie, sopito nel sangue inquinato della famiglia Stephanides. E cantami la Provvidenza, che sotto forma di massacro lo risvegliò per trasportarlo, come fa con i semi.”

Potrei dirvi di leggere Middlesex principalmente per una ragione: perché è bello.
Tuttavia siccome so che a leggere sarà un pubblico esigente, esattore fino all’ultima riga, cercherò di spiegarmi meglio quando dico che questo libro è uno dei libri più belli che io abbia letto da molto tempo a questa parte, ma basta con questo bello da tema di terza elementare, parliamo di Middlesex con gli attributi che si merita: avvincente, sensuale, ambiguo, epico, conturbante, malizioso, problematico, logorroico, americano, greco, presuntuoso, puntiglioso. Unico.
Ma in fondo di attributi Middlesex ne ha già troppi, quindi andiamo con calma e rispettiamo la scaletta.

Parliamoci chiaro: è problematico fare i conti con una vagina o con un pene, immaginate di dovervi svegliare ogni mattina con sia un pene che una vagina, di vedere una persona che vi piace e anziché avvertire ai piani inferiori una semplice cavalleria rusticana, vi parte la Nona di Beethoven. Ed è ancora più problematico che questa coabitazione coatta di questi gioielli di famiglia si presenti in tesoreria non da subito, non da quando sei nata bambina, ma da quando sei rinato maschio all’età di quattordici anni, come è successo a Calliope o a Call, come vi va di chiamarlo. Insomma, l’ermafroditismo esiste ed Eugenides gli ha scalfito un monumento letterario. Siamo nell’incrocio perfetto tra l’Odissea e Il mio grosso, grasso matrimonio greco, guidati da un Omero Eugenides, nuovo cantore della contemporaneità che ce l’ha messa tutta per creare un Ulisse con artiglieria doppia, plurimunito e chiacchierone: sì, chiacchierone, perché il protagonista di questa storia è un pettegolo ed io, pettegola a mia volta, mi sono affacciata al balcone di casa mia per sentire sbrogliare questa bella matassa. La storia parte nell’Asia minore, prende una nave e si trasferisce in America, questo è il succo geografico. La storia parte da un incesto incestuosissimo, questo è il succo genetico. La storia prosegue nella disgraziata vita di  una giovane grecoamericana che si trova a fare i conti con troppe cose nelle mutande e con una famiglia pudica alle spalle, questo è il succo del racconto.

Dieci anni impiegò Ulisse a tornare a casa, duecento o qualcosa di meno ne ha impiegato il gene che andando a iscriversi nel DNA di Call (eventuali genetisti tra voi presenti possono tranquillamente rivedere il lato pseudoscientifico di questo commento intriso di imprecisioni non volute da me, ma dal mio io che rigetta la scienza). E noi seguiamo il viaggio di questo gene che in cerca della sua Itaca attraversa generazioni e generazioni rendendo il libro un romanzo in due parti: quella dedicata al viaggio del gene e quella dedicata al suo arrivo, al suo collocamento finale. Middlesex si struttura quindi in due percorsi, quello dei pettegolezzi, degli incesti, intriso di ortodossia greca, sapori mediterranei, superstizioni e poi il secondo percorso quello che vede Call non solo come voce narrante, ma anche protagonista degli eventi e trasformazioni che gli avvengono sul corpo.

Passiamo dalla superstizione alla scienza, dall’antica Smirne in fiamme all’America ruggente prima e depressa poi in un fiume di parole che svolge rapido il suo corso per poi addolcirsi, quasi rallentarsi, e tra un argine e l’altro conosciamo tutti i personaggi di quest’epopea con le loro vite intricate e le loro curiosità: Desdemona e il suo cucchiaio indagatore di sessi, Lefty e la Zebra Room, Milton e la chiesa da costruire per un voto e così via. Così via in un turbinio di avvenimenti che portano tutti alla difficoltosa adolescenza di una giovane ragazzina che deve fare i conti con tette inesistenti (molte di coloro che leggeranno, come me, riconosceranno il trauma da ‘ferro da stiro’) ed un ciclo che non arriva giustificati dalla orripilante scoperta che non crescono e non arrivano perché l’inquilino dei piani inferiori ha deciso di riscattare il suo posto in casa.

L’Omero che nel 2003 ha vinto il Pulitzer sotto le mentite spoglie di Eugenides sapeva il fatto suo: questo libro potrebbe riaprire la questione omerica per convincerci del fatto che, non solo Omero è esistito più che mai, ma che esiste ancora, e viaggia di penna in penna come il gene di Call ha viaggiato di corpo in corpo per arrivare negli anni duemila e manifestarsi ancora una volta.

Se la letteratura contemporanea vi lascia scettici e siete di quelli che storcono il naso se non si parla dei mattonazzi ottocenteschi, leggete Eugenides per ricredervi.
Se siete amanti della letteratura contemporanea e non siete ancora approdati alle coste di questo autore, vedete di farlo al più presto.
Se siete in cerca di una lettura con i contro…fiocchi (ci siamo capiti, qua siamo al completo, abbiamo tutti i controgioielli richiesti) volate in libreria ad appropriarvi di questo libro.

Luana Cau

Di Jeffrey Eugenides potete leggere anche la recensione de:
-> Le vergini suicide 


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