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Un divorzio tardivo | Abraham B. Yehoshua

Titolo: Un divorzio tardivo
Titolo originale:  Gerushim Meuharim
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore:   A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1982
Edizione: Einaudi
Traduzione:  Gaio Sciloni
Pagine: 366
Costo: 12 €
Consigliato: Sì

Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci.

Forse per rendere vagamente l’idea di cosa sia un libro di Yehoshua – dopo aver letto L’amante posso iniziare a pensare che il suo sia proprio un modus operandi – bisogna partire dal titolo. Dà sempre titoli semplici, chiari, poco luccicanti. L’amante. Un divorzio tardivo. Il responsabile delle risorse umane. Uno magari è lì che si cerca la frase ad effetto, un po’ alla Grossman, arriva a Yehoshua e si ritrova davanti categorie nette che non sanno di ordinario, sono la quintessenza dell’ordinario. Sai già cosa aspettarti. Sicuro?

Il fatto è che lui usa il singolare, ma nei due libri che ho letto finora gli amanti e i divorzi sono ben lungi dall’essere al singolare. Lui quei due sostantivi – amante e divorzio – li prende, li spezza come pane arabo e poi descrive non solo i due tozzi che gli sono rimasti in mano, ma anche ogni singola briciola caduta a terra. Con una vividezza, con un’onestà assurde: se il pane è ammuffito non te lo nasconde, anzi, cerca il modo migliore per farti sentire la consistenza della muffa sotto le dita o l’odore che rilascia. Il divorzio non è solo quello dei due sessantenni Yehudà e Na’omi, è quello dei loro figli, è quello di ogni singolo personaggio che lotta con gli altri ma anche – soprattutto – con se stesso.

La tecnica narrativa usata è molto simile: una stessa storia osservata da più personaggi, in modo da riprodurre non il reale – che cos’è poi il reale? – ma la frantumazione del reale. L’amante risultava così la perfetta rappresentazione della difficoltà dell’incontro umano, mostrava una nuvola di esseri umani spocchiosi e in bilico tra la comprensione e la pugnalata. Ma si era ancora sul versante delle riflessioni personali ordinate. Un divorzio tardivo ha un valore aggiunto: i pensieri dei personaggi sono totalmente liberi di scorrere senza che la punteggiatura ponga loro un giogo, ordinando e impacchettando. I punti e le virgole che si incontrano a tratti sembrano più degli attimi di silenzio, dei momenti in cui il cervello prende un attimo di respiro prima di ripartire nella stratificazione di versioni più o meno oneste della realtà. E’ come nella mente della nonna Vaduccia de L’amante quando questa sta riprendendo coscienza di sé. Ed è questo il fatto: i personaggi di Un divorzio tardivo sono impegnati inconsciamente in una lunga fase di recupero di loro stessi. Ecco i tozzi di pane, ecco le briciole, ecco la muffa: gigantesche ambizioni personali, desiderio di rivalsa, egoismo, l’ebrezza dell’autogiustificazione, il retrogusto acido del dubbio e della disperazione, l’intrinseca difficoltà di sentire gli altri. Il professore Assa pensa al suo futuro in terza persona, come se fosse un biografo alle prese con la vita di un uomo straordinario, ma ci riesce solo quando gli altri non sono nei paraggi. Gran parte degli altri personaggi non sono da meno in quanto a megalomania. Cos’è in fondo la vita solo due o tre esseri umani il più splendido il più incasinato il più infelice e allora fagli un bel sorriso se ci riesci: ci vediamo sempre come il più, e il sorriso onesto è spesso lontano dal nostro viso, da un sentimento di sincera comprensione. Impossibile non rivedersi in almeno uno dei personaggi, impossibile leggere senza arrivare a vergognarsi.

Oltre al lato individuale (che è contemporaneamente universale), c’è quello prettamente israeliano. Se volessimo fare un paragone col mondo del cinema, potremmo paragonare questo libro a “Una separazione” di Asghar Farhadi (o meglio, viceversa, dato che quest’ultimo è del 2011). Se lì si coglie il pretesto di una separazione per descrivere il reticolo di tensioni che intrappolano la vita in Iran (tensione tra integralisti e laici, tensione tra il desiderio di fuggire verso il sogno occidentale di benessere e quello di rimanere nella propria casa per ricostruirla), in questo libro con il divorzio si riproduce l’immagine di una società, quella israeliana, ripiegata su se stessa e ammalata di contraddizione. C’è il nuovo che aleggia tra i personaggi come una bestia impaurita che mostra le zanne, pronta a mordere e dilaniare, e c’è la tradizione ferma in uno sguardo di riprovazione, nella mente dei personaggi, nei gesti di un rituale che un gruppo di pazzi in un manicomio sbagliano continuamente. C’è un’immagine molto bella, che rende bene l’idea: Na’omi in ospedale non aspetta la fine della benedizione per mangiare un pezzo di pane. Tutti la guardano, cercano di bloccarla, il rabbino integralista è irritato. Ma lei mangia voracemente, non si ferma: la sua è una necessità, il rituale è solo un’imposizione vuota che non ha niente a che fare con il proprio corpo. E i parallelismi non si sprecano: tutto il libro è allo stesso tempo pensiero individuale e pensiero collettivo, esprime la tensione di un paese che va avanti verso un futuro che non ha né colore né forma: il buio dietro e il buio davanti, come nell’immagine evocata ossessivamente da Yehudà. Ritroverete questa tensione ovunque, e simboli e richiami in ogni personaggio, a partire dal cinico Israel Kedmi, con la sua lingua pronta a ferire familiari e arabi, con la sua mania di grandezza e la sua certezza di essere nel giusto, senza averne assolutamente le prove.

Yehoshua si conferma un autore capace, spietato, onesto. Un autore capace di parlare al plurale usando un ordinario singolare, capace di parlarti del divorzio di due personaggi per farti divorziare da te stesso.

Pensavo che ci dovesse essere assolutamente un posto un punto immaginario a partire dal quale ti saresti scomposto. […] Nei secoli dei secoli l’Uomo deve vedere se stesso.

Elisa Lai

Sempre riguardo Abraham B. Yehoshua potete leggere la recensione di:
-> L’amante


Io non ho paura | Niccolò Ammaniti

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Nato a Roma il 25 settembre 1966, Niccolò Ammaniti si è quasi laureato in Scienze Biologiche con una tesi intitolata “Rilascio di Acetilcolinesterasi in neuroblastoma”. Nonostante gli mancassero pochi esami non ce l’ha fatta, e la leggenda vuole che l’abbozzo della sua tesi si sia trasformato in “Branchie!”, il primo romanzo.
Assieme al padre Massimo, docente di Psicopatologia generale e dell’età evolutiva presso La Sapienza di Roma, ha pubblicato “Nel nome del figlio”, un saggio sui problemi dell’adolescenza, ristampato a furor di popolo. Nel 1996 partecipa a “Ricercare”, e sempre in quell’anno esce la raccolta di racconti che lo fa conoscere al grande pubblico, “Fango”. Per un po’ di tempo è stato tacciato di cannibalismo, ma se ne è sempre fregato, continuando a fare quello che gli piaceva. Scrive o ha scritto di libri, viaggi, cinema e altro per “Tuttolibri”, “Pulp”, “La bestia”, “Musica!”, “Micromega”, “Amica” e “Ciak”. Ha intervistato per “Liberal” il suo amico scrittore Aldo Nove, con il quale ha condiviso tante avventure tra le quali la fondazione, insieme ad altri scrittori, del movimento collettivo “Nevroromanticismo” (ispirato all’opera del cantante Garbo) e l’esperienza di “Kitchen”, la trasmissione di Mtv condotta da Andrea Pezzi.
Un racconto di Niccolò Ammaniti è comparso nell’antologia curata da Valerio Evangelisti che festeggiava i 45 anni di “Urania”, e un altro in un volumetto della collana “Supergiallo Mondadori” a cura di Daniele Brolli. Nel 1997 RadioRai trasmette un suo radiodramma, “Anche il sole fa schifo”. Ha scritto la postfazione a “La notte del drive-in” di Joe R.Lansdale (Einaudi, 1998), uno scrittore che Niccolò ama molto e che non smette mai di lodare.
Per l’agenda Einaudi “Stile libero” ha scritto il racconto breve “A letto col nemico”, mentre il racconto in tre puntate “Astuzia da chirurgo” è uscito per la rivista telematica “Caffè Europa”.
Insieme alla sorella ha fatto un breve cameo nel film di Fulvio Ottaviano, “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, del 1996. Dal racconto lungo che apre “Fango” il regista Marco Risi ha tratto il film con Monica Bellucci “L’ultimo capodanno” (1998), del quale esistono due versioni. L’anno seguente nei cinema è uscito “Branchie”, interpretato da Gianluca Grignani per la regia di Francesco Ranieri Martinotti.
Per la casa di produzione americana MondoMedia ha progettato e scritto la sceneggiatura di un serial in animazione digitale 3D per Internet – del quale esiste solo il pilot – intitolato “Gone Bad”, da lui stesso definito “una storia di zombi tra Merola, Leone e Sam Raimi”.
Ammaniti è molto apprezzato anche all’estero, tanto che i suoi libri sono stati tradotti in francese, greco, polacco, russo, spagnolo, tedesco, giapponese, rumeno, finlandese e un sacco di altre lingue a noi sconosciute. Nel 2001 è uscito per Einaudi Stile Libero “Io non ho paura”, il suo best-seller: si è aggiudicato il Premio Viareggio e le numerose ristampe del romanzo (fra cui un’edizione scolastica) continuano a muoversi fra i primi posti nelle classifiche di vendita italiane.
Lo stesso anno, Vasco Rossi ha scritto una canzone dal titolo “Ti prendo e ti porto via”, che ha dato (semmai ce ne fosse stato ancora bisogno) uno spintone all’omonimo, bellissimo romanzo di formazione, da cui si vociferava si stesse realizzando pure un film – con la regia di Goran Paskaljevic – ma non s’è più saputo nulla.
Invece, nel 2003 il buon Gabriele Salvatores ha diretto “Io non ho paura”, scritto da Niccolò Ammaniti e Francesca Marciano, che ha rischiato persino di finire nella rosa dei candidati all’Oscar come miglior film straniero (ha comunque vinto tre Nastri d’argento e un David di Donatello).
Negli ultimi anni Niccolò è stato coinvolto in centinaia di iniziative: presentazioni di “Io non ho paura” su e giù per l’Italia, collaborazioni a romanzi collettivi in rete (è da poco uscito per Einaudi “Il mio nome è nessuno – Global Novel”, che raccoglie quest’esperienza), premi e onorificenze d’ogni sorta in quasi tutti i luoghi del mondo, interviste televisive e radiofoniche, lezioni presso scuole di scrittura, prefazioni, postfazioni, fascette e strilli in copertina come un novello e nostrano Stephen King.
Dopo aver ripetutamente annunciato l’uscita di un romanzo di circa seicento pagine dall’improbabile titolo “Il libro italiano dei morti” – uscito a puntate su «Rolling Stone» – parte del progetto ha preso forma nella sceneggiatura scritta proprio da Ammaniti per il secondo film di Alex Infascelli, “Il siero della vanità” (2003).
Nell’estate del 2004 è uscito per Einaudi Stile Libero Big “Fa un po’ male”, che contiene tre storie a fumetti (scritte insieme a Daniele Brolli, disegnate da Davide Fabbri), già edite – parzialmente – a puntate su «l’Unità».
Il 17 settembre 2006 si è sposato – in località segreta – con l’attrice Lorenza Indovina.
Edizione: Mondadori (I miti)
Pagine: 219
Costo: 5,00
Consigliato: Vivamente!

‘Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri.’

Ci sono delle cose che i bambini durante la loro infanzia hanno, implacabili, dentro loro stessi che inevitabilmente vanno via esaurendosi man mano che la maturità e il loro essere ‘uomini’ arrivano a sostenerli con delle braccia da giganti e indispesabilmente li cambiano nella loro totalità: una di queste potrebbe essere identificata con quello che noi, solitamente, definiamo ‘coraggio’. Esso è insito nella natura del bambino, non c’è niente tra le cose che più lo attraggono che non farebbe; non c’è sensazione al mondo che eviterebbe di provare se solo non ci fossero quegli enormi mostri adulti che, doverosamente, impediscon loro di arrivare alla meta, all’oggetto bramato. E poi ci sono quelle cose e quei sentimenti che, invece, i bambini non provano fino al periodo, appunto, del loro essere ‘grandi’: la paura è una di queste. Essi sì, provano un certo senso di terribile angoscia nei confronti di tutto ciò che non è reale, che è frutto dell’immaginazione e non solo, ignorando, com’è ovvio, le caratteristiche proprie di ciò che è reale e che non hanno ancora sperimentato sulla loro pelle. Ed è proprio verso quest’ultimo ‘mondo’ che essi si rivolgono, si agitano verso di esso, incoscienti, ignoranti, curiosi di conoscere tutto ciò che ne fa parte, mostrando e mettendo in atto quel coraggio a loro tanto caro.
Uno di questi bambini è Michele, un bambino di nove anni che sente la naturale necessità, assieme ai suoi amici, di sperimentare, di conoscere, di perlustrare i territori delle campagne del paesino del sud Italia dove vivono e dove questo stesso, a causa di una penitenza durante un gioco, verrà a conoscenza dell’esistenza di un tragico segreto, che farà talmente tanto male che lui stesso, in alcune situazioni, si pentirà di aver scoperto.
Sarà proprio quell’innata, ma incosciente e sciagurata audacia a portare Michele ad una situazione ormai insostenibile, a fargli aprire gli occhi, anche se troppo tardi, e a fargli capire che, in realtà, ciò che il padre gli aveva suggerito riguardo ai mostri, ai fantasmi e a tutto ciò che di irreale si era creato nella sua mente, era soltanto pura verità.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Niccolò Ammaniti potete leggere la recensione di:
-> Ti prendo e ti porto via


La vita moderna | Susan Vreeland

Titolo: La vita moderna
Titolo originale: Luncheon of the Boating Party
Autore: Susan Vreeland
Cenni sull’autore: Susan Vreeland vive a San Diego in California. Neri Pozza ha pubblicato tutte le sue opere: La ragazza in blu (2003), La passione di Artemisia (2002), L’amante del bosco (2004), Ritratti d’artista (2005) e La vita moderna (2007).
Anno di pubblicazione: 2007
Edizione: BEAT
Traduzione: Massimo Ortelio
Numero pagine: 507
Costo: 9euro
Consigliato: 

“Il mondo è incantevole, Alphonsine. Guardatevi intorno. Guardate i colori dell’acqua che fremono come seta marezzata, il reticolo d’ombre disegnato dai rami, il germano reale dalla testa irridescente. Non sembra in posa per me, con la luce che danza sull’anello bianco del collo? E voi, con i capelli che spuntano dal cappellino. Vita! L’incanto della vita! Se dovessi dipingere quello che vedo in quest’istante non sarebbe una mia invenzione, ma un dono… di Dio, se volete, o del flusso incessante della vita. Perché non dovrei pensare che tanta bellezza sia stata creata apposta per me?”

Ho sempre pensato di andare lì di fronte e costernarmi di fronte ad ogni singolo angolo del 129,5×172,5 cm a cui Renoir dette il nome di Le déjeuner des canotiers. Gli Impressionisti esercitano su di me un fascino irresistibile, e penso che se potessi, se sapessi dipingere, dipingerei pennellate immortali come le loro, pennellate di sensazioni, di percezioni, di colori visibili agli occhi di pochi eletti che in un tramonto potevano scorgere tutte le gradazioni, tutte le sfumature e renderle sulla tela come se avessero una vita. Erano in particolare Monet, Degas e Renoir a catturare la mia attenzione. Renoir con i suoi balli, con le sue raffigurazioni sempre così vibranti, il pittore condannato alla paralisi delle mani. Così, ho comprato questo libro, per amore di Renoir, per amore verso quei suoi canottieri in posa senza essere ingessati, in posa, ma senza grazia, così vivi e così veri. Ma non avrei mai pensato che Susan Vreeland potesse renderli così vivi e così veri. La lettura si apre con Auguste che cade da un velocipede: che scena vera, che scena reale, Renoir che cade bocconi, e chi me ne aveva mai parlato? Non certo la professoressa di Storia dell’Arte che pure si prodigò riguardo questa corrente.
Cadendo insieme con Renoir sono così entrata in questo vortice vitale che è stato la creazione del quadro che gli fruttò fama e ricchezza proprio quando Zola aveva affermato che l’Impressionismo non solo era morto, ma addirittura non era mai nato tra una pennellata maldestra e un disegno condotto senza studio. Cadendo insieme con Renoir sono entrata a Parigi nel 1880, in estate come è estate per me, e ho rivissuto quei momenti moderni, ma ancora intrisi di passato, moderni, ma ancora ancorati alla tradizione ottocentesca di redingote e classi sociali. Un viaggio nel tempo, e un viaggio nell’arte, un viaggio volto a veder come i colori si fermano sulla tela immortalando per sempre i quattordici compari di Renoir che lo aiutarono a esprimere il suo genio, posando per lui. …ma questi quattordici, chi erano? Curiosa come sono, me lo sono sempre chiesta. Insomma, erano modelli casuali, come funzionava il meccanismo per cui una persona posava per un pittore, dietro compenso? dietro amicizia? dietro la solita nottata d’amore lasciva cui i pittori andavano dietro più ancora che alla loro stessa arte? Alphonsine, Alphonse, Ellen, Angele, Pierre, Paul, Gustave, Aline e gli altri erano i quattordici di Renoir. E dietro ognuno di loro, dietro ogni volto emozionato per l’estasi culinaria gentilmente concessa da mere Fournaise c’era una storia, un rapporto con il pittore, c’erano storie tra di loro che l’osservatore potrebbe solo immaginare. Con la lettura di questo romanzo, navigando tra queste 500 pagine di Senna ho potuto saperlo, ho potuto assumere un nuovo punto di vista più esperto, più malizioso, perché ora so verso chi è volta quella bocca, chi ascolta quell’orecchio, chi vorrebbero accarezzare quelle mani.
E devo dire che la sorpresa maggiore è stata la bravura della Vreeland che non si mostra mai, lascia che i personaggi agiscano e facciano il loro corso, si intreccino, si lascino, si ritrovino in modo che la trama si dipani in modo naturale, come se nessuno ci stesse raccontando nulla, come se fossimo noi davvero spettatori, o addirittura protagonisti, della creazione di uno dei più grandi capolavori di cui l’umanità abbia potuto e possa godere. Per non parlare del capitolo finale. Dopo tre mesi di sedute, di pose, di pranzi goduti, ma anche mimati perché l’artista potesse impressionarsi e a sua volta impressionare, arriva la fine, raccontata dalla persona che forse più di tutte ha avuto influenza su Renoir, influenza umana. Mi sembrava di poter essere io a raccontarle, di stare lì a poter testimoniare cosa veramente provasse Auguste, io per Auguste, Auguste per il suo quadro, il modo in cui la critica accolse il suo capolavoro.

“Cosa credete che vedrà la gente negli anni futuri, guardando questo dipinto?” gli domandò Durand-Ruel. 
“La gioia di vivere”.

Questo il riassunto. La massima di vita di un pittore che si donò alle donne che amava e che amava dipingere, di un pittore che vedeva la vita, l’ispirazione, i colori dappertutto. Un pittore che sulla sua tela non voleva mettere in scena il miserabilisme, ma appunto la gioia di vivere, comunicare il diletto di quattordici commensali a pranzo sulla Senna in una delle terrazze destinate a entrare nella Storia dell’Arte. Il riassunto che ho trovato in un romanzo vivace, fedele alla realtà, fedele a ciò che i personaggi provarono l’uno per l’altra, fedele al desiderio di Auguste di sentirsi vivo, di sentirsi gioioso e di voler trasmettere questa gioia anche agli altri, nonostante i tormenti che gli derivavano dalla pittura. Dalle ristrettezze economiche. Dal dubbio atroce di dover continuare a seguire l’Accademia o dover seguire l’anima e dipingere come il cuore gli imponeva. A risolvere i dubbi, a darci le certezze è stata la Storia, la fama che l’hanno seguito, che il suo dipinto gli portò. Ma anche Susan Vreeland, con minori pretese rispetto a quelle dei secoli, ha saputo dare contezza di questa immensa creazione, a sua volta creando una lettura mai banale, originale e commovente.

Luana Cau 


In alto a sinistra | Erri De Luca

Titolo: In alto a sinistra
Autore: Erri De Luca
Cenni sull’autore:  Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d’ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.
Anno di pubblicazione:  1994
Edizione: Feltrinelli
Numero pagine: Poche
Costo: 6€
-> Consigliato:  Fatevi del bene

Quest’anno ho conosciuto Erri De Luca. Dal vivo, al Salone del Libro, e sulla pagina scritta. Non starò qui a dirvi di leggere subito questa raccolta di racconti, che non sono belli tanto per le storie che narrano – storie di vita abbrustolita, stropicciata, ricoperta dal bitume della vita che se vuole sa farsi crudele, storie cheservono a smaltire il tempo passato, storie di cui abbiamo ancora bisogno – ma per il modo in cui sono raccontati, con parole che sono ruvide carezze, come il viso di Erri, stropicciato dalle pieghe d’espressione e illuminato dagli occhi azzurri come pietre di mare, come le mani sapienti e vissute da cui tutti vorremmo essere, solo una volta nella vita, toccati. Chiunque abbia stretto le mani di qualcuno che lavora la terra sa di cosa parlo. Quella ruvidezza che è anche simbolo di un contatto vero con le cose. “Le mie frasi scritte […] non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle” ha scritto una volta.

“Avevi un trillo in gola, caldo, infame. Là dove tu eri, là si aizzavano minacce e io sempre temevo che uno impazzito d’amore potesse ucciderti. […] Ti recitavo male, cupamente: “Esterina, i vent’anni ti minacciano”. Tu eri in pericolo perché quello era il tuo stato di grazia. Dove tu pasavi, orme d’altre donne sbiadivano. […] Ti vedo stasera e ho sentito il bisogno di toccare in tasca il coltello per risentire almeno nell’arma la furia, il salto alla gola che mi davi. Non ho paura per te adesso. Gli uomini non ti ammazzeranno. Io non dovrò andare di tera in terra a cercare il tuo assassino per tagliargli la strada.”

Di ‘In alto a sinistra’ mi è capitato di parlare con una ragazza la quale diceva che non aveva trovato niente nelle sue parole, se non l’astuzia di infilarle ad arte come perle, una dopo l’altra, in modo che non si potesse non sottolinearle, rimanerne colpiti (per alcuni accenni, vi linko le mie note su aNobii), ma non ho potuto che dissentire. Non è culto della bella pagina il suo, né il labor limae dei poeti da strapazzo. Sono parole vive, pulsanti, parole che avvincono, che ogni cantastorie dovrebbe avere nella borsa insieme alla pipa e a un taccuino, per tirarle fuori nel momento più opportuno e sorprendere, non facendo aprire la bocca di chi lo ascolta ma gli occhi. Non conoscevo Erri prima di sentirlo parlare a Torino, come ho già detto, ma posso assicurarvi che è stata un’ora folgorante, intensa e quanto mai commovente quella che io e altre centinaia di persone abbiamo passato con lui; la sua oratoria pacata ma precisa, esatta fuori e dentro, perché guidata di certo da una qualche esattezza del cuore, mi ha conquistata. Ho pensato che l’umiltà di una persona non mi aveva mai colpita così dura in viso. E una seconda volta è successo quando subito dopo, fuori, è stato lui a ringraziare la calca di persone che gli chiedeva gli autografi (ma quella è stata anche una carezza). Così è stato bello scorrere In alto a sinistra con la sua voce a leggermelo.  Concludo con questa frase-augurio, che mi ha regalato proprio nel giorno dei miei vent’anni:
“La vita che abbiamo a vent’anni è esigente. Appena cediamo in un punto, appena le offriamo una debolezza, una pausa, quella erode, si incista, fa le uova negli occhi e da quel punto muove la sconfitta di noi stessi che all’improvviso, a distanza di anni ci coglie. La vita dei vent’anni è piena di parassiti ansiosi di fare il nido in ogni rinuncia. Nel momento in cui hai smesso di esigere da un uomo più di quello che ha, la tua bellezza s’è fermata, chetata e ti prepara donna da marito.”

Chiara Sandretto


La donna del tenente francese | John Fowles

Titolo: La donna del tenente francese
Titolo originale: The French Lieutenant’s Woman
Autore: John Fowles
Cenni sull’autore:  romanziere inglese (Leigh-on-Sea, Essex, 1926 – Lyme Regis, West Dorset, 2005). La sua opera narrativa, che si giovò spesso di uno stile parodistico, ricco di metafore e funambolismi verbali, ebbe un tema di fondo comune, quello del potere, soprattutto nel rapporto tra i sessi, inteso come la forza che un essere umano può esercitare su un altro, violentandolo, annientandolo o anche, ironicamente, aiutandolo ad acquistare personalità e umanità. Al primo romanzo, The collector (1963), seguirono The magus (1965), The French lieuten ant’s woman (1969), considerato il suo capolavoro, The ebony tower (racconti, 1974), Daniel Martin (1977), Mantissa (1982), A maggot (1985), tutti tradotti in italiano. È autore anche di una raccolta di versi, Poems (1973), e di alcuni studî, tra cui The enigma of Stonehenge (1980), pubblicato per i Monumenta Britannica, e Wormholes (1998). John Fowles è morto il 5 novembre 2005 a 79 anni.
Anno di pubblicazione: 1969
Edizione: Mondadori
Traduzione: Ettore Capriolo
Pagine: 511
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Si (anzi, io ne renderei obbligatoria la lettura)

Il romanziere resta sempre un dio, dal momento che crea (neanche il più aleatorio dei moderni romanzi d’avanguardia è riuscito a sopprimere completamente il suo autore); ciò che è cambiato è che non siamo più gli déi dell’immagine vittoriana, onniscienti e sentenziosi; ma déi secondo una nuova immagine teologica, e il nostro principio fondamentale è la libertà, non l’autorità.

Il titolo “La donna del tenente francese” ha sempre avuto su di me un forte potere evocativo legato al ricordo infantile del trailer del film ispirato al romanzo ( uscito sugli schermi nel 1981). Sulla base di queste poche informazioni avevo costruito una serie di aspettative, anzi direi di “certezze”: con quel titolo la trama non poteva che raccontare di forti passioni, di un amore contrastato tra un ricco gentiluomo e una giovane donna di bassa estrazione sociale e con un passato torbido, il tutto magistralmente incorniciato in epoca vittoriana.

Quando se ne è presentata l’occasione, ho iniziato a leggere questo romanzo come se si trattasse di una vecchia conoscenza, di una rilettura. E invece ero lontana anni luce dalla realtà del libro (e anche del film).

Sarebbe interessante (per me solo presumo) fare una digressione su come le informazioni tratte dal contesto vengono travisate sulla base delle conoscenze già acquisiste e poi utilizzate per costruire sistemi di credenze poco coerenti con la realtà. Insomma, mi era bastato un titolo per attribuire al libro delle caratteristiche basandomi sulle mie precedenti letture di Dickens e Austen. Forse è per questo che il libro di Fowles non è molto letto? Si da un’occhiata al titolo e si fanno delle inferenze che conducono a conclusioni quasi del tutto erronee. “La donna del tenente francese” è un libro sulla libertà individuale e sulle strade, spesso tortuose, che bisogna percorrere per potersi sentire liberi; è un viaggio dentro la mentalità vittoriana e i grandi temi che l’hanno caratterizzata: il dovere, il progresso, la religiosità.

I due personaggi principali, Charles e Sarah, rappresentano l’uno l’epoca vittoriana con tutte le sue contraddizioni e ipocrisie e l’altra il superamento di quell’epoca. Charles è il tipico esponente della piccola nobiltà, è un gentiluomo e uno scienziato ma che non riesce a liberarsi dalle pastoie che gli impediscono di essere autentico.

Questo – il fatto che ogni vittoriano avesse due facce – è l’attrezzo che dobbiamo portarci appresso durante i nostri viaggi nell’Ottocento. […] ed è per questo, credo, che la miglior guida dell’epoca è molto probabilmente Il dottor Jeckyll e Mister Hiyde. Dietro una tardiva impalcatura di romanzo gotico, si nasconde infatti una verità molto profonda e rivelatrice. 

Sarah è invece una donna “moderna” nel senso che ha un progetto chiaro e si assume la responsabilità di realizzarlo, anche se per farlo è costretta a mettersi al margine della società, che le affibbia un’etichetta infamente senza cercare di conoscere le ragioni del suo comportamento.

Pochissimi vittoriani erano disposti a mettere in dubbio i meriti del mimetismo, ma era proprio questo che si leggeva negli occhi di Sarah. Il suo sguardo timido, e tuttavia diretto, conteneva un messaggio molto moderno: “Parla chiaro, Charles, parla chiaro”. E bastava a prendere in contropiede l’interlocutore.

Guida d’eccezione in questo tour è John Fowles, nel senso che spesso lo stesso autore si intromette e spiega perché un certo personaggio non può che avere quei sentimenti oppure ci illustra quali potrebbero essere delle scelte alternative ma sempre abbastanza coerenti con la mentalità vittoriana. In alcune occasioni Fowles diventa uno dei personaggi (marginali) del suo libro: ha la necessità di vedere da vicino le sue creature per capire quali sono le loro intenzioni.

Ho scandalosamente distrutto l’illusione? No. I miei personaggi continuano a esistere, è in una realtà che non è meno, o più reale, di quella che ho appena distrutto. L’invenzione come disse un greco circa duemilacinquecento anni fa, è intrecciata in tutte le cose. Io ritengo che questa nuova realtà (o irrealtà) sia più valida, e vorrei che voi pure condivideste la mia convinzione di non poter controllare del tutto queste creature della mia mente, come voi non controllate – […] – i figli, i colleghi, gli amici o addirittura noi stessi. 
Dite che questo è assurdo? Che un personaggio o è “reale” o “Immaginario”? Se tu la pensi così, “hypochite lecteur”, posso soltanto ridere. Tu non consideri del tutto reale neanche il tuo passato; lo agghindi, lo indori, lo diffami, lo censuri, lo rattoppi… in una parola lo romanzi e lo metti su uno scaffale, è il tuo libro, la tua autobiografia romanzata. Tutti noi non facciamo che sfuggire alla realtà reale. È questa una definizione fondamentale dell’homo sapiens.
Se quindi pensate che questa sciagurata digressione (ma sia davvero al tredicesimo capitolo) non abbia niente a che fare con il vostro Tempo, il vostro Progresso, la vostra Società, la vostra Evoluzione tutti gli altri fantasmi della notte a lettere maiuscole che fanno risonare le loro catene dietro le quinte di questo libro… io non discuto. Ma diffido di voi.

Fowles quindi si intromette a piene mani nella vita dei suoi personaggi (come è ovvio che sia) e ci svela l’inganno,ma la finzione del romanzo ne esce rafforzata: i personaggi così ben delineati nella mente dellp scrittore, sfuggono alla sua volontà e vanno verso direzioni impreviste. Fowles non sceglie per loro ma ci illustra tutte le possibili alternative, li accompagna passo passo e poi lascia al lettore la responsabilità di scegliere quale è la decisione presa dai personaggi.

La sola maniera per non prendere partito in una lotta è di mostrarne due versioni. A questo punto non ho che un problema: non posso fornire le due versioni contemporaneamente, e tuttavia la seconda, tanto è forte la tirannide dell’ultimo capitolo, sembrerà, qualunque essa sia, quella “reale” e definitiva.

 

Patrizia Oddo


Il film della sua vita | Angelo Morino

Titolo: Il film della sua vita
Autore: Angelo Morino
Cenni sull’autore: Angelo Morino è nato nel 1949 in provincia di Torino e si è laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne con una tesi su Mario Vargas Llosa. Contemporaneamente al suo impegno come docente nelle università di Torino e L’Aquila, ha tradotto innumerevoli romanzi dallo spagnolo e dal francese, contribuendo in modo fondamentale a far conoscere in Italia la letteratura ispanoamericana: ha tradotto Puig, García Márquez, Isabel Allende, Bolaño, Vargas Llosa e moltissimi altri, decine di autori che senza il suo contributo non avremmo mai potuto conoscere. Era inoltre a sua volta scrittore: agli otto libri che ha pubblicato in vita se ne sono aggiunti due, ritrovati nel suo computer dopo la morte precoce avvenuta nel 2007.
Anno di pubblicazione:  2012
Edizione: Sellerio
Numero pagine: 218
Costo: 13€
-> Consigliato:  Decisamente sì

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

Thais Siciliano 


Il ragazzo che amava Shakespeare | Bob Smith

Titolo: Il ragazzo che amava Shakespeare
Titolo originale: Hamlet’s Dresser
Autore: Bob Smith
Cenni sull’autore: Bob Smith è nato a Stratford, cittadina del Connecticut con lo stesso nome di quella inglese in cui nacque Shakespeare. Dopo un’infanzia infelice passata a badare alla sorella malata, si è imbattuto nelle opere del più grande poeta e drammaturgo per caso, in una giornata di pioggia, e da allora le parole di Shakespeare guidano la sua vita.
Anno di pubblicazione:  2002
Edizione: TEA
Traduttore: Marcella Dallatorre
Numero pagine: 312
Costo: 8€
-> Consigliato:  A chi ama il teatro in generale e Shakespeare in particolare

Credo che più confusi si è dentro, più si ha bisogno di credere in qualcosa fuori. Avevo un disperato bisogno di appoggiarmi a qualcosa che fosse più grande di me, ed era chiaro che William Shakespeare capiva com’era soffrire senza neppure sapere perché.

 

E va bene, lo ammetto, mi sono lasciata ingannare dal fatto che, secondo la quarta di copertina, Frank McCourt abbia definito questo libro “Un capolavoro”. L’amico che me l’ha prestato mi ha avvisata: guarda che è triste. E io ho risposto “allora mi piacerà”.

Invece, nonostante le premesse, mi ha lasciata piuttosto interdetta. La passione dell’autore per le opere di Shakespeare è innegabile, traspare in ogni parola, ed è bello seguire lo sviluppo della sua profondissima conoscenza del grande autore inglese. Ma gli episodi della sua vita si succedono in modo forse troppo ripetitivo, e dopo un po’ la storia perde mordente.

Bob è un ragazzino come tanti, ma vive al servizio della sorella ritardata, cosa che finisce per condizionare ogni aspetto della sua esistenza. La ama moltissimo e non la percepisce come un peso, ma occuparsi di lei è un lavoro a tempo pieno, e il teatro finisce per rappresentare la sua unica via di fuga. Scopre Shakespeare per caso, leggendo una frase del Mercante di Venezia che gli sembra descriva perfettamente la sua situazione. E così, quando in città arriva un gruppo di attori, comincia a lavorare come servo di scena. Non gli interessa recitare, ma si appassiona al mondo di Shakespeare con rara dedizione, e nelle sue opere riesce sempre a trovare un parallelo con la propria vita. Il libro è infarcito di citazioni: in fondo ogni cosa che viviamo è già stata provata da qualcun altro prima di noi, e in Shakespeare c’è tutto, ogni esperienza umana, ogni dolore, ogni tradimento, ogni abbandono, basta cercare.

Da adulto Bob, che non vede la sorella da quarant’anni perché è stata messa in un istituto e lui non ha mai avuto la forza di andarla a trovare, fa lezione sulle opere di Shakespeare a gruppi di anziani, che diventano la sua famiglia, come se il fatto di aiutare e sostenere loro potesse riscattare la sua incapacità di occuparsi della sorella. Quest’ultima è un personaggio tragico, incatenata alla propria condizione e incapace di rendersene conto, e il fatto che Bob non solo non si sia opposto quando i genitori, sfiniti, hanno deciso di metterla in istituto, ma abbia anche rinunciato ad andarla a trovare per quarant’anni pur amandola moltissimo, lascia il lettore un po’ disorientato e deluso. Insegnare agli anziani ad amare Shakespeare è sicuramente una bella cosa, ma non cancella la debolezza del protagonista: il senso di colpa non è una giustificazione.

Tuttavia, anche Bob non ha sicuramente avuto una vita facile e serena: sempre isolato dai suoi compagni a causa della sorella malata, con i genitori costantemente sul punto di crollare, segnato dalla solitudine, ha trovato in Shakespeare una via di fuga dalla realtà e si è immerso in un mondo nuovo e affascinante.

Ecco, se amate e conoscete Shakespeare al punto da poter descrivere la vostra vita con le sue parole, questo libro probabilmente vi piacerà moltissimo. Io ho ammirato la dedizione del protagonista e mi piace l’idea che si possa trovare nei libri qualcuno che sa benissimo come ci sentiamo, ma questi concetti sono ribaditi più e più volte senza aggiungere molto alla trama, ed è un peccato.

Il ragazzo che amava Shakespeare si limita semplicemente a ciò che il titolo descrive: un bambino che diventa uomo trovando un sostegno fondamentale nelle parole di un autore ormai scomparso, l’unico a  riuscire nell’impresa di non farlo sentire solo al mondo.

La poesia divenne così un bellissimo luogo in cui nascondermi dalla mia vita e dai miei genitori, un luogo in cui sapevo che loro non mi avrebbero mai seguito.

Thais Siciliano


Donna per caso | Jonathan Coe

Titolo: Donna per caso
Titolo originale: The Accidental Woman
Autore: Jonathan Coe
Cenni sull’autore:  Nato in Inghilterra nel 1961, Coe ha insegnato poesia, suonato e corretto bozze finché non si è affermato come scrittore di talento e giornalista. Ha scritto opere tradotte in tutto il mondo, tra le quali La casa del sonno, La banda dei brocchi e La famiglia Winshaw. Donna per caso è il suo primo romanzo.
Anno di pubblicazione:  1987
Edizione: Feltrinelli
Traduzione:  Stefano Massaron
Numero pagine: 157
Costo: 6,50 €
-> Consigliato: Se non vi disturba leggere di una vita totalmente sprecata o se vi sentite vuoti, sì.

Maria avrebbe potuto risparmiarsi un bel po’ di infelicità – è difficile dire con esattezza quanta, al massimo non più di una vita intera, comunque.

 

Donna per caso, ovvero Una vita. Il breve romanzo di Jonathan Coe è semplicemente questo: niente avventure, niente colpi di scena, solo la storia di una donna. Ma non una donna come tante: Maria è un personaggio davvero singolare. Asettica, apatica, incapace di provare emozioni, quasi crudele a volte, è completamente in balia degli eventi. Fa ben poche scelte consapevoli, e quelle che fa si rivelano perlopiù sbagliate: rifiuta lo spasimante perfetto, si sposa con un uomo orribile senza pensarci troppo, fa un figlio che la odia sin da piccolissimo, si lascia guidare dal caso in ogni decisione importante, aspetta troppo o troppo poco, fatica a stringere legami perché si sente lontana da tutti e non è interessata all’amicizia. Del resto, nel corso della sua vita viene a contatto con personaggi davvero inquietanti, descritti con le pennellate di crudeltà tipiche della penna di Coe: episodi isolati e fulminei che lasciano il lettore a bocca aperta.

Ma il vero punto di forza di questo romanzo è la voce narrante: onnisciente e di parte allo stesso tempo, seleziona gli episodi più rilevanti della vita di Maria e si diverte a intervenire con commenti, battute e anticipazioni, sfruttando una vena di ironia tanto sottile quanto efficace.

Se vi piace lo stile di Coe, questa narrazione così particolare e ben riuscita vi farà sorridere, sogghignare, talvolta ridere apertamente: perché in fondo a volte le nostre vite sono così banali, così vuote, che l’antipatica e sprezzante Maria forse ha ragione: non vale la pena emozionarsi troppo né credersi tanto speciali.

È come se la protagonista vedesse se stessa dall’esterno, come se la vita che sta vivendo non fosse la sua ma quella di una perfetta sconosciuta, raccontata con distacco quasi sprezzante: effettivamente è difficile provare davvero qualcosa di profondo per un estraneo, e in ogni caso è nostro diritto non aver voglia di mostrarci entusiasti solo perché gli altri si aspettano che lo siamo. Ecco, diciamo che questa tematica è un po’ portata all’estremo – volutamente – nel caso di Maria, ma penso che chiunque abbia vissuto almeno una volta un’esperienza simile, un’occasione in cui tutti si aspettavano reazioni entusiastiche da parte nostra e noi invece avevamo solo voglia di goderci la notizia in santa pace, di rifletterci su, oppure di non pensarci affatto. O magari di raccontarla al gatto di casa, che ascolta tutto senza aspettarsi grandi entusiasmi.

Trovo difficile trarre una conclusione su questo libro così strano, che mi ha lasciato una sensazione indefinita, una certa vaghezza, il desiderio di vivere  in modo completamente diverso da Maria, e il timore di non riuscirci.

Maria si sentiva davvero felice quando era sola, ma il pensiero di restare sola per sempre la terrorizzava, perché era soltanto un essere umano – cosa questa che, si potrebbe tranquillamente affermare, era poi la fonte di tutti i suoi problemi.

Thais Siciliano


L’amante | A.B. Yehoshua

Titolo: L’amante
Titolo originale: The lover
Autore: Abraham B. Yehoshua
Cenni sull’autore: A. B. Yehoshua è considerato, assieme ad Amos Oz, il maggior e più premiato scrittore israeliano contemporaneo. E’ da alcuni anni uno dei candidati possibili al premio Nobel per la letteratura. Nato a Gerusalemme nel 1936 da famiglia che per parte paterna risiedeva a Gerusalemme da diverse generazioni e per parte materna da madre che era emigrata dal Marocco è uno scrittore di evidenti origini sefardite che si è successivamente stabilito a Haifa dove è attualmente professore ordinario di letteratura comparata nella locale Università. Assai amato in patria, seguitissimo all’estero dove è noto anche il suo impegno pacifista (membro di Shalom Achshav e impegnato nei processi di pace) Yehoshua rappresenta una figura di intellettuale a tutto campo. Romanziere e saggista, autore anche di racconti e di pièces teatrali è dotato di una ricca vena creativa unita a una solida tecnica del narrare e di una poetica personalissima che è stata definita da G. Morahg “simbolismo realistico” e che è stata ben delineata fin dagli esordi, a partire dal suo primo racconto. (per continuare a leggere la biografia di questo autore dovete cliccare QUI)
Anno di pubblicazione: 1977
Edizione: Einaudi
Traduttore: Arno Baehr
Numero pagine: 448
Costo: 13€
-> Consigliato: di cervello e di cuore.

Non mi venga a dire che al mondo c’è un uomo libero.

 

C’è una scena di un vecchio film in cui due ragazzi innamorati stanno uno accanto all’altro, vicinissimi, di fronte alla cinepresa. Fra di loro, al centro, c’è un telefono: ascoltano le parole di un amico che parla di un certo affare. La vicinanza inaspettata li rende nervosi. Si amano, ma non riescono a stringersi, a baciarsi, a confessarsi. Lei forse è intimidita e ha paura di non essere amata, lui la ama ma teme che con l’inizio di una relazione i suoi sogni svaniscano in un soffio. E c’è questa inquadratura meravigliosa, in cui loro si dividono perfettamente lo spazio in scena. Lei guarda verso il fuoricampo ma mostra il viso pieno e senza ombre, chiaro alla luce dei riflettori. Lui è di profilo, combattuto fra mente e corpo, è attratto dalla sua pelle d’un tratto così vicina, la sfiora e rimane in sospeso. E quel ricevitore, al centro, da cui continua a venire il cicaleccio dell’amico che parla di un affare, inascoltato. Era il pretesto dell’avvicinamento, ora è solo una cornice, rumore.
(Il film è “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, e la scena è questahttp://www.youtube.com/watch?v=dAHbEc…)

Lo spazio tra un viso e l’altro contiene un universo di possibilità. Quella tensione tra i due, il fiato sospeso prima del bacio, che arriva tardi, sembra non arrivare mai. E tu sei lì, e te lo senti tutto addosso il peso di quell’universo, sollevi un po’ il viso come se fossi lui o lei, e non aspettassi altro che una carezza. Ma la forza dell’ambizione di lui è troppo forte: invece di baciarla la scrolla, le grida contro tutti i suoi sogni armati in un “non mi sposerò mai”. E cede al suo stesso desiderio. E i sogni, quello che lui doveva fare da individuo libero, da solo, nel mondo? Son stati seppelliti dalla forza di quello spazio sospeso, dall’urgenza di un contatto.

Questo libro di Yehoshua sta esattamente a metà tra le bocche dei due amanti. Lui non è James Stewart e lei non è Donna Reed, i personaggi del romanzo arrivano a turno – o forse tutti insieme – e prendono posto all’interno delle sagome degli attori. Tutti tesi verso un contatto con l’altro che non arriva, sembra non arrivare mai, chissà se arriverà. Tutti tesi in quell’ansia di James Stewart, che muore dalla voglia di baciare e al contempo si arma per non farsi incastrare e rimanere coerente con i propri pensieri, i propri progetti di vita. Sono individui che si dibattono tra la necessità di star vicini e la paura di fare un passo verso l’altro. Hanno paura di uscire dalla loro stessa prigione, ma ne sentono lo stimolo irrefrenabile.

Che cosa è un amante? E’ un elemento estraneo che si insinua in una famiglia, in un legame già consolidato. E’ il nuovo, l’estraneo, lo sconosciuto. E’ un universo di possibilità da sondare, perlustrare e conoscere.
In questo libro non c’è un amante solo. L’amante Gabriel, sparito il primo giorno della guerra, è solo uno dei tanti. Lasciando da parte la connotazione sessuale dell’amante e tenendo solo il nocciolo duro del contatto intimo con un estraneo, possiamo dire che tutti i personaggi sono l’uno l’amante dell’altro. Ebrei, arabi, uomini.
C’è Na’im, l’arabetto, che si insinua nelle case degli ebrei, un po’ per coincidenza, un po’ per desiderio. Porta la sua diversità tra le loro mura, va a scontrarsi contro i loro pregiudizi aperti o covati inconsciamente. E così, come un seme di papavero gettato in un campo di rose, inizia a germogliare tra loro. Si mescola a loro. Forse diventa persino un po’ rosa, o forse un nuovo fiore, indefinito, forse un papavero coi petali di una rosa ma con lo stesso pistillo.
C’è Vaduccia, la centenaria nonna ebrea che l’accoglie in casa, un po’ timorosa perché gli arabi sono tutti terroristi. E’ tutta tesa tra una carezza che la fa sentire umana – lei, priva di legami col mondo oramai – e il terrore che Na’im nasconda armi nella sua stanza. Non c’è niente di buonista nel racconto di questa accoglienza, come non c’è niente di buonista nell’incontro tra gli altri personaggi: il racconto procede a voci alternate, si frantuma in molteplici punti di vista che fanno a pezzi speranze, paure, desideri e sogni. Na’im scorge comprensione in uno sguardo di Dafna, e già gioiamo con lui, ma appena la parola passa a lei ci ritroviamo con una manciata di vetri rotti tra le mani. Il cuore esce straziato da questo continuo cambio di prospettiva, la verità che si solleva dalle pagine è amara ma realista: il più delle volte non c’è modo di incontrarsi. Ci sfuggiamo continuamente, nonostante il desiderio.

E in mezzo a tutta questa solitudine protesa verso un contatto con l’altro, Yehoshua lascia che prenda posto il cuore pulsante della questione israeliano-palestinese. E tutta l’amarezza del conflitto prende corpo nella divisione tra diffidenza della mente e desiderio di contatto corporeo. I pensieri si fanno la guerra, i corpi si cercano. Si sentono attraverso i vestiti, attraverso il respiro, carezze ai letti vuoti ma ancora caldi del sonno di qualcuno, baci domandati, schiaffi. Ebrei e arabi. Si toccano per non perdersi, perché il loro corpo lo sa: si stanno perdendo, e la mente potrà rimbrottare giudizi e interpretazioni errate della realtà quanto vuole. La verità è che sono soli. Soli e prigionieri l’uno dell’altro.

Sembra impossibile che tutto questo lasci spazio a una speranza, eppure…

 

Elisa Lai


Middlesex | Jeffrey Eugenides

Titolo: Middlesex
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore:  Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Edizione: Oscar Mondadori
Traduttore: Katia Bagnoli
Anno di pubblicazione: 2002
Numero di pagine: 601
Costo: 11€
-> Consigliato:  Dal più profondo del mio cuore, del mio senso d’umanità, del mio amore innato per il grecismo

“Cantami, o Diva, del quinto cromosoma la mutazione recessiva! Cantami di come fiorì sui pendii del Monte Olimpo, due secoli e mezzo or sono, tra capre che belavano e olive che rotolavano. Cantami le nove generazioni per cui viaggiò sotto mentite spoglie, sopito nel sangue inquinato della famiglia Stephanides. E cantami la Provvidenza, che sotto forma di massacro lo risvegliò per trasportarlo, come fa con i semi.”

Potrei dirvi di leggere Middlesex principalmente per una ragione: perché è bello.
Tuttavia siccome so che a leggere sarà un pubblico esigente, esattore fino all’ultima riga, cercherò di spiegarmi meglio quando dico che questo libro è uno dei libri più belli che io abbia letto da molto tempo a questa parte, ma basta con questo bello da tema di terza elementare, parliamo di Middlesex con gli attributi che si merita: avvincente, sensuale, ambiguo, epico, conturbante, malizioso, problematico, logorroico, americano, greco, presuntuoso, puntiglioso. Unico.
Ma in fondo di attributi Middlesex ne ha già troppi, quindi andiamo con calma e rispettiamo la scaletta.

Parliamoci chiaro: è problematico fare i conti con una vagina o con un pene, immaginate di dovervi svegliare ogni mattina con sia un pene che una vagina, di vedere una persona che vi piace e anziché avvertire ai piani inferiori una semplice cavalleria rusticana, vi parte la Nona di Beethoven. Ed è ancora più problematico che questa coabitazione coatta di questi gioielli di famiglia si presenti in tesoreria non da subito, non da quando sei nata bambina, ma da quando sei rinato maschio all’età di quattordici anni, come è successo a Calliope o a Call, come vi va di chiamarlo. Insomma, l’ermafroditismo esiste ed Eugenides gli ha scalfito un monumento letterario. Siamo nell’incrocio perfetto tra l’Odissea e Il mio grosso, grasso matrimonio greco, guidati da un Omero Eugenides, nuovo cantore della contemporaneità che ce l’ha messa tutta per creare un Ulisse con artiglieria doppia, plurimunito e chiacchierone: sì, chiacchierone, perché il protagonista di questa storia è un pettegolo ed io, pettegola a mia volta, mi sono affacciata al balcone di casa mia per sentire sbrogliare questa bella matassa. La storia parte nell’Asia minore, prende una nave e si trasferisce in America, questo è il succo geografico. La storia parte da un incesto incestuosissimo, questo è il succo genetico. La storia prosegue nella disgraziata vita di  una giovane grecoamericana che si trova a fare i conti con troppe cose nelle mutande e con una famiglia pudica alle spalle, questo è il succo del racconto.

Dieci anni impiegò Ulisse a tornare a casa, duecento o qualcosa di meno ne ha impiegato il gene che andando a iscriversi nel DNA di Call (eventuali genetisti tra voi presenti possono tranquillamente rivedere il lato pseudoscientifico di questo commento intriso di imprecisioni non volute da me, ma dal mio io che rigetta la scienza). E noi seguiamo il viaggio di questo gene che in cerca della sua Itaca attraversa generazioni e generazioni rendendo il libro un romanzo in due parti: quella dedicata al viaggio del gene e quella dedicata al suo arrivo, al suo collocamento finale. Middlesex si struttura quindi in due percorsi, quello dei pettegolezzi, degli incesti, intriso di ortodossia greca, sapori mediterranei, superstizioni e poi il secondo percorso quello che vede Call non solo come voce narrante, ma anche protagonista degli eventi e trasformazioni che gli avvengono sul corpo.

Passiamo dalla superstizione alla scienza, dall’antica Smirne in fiamme all’America ruggente prima e depressa poi in un fiume di parole che svolge rapido il suo corso per poi addolcirsi, quasi rallentarsi, e tra un argine e l’altro conosciamo tutti i personaggi di quest’epopea con le loro vite intricate e le loro curiosità: Desdemona e il suo cucchiaio indagatore di sessi, Lefty e la Zebra Room, Milton e la chiesa da costruire per un voto e così via. Così via in un turbinio di avvenimenti che portano tutti alla difficoltosa adolescenza di una giovane ragazzina che deve fare i conti con tette inesistenti (molte di coloro che leggeranno, come me, riconosceranno il trauma da ‘ferro da stiro’) ed un ciclo che non arriva giustificati dalla orripilante scoperta che non crescono e non arrivano perché l’inquilino dei piani inferiori ha deciso di riscattare il suo posto in casa.

L’Omero che nel 2003 ha vinto il Pulitzer sotto le mentite spoglie di Eugenides sapeva il fatto suo: questo libro potrebbe riaprire la questione omerica per convincerci del fatto che, non solo Omero è esistito più che mai, ma che esiste ancora, e viaggia di penna in penna come il gene di Call ha viaggiato di corpo in corpo per arrivare negli anni duemila e manifestarsi ancora una volta.

Se la letteratura contemporanea vi lascia scettici e siete di quelli che storcono il naso se non si parla dei mattonazzi ottocenteschi, leggete Eugenides per ricredervi.
Se siete amanti della letteratura contemporanea e non siete ancora approdati alle coste di questo autore, vedete di farlo al più presto.
Se siete in cerca di una lettura con i contro…fiocchi (ci siamo capiti, qua siamo al completo, abbiamo tutti i controgioielli richiesti) volate in libreria ad appropriarvi di questo libro.

Luana Cau

Di Jeffrey Eugenides potete leggere anche la recensione de:
-> Le vergini suicide 


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