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Una stagione all’inferno | Arthur Rimbaud

Titolo: Una stagione all’inferno
Titolo originale: Une saison en enfer
Autore: Arthur Rimbaud
Cenni sull’autore: Arthur Rimbaud nasce nel 1854. Il padre, capitano, si separa ben presto dalla moglie, la quale si stabilisce a Charleville insieme ai figli. Fin da subito Rimbaud si dimostra molto brillante negli studi, vincendo numerosi premi scolastici e manifestando precoci doti poetiche. Quando scrive l’Ofelia ha soltanto quindici anni. Sotto i panni dello scolaro modello suda però
un’anima che mal sopporta le convenzioni e la moralità borghesi: nel 1870 fugge per la prima volta a Parigi. L’anno successivo si stabilisce definitivamente nella capitale, installandosi in casa dell’amico Verlaine e della moglie di
lui, Mathilde. La fama del genio poetico di Rimbaud non stenta ad affermarsi nell’ambiente parigino, ma il suo cattivo carattere e la propensione allo scandalo gli chiudono le porte della pubblicazione. Intanto l’atmosfera in casa Verlaine si fa tesa. Completamente assorbito da Rimbaud, Verlaine accetta infine di lasciare la moglie per lui. Inseguiti da Mathilde e dalla madre di lei, i due fuggiaschi raggiungono Bruxelles, poi Londra. È del 1873, dopo alti e bassi, la definitiva rottura: Verlaine spara contro Rimbaud due colpi di
pistola, uno dei quali lo ferisce a un polso. Rimbaud lo denuncia per tentato omicidio e omosessualità. Il ritiro della denuncia non evita a Verlaine la condanna a due anni di carcere. Rimbaud, sconvolto, abbandona la poesia – ha solo vent’anni – e si imbarca in lunghe e contorte peregrinazioni: l’Italia, Alessandria d’Egitto, Cipro, l’Africa nera, dove lavora come trafficante d’armi. I suoi viaggi febbrili si arrestano nel 1891, a trentasette anni: muore a Marsiglia dopo aver subito l’amputazione di una gamba, probabilmente ammalato
di cancro. Alle opere pubblicate in vita, le ‘Illuminazioni’ e ‘Una stagione all’inferno’, si aggiungono le poesie sfolgoranti e rivoluzionarie che faranno della sua figura un mito di gioventù consumata e di indiscutibile genio.
Anno di pubblicazione: 1873
Edizione: contenuta nel volume ‘Rimbaud: vita, poetica, opere scelte’, I grandi poeti, edizione speciale per il Sole 24 ORE
Traduttore: Diana Grange Fiori
Edizione consigliata: ‘Una stagione all’inferno – Illuminazioni’, Oscar Mondadori
Numero pagine: 224
Prezzo: € 8,50
Consigliato: sì! (ma munitevi di apparato critico e conoscenze biografiche)

                                                                  « Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito. »

 



Stamattina devo aver appoggiato il piede sbagliato sullo scendiletto. Altrimenti non si spiegherebbe perché la mia testa abbia associato una tazza di latte coi cereali (la crusca, detesto la crusca) ad Arthur Rimbaud. Non si spiegherebbe perché sono entrata in punta di piedi nella stanza-studiolo, ho aperto l’anta dell’armadio-libreria con un timore quasi reverenziale e ho tirato giù dallo scaffale il volume grosso e blu che giace lì da tempo immemore. In copertina, lo scatto in bianco e nero del nostro diciassettenne terribile, gli occhi grigietti, l’espressione tra assorta e beffarda.
La verità è che ho sempre avuto un po’ paura di Arthur Rimbaud. Cioè, uno che a quindici anni è capace di scrivere una cosa come l’Ofelia non vi fa prudere le mani per la vergogna? Mi fa sentire idiota, perché so di non poterlo capire. No, non capire: capire è la parola sbagliata. Perché la poesia non si capisce, si sente. E io che voglio sempre capire tutto smarrisco gran parte del piacere lungo il percorso.
Perciò, se non posso raccontare quel che ho capito, fatemi almeno dire quello che ho sentito o appreso. Cosa insomma ho trattenuto e distillo con le mani come una sorsata di verità.
Eccolo qui.

Il signorino Rimbaud era veramente così terribile, scavezzacollo e canagliesco come le antologie ce lo descrivono. Dopo una full-immersion di cento pagine nelle sua biografia, ho concluso che, umanamente, non c’è nulla che possiamo salvare. Era forse dolcissimo, un pezzo di pane, con coloro che amava (poi, amava veramente qualcuno?), ma un autentico testa di cazzo con tutti gli altri. Passatemi la licenza poetica. Non sapeva stare al suo posto, tenere a freno la lingua. Non aveva uno straccio di moralità. Canzonava gli affetti. L’istruzione, puah: io sono il più intelligente di tutti, adesso toglietevi dai piedi. La religione: oh, porco ***. Era un vagabondo, adorava rotolarsi nel sudiciume, alcol, droghe, orge non ne parliamo. Il disastro era il suo elemento, il disordine la sua prima necessità. A vent’anni aveva già macinato tante esperienze estreme quante noi mortali non possiamo neanche immaginarne. A vent’anni era già vecchio, spompato, aveva già consumato tutta la sua vita. A vent’anni aveva già smesso di far poesia.
Ed è questa eccezionale, estrema, eccessiva forza vitale, portata fino alla distruzione, che si ritrova nella sua poesia. Nella prosa e nella poesia, perché ‘Una stagione all’inferno’ è un’opera ambigua, che rimane nel mezzo.
Ma non possiamo trascurare un dettaglio fondamentale dell’esperienza poetica di Rimbaud: che la sua vita è la sua poesia, che egli vive per far poesia e vive così per fare una poesia così. L’abisso che contempla non è fine a se stesso: è per fare della sua poesia un abisso che nell’abisso si precipita. E scopre di trovarcisi di lusso. « Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi veggente: lei non capisce di certo e io non saprei quasi spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto attraverso la deregolamentazione di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è davvero colpa mia », scrive in una lettera all’ex professore Izambard. E ancora, nella celebre ‘Lettera del Veggente’:

« Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la propria anima, la investiga, la saggia, la impara. […] Ma si tratta di rendere l’anima mostruosa. Immagini un uomo che semini e coltivi verruche sulla propria faccia. Dico che bisogna essere veggente, rendersi veggente. Il poeta si rende veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata deregolamentazione di tutti i sensi. Tutte le forme di amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, attinge in sé tutti i veleni, per conservarne solo la quintessenza ».

Lo scempio che Rimbaud fa di sé non è dunque lo smarrirsi del ragazzino stordito da Parigi. Non è semplicemente cedere alle tentazioni. Rimbaud si scaraventa volontariamente in una vita di eccessi perché pensa che solo nell’eccesso ci si possa conoscere e, una volta conosciutisi, essere poeti. Rimbaud non si mette alcun limite perché non vuole che la propria arte abbia un limite. Ed è questo a renderlo così straordinario, inimitabile, diverso da tutti. Ha il coraggio, il talento, la follia di essere costantemente sopra le righe. « Un uomo che vuol mutilarsi è dannato sul serio, vero? Credo d’essere in inferno, dunque ci sono. È l’adempimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia infelicità e la vostra. Povero innocente! L’inferno non può intaccare i pagani. È ancora la vita! Più tardi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Su, presto, un delitto, che io possa precipitare nel niente secondo la legge umana » è il suo grido guerresco in ‘Una stagione all’inferno’, il grido invasato di un bambino per cui « La morale è la debolezza del cervello ».

Nell’inferno creato da Rimbaud finisce coinvolto anche il poeta Verlaine, che per quel ragazzino terribile perderà la testa, la casa, la moglie, i bambini e lo seguirà in una rocambolesca fuga qui e là per l’Europa. Una storia d’amore di grandi slanci e furiosi litigi, per un pelo non finita in tragedia fisica ma sicuramente risoltasi per entrambi in catastrofe spirituale.
Giusto per darvi un’idea, ecco cosa scrive Constable Lombard, della Quarta Brigata del servizio segreto della polizia parigina, a proposito dello ‘strano ménage’:

« Poco tempo fa, M.me Verlaine è andata a cercare suo marito tentando di riportarlo indietro. Verlaine ha replicato che era troppo tardi, che non potevano tornare a vivere insieme e che in ogni caso non era più il suo uomo. ‘La vita matrimoniale mi fa orrore!’ gridò ‘Ci amiamo come due tigri!’ E, così dicendo, si era denudato il petto di fronte alla moglie: era pieno di lividi e di ferite fatte con la lama di un coltello dal suo amico Rimbaud. Queste due creature avevano l’abitudine di lottare e ferirsi l’un l’altra come animali selvatici in quanto solo così potevano avere dopo il piacere di fare di nuovo la pace. »

È così che Verlaine finisce smarrito in Rimbaud e nel suo inferno, che forse è troppo fragile per sopportare. Lo ritroviamo imbrigliato nel primo dei Deliri di ‘Una stagione all’inferno’, nei panni della Vergine Folle. Lui la Vergine Folle, Rimbaud lo Sposo Infernale. Pochi paragrafi, ma che ci danno la misura di quanto profondamente anche Rimbaud sentisse la misura della propria dismisura.
« Accanto a quel caro corpo addormentato » dice la Vergine dello Sposo « quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Nessun uomo formulò mai un desiderio simile. Riconoscevo, – senza temere per lui – , che poteva rappresentare un pericolo grave per la società. Ha forse qualche segreto per cambiare la vita? No, mi rispondevo, li cerca soltanto ».

Cambiare la vita, cambiare il modo di vivere, la poesia, il modo di fare poesia. Rimbaud l’incendiario. Rimbaud il più solo e il più folle dei rivoluzionari. Forse, uno dei più tristi. « Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini ».

Chiara Pagliochini

 


Notre-Dame de Paris | Victor Hugo

Titolo: Notre-Dame de Paris
Titolo originale: Notre-Dame de Paris
Autore: Victor Hugo
Cenni sull’autore: Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802, terzogenito di un ufficiale dell’esercito di Napoleone. A vent’anni pubblica le ‘Odi e poesie varie’ e sposa Adèle Foucher, che gli darà quattro figli. Il suo esordio nella drammaturgia avviene con ‘Ernani’ (1830), accolto come il manifesto del romanticismo. L’anno successivo esce Notre-Dame de Paris, che ottiene uno strepitoso successo di pubblico. Lo scoppio della rivoluzione, nel 1848, lo induce a interrompere l’attività letteraria per dedicarsi alla politica e all’
impegno sociale. Eletto deputato nelle file della destra, decide poi di abbandonare l’ala conservatrice del partito e di schierarsi con i repubblicani. Nel 1851 cerca di organizzare la resistenza contro Napoleone III, salito al potere con un colpo di stato, ma il progetto fallisce e Hugo è costretto a lasciare la Francia e a riparare a Bruxelles. Nel 1862 pubblica, in esilio, ‘I miserabili’: un trionfo. Con la proclamazione della Repubblica, nel 1870, torna a Parigi, dove continua a scrivere e a battersi in difesa della democrazia e
del progresso. Muore nel 1885: ai suoi funerali partecipano due milioni di persone.
Data di pubblicazione: 1831
Edizione: Corriere della sera – I grandi romanzi
Traduttore: Luigi Galeazzo Tenconi
Numero di pagine: 538
Edizione consigliata: disponibile in edizione Feltrinelli, BUR, Einaudi, Mondadori, Garzanti e altro.
Consigliato: Ni

« Fatto che si abbia il male, bisogna farlo tutto quanto. È da pazzi sperare di fermarsi a un punto qualunque nel mostruoso! Il delitto spinto all’estremo ha deliri di gioia. »

Avete presente quando, al mattino, vi svegliate con le migliori intenzioni e appoggiando il piede sul tappeto vi si stampa in faccia un’espressione di trionfo? Sentite che quella sarà una giornata straordinaria. Sentite che potete fare tutto. Poi infilate le ciabatte, andate in bagno e scoprite, per esempio, che lo scarico non funziona. O dalla doccia viene solo acqua fredda. Poi la caffettiera esplode macchiando tutta la cucina. E per tutto il tempo non potete fare a meno di dirvi, « Io m’ero svegliato con le migliori intenzioni, ma porca puttana ».
Ecco, questa è la triste storia del mio rapporto con Notre-Dame de Paris. Ho divorato la prima metà (a detta di tutti, la più noiosa) in tre giorni; arrivata alla seconda metà (a detta di tutti, la più appassionante) ho cominciato a scivolare per una china di scetticismo, di perplessità, di trasecolamento.
Non nego che Notre-Dame de Paris possa essere, per qualcuno, un ottimo e un piacevolissimo romanzo. Potrà essere il libro preferito di qualcuno. Potrà far ridere e far piangere. E non dico che occorra buttarlo giù dallo scaffale dei classici per far posto ad altro. Dico solo che a me non è piaciuto e vorrei spiegare il perché.

Innanzitutto, non si deve pensare che non l’abbia apprezzato in qualche punto. Anzi, i punti che ho apprezzato li ho apprezzati talmente che mi ero illusa di accecarmi per non vedere tutto il resto.
Quello che più colpisce di Notre-Dame è la grande forza potenziale del suo contenuto. Un contenuto denso come questo – un contenuto di scavo morale e spirituale – sarebbe fiorito, in mano a un altro scrittore, in un bocciolo fresco, sovversivo e profumato da star male. Penso a un Hawthorne, penso a un Dostoevskij, due penne che avrebbero fatto di questo nodo di peccato e perversione una scintilla per scuotere le viscere. Hugo ci prova, niente da dire, ma il tentativo non gli riesce fino in fondo. L’unica figura per la quale valga la pena di leggere Notre-Dame de Paris – vale a dire l’arcidiacono Frollo – avrebbe meritato un approfondimento e una diffusione di sentimento ben maggiori, ben più accurate. Un bravo scrittore, uno scrittore eccellente avrebbe raccolto Frollo, lo avrebbe cullato tra le braccia e, tenendolo sollevato così, gli avrebbe impedito di infradiciarsi la tonaca nel pantano di infidi cliché. Quanto mi dispiace per Frollo, quanto sinceramente mi dispiace per Frollo.
Proviamo a consolarci così: http://www.youtube.com/watch?v=BWCc2w…

Un punto di forza di Hugo è quando si mette in testa di riuscire simpatico. Le scenette comiche, le macchiette, strappare una risata al lettore, questo è quello che gli riesce meglio. Ma in una tragedia non si suppone che sia la cosa che si apprezza maggiormente, no? È tanto bravo nella sua ironia che, anche nel dipingere gli ultimi drammatici istanti, non gli sfugge quel tocco di grottesco che spinge il lettore a chiedersi, « ma mi stai prendendo per il culo? ». Sono consapevole, acutamente consapevole di star dissacrando il sacro e vogliate capire che non lo faccio per divertimento. Lo faccio perché lo penso, il che mi rende ancora più spregevole. Particolarmente riusciti, in questo senso, sono i personaggi del capitano Febo e del poeta Gringoire, due maschioni meschini come non si poteva sceglierli meglio, ma così convincenti e volgari e divertiti dalla propria meschinità che in realtà mi sono sentita di parteggiare per loro. E sono poi loro, nella loro piccolezza, gli unici a non uscirne con le ossa rotte, come se Hugo stesse trasmettendo un velato messaggio subliminale: ‘o siete anime grandi e allora guarda la fine che fate; o siete anime piccine e tonte e allora vivete contente’. A pensarci bene, forse è il messaggio che vuol trasmettere. Se è così, Notre-Dame diventa un affresco tragico della contemporaneità.

Due parole vanno spese sulla tanto celebre Esmeralda. Siamo sinceri: confessiamo tutti di averla vista nel cartone della Disney. Ecco, adesso dimentichiamola. Quella è un’altra storia.
La Esmeralda di questa storia è una donna il cui unico pregio, a dirla tutta, è una grande e sensuale bellezza. Esmeralda è tutta bellezza, nient’altro. Per il resto una foglia sarebbe più spessa del suo spessore psicologico. Ai giorni nostri, Esmeralda sarebbe la ragazzina bella e svampita che fa girare le teste di tutti gli uomini un minimo sensibili – e di tutti quegli uomini ‘sensibili’ che pensano che dietro un bel faccino si nasconda sempre una bella anima. Ma questa ragazzina, che ve lo dico a fare, non è punto sensibile al fascino di nessuna anima grande con cui viene a contatto. Per Esmeralda l’amore della vita deve avere un solo requisito: deve essere bello. Esmeralda ama solo le cose che brillano, perché non ha unghie sufficientemente lunghe per grattar via la patina dalle cose opache. Non so se sia il più sincero e spietato ritratto femminile che sia mai stato dato o la punta estrema della misoginia. In questo senso, potremmo dire che la tragedia al cuore di Notre-Dame è anche un problema di immagine. E, se il cuore di questo romanzo è un problema d’immagine, capiamo anche quale sia il ruolo di Quasimodo.
Per Quasimodo il lettore prova alternativamente pena e disprezzo. Hugo non è tenero con lui. Qualche volta indulge al patetico, ma è sempre troppo schietto per ammettere, « ma dai, anche se sei gobbo, hai un occhio solo, sei sordo, deforme e cattivo, ti voglio bene come personaggio ». Neanche Hugo è così ipocrita per questo. E la mancanza di ipocrisia, c’è da dirlo, è uno dei punti a favore di questo romanzo.

Altre notarelle conclusive. Gli espedienti letterari prevedibilissimi, con travestimenti e agnizioni da tutte le parti. La pesantezza, in certi punti, del giudizio del narratore (caro Hugo, se scrivi un’altra volta ‘la sciagurata’, ti mettiamo dritto dritto sullo scaffale vicino ai Promessi Sposi, aperti sul formidabile inciso ‘La sventurata rispose’!). La critica incapacità di descrivere scene d’azione credibili.
La parte che mi è piaciuta di più? Il capitolo sull’architettura come forma originaria di trasmissione del sapere umano. Quello lo farei studiare nelle scuole all’ora di storia dell’arte.
Se prima pensavate che non avessi tutte le rotelle a posto, adesso potete star tranquilli. Avevate ragione.

Chiara Pagliochini 

 


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