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Cime Tempestose | Emily Brontë

Titolo: Cime Tempestose
Titolo originale: Wuthering Heights
Autore: Emily Brontë
Cenni sull’autrice: Scrittrice inglese originale e tormentata, spiccatamente romantica, Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton, nello Yorkshire (Inghilterra). Figlia del reverendo Brontë e di sua moglie Maria Branwell, alla fine di aprile del 1820 si trasferisce con la famiglia ad Haworth, sempre nello Yorkshire, dopo che al reverendo viene assegnata la chiesa di Saint Michael and All Angels. Nel settembre del 1821 Maria Branwell muore e sua sorella Elizabeth va ad abitare temporaneamente con loro per aiutarli.
Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Altre due perdite colpiscono la famiglia Brontë nel 1825: muoiono, colpite entrambe da tisi, le sorelle maggiori di Emily, Maria ed Elizabeth. Abbandonata la scuola, i giovani Brontë continuano la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le “arti femminili”. Nel 1826 il padre, di ritorno da un viaggio, porta una scatola di soldatini ai figli: i soldatini diventano “I Giovanotti”, protagonisti di varie storie scritte dalle sorelle.
Nel 1835 Charlotte ed Emily entrano nella scuola di Roe Head. Dopo tre mesi Emily torna a casa fisicamente distrutta e il suo posto a Roe Haed viene preso dalla sorella minore Anne. Il 12 luglio 1836 Emily scrive la sua prima poesia datata. Nel 1838 entra come insegnante nella scuola di Law Hill, ma dopo soli sei mesi torna a casa. In una lettera del 1841 Emily parla di un progetto per aprire, insieme alle sue sorelle, una scuola che sia tutta loro.
L’anno successivo Emily e Charlotte partono per Bruxelles dove frequentano il Pensionato Heger. Alla morte della zia Elizabeth tornano a casa e ognuna di loro eredita 350 sterline. Emily torna da sola a Bruxelles nel 1844 e comincia a trascrivere le sue poesie in due quaderni, uno senza titolo, l’altro intitolato “Gondal Poems”. Charlotte trova questo quaderno nel 1845 e prende forma in lei la decisione di pubblicare un volume dei loro versi. Emily acconsente purché il libro esca con uno pseudonimo.
Nel 1846 esce quindi “Poems” di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell (Brontë). Nel 1847 vengono pubblicati “Cime tempestose” di Emily, “Agnes Grey” di Anne e “Il Professore” e “Jane Eyre” di Charlotte.
“Cime tempestose” solleva un gran clamore. E’ un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina una sensazione di tensione e ansia mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale. Un libro soffuso di sensazioni forti, inquietanti, che suscitò un comprensibile scalpore e fece scorrer fiumi di inchiostro.
Famosa diventerà la trasposizione cinematografica del 1939, “Wuthering heights” (Cime tempestose – La voce nella tempesta, con Laurence Olivier), tratto dall’omonimo romanzo.
Il 28 settembre 1848 Emily si raffredda durante il funerale del fratello (morto di tisi) e si ammala gravemente. Morirà anche lei di tisi il 19 dicembre dello stesso anno.
Anno di pubblicazione: 1847
Edizione: Einaudi
Pagine: 379
Costo: Ai suoi tempi 16 mila lire
Consigliato: sì, ma non ai deboli di cuore.

Poche settimane fa quasi per caso ho cercato un libro che potesse soddisfare la mia voglia e il mio pseudo bisogno di leggere una storia d’amore e a questo proposito, rovistando tra le recensioni proprio sotto questa dicitura, Cime tempestose veniva descritta senza dubbio come la migliore, o una delle migliori, dai tempi dei tempi, in tutta la storia della letteratura mondiale. Ora, terminata la mia lettura sono fermamente convinta del fatto che definire questo libro non sia cosa di poco conto, e nel caso lo si volesse fare, lo si potrebbe solo ed esclusivamente attraverso delle magiche pinze che minuziosamente scelgano le parole adatte da utilizzare e mettere per iscritto in modo da rendergli totalmente giustizia; tutto ciò per affermare che descrivere questo libro non è una passeggiata nella solitaria e selvaggia brughiera dello Yorkshire in Inghilterra, ovvero il luogo in cui la vicenda è malignosamente ambientata. Ebbene sì, dico malignosamente perché è pressoché impossibile che una brughiera, un luogo arido, secco e privo di vegetazione vera e propria, abbia potuto ospitare una vicenda di tale portata, ricca, in cui i protagonisti si struggono, impazziscono, muoiono per l’Amore, in cui i protagonisti danno gran voce all’odio più spietato, all’indifferenza più maligna, in alcuni casi, insomma, essi possono essere definiti in qualsiasi altro modo tranne che ‘aridi’; ma forse è proprio il terreno che li sorregge a fare in modo che essi nascessero con una natura totalmente contraria alla sua.
Cime tempestose è un romanzo che si districa tutt’intorno alla figura del povero Heathcliff, un trovatello portato nella dimora di Wuthering Heights dal padrone di casa, Earnshaw. Subito il piccolo inizia la sua convivenza coi suoi due figli, Hindley e Catherine, instaurando con quest’ultima, una giovane fanciulla dai nobili portamenti e dalla bellezza innata, un ottimo rapporto che ben presto sfocierà in un tormentatissimo innamoramento. Se con la bella Catherine Heathcliff si trova immediatamente a suo agio, lo stesso non sarà con gli altri membri della famiglia, compresa la servitù, e tanto meno con i Linton, coloro che vivono nella dimora a pochi chilometri dalla loro e con i quali la famiglia ha sempre avuto dei buoni rapporti. Sarà proprio quest’avversione nei suoi confronti che tramuterà il piccolo in un mostro bisbetico e senza cuore agli occhi altrui, diventando ancora più insostenibile quando, dopo il ritorno da una fuga di quasi tre anni dovuta al rifiuto di Catherine, egli troverà colei che era sempre stata l’unico oggetto del suo amore, sposata con Edgar Linton.
Inizialmente ho realmente pensato che questo romanzo parlasse di Heathcliff, ma ora che sono arrivata alla fine non posso non affermare di essere stata una stupida ad averlo creduto: questa non è solo la sua storia, questa è la mia storia, come la tua, come quella di qualsiasi altro essere umano su questa terra; è una storia di sentimenti che contrastano l’aria intorno, quelli che riuscirebbero a farti arrivare su Marte, a farti ridiscendere sulla terra e a farti fare il giro del mondo in due giorni; si parla di passioni viscerali, di odi profondi suscitati da amori ancora più intensi, un sentimento non ne rinnega un altro e ogni cosa si sussegue, inizialmente senza una logica precisa ed è appunto anche senza una ‘giusta’ logicità che i sentimenti in Wuthering Heights si diramano e diventano prorompenti quanto una cascata che si getta con tutta la sua forza nelle acque che l’ospiteranno.

‘Sì, è stata una bugiarda fino all’ultimo! Dov’è ella? Non lassù, non in cielo, non morta… dove? Oh! Dicesti che non t’importava delle mie sofferenze! E io levo una sola preghiera, la ripeterò finché la mia lingua mi si seccherà: Catherine Earnshaw, che tu non possa trovare riposo finché io viva! Dicesti che ti avevo uccisa io; perseguitami allora! Gli uccisi perseguitano i loro assassini, credo. So che degli spiriti hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me; prendi qualunque forma; fammi impazzire! solo non abbandonarmi in questo abisso, dove io non riesco a vederti. Oh, Dio! E’ cosa inesprimibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!’

La stessa ‘illogicità’, lo stesso contrastare tra sentimenti opposti arrivano al lettore diretti, come una spada che trafigge da parte a parte e oltrepassa la carne; il lettore non può non oscillare tra un sentimento d’amore e uno d’odio nei confronti dello stesso personaggio nel giro di mano che intercorre tra capitolo e capitolo.
Ancora, è una storia che ti prende, ti sconquassa come fossi un oggetto inanimato e ti getta nel pavimento, in pezzi, ansimante, tu vorresti chiedere pietà, ma non è la pietà quella che cerchi e ancora un capitolo e poi un altro e poi un altro ancora. Io ho ancora i brividi.

Voto: 8,5/10

Alessandra Mugnai


Riccardo II | William Shakespeare

Titolo: Riccardo II
Titolo originale: The Tragedy of King Richard the Second
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: Considerato il più grande poeta inglese, William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564, ma la sua fama ebbe Londra come sfondo. Appartiene al periodo d’oro della cultura anglosassone, cioè a “L’Età Elisabettiana” dal nome della regina del periodo, Elisabetta I. Figlio di un conciatore di pelli e orfano di madre perché affogata in un fiume sul Shakespeare prima della sua fama non si ha alcuna notizia; mancano infatti documenti riguardanti la sua biografia. Non solo la sua storia rimane oscura, anche la cronologia delle sue opere non è molto chiara; si sa comunque di per certo che il suo successo è dovuto al teatro, per il quale ha scritto opere indimenticabili sia in chiave di tragedia che di commedia. Per le tragedie, le opere più importanti e conosciute sono sicuramente “Romeo e Giulietta”, “Macbeth”, “Amleto”, “Otello”, “Giulio Cesare” e “Re Lear”.Per le commedie le più importanti opere sono “La commedia degli errori”, “Molto rumore per nulla”, “La bisbetica domata”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Le allegre comari di Windsor”, “Il mercante di Venezia”, “La tempesta” e tante altre. Un’altra categoria in cui vengono elencate altre opere di William Shakespeare sono i drammi storici in cui troviamo “Riccardo III”, “Riccardo II”, “Enrico IV”, “Enrico V”, “Enrico VI” e “Enrico VIII” ( Fonte: http://cultura.storiagiornalismo.com/william-shakespeare-biografia/ )
Anno di pubblicazione: 1597
Edizione: Garzanti
Traduttore: Andrea Cozza
Numero pagine: 227
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: Sì.

Va bene. Partiamo dalla fine, per approdare all’inizio. L’inizio di cosa? Della mia conoscenza riguardo William Shakespeare.

Il Riccardo II è, forse, la miglior tragedia, la miglior storia letta in questi anni. Non scherzo, è davvero così. Io Shakespeare non lo conoscevo bene. Avevo letto così poco di suo, che quasi mi vergognavo se l’argomento veniva tirato in ballo in qualche discussione. Tutti conoscono “Romeo e Giulietta” e, sinceramente, a me non piacque molto. Rimasi sconcertata da questo, pensando che avevo distrutto un mostro sacro come Shakespeare.

Se fosse stato solo per “Romeo e Giulietta”, il mio giudizio non sarebbe cambiato.

Invece, per fortuna, ho letto il Riccardo II, il primo di una cosiddetta tetralogia composta, a seguire, da Enrico IV parte I, Enrico IV parte II, Enrico V. So che questo commento sarà dettato più che altro dal fattore emotivo, prendetelo così come viene.

Riccardo II era, innanzitutto, un re. Per essere precisi, fu re d’Inghilterra dal 1367 al 1400. Quindi fu sovrano in un periodo denso di cambiamenti, e soprattutto, in un periodo di passaggio. Si passava, infatti, dal periodo (definito a posteriori) medievale, a un periodo definito rinascimentale. E’ ovvio che i cambiamenti storici sono dettati soprattutto da mutati sentimenti, opinioni, concezioni, modi di vita che determinano i grandi periodi storici. Riccardo II vive questo periodo; perciò, probabilmente, il suo potere era piuttosto fragile.

Shakespeare apre la tragedia partendo dalla disputa fra due contendenti, che si accusano reciprocamente di un assassinio. I due uomini sono Thomas Mowbray e Henry, soprannominato Bolingbroke, duca di Hereford, entrambi Pari del regno. Il re dapprima concede loro di sfidarsi in un duello, poi ferma tutto per definire e porre fine alla disputa. Mentre Mowbray viene allontanato definitivamente dal regno, a Henry viene concesso dal re un esilio, di una durata di circa dieci anni, alla fine del quale potrà rientrare in patria (Riccardo ed Henry sono peraltro cugini, fattore importante per lo svolgimento della storia). Ma quando Bolingbroke torna dall’esilio decide, oltre che reclamare le sue terre, precedentemente confiscate dallo stesso Riccardo, di reclamare anche il trono.

Riccardo II è un sovrano che mi ha fatto quasi tenerezza. Come già detto, è un sovrano fragile perché è ancora fortemente legato alla concezione di re imposto da Dio, tipico dell’epoca medievale e non riesce a rendersi consapevole del cambiamento che sta avvenendo attorno a sé. Lui è sovrano perché Dio lo ha voluto, perciò è nel giusto, in qualsiasi azione compia. Non riesce a capire che, oltre a tutto il resto, anche la figura del monarca dovrà cambiare, ponendosi ai sudditi non come un dio sceso in terra (ricordiamo che era anche l’epoca dei cosiddetti re taumaturghi), ma come un uomo, capace di soddisfare e ascoltare i suoi sottoposti e i problemi che li affliggono. Riccardo II non è niente di tutto questo; è poetico, romantico, desolato e malinconico ma proprio non riesce a capire   perché qualcun’altro debba reclamare il suo posto di re, quando c’è già lui ad occupare il seggio regale. Non mi ha fatta arrabbiare, al contrario. Ho trovato molto interessante il suo carattere, il suo modo di porsi e di esprimersi. Il suo essere così fragile, senza riuscire a imporsi mi ha impressionata. Ho provato dispiacere per re Riccardo, complici ovviamente le splendide parole che gli fa pronunciare Shakespeare.

Quindi ad oggi posso dire che, sì, Shakespeare mi ha conquistata.
Chiara Coppola

Sempre riguardo William Shakespeare potete leggere la recensione di:
-> Amleto

 


David Copperfield | Charles Dickens

Titolo: David Copperfield
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens, (Portsmouth, 1812; Gad’s Hill, Kent, 1870), di famiglia piccolo borghese, oppressa dai debiti (per questo motivo il padre andrà anche in carcere), fu costretto a interrompere gli studi e a lavorare ancora adolescente; questa precoce esperienza di umiliazione e abbandono rivive in molti suoi romanzi. Fu commesso e impiegato, poi cronista e collaboratore di giornali umoristici finché diventa improvvisamente uno scrittore di successo con Il circolo Pickwick (1836-37). Dotato di straordinaria inventiva linguistica e narrativa, la sua popolarità aumenta con i romanzi successivi (Oliver Twist, 1837-38; David Copperfield, 1849-50), che uscivano a dispense mensili, legati allo scenario del primo industrialismo e ai suoi problemi sociali, ai gusti melodrammatici e ai pregiudizi moralistici della borghesia urbana, e caratterizzati da un vivo senso dello humour e da una felice mistura di tragico e comico, grottesco e quotidiano. Le sue opere successive acquistarono un tono pi pessimistico e incisivo (Casa desolata, 1852; Tempi difficili, 1854), uno spessore psicologico pi profondo (La piccola Dorrit, 1855-57; Grandi speranze, 1860-61), fino al cupo espressionismo di Il nostro comune amico (1864-65), il suo romanzo più complesso e disperato. A dispetto della straordinaria popolarità dei suoi romanzi, la fortuna critica di Dickens stata piuttosto discontinua; riconosciuto ora il massimo narratore inglese del suo tempo e uno tra i maggiori d’ogni paese, egli creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò i due grandi filoni della narrativa inglese: quello picaresco e avventuroso e quello sentimentale.


Anno di pubblicazione: 1850
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione: Enrico Piceni
Numero pagine: 1111
Costo: 13 euro
Consigliato: Sì

«Di tutti i miei libri» confessò Charles Dickens «amo soprattutto David Copperfield. Nessuono potrà mai, leggendola, credere in questa narrazione più di quanto non vi abbia creduto io mentre la scrivevo.»

Così dovrei scrivere una recensione di David Copperfield. Sì, nulla di strano, se non fosse che forse una recensione di Dickens è perfettamente inutile, o meglio non toglie e non aggiunge nulla a una struttura romanzesca mastodontica e deliziosamente compiuta come quella di cui vi accingete a leggere. Per essere ancora più precisi: Dickens non ha bisogno di recensioni.

Il protagonista del libro è ovviamente David Copperfield, di cui, secondo il tipico canovaccio dickensiano, seguiamo l’iter di crescita dall’infanzia alla maturità, dall’innocenza alla consapevolezza e alla fama. David è attorniato da altrettanto tipici co-protagonisti, che compaiono e scompaiono per poi ricomparire all’interno di queste millecento pagine, e che vengono impressi per sempre dalla penna di Dickens in alcune loro movenze, alcuni tratti del loro aspetto fisico.

Ma mi sembra scontato dire che, al giorno d’oggi (né forse nel 1850), Dickens non si legge per la trama. Oliver Twist, Pip, David Copperfield sono diverse sfumature dello stesso personaggio. Egli si muove attraverso la vita, vede posti, agisce, perde, poi vince. Che noia, verrebbe da dire, e io stessa lo sostenevo, circa duemilacinquecento pagine fa. Ma allora perché si legge Dickens? O meglio, perché si deve leggere Dickens?

Prima di tutto bisogna dirlo, siamo sinceri: leggere Dickens è un piacere. Sì, a volte pare che non usciremo più da tutte queste disavventure, ma sfido chiunque a leggere un romanzo di simili dimensioni e a non trovare venti, trenta, cinquanta pagine noiose. Quel che conta è che le restanti ci sappiano trasportare dalla sorgente al mare, poco importa se con l’irruenza, la violenza di un torrente di montagna o con la freschezza di un ruscello che scorre sotto un piccolo ponte di campagna.  Dickens sa fare questo, prendendosela con calma, senza fretta, dando a ogni vicenda un peso, descrivendo ogni cosa con minuzia e bravura, senza per questo diventare difficile, e anzi rimanendo sempre di una semplicità adamantina, che pure è universale. “Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita”, come disse Orwell.

Beninteso, il nostro autore non è Henry James, non è Tolstoj (col quale pure gareggia in fatto di prolissità), non è paragonabile a nessuno dei grandi romanzieri. Non troverete gli abissi dell’io, la vita nel suo lato terribile, spaventoso o folle. Per questo sono stati inventati altri. Come tutte le figure uniche Charles Dickens è uguale a se stesso. Ma di certo, se sono vere queste due definizioni – “L’artista è creatore di mondi” e “L’artista è creatore di uomini” – allora possiamo farlo rientrare nella categoria che esse rappresentano senza troppa difficoltà o pensiero.

Spesso a scuola ho sentito citare insieme Charles Dickens ed Emile Zola: nulla questi due grandi della letteratura hanno in comune – non la nazionalità e la lingua, non proprio l’età, non il modo di affrontare il magma della realtà, nemmeno la realtà narrata è la stessa – se non la grande forza demiurgica che è capace di innalzare da zero, partendo dalle fondamenta di un foglio di carta, realtà complete, città visibili, concrete, brulicanti di vita, sogni, dolori, felicità. Una cosmogonia.

Su questa materia ha scritto Tomasi Di Lampedusa: “Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare”. Al centro esso domina signora, come un sole, Londra, “che più che una città è una foresta di case […], un quadro nel quale l’artista ha trasformato con la sua visione la realtà in modo da far risaltare mediante l’esagerazione […] i suoi caratteri essenziali. «He made London like a dream» […].”

In David Copperfield a Londra si affianca la più piccola Canterbury, la minuscola Yarmouth, ma sempre, dovunque veniamo portati, diventiamo conoscitori di ogni via, di ogni volto, riconosciamo la casa verso cui ci stiamo dirigendo da lontano, portati da un insopprimibile buonumore.

La comicità di Dickens è l’altra grande arma che egli ha disposizione per tenerci in pugno. Non conosco un altro scrittore che sia così bravo a maneggiare la piuma del riso senza ostentarla – ne conosco solo uno che sa farlo con quella della disperazione, ed è Kafka, ma questa è un’altra storia.

La grande pasta di un romanzo dickensiano risulta, alla fine, indescrivibile come una profonda e interminabile notte d’estate, perché queste pagine ci assorbono, ci tengono tra le loro righe così a lungo che esse non possono non divenirci familiare lungo la lettura. Tutto è scritto con una posatezza e la tranquillità di chi sa ciò che sta facendo e non si lascia sfuggire le briglie della narrazione. Sì, le strategie di Dickens sono le stesse in ogni romanzo, ma questo non toglie che ognuno di essi abbia una sua specificità e bellezza particolare. Le disavventure prima o poi arrivano sempre, ma cambiano i punti in cui sono dislocate. Così qui, in David Copperfield, l’infanzia è ancora un momento di grande tenerezza, dilatato da alcuni viaggi, prima che giungano la morte della madre, il dominato del  minaccioso patrigno e di sua sorella, il Signor e la Signorina Murdstone, con la loro disciplina ferrea e crudele. Bellissimo sarà ritrovare più avanti proprio questi personaggi così enormi all’inizio, nei loro abiti scuri, e trovarli insignificanti, incapaci ormai di fare paura a un ragazzo fattosi uomo.

Per quanto ordinarie possano essere alcune delle figure che abitano il romanzo, esse restano comunque memorabili. Così ecco la zia di David, volitiva, brontolona ma altrettanto spassosa; ecco Agnes, creatura angelica e portatrice di salvezza; ecco Emily, simbolo dell’infanzia più ingenua che non può durare, e forse per questo destinata a una triste disavventura; ecco il signor Micawber, un delizioso briccone perseguitato dalla Fortuna, facile ai melodrammi e a melense lettere chilometriche. C’è Tommy Traddles, un vecchio compagno di scuola e poi di vita i cui capelli rimarranno nei secoli impossibili da domare, perennemente ritti in capo, c’è Peggotty, la bambinaia buona, i cui bottoni della camicetta saltavano sempre. C’è Uriah Heep, questo mellifluo individuo cui pertiene il ruolo di cattivo della storia, che Dickens sa farci detestare già alla sua prima apparizione. C’è la piccola moglie-bambina di David, frivola, una piccola bambola incapace di crescere. E poi c’è James Steerforth, forse il personaggio più complesso di tutto il libro, se non altro il più carico di sfumature: all’inizio Steerforth è il grande amico un po’ fuori controllo, il primo della classe che sembra trasformare in oro tutto ciò che tocca, ma che gradualmente si trasforma in un personaggio schiavo delle avventure fino a rovinare se stesso e gli altri, anche se mai fino a diventare totalmente un cattivo – forse, bisognerebbe dire, solo perennemente giovane. Anche qui, tuttavia, quando la condanna sembrerebbe inevitabile, arriva il perdono finale in cui Steerforth scompare tra le onde, intento ad ammainare le vele di una nave prossima al naufragio, con il suo berretto rosso che spicca nella tempesta. Egli non viene assolto esplicitamente, ma quest’ultima scena è come il suo epitaffio.

Naturalmente la folla del romanzo non si esaurisce qui, ma riportarli tutti sarebbe dispersivo e di certo non utile. Quello che è importante è leggerlo, come piacevolissimo passatempo e come affresco di un’epoca e di un luogo complessi e stupendi. Dickens è certamente legato a quelle coordinate spazio-temporali, ad altrettanto determinati gusti letterari e scadenze editoriali (il Copperfield, come molti altri suoi lavori, veniva pubblicato a puntate mensili su un giornale), ma viene da chiedersi se non sia sbagliato relegarlo esclusivamente in quel passato. Molto di lui è ancora attuale, perché la vita è sempre la stessa, anche se ci vestiamo e parliamo diversamente, e i grandi sentimenti, positivi e negativi, non hanno secolo. Molto di lui potrebbe servire ancora.
Chiara Sandretto

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze
-> Il mistero di Edwin Drood


Il mistero di Edwin Drood | Charles Dickens

Titolo: Il mistero di Edwin Drood
Titolo originale: The mistery of Edwin Drood
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens (Portsea, Inghilterra, 7 febbraio 1812 – 9 giugno 1870), scrittore inglese. Charles Dickens nacque a Portsea nel 1812. Era il secondo di otto figli. Nel periodo della sua infanzia, la famiglia fu costretta a trasferirsi a Londra, dove per Charles iniziò un periodo infelice. All’età di dodici anni venne mandato ad incollare etichette in una fabbrica di lucido da scarpe (la situazione economica dei Dickens era disastrosa a causa dell’incapacità del padre che fu in breve tempo incarcerato per debiti nella prigione di Marshalsea). A quindici anni entrò in uno studio di avvocati come praticante ed iniziò a studiare stenografia, diventando cronista parlamentare. Tra il 1829 e il 1830 si innamorò della figlia di un banchiere, ma la storia si concluse a causa delle differenze sociali tra i due. Iniziò quindi a dedicarsi alla scrittura finché a ventisei anni venne pubblicato sull’Evening Chronicle, in dispense mensili, il romanzo “Quaderni postumi del Circolo Pickwick”, che lo rese famoso nel panorama della narrativa inglese. Nel frattempo aveva sposato Catherine Hogarth, figlia del direttore del giornale. Il 4 gennaio 1842 partì con la moglie per gli Stati Uniti dove visitò (ormai scrittore conosciuto) Boston, Washington, New York e il Mississippi. Tra il 1844 e il 1845 soggiornò a lungo a Genova ed ebbe occasione di visitare anche Roma e Napoli. Fece quindi ritorno in Inghilterra dove si impegnò a dare vita ad un giornale liberale impegnato per la lotta nell’abolizione delle leggi protezionistiche sui prodotti agricoli. Nel 1846, in gennaio, uscì il primo numero del Daily News. I principi guida sarebbero stati miglioramento, progresso, educazione, libertà religiosa e civile, legislazione equa. Dopo soli 17 numeri si dimise però dall’incarico di direttore lamentandosi di essere circondato da incapaci. Il 1848 fu turbato da gravi questioni famigliari e da grandi litigi nella cerchia degli amici. Condusse comunque in porto il progetto di un giornale periodico battezzato Household Words con l’intento di mescolare la narrativa e la polemica contro i mali del suo tempo. Il primo numero uscì nel 1850. I progetti di risanamento edilizio londinesi ne subirono l’influenza. Nello stesso anno Dickens (con Lord Bulwer Lytton) progettò e mise in scena un testo teatrale di ambiente settecentesco “Not so bad as we seem”. La moglie si ammalò ed una figlia morì improvvisamente. Nel 1855/56 visse a Parigi durante l’inverno, trasferendosi in estate presso Boulogne. I rapporti con i famigliari (aveva avuto dieci figli) si andavano intanto deteriorando. Nel 1858 si separò definitivamente dalla moglie mettendo un annuncio sui giornali e accusandola di non aver mai saputo badare ai figli e alla famiglia. Nel 1859 fondò un nuovo giornale chiamato “All the year round” che ebbe strepitoso successo. Negli ultimi mesi del 1865 si recò ancora in America per un giro di lettura delle sue opere. Il suo stato di salute peggiorava giorno dopo giorno. Alla fine gli fu diagnosticato un attacco di paralisi. L’8 giugno 1870 fu colpito da un colpo apoplettico e morì il giorno dopo. Fu sepolto nell’abbazia di Westminster nell’angolo dei poeti (Poet’s Corner). (Fonte: zam.it)
Edizione: Bompiani
Anno di pubblicazione: 1870
Numero pagine: 505
Traduzione a cura di: Pier Francesco Paolini
Costo: 9,50 €
Consigliato: sì, a chi ama Dickens. Lo consiglierei comunque a tutti quelli che apprezzano atmosfere vittoriane tetre e misteriose

Iniziare il mio rapporto “scrittore-lettrice” con Charles Dickens è stato, direi, complicato. Di Dickens, occorre specificarlo sin da subito, non avevo mai letto niente a parte una versione ridotta per bambini del ‘David Copperfield’ del quale però ricordo pochissimo. In effetti, il mio rapporto con Dickens iniziò molto presto ma si concluse con quella ‘ridotta’ lettura. Punto e basta.
Non riesco a capire perché poi, negli anni a seguire, non mi sia mai venuto in mente di leggere dell’altro. Probabilmente ero presa da altre cose, perché altrimenti non si spiega.

Poi, a un certo punto, circa un paio di mesi fa, ho acquistato “Drood”. Chi è Drood è presto detto. E’ il titolo di un romanzo, scritto da Dan Simmons, del quale avevo sentito tanto parlar bene su YouTube. Il romanzo, detto in due parole, tratta della genesi dell’ultimissimo romanzo di Dickens e cioè “Il mistero di Edwin Drood”, romanzo però rimasto inconcluso. Dickens infatti morì e, cosa molto triste, non lasciò detto come avrebbe voluto finire il romanzo, che usciva a puntate sulla rivista letteraria Bentley’s Miscellany. Così prima di iniziare “Drood”, grazie a dei validi consigli, mi sono procurata il romanzo di Charles e l’ho letto, sprofondando nelle pagine, fino a che non sono finite.

 Il romanzo venne pubblicato postumo nel 1870 e, come già detto, l’autore non lasciò mai intendere perfettamente come voleva che esso finisse. La Bompiani (ma non so se anche altre case editrici lo abbiano fatto), ha pubblicato la storia con la conclusione di Leon Garfield, uno studioso dello scrittore inglese. In pratica, è stata attribuita una fine ad un romanzo che, almeno inizialmente, una fine non l’aveva. E probabilmente questo fattore ha sicuramente contribuito al grande successo del romanzo, poiché gli ha dato quel fascino del “non finito” che tanto attrae i lettori di una bella storia come questa. Dal momento che il romanzo non ha una fine certa, molti hanno scritto e teorizzato su di essa. Tutto ciò, vi assicuro, crea facilmente dipendenza (se lo leggerete, ci passerete su delle belle mezz’ore, garantito!).

 Nel titolo è indicato gran parte della storia: c’è un mistero, un mistero che è anche abbastanza ingarbugliato, ad esser sinceri ma che, proprio per questo, riesce a tener alta l’attenzione. E’ vero anche che, essendo pubblicato su una rivista, doveva anche mantenere una certa suspence, per non perdere lettori e, conseguentemente, clienti.

Edwin Drood è un bel ragazzo, un giovane uomo. Ha uno zio, che è più di uno zio perché è anche il suo tutore, John Jasper, un personaggio estremamente affascinante. Egli è il direttore di coro della Cattedrale di Cloisterham, un paesino immaginario, ma è anche segretamente un fumatore di oppio nel West End di Londra. Edwin si reca a Cloisterham , poiché lì abita anche la sua promessa sposa, la bella Rosa, un’orfana accudita in una sorta di collegio, che dovrebbe sposare. Tanti altri personaggi popolano la spettrale Cloisterham, un paese che, ad un certo punto, si risveglia dal torpore per vivere ciò che sta avvenendo.

 Di una storia del genere, parlar troppo non si può per non togliere il gusto della lettura ma ad una lettrice come me, così poco esperta di Charles Dickens, ha fatto venir voglia di leggere tanto altro di suo. Questo posso dirlo. La scrittura di Dickens è meravigliosa, così come quella del suo a me caro collega Wilkie Collins e l’intreccio è talmente ben costruito che si potrebbe perder la pazienza a voler tenere insieme tutti i fili del mistero. E’ magnetico, come pochi libri riescono ad essere.

Insomma, ho un solo consiglio. Leggetelo assolutamente! Lasciatevi coinvolgere dall’aria misteriosa che coinvolge la Cattedrale. Ne vale proprio la pena.

 P.S: e per chi volesse, a lettura finita o meno, la BBC ha prodotto una miniserie in due puntate, chiamata “The Mistery of Edwin Drood” che è veramente, veramente ben fatta. Un po’ diversa dal romanzo, almeno nella fine, ma comunque valida.

 Chiara Coppola

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze 


Assassinio sull’Orient Express | Agatha Christie

Titolo: Assassinio sull’Orient Express
Titolo originale: Murder on the Orient Express
Autore: Agatha Christie
Cenni sull’autore: Agatha Christie, il cui vero nome è Agatha Mary Clarissa Miller, nasce il 15 settembre 1890 nel Devonshire, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, da padre americano, un agente di cambio e madre inglese, una signora della buona società.
Contrariamente ai suoi fratelli, Agatha non frequentò mai una scuola e della sua educazione si occuparono personalmente la madre, la nonna e le numerose governanti. Da ragazzina Agatha Christie sognava di diventare una cantante lirica ed a 16 anni ottenne di andare a Parigi per perfezionarsi in musica e canto, ma bastarono due anni per convincerla di non avere la stoffa della cantante lirica e cominciò a dedicarsi alla scrittura, l’altro suo hobby.
All’inizio la giovane scrittrice con lo pseudonimo di Mary Westmacott riesce a pubblicare alcune poesie su “The Poetry Review”, ma i suoi racconti e le sue biografie romanzate spediti a vari editori vengono puntualmente respinti.
Allo scoppio la prima guerra mondiale, nel 1914, come molte sue coetanee di buona famiglia presta servizio come crocerossina all’ospedale di Torquay e lavorando come assistente nel dispensario, a contatto con i veleni apprende nozioni che poi le tornerannoutili nella sua carriera di giallista. Sempre nel 1914 sposa il fidanzato, conosciuto due anni prima, il tenente Archibald Christie, che presta servizio nella Royal Flying Corps (la futura Raf) ed ha una figlia, Rosalind.
Nel 1920 Agatha Christie pubblica il primo romanzo, “Poirot a Styles Court”, giallo nato per una scommessa fatta con la sorella Madge, scettica circa la capacità di Agatha di scrivere una bella “detective story”, dove il lettore potesse capire, dagli indizi dati, chi fosse l’assassino. Il romanzo, che dà vita all’investigatore belga vanitoso e maniaco dell’ordine Hercule Poirot, l’eccentrico personaggio dalla testa d’uovo e dai baffi impomatati, e che era stato scritto quattro anni prima e rifiutato da vari editori, ha un discreto successo che la spinge a insistere su quella strada.
Agatha Christie scrisse altri romanzi, ma con modesti risultati fino al 1926 quando con “The Murder of Roger Ackroyd” (“Dalle nove alle dieci”), cominciò il vero successo ed in breve diviene una delle autrici più lette d’Inghilterra.
Nell’Aprile del 1928, dopo diversi mesi di attesa di un improbabile ripensamento del marito e dopo un viaggio alle Canarie con la figlia, Agatha Christie accettò il divorzio, ma chiese di poter mantenere il cognome del marito per non perdere la popolarità acquisita ed affronta un periodo di depressione che supera però nel 1930 conoscendo, durante un viaggio in Mesopotamia, Max Mallowan, un archeologo che sposa poco tempo dopo.
Negli anni trascorsi a fare scavi in Medio Oriente e a Torquay, Agatha crea il personaggio di miss Marple in “La morte nel villaggio” e scrive i suoi testi più famosi, come “Assassinio sull’Orient Express” e “Dieci piccoli indiani”.
Scrittrice assai prolifica e ormai tradotta in tutto il mondo, nel 1950 la Christie divenne membro della Royal Society of Literature. Nel 1951 venne messo in scena “The Hollow “(“La tana”) e cominciò il periodo d’oro del teatro.
Agata Christie, vanta tra i suoi fans la regina Mary, che nel 1947, per il suo ottantesimo compleanno, le chiede in dono una commedia: Agatha risponde scrivendo “Trappola per topi”, che a partire dal 1952 diventa il testo più rappresentato nei teatri di Londra e di tutto il mondo.
Altro successo fu “Witness for the Prosecution” (“Testimone d’accusa”), che l’Autrice considerava il suo capolavoro teatrale.
Nel 1954 Agatha Christie ricevette il Grand-Master Award of the Mystery Writers of America. In quel periodo tre commedie tenevano contemporaneamente il cartellone a Londra: The Mousetrap, Witness for the Prosecution e Spider’s Web (“La tela del ragno”).
Nel 1955 la Christie venne presentata alla regina Elisabetta e vinse un importante premio americano per la migliore opera teatrale straniera rappresentata a New York nella stagione ’54-’55.
Nel 1956 le venne conferita l’onorificenza di Commander of the Order of the British Empire (CBE) e, l’anno dopo, vi fu il successo cinematografico con “Witness for the Prosecution” (“Testimone d’accusa”) per la regia di Billy Wilder, con Tyrone Power, Marlene Dietrich e Charles Laughton.
Nel 1961 arrivò anche la laurea, Honoris Causa, in Lettere, dall’Università di Exeter nel Devon.
A coronamento di una così brillante carriera, Agatha Christie, nel 1971, riceve la massima onorificenza concessa ad una donna, quella di D.B.E (Dama dell’Impero Britannico).
Un’anno dopo la morte del suo primo personaggio, Poirot, nel romanzo “Sipario”, il 12 gennaio 1976, muore anche lei nella sua villa di campagna di Wallingford.
I romanzi della Christie sono stati tradotti in 103 lingue e, dopo la sua morte, venne pubblicata la sua autobiografia che la scrittrice aveva scritto negli ultimi quindici anni di vita.
Anno di pubblicazione: 1934
Edizione: Mondadori
Pagine: 223
Costo: 8,50
Consigliato: cosa state aspettando?

Sono appena scesa dalle porte del treno più rinomato e famoso della storia della letteratura inglese e mondiale, frutto dell’inventiva di una signora che io immagino avvolta al di sotto del collo fino alle forti ginocchia dal tepore di un semplice abito giallo, ovviamente, con degli occhialetti lucenti posti sulla punta del naso ed i capelli avvolti in un crocchia all’estremità della nuca, sempre attenta e pronta, astuta e dotata di un’intelligenza di straordinaria efficacia: Agatha Christie.
Ho percorso la tratta seguita dalle rotaie percorse dall’Orient Express in bilico tra un sentimento che oscillava dalla dolce tranquillità delle prime pagine all’ansia più totale del fulcro della vicenda, tipica emotività dovuta alla lettura di un qualsiavoglia libro dell’acuta scrittrice.
Il treno che ho preso, non è stato – al contrario di quanto si possa pensare – fermato da alcun clima rigido e freddo tipico della zona orientale della nostra Europa, ma il mio è stato un viaggio oltre ogni confine, un viaggio lungo la bellezza di duecentoquindici pagine, uno di quelli che durano troppo poco per rendersi conto di quanto accade mentre si è saltati sù.
Ed è proprio questo ciò che mi è capitato: salita sul convoglio ferroviario le cose mi sembravano abbastanza chiare, le dodici persone che avevano scelto la mia stessa tratta, non erano, a parte alcune eccezioni, delle figure rilevanti, non erano nemmeno persone sospette, si trattava semplicemente di persone che dovevano assolutamente recarsi dall’altra parte dell’Europa per lavoro o per motivi strettamente personali.
Ma è proprio nel momento in cui tutto sembra perfetto, come è solito, che le cose si complicano, si ingarbugliano e ci si chiede come si è potuti rimanere inermi, senza avere il minimo sospetto di ciò che sarebbe potuto accadere e ci si arrovella sul perché non si è rimasti in guardia. Non è questo, però, il caso. In mia compagnia e delle dodici persone che animano il treno, si trova, guarda caso, il signor Poirot, un investigatore belga dalla fama pressoché indiscutibile. La notte prima, infatti, in nostra compagnia sul treno si trovava un acuto assassino che, approffittandosi del clima freddo e rigido e del treno bloccato dalla neve, sferra un duro colpo al signor Ratchett, uno tra i viaggiatori provenienti dagli Stati Uniti che, per sua sfortuna, non ne uscirà vivo.
Sarà proprio l’impareggiabile Poirot, come suo solito, a risolvere sagacemente il mistero del delitto e a fare in modo che tutto possa volgere al termine.

E’, appunto, un viaggio senza fine quello che ho intrapreso poche settimane fa in compagnia dell’adorabile genio di Agatha Christie con Dieci piccoli indiani, che si è esteso ed ampliato con la lettura di questo Assassinio sull’Orient Express e che, grazie all’ineffabile abilità della stessa scrittrice si dilungherà, appunto, all’infinito.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Agatha Christie  potete leggere la recensione di:
-> C’era una volta
-> Un messaggio dagli spiriti
-> Dieci piccoli indiani


Le memorie di Sherlock Holmes | Arthur Conan Doyle

Titolo: Le memorie di Sherlock Holmes
Titolo originale: The Memoirs of Sherlock Holmes
Autore: Arthur Conan Doyle
Cenni sull’autore: 
Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 1859 – Crowborough, Sussex, 1939) è ricordato quasi esclusivamente per aver dato vita al più celebre detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. L’autore, che ambiva ad essere considerato un letterato a tutto tondo, scrisse anche saggistica ed una serie di romanzi fantastici, simili ad alcune opere di Edgar Allan Poe, che però non ottennero il successo sperato. Persino quando fu nominato cavaliere per il servizio prestato durante la guerra anglo-boera girava voce che avesse ricevuto questo riconoscimento perché il re era un ammiratore sfegatato di Sherlock Holmes. Cominciò a scrivere durante gli studi di medicina ed il successivo tirocinio e continuò anche quando decise di trasferirsi a Londra per aprire un ambulatorio. Nel 1887, “Uno studio in rosso”fece conoscere al mondo il personaggio di Sherlock Holmes, ispirato, tanto nelle fattezze quanto nei modi, al dottor Joseph Bell, suo ex docente (Conan Doyle, invece, si identificava a tal punto con l’assistente del detective che gli capitò addirittura di firmare un autografo come “Dr John Watson”). Al primo romanzo della serie ne seguirono altri tre ed una lunga serie di racconti.   (Fonte: “501 grandi scrittori”, a cura di J. Patrick, ed. Atlante)
Anno di pubblicazione: 1894
Edizione: Liberamente, collana “Grandi Gialli”
Traduzione: l’edizione in questione non riporta, sfortunatamente, il nome del traduttore, il quale subisce un torto ancor più grave visto l’ottimo lavoro che è indubbiamente da riconoscergli.
Pagine: 258
Costo: euro 4,90
-> Consigliato:  No, ai lettori vergini di Sherlock Holmes (ai quali consiglierei di iniziare da “Uno studio in rosso”). Indubbiamente sì, a tutti coloro che sono stati già ammaliati dalla penna di Sir Athur Conan Doyle.

[ “Le memorie di Sherlock Holmes” è una memorabile raccolta di undici racconti, narranti alcune delle più celebri avventure aventi con protagonista Sherlock Holmes.]

Nel mezzo del cammin di nostra…Lettura.

Giungo in questi afosi ed estivi istanti al completamento della lettura di circa 1/2 del “Canone”, termine che identifica l’intera e completa collezione dei romanzi e dei racconti che vedono protagonista l’ “autentico” Sherlock Holmes, quello nato dalla penna di sir Arthur Conan Doyle (distinto da quello “apocrifo”, generato dalla discutibile creatività di altri scrittori post-Conan Doyle).
Raggiunto questo piccolo traguardo, linea di demarcazione fra i c.d. “Primo” e “Secondo” Sherlock (non sarò certo io a spoilerare le motivazioni di tale distinzione), vengo infastidita da un subdolo prurito pseudo-intellettualoide che mi porta a manifestare alcune riflessioni:

– La prosa di Conan Doyle è impeccabilmente perfetta. Perfetta perfetta, azzarderei.
Elegante, sobria, ricca, fluida, accattivante. E-S-R-F-A. Cinque parametri a livelli stellari.
Durante la lettura non si percepiscono le parole, nell’accezione di freddi segni convenzionali stampati su carta, ma si viene cullati dalla fascinazione del racconto. Si ascolta una voce che narra. Alzando gli occhi dal libro, mi sono spesso stupita di non ritrovare al mio fianco la rassicurante figura di Conan Doyle, fedele menestrello di avventure che mi è parso, per l’appunto, più di ascoltare che di leggere.
Ammaliante ed alienante voce di narratore.
Nello stesso tempo, però, la consistenza stessa della prosa non è passata affatto inosservata e la sua raffinatezza si è manifestata in tutta la sua prepotenza, trasformando la concatenazione delle parole in una miscela di miele che naufraga fra le labbra del lettore (tò, beccatevi questa definizione!).
Arrivando al dunque, non ritengo di esagerare nell’attribuire i meriti della fama e dell’immortalità del personaggio di Sherlock Holmes per un buon 50% alla qualità della PROSA del suo ideatore.

– Il restante 50% di meriti è spettante di diritto, naturalmente, alla peculiarità, alla singolarità, alla superba genialità deduttiva dell’ormai caro ed affezionato detective, che tutto il mondo ammira e, giustamente, glorifica (ho esagerato?).
Ma.
C’è un “ma”.
Mi ‘spiace Arthur: dopo tutte le sdolcinatezze sciorinate a proposito della tua prosa, capisco che quello che sto per dire potrà risultare come un infido colpo basso. Lo so e me ne vergogno: che l’indelebile macchia sulla mia coscienza possa essere per te una giusta vendetta!
La prosa e Sherlock, abbiamo detto, sono intoccabili: su che cosa, dunque, potrò mai accanirmi? Sulla trama, sull’architettura del giallo.
Lo dico magari sottovoce…E’ tutto meno “sensazionale” di quanto mi aspettassi.

A tal proposito ho sviluppato tre ipotesi, nel tentativo di spiegare, prima di tutto a me stessa, uno spiacevole sentore di insoddisfazione:

A. Come lo stesso Holmes, sorridendo, molteplici volte sottolinea, risulta controproducente spiegare e svelare al Dottor Watson e, quindi, al lettore tutti i meccanismi, le analisi e i sottili ragionamenti che consentono al detective di giungere alla soluzione dei casi.
Come uno spettatore cui il mago abbia svelato i propri trucchi, il lettore, in un primo tempo sbalordito ed attonito dinnanzi alle sovrumane capacità di Holmes,una volta ascoltata la spiegazione di come egli sia giunto alle proprie scientifiche conclusioni, è il primo ad esclamare istintivamente “Elementare!”.

B. E’ pur vero che il burattinaio è uno soltanto, se pur geniale, una sola mente, ed altresì umana, quella di Conan Doyle. E’, di conseguenza, naturale che determinati motivi, tematiche, personaggi, ambientazioni e macchinazioni risultino costanti e riproposti in forme e vesti simili. Indovinata la chiave di un mistero, è piuttosto probabile che essa possa servire nuovamente e diverse volte in futuro, per risolvere misteri diversi. Molti casi e relative soluzioni si assomigliano palesemente.
Eppure, anche su questo punto, è lo stesso Holmes ad evidenziare come non esistano in realtà casi nuovi e come, conseguentemente, attraverso la conoscenza e lo studio dei casi del passato, si possa districare la matassa di qualsiasi problematica, solo apparentemente insolita ed unica nel suo genere.

C. Scartate le prime due ipotesi, poichè già pacificamente spiegate dallo stesso Sherlock alla luce di un metodo scientifico che trasforma la deduzione in una disciplina esatta ed analitica, che nulla ha di sovrumano, non mi resta che avvalorare la terza ed ultima ipotesi: nella quasi totalità delle avventure di Sherlock non ho percepito l’elemento sensazionale, non sono caduta dalla seggiola per lo stupore, perchè sono anch’io un genio e, come Sherlock Holmes, sono giunta a prevedere (quasi) facilmente la soluzione di casi in realtà decisamente complessi ed intricati. Dev’essere così.

Concludendo:
1. Riflessioni più complete e competenti giungeranno soltanto a lettura dell’intero “Canone” completata.
2. Indipendentemente dal grado di stupore in me suscitato dalla tramma “gialla”, i quattro volumi fino ad ora letti sono stati divorati in una decina scarsa di giorni. Qualsiasi lettura che si lasci consumare con tale fame ed accanimento, in così poco tempo, ha il diritto di essere considerata come una, non buona, ma ottima esperienza letteraria.
3. E’ legittimo, se non persino tecnicamente “giusto”, spiegare la fama ma soprattutto il valore (artstico) del personaggio di Sherlock Holmes in considerazione della meravigliosa voce narrante che gli ha dato vita (chapeau, sir Arthur!) e della sensazionalità dei tratti che indiscutibilmente lo identificano.

Stefania Trombetta

Sempre riguardo Arthur Conan Doyle potete leggere la recensione di:
-> Uno studio in rosso

 


L’amante di Lady Chatterley | D. H. Lawrence

Titolo: L’amante di Lady Chatterley
Titolo originale: Lady Chatterley’s Lover
Autore: D. H. Lawrence
Cenni sull’autore: David Herbert Lawrence nacque l’11 settembre 1885, frutto  di un’unione infelice fra un padre minatore (in una miniera di carbone) e una madre maestra elementare molto religiosa. Il suo  luogo di nascita, Eastwood, era una piccola cittadina del  Nottinghamshire, il cuore delle  Midlands industriali dell’Inghilterra. Lawrence fu  profondamente attaccato  alla madre, che fece ogni sforzo per sottrarre i figli a  un destino di proletariato  industriale cui li inchiodava  la nascita. (Questo periodo della sua vita troverà il suo sbocco letterario nel romanzo Figli e amanti). Fu nel contesto industriale del  Nottinghamshire che Lawrence sviluppò  la sua ostilità verso l’industria estrattiva rea di aver  disumanizzato il padre, distrutto la campagna inglese e l’idillio del suo luogo di nascita; ostilità più che evidente ne L’amante di Lady Chatterley e negli anatemi da Lawrence scagliati contro l’industrialismo e la tecnologia moderna. Da qui nasce il suo “primitivismo” e l’attrattiva che sempre eserciteranno su di lui i luoghi non toccati dal mostro devastante dell’ industria:  Sardegna, Australia, Messico.
Anno di pubblicazione: 1928
Edizione: Biblioteca Ideale Giunti
Traduttore: Francesco Franconeri
Numero pagine: 459
Costo: 7.9€
-> Consigliato: Sì, sopratutto se non disdegnate la riflessione

“In quella breve notte estiva imparò molto. Aveva pensato che una donna potesse morire di vergogna. E invece, fu la vergogna a morire. La vergogna, che è paura: la profonda vergogna organica, l’antica paura fisica che si annida nelle radici stesse del nostro corpo, e che può essere fugata solo dal fuoco della sensualità, alla fine era stata scovata e stanata dalla caccia fallica dell’uomo, e Connie giunse nel cuore della giungla di se stessa. Sentì di aver ormai toccato il fondo vero e proprio della sua natura, sostanzialmente senza vergognarsi.”

Un po’ come tutti, comprai ‘L’amante di Lady Chatterley’ perché avevo sentito dire che si trattasse di un libro scandaloso, e siccome la libido umana è sempre all’erta, nel mio immaginario di ragazzina pensai che questo libro potesse aprire un sipario in più sulle relegate scene della sessualità. Voltandomi indietro, se potessi, sorriderei a quella ragazzina pudica intrappolata in una famiglia pudica che ero, e le chiederei di sedersi accanto a me per spiegarle che lo scandaloso non sempre è relegato in termini di sesso, che lo scandaloso, sopratutto in tema di donne, è legato anche e sopratutto all’intelletto è alla voluttà. Quell’intelletto e quella voluttà che alla donna son sempre stati negati, o meglio, dei quali la donna è sempre risultata essere sprovvista.

L’amante di Lady Chatterley rappresenta una svolta, è la cesura che ha separato l’Ottocento dal Novecento, che ha abbattuto la ragazzina saccente e in preda a pene d’amore per un burbero aristocratico di classe superiore per restituire alla modernità la figura di una donna priva di pregiudizi, desiderosa di fare sesso e sentirsi viva, volenterosa di gestire le redini della propria vita. Anche se ciò significhi rinunciare ad un titolo, una posizione privilegiata, per bruciarsi di passione con il guardacaccia, un servo del proprio marito.
Dunque, ricercando il motivo dello scandalo che ai lettori del 2012 appare tanto blando a causa della libertà dei costumi che vige nel nostro miserevole presente che si vanta di dire ‘ebbè?’ di fronte a tette e culi in tivù, mi vien da formulare tre ipotesi, nient’affatto tra loro escludenti e assolutamente, anzi, complementari. Insomma, cos’è che fece bollare lo scritto di Lawrence nel lontano e così vicino 1928?
1) Il fatto che una donna potesse pensare di fare sesso, volendolo fare senza per questo essere una meretrice
2) Il fatto che una donna potesse pensare di rinunciare alle civetterie da Lady per vivere in ristrettezze, ma con l’uomo che ama davvero
3) per ultimo, ma nient’affatto da ultimo, il fatto che la donna potesse pensare.
Insomma, intelligentemente e acutamente, Lawrence ha restituito una certa dignità al matriarcato, una dignità di carne, ma anche una dignità di pensiero, ma come tutti i precursori del ragionamento, venne troppo presto per la sua epoca, e troppo tardi per la nostra che non lo ascolta più ormai abituata e disinibita.

Invece io, nel pentolone di violentatori della mia coscienza da quasiventunenne e promotori della mia agitazione tutta volta a difendere un sesso, il mio, mai compreso e apprezzato per le sue reali caratteristiche, ci butto come condimento piccante Lawrence che di turbamenti nella sua vita doveva averne avuti abbastanza. E lo si capisce per la contrapposizione bruciante, che affianca quella di donne e uomini, e che prevede uno scontro titanico tra mondo naturale e mondo rurale dal quale esce inevitabilmente screditato e condannato il secondo, incolpato di aver reso brutale l’uomo e di averne atrofizzato i sentimenti. Uno scontro che prende forma attraverso le intense descrizioni di un paesaggio che ha perso la vitalità della natura a favore di stabilimenti di estrazione, descrizioni di volti umani resi quasi inespressivi, quando non animaleschi, a causa del lavoro sotterraneo, mal pagato, che toglie la vita ad esseri che hanno avuto la sfortuna di nascere servi, anziché padroni. Un po’ come la donna, la cui funzione ornamentale e riproduttiva le ha tolto la possibilità di dire la sua. Ma Lawrence, facendo i conti con un passato di cui molte cose gli fan ribrezzo, restituisce al giovane guardiacaccia la capacità di difendersi e alla bella Connie l’opportunità di sentirsi donna. Una donna nel fior fiore degli anni, che all’occorrenza sa discorrere, e sa il fatto suo, non come ritengono gli amici di Sir Clifford, il paralizzato marito che, ignaro delle propulsioni vitali del corpo, ritene quella dell’intelletto l’unica vita possibile.

Forse, nel 1928, non piacquero nemmeno i mezzi termini, non piacque al pubblico abbindolato dall’ipocrisia, che il pisello venisse chiamato pisello, che la fica venisse chiamata fica, e che il culo venisse chiamato culo, e che scopare si dicesse scopare: insomma, non piacque che le cose venissero chiamate col loro legittimo nome perché era meglio pensare in volgare, ma esprimesi in Dolce Stil Novo. E a Lawrence, invece, piacque molto spogliare i suoi personaggi di questa falsità per creare un mondo reale, non solo apparente, in cui a metà della propria vita si ha la possibilità di innamorarsi davvero di un uomo che provoca un orgasmo; una realtà in cui un subordinato decide di darsi un ordine proprio stanco della propria posizione umiliante.

Un romanzo scandaloso e ribelle perché ha restituito la parola e il desiderio alla classe dei deboli che i più hanno sempre voluto tenere a bada. Ma Lawrence non lo tenne a bada nessuno, e anziché sbuffare di fronte alla staticità di questo romanzo, io ho deciso di essere felice che cent’anni fa un uomo abbia potuto comprendermi così bene.

Luana Cau

Sempre riguardo D. H. Lawrence potete leggere la recensione di:
-> Donne innamorate 


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