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Un amore | Dino Buzzati

Titolo: Un amore
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte e sarà autore di libretti per musica), il disegno, la montagna, vera compagna dell’infanzia e ispiratrice di molti suoi romanzi e racconti, che con una scrittura semplice e piana, accompagnano il lettore in un mondo fantastico e surreale. Dal 1928 intraprende la carriera di giornalista al “Corriere della sera” per il quale sarà inviato speciale ad Addis Abeba nel 1939 e cronista di guerra nel ’40 sull’incrociatore Fiume; nel 1931 inizia la collaborazione a “Il popolo di Lombardia” con note teatrali, racconti e soprattutto come illustratore. Tra le sue opere più conosciute : “Barnabo delle Montagne” che nel 1933 inaugura la sua attività di scrittore, “Il segreto del Bosco Vecchio”, “Il deserto dei tartari” e “Sessanta racconti”, volume con cui vince il Premio Strega nel 1958. Buzzati muore a Milano, nel gennaio del 1972.Anno di pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Pagine: 269
Costo: 9.50€
Consigliato: Sì.



In molti conoscono Buzzati come uno scrittore di racconti onirici, dal cipiglio vagamente allucinato, e soprattutto del Deserto dei Tartari. Atmosfere allucinate, desolate lande interiori. Ho deciso di leggere Un amore proprio sulla scorta di uno dei racconti contenuti nella Boutique del mistero: “Gli inviti superflui”. Riporterò l’inizio, visto che ho l’abitudine di parlare sempre di tutto tranne che del libro che recensisco.

 Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo.  Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi.

[…] Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. […] Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.

 Si prosegue poi con altre sezioni articolare nello stesso modo. Vorrei… ma tu non, insomma un io narrante metodico nella definizione dei suoi desideri, la cui realizzazione è però ostacolata dalla realtà, dalla refrattarietà della stessa donna amata alla piena idealizzazione.

Perché cito questo racconto? Innanzitutto perché tanto questo come Un amore appartengono a quella parte della prosa di Buzzati che lascia i toni fantastici per farsi più intima e dolorosa, ma anche perché tanto nell’uno quanto nell’altro avviene prima una sorta di scollamento dal piano della realtà e poi il brusco rientro in essa, anche se con effetti diversi e potremmo dire opposti.

Il protagonista di Un amore, Antonio Dorigo, è un architetto stimato, piuttosto riservato, senz’altro rispettabile (parola imprescindibile quando si parla di borghesi). Per usare le sue parole: «un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato». Nella casa di appuntamenti di cui è assiduo frequentatore (ha infatti problemi a instaurare veri rapporti con l’altro sesso, e deve accontentarsi di sesso a pagamento) incontra Laide, una ragazzina che sulle prime non lo colpisce più di tanto. Ma ecco che già in questa occasione ella gli entra in testa con un pensiero minore: possibile che fosse la stessa ragazza vista qualche tempo prima tra i vicoli di Milano? Questo è, in nuce, un’anticipazione della trama di Un amore, più trama psicologica che narrativa, perché essa consiste in poche parole nello sviluppo di un’idea-rovello, quella di Laide, che cresce e cresce fino a che distinguere dove finisce la realtà e comincia l’ossessione è impossibile. Di ossessione infatti si tratta: e non occorreva neppure che si lasciasse possedere o fosse specialmente gentile, bastava che fosse con lui, al suo fianco, e gli parlasse e magari controvoglia fosse costretta a tener conto che lui almeno per alcuni minuti esisteva, solo in queste pause brevissime […] allora lui trovava pace. Ma l’attenzione di lei non è costante, e allora ecco che i dubbi uncinano Dorigo, l’angoscia lo travolge come un’onda nera mentre è sdraiato sul letto a osservare le crepe nell’intonaco, mentre è al lavoro e non riesce a concentrarsi. Sempre. Le sue ansie diventano veri propri flussi di coscienza che partono da un dettaglio minimo e si ramificano, proseguono in direzioni spesso inconcludenti, vengono inghiottiti da una città – Milano – anch’essa sensuale e allucinata, topografia dell’anima di Dorigo per quanto contorta, piena di golfi d’ombra, nervosa, e di Laide, come esplicitamente detto:

In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condominii, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.

Ma questa piccola Lolita non è, nei canoni di Dorigo, ossessione, bensì amore. Un amore non felice, certo: mentre sta correndo in macchina per andarla a prendere, egli capisce che l’espressione degli alberi fuggenti ai lati della strada corrisponde infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato.

Ma come risolvere questa situazione? Farla finita è impossibile, pena il proprio annichilimento, il definitivo deragliamento dei nervi, ma impossibile è anche cambiare lo status quo: Lui non può sposarla, perché la famiglia non approverebbe, perché sarebbe disdicevole, perché lei è una prostituta. Ma Laide lo ha stregato, lo tiene al laccio e, per quanto Dorigo voglia fargliela pagare per le sue disattenzioni e bugie, in fondo è sempre il primo a tornare, a chiedere scusa. È una situazione ai limiti della sindrome di Stoccolma, in cui Laide è sì la donna-domina che tiene in pugno, ma è anche una fonte di salvezza capace di tenere lontani i pensieri nocivi della morte, della vecchiaia, della solitudine, del senso di fiasco incombente della propria vita, al di là del successo lavorativo.

Buzzati è un maestro di stile in questo caso, nel delineare le due psicologie, quella di Dorigo e quella di Laide, con cambi di tempo narrativo, di passaggio dalla prima alla terza persona, brusche virate che riempiono le pagine di tensione. E i rovelli di Dorigo, sempre a battere sullo stesso punto con una visibile sensazione di ripetitività, la accentuano ancora di più.

Si aspetta il finale, arriverà di certo lo scacco, ci diciamo. E invece no, anche le ultime righe lasciano il tutto in sospeso, lasciando al lettore una serie di interrogativi sulla natura dell’amore, mentre fuori dalla finestra incombe una torre nera non meglio identificata, che assurge a simbolo della negatività del mondo e pare tornata alla ribalta dai più allucinati racconti della Boutique. È l’amore in grado di tenerle testa, di distoglierci da essa, o la lotta di tutti gli amanti è in fondo vana? Dove ci conduce questo sentimento, ed esiste per lui l’eternità? Per ora l’incantesimo regge, e noi ci guardiamo dallo spezzarlo, non osserviamo ciò che ci aspetta fuori dalla finestra della camera da letto.

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di:
-> La boutique del mistero
-> Il deserto dei Tartari

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Il diavolo, certamente | Andrea Camilleri

Titolo: Il diavolo, certamente
Autore: Andrea Camilleri
Cenni sull’autore: E’ nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925. Ha sin da giovanissimo la passione per il palcoscenico ed inizia a lavorare come regista teatrale nel 1942. Da allora ha messo in scena oltre cento titoli, molti dei quali di Pirandello, da “Così è (se vi pare)” nel 1958 a “Ma non è una cosa seria” nel ‘64, fino a “Il gioco delle parti” nel 1980. E’ stato il primo a portare in Italia il teatro dell’assurdo di Beckett (“Finale di partita”, nel 1958, al teatro dei Satiri a Roma e poi nella versione televisiva interpretata da Adolfo Celi e Renato Rascel) e di Adamov (“Come siamo stati”, nel 1957), ha rappresentato testi di Ionesco (“Il nuovo inquilino” nel 1959, “Le sedie” nel 1976), ha rappresentato i poemi di Majakovskij nello spettacolo “Il trucco e l’anima” (1986).
E’ stato autore, sceneggiatore e regista di programmi culturali per la radio e la TV; ha inoltre prodotto diversi programmi televisivi, tra cui un ciclo dedicato dalla Rai al teatro di Eduardo e le famose serie poliziesche del commissario Maigret e del tenente Sheridan. Ha insegnato, in vari periodi, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma ed all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. I suoi primi racconti sono stati editi da riviste e quotidiani, quali “L’Italia Socialista” e “L’Ora” di Palermo. La sua opera narrativa d’esordio, “Il corso delle cose”, è del 1967-68, ma ha visto la luce solo dieci anni più tardi presso l’editore Lalli.
Nell’80 è apparso, per i tipi della Garzanti, “Un filo di fumo”. Seguono, per Sellerio: “La strage dimenticata” (1984), “La stagione della caccia” (1992), “La bolla di componenda” (1993), “La forma dell’acqua” (1994, che segna l’esordio del commissario Montalbano), “Il birraio di Preston” (1995, generalmente riconosciuto come il suo capolavoro), “La concessione del telefono” (1999). Ancora con Sellerio ha pubblicato gli altri romanzi del ciclo Montalbano, mentre per Mondadori sono usciti i racconti di “Un anno con Montalbano” (1998), “Gli arancini di Montalbano” (1999) e “La paura di Montalbano” (2002), oltre a quel “La scomparsa di Patò “(2000) che riprende il filone dei libri “storici”.
Dopo un successo che non ha precedenti (sei milioni e mezzo di copie vendute soltanto in Italia, 120 traduzioni in tutte le lingue), continuano le inchieste del commissario Montalbano con “Storie di Montalbano” (2002). Il volume, che fa parte della prestigiosa collana dei “Meridiani”, raccoglie tutti i romanzi ed una selezione di racconti, ov’è protagonista assoluto il celebre poliziotto creato dalla fantasia di Andrea Camilleri.
Nel 2003 esce per Sellerio la genesi de “Il giro di boa”, nel quale Camilleri presenta un commissario Montalbano più deciso a dare un “cambio di rotta” alla propria vita. Nel 2004 esce “La prima indagine di Montalbano” e il secondo dei due “Meridiani” “Romanzi storici e civili” dedicati all’opera di Andrea Camilleri. Il volume (curato dal critico Salvatore Silvano Nigro, che firma pure l’ottima introduzione) raccoglie i nove romanzi d’ispirazione storica e civile dell’autore, ambientati in Sicilia in un periodo – con l’eccezione de “La presa di Macallé”, che si svolge in epoca fascista – compreso tra la fine del Seicento e l’Ottocento.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Mondadori
Pagine: 169
Costo: 10euro
Consigliato: sì, se si vuole una lettura fresca, leggera e piacevole

Ho aperto questo libro credendo di trovarci una storia, una storia sola, fatta di avversità e di sconfitte che il ‘diavolo’ (così come dice il titolo) non può non porre dinnanzi a tutti noi durante l’arco di questa nostra dolceamara esistenza, ma ne sono rimasta delusa. In compenso però, ho avuto per meno di ventiquattro ore una serie di storie l’una dietro l’altra per trentatre volte, ognuna di tre pagine ciascuna che mi hanno fatto dimenticare la delusione iniziale. Si tratta di racconti di vita di tutti i giorni, molti altri più improbabili e meno ‘ordinari’, storie di donne e uomini innamorati, storie d’amore passionali, viscerali, di matrimoni felici e di altri che col tempo vanno infelicemente distrutti, storie che inevitabilmente mettono in risalto le vittorie più attese e sperate ma sopratutto quelle più avvincenti e inaspettate, le sconfitte più deludenti, le menzogne più spietate, vi troviamo, inoltre, il ritratto delle bassezze, dei vizi, della perfidia che, alle volte, è caratteristica innata nella natura umana, storie che iniziano da una normalità quasi noiosa e che vanno a sfociare nell’assurdo, ciò che inizialmente è considerata dal lettore come una storia del tutto priva di elementi strani e sorprendenti cambia, attraverso l’incredibile abilità dello scrittore, in un attimo e quella normalità che ci sembrava tanto noiosa inizialmente non c’è più: così, come per magia, ci è stata sottratta e noi, come dei veri e propri pesci lessi, rimaniamo col libro in mano e ci chiediamo come Camilleri abbia potuto far finire in quel modo quella che sembrava la più normale delle situazioni. Risvolti, colpi di scena, oserei chiamarli ‘cambiamenti’, che se ci si pensa bene non sono del tutto infondati ma che la vita, perfida puttana, continua a somministrarci ogni qualvolta le cose sembrano andare per il verso giusto.
Ma la domanda che sistematicamente sorge spontanea, alla fine di ogni racconto, è: ma per opera di chi tutto ciò è avvenuto? Chi è stato il terribile autore di questa scena così meschina? E la risposta non può che essere una: la vita…ehm, il diavolo, certamente!

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai


Io non ho paura | Niccolò Ammaniti

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Nato a Roma il 25 settembre 1966, Niccolò Ammaniti si è quasi laureato in Scienze Biologiche con una tesi intitolata “Rilascio di Acetilcolinesterasi in neuroblastoma”. Nonostante gli mancassero pochi esami non ce l’ha fatta, e la leggenda vuole che l’abbozzo della sua tesi si sia trasformato in “Branchie!”, il primo romanzo.
Assieme al padre Massimo, docente di Psicopatologia generale e dell’età evolutiva presso La Sapienza di Roma, ha pubblicato “Nel nome del figlio”, un saggio sui problemi dell’adolescenza, ristampato a furor di popolo. Nel 1996 partecipa a “Ricercare”, e sempre in quell’anno esce la raccolta di racconti che lo fa conoscere al grande pubblico, “Fango”. Per un po’ di tempo è stato tacciato di cannibalismo, ma se ne è sempre fregato, continuando a fare quello che gli piaceva. Scrive o ha scritto di libri, viaggi, cinema e altro per “Tuttolibri”, “Pulp”, “La bestia”, “Musica!”, “Micromega”, “Amica” e “Ciak”. Ha intervistato per “Liberal” il suo amico scrittore Aldo Nove, con il quale ha condiviso tante avventure tra le quali la fondazione, insieme ad altri scrittori, del movimento collettivo “Nevroromanticismo” (ispirato all’opera del cantante Garbo) e l’esperienza di “Kitchen”, la trasmissione di Mtv condotta da Andrea Pezzi.
Un racconto di Niccolò Ammaniti è comparso nell’antologia curata da Valerio Evangelisti che festeggiava i 45 anni di “Urania”, e un altro in un volumetto della collana “Supergiallo Mondadori” a cura di Daniele Brolli. Nel 1997 RadioRai trasmette un suo radiodramma, “Anche il sole fa schifo”. Ha scritto la postfazione a “La notte del drive-in” di Joe R.Lansdale (Einaudi, 1998), uno scrittore che Niccolò ama molto e che non smette mai di lodare.
Per l’agenda Einaudi “Stile libero” ha scritto il racconto breve “A letto col nemico”, mentre il racconto in tre puntate “Astuzia da chirurgo” è uscito per la rivista telematica “Caffè Europa”.
Insieme alla sorella ha fatto un breve cameo nel film di Fulvio Ottaviano, “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, del 1996. Dal racconto lungo che apre “Fango” il regista Marco Risi ha tratto il film con Monica Bellucci “L’ultimo capodanno” (1998), del quale esistono due versioni. L’anno seguente nei cinema è uscito “Branchie”, interpretato da Gianluca Grignani per la regia di Francesco Ranieri Martinotti.
Per la casa di produzione americana MondoMedia ha progettato e scritto la sceneggiatura di un serial in animazione digitale 3D per Internet – del quale esiste solo il pilot – intitolato “Gone Bad”, da lui stesso definito “una storia di zombi tra Merola, Leone e Sam Raimi”.
Ammaniti è molto apprezzato anche all’estero, tanto che i suoi libri sono stati tradotti in francese, greco, polacco, russo, spagnolo, tedesco, giapponese, rumeno, finlandese e un sacco di altre lingue a noi sconosciute. Nel 2001 è uscito per Einaudi Stile Libero “Io non ho paura”, il suo best-seller: si è aggiudicato il Premio Viareggio e le numerose ristampe del romanzo (fra cui un’edizione scolastica) continuano a muoversi fra i primi posti nelle classifiche di vendita italiane.
Lo stesso anno, Vasco Rossi ha scritto una canzone dal titolo “Ti prendo e ti porto via”, che ha dato (semmai ce ne fosse stato ancora bisogno) uno spintone all’omonimo, bellissimo romanzo di formazione, da cui si vociferava si stesse realizzando pure un film – con la regia di Goran Paskaljevic – ma non s’è più saputo nulla.
Invece, nel 2003 il buon Gabriele Salvatores ha diretto “Io non ho paura”, scritto da Niccolò Ammaniti e Francesca Marciano, che ha rischiato persino di finire nella rosa dei candidati all’Oscar come miglior film straniero (ha comunque vinto tre Nastri d’argento e un David di Donatello).
Negli ultimi anni Niccolò è stato coinvolto in centinaia di iniziative: presentazioni di “Io non ho paura” su e giù per l’Italia, collaborazioni a romanzi collettivi in rete (è da poco uscito per Einaudi “Il mio nome è nessuno – Global Novel”, che raccoglie quest’esperienza), premi e onorificenze d’ogni sorta in quasi tutti i luoghi del mondo, interviste televisive e radiofoniche, lezioni presso scuole di scrittura, prefazioni, postfazioni, fascette e strilli in copertina come un novello e nostrano Stephen King.
Dopo aver ripetutamente annunciato l’uscita di un romanzo di circa seicento pagine dall’improbabile titolo “Il libro italiano dei morti” – uscito a puntate su «Rolling Stone» – parte del progetto ha preso forma nella sceneggiatura scritta proprio da Ammaniti per il secondo film di Alex Infascelli, “Il siero della vanità” (2003).
Nell’estate del 2004 è uscito per Einaudi Stile Libero Big “Fa un po’ male”, che contiene tre storie a fumetti (scritte insieme a Daniele Brolli, disegnate da Davide Fabbri), già edite – parzialmente – a puntate su «l’Unità».
Il 17 settembre 2006 si è sposato – in località segreta – con l’attrice Lorenza Indovina.
Edizione: Mondadori (I miti)
Pagine: 219
Costo: 5,00
Consigliato: Vivamente!

‘Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri.’

Ci sono delle cose che i bambini durante la loro infanzia hanno, implacabili, dentro loro stessi che inevitabilmente vanno via esaurendosi man mano che la maturità e il loro essere ‘uomini’ arrivano a sostenerli con delle braccia da giganti e indispesabilmente li cambiano nella loro totalità: una di queste potrebbe essere identificata con quello che noi, solitamente, definiamo ‘coraggio’. Esso è insito nella natura del bambino, non c’è niente tra le cose che più lo attraggono che non farebbe; non c’è sensazione al mondo che eviterebbe di provare se solo non ci fossero quegli enormi mostri adulti che, doverosamente, impediscon loro di arrivare alla meta, all’oggetto bramato. E poi ci sono quelle cose e quei sentimenti che, invece, i bambini non provano fino al periodo, appunto, del loro essere ‘grandi’: la paura è una di queste. Essi sì, provano un certo senso di terribile angoscia nei confronti di tutto ciò che non è reale, che è frutto dell’immaginazione e non solo, ignorando, com’è ovvio, le caratteristiche proprie di ciò che è reale e che non hanno ancora sperimentato sulla loro pelle. Ed è proprio verso quest’ultimo ‘mondo’ che essi si rivolgono, si agitano verso di esso, incoscienti, ignoranti, curiosi di conoscere tutto ciò che ne fa parte, mostrando e mettendo in atto quel coraggio a loro tanto caro.
Uno di questi bambini è Michele, un bambino di nove anni che sente la naturale necessità, assieme ai suoi amici, di sperimentare, di conoscere, di perlustrare i territori delle campagne del paesino del sud Italia dove vivono e dove questo stesso, a causa di una penitenza durante un gioco, verrà a conoscenza dell’esistenza di un tragico segreto, che farà talmente tanto male che lui stesso, in alcune situazioni, si pentirà di aver scoperto.
Sarà proprio quell’innata, ma incosciente e sciagurata audacia a portare Michele ad una situazione ormai insostenibile, a fargli aprire gli occhi, anche se troppo tardi, e a fargli capire che, in realtà, ciò che il padre gli aveva suggerito riguardo ai mostri, ai fantasmi e a tutto ciò che di irreale si era creato nella sua mente, era soltanto pura verità.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Niccolò Ammaniti potete leggere la recensione di:
-> Ti prendo e ti porto via


Le poesie | Cesare Pavese

Titolo: Le poesie
Autore: Cesare Pavese
Cenni sull’autore: nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura«come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista«La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista.  Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».  (Fonte)
Anno di pubblicazione: a partire dal 1936, con varie modifiche e aggiunte
Edizione: Einaudi
Comprende le raccolte: ‘Lavorare stanca’, ‘La terra e la morte’, ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, ‘Sfoghi’, ‘Rinascita’, ‘[Le febbri di decadenza]’, ‘Blues della grande città’, ‘Estravaganti scelte’ e altre poesie
Pagine: 347
Costo: € 13,50
-> Consigliato: Certo che sì

“Un tempo nel mondo si sono cantate forse altre cose, ma ora, che cosa cantare altro che ebbrezze? Ebbrezze di vino, di poesia, ebbrezze di amore, di sigarette e di rinuncia?”

Il Pavese poeta lo conoscevo, finora, soltanto con ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’. E pensare che per se stesso Pavese era più poeta che prosatore. Non riconoscere questa parte di lui, questa parte considerevole e magnifica, è in certi sensi come fargli un torto. E non sia mai che vogliamo far torto al nostro Cesare bello.
L’antologia che ho per le mani offre al lettore la possibilità di spaziare su un campo lunghissimo. Oltre alle celebri raccolte ‘Lavorare stanca’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ contiene infatti la produzione giovanile, ancora acerba, dello scrittore, quella in cui l’uomo-il bambino terribile-Pavese strilla più acute le sue sofferenze e ci si mostra senza il velo della finzione poetica.
La caratteristica principale della poesia di Pavese è il suo andamento quasi prosaico, il suo impasto terroso che la rende consistente e piacevole alla lettura. Il ritmo è sempre lo stesso, il ritmo antico dei solchi e delle valli che tanto ben conosce chi l’ha sperimentato in ‘La luna e i falò’. Soprattutto la somiglianza la si avverte in ‘Lavorare stanca’, descritta dal poeta come ‘l’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza’. Tra i componimenti che ho preferito figurano: ‘I mari del Sud’, ‘Antenati’, ‘Pensieri di Deola’, ‘Lavorare stanca’, ‘Pensieri di Dina’, ‘Estate’, ‘Agonia’.

Bellissime – quasi superfluo dirlo – le due raccolte ‘La terra e la morte’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, in cui il respiro mitico e sanguigno somiglia più a quello dei ‘Dialoghi con Leucò’. Il mito e la campagna, il mito-della-campagna, due elementi inscindibili nella produzione pavesiana. Ma soprattutto si affacciano i due mostri sacri in continua lotta per il possesso del suo spirito: l’Amore e la Morte. Può sembrare un binomio banale, un binomio così abusato da essere cliché, ma talmente sentito e vissuto dal poeta da improntarci tutta la propria esistenza.
Quando penso a Pavese, mi avviene di immaginarlo come un innamorato della vita, un innamorato folle, deluso e vendicativo. Un bambino irrequieto che scrolla il suo giocattolo perché non funziona più. Un adolescente così arrabbiato da minacciarla col coltello, quella vita che l’ha tanto respinto. Pavese la minaccia e si inventa un ideale di Morte, l’ideale di una morte eroica con cui vendicarsi da tutti i torti e nella quale, infine, redimersi. Due cose potrebbero portargli l’amore della vita, la gloria poetica (un desiderio fortissimo già nei primi anni) e l’amore per una donna. In Pavese l’amore è forza salvifica che storna il dolore della vita ma che, allo stesso tempo, è esso stesso distruzione, attraverso la gelosia, il possesso, l’abbandono. Il modo più puro e anche più doloroso di amare è l’amare nel ricordo, nel sogno, quella donna, quella sartina bionda che un giorno è stata nostra e che adesso non possediamo più. Quella donna che con le sue carezze ci ha sottratto al capriccio di una morte ventenne e che adesso ci scaraventa di nuovo nell’abisso di una solitudine immensa o di una fine necessaria.
Nelle poesie giovanili di ‘Rinascita’ Pavese ha appena vent’anni, ma dentro ne sente il doppio. Ama come un uomo adulto e come un uomo adulto e disperato, senza speranze, vuol morire. Non vorrebbe morire, se potesse vivere. Ma non può, non riesce, continuamente è deluso.
Cesare, Cesare, più ti conosco e più penso che una carezza non ti sarebbe bastata. Più ti conosco e più penso che la tua fame di carezze era insaziabile. Non bastavano donne, non bastava un mondo, non bastava una vita per saziarla.

Chiara Pagliochini

Sempre riguardo Cesare Pavese potete leggere la recensione de:
-> Paesi tuoi
-> La luna e i falò 


In alto a sinistra | Erri De Luca

Titolo: In alto a sinistra
Autore: Erri De Luca
Cenni sull’autore:  Dopo gli studi al Liceo Umberto, nel 1968, a diciotto anni, raggiunge Roma, dove prende parte al Gaos (Gruppo di Agitazione Operai e Studenti), gruppo che fonderà Lotta Continua a Roma. Erri diventerà in seguito il responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua. Inoltre dichiarerà più di recente che al momento dello scioglimento di Lc (Rimini, 1976) non volle entrare in clandestinità e convinse il servizio d’ordine romano a seguire la sua stessa strada. In seguito svolge numerosi mestieri in Italia ed all’estero, come operaio qualificato, camionista, magazziniere, muratore. Durante la guerra in ex-Jugoslavia è autista di convogli umanitari destinati alle popolazioni. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo yiddish e l’ebraico antico dal quale traduce alcuni testi della Bibbia. Lo scopo di queste traduzioni, che De Luca chiama “traduzioni di servizio”, non è quello di fornire il testo biblico in lingua facile o elegante, ma di riprodurlo nella lingua più simile e più obbediente all’originale ebraico. Pubblica il primo romanzo nel 1989, a quasi quarant’anni: Non ora, non qui, una rievocazione della sua infanzia a Napoli.
Anno di pubblicazione:  1994
Edizione: Feltrinelli
Numero pagine: Poche
Costo: 6€
-> Consigliato:  Fatevi del bene

Quest’anno ho conosciuto Erri De Luca. Dal vivo, al Salone del Libro, e sulla pagina scritta. Non starò qui a dirvi di leggere subito questa raccolta di racconti, che non sono belli tanto per le storie che narrano – storie di vita abbrustolita, stropicciata, ricoperta dal bitume della vita che se vuole sa farsi crudele, storie cheservono a smaltire il tempo passato, storie di cui abbiamo ancora bisogno – ma per il modo in cui sono raccontati, con parole che sono ruvide carezze, come il viso di Erri, stropicciato dalle pieghe d’espressione e illuminato dagli occhi azzurri come pietre di mare, come le mani sapienti e vissute da cui tutti vorremmo essere, solo una volta nella vita, toccati. Chiunque abbia stretto le mani di qualcuno che lavora la terra sa di cosa parlo. Quella ruvidezza che è anche simbolo di un contatto vero con le cose. “Le mie frasi scritte […] non sono più lunghe del fiato che ci vuole a pronunciarle” ha scritto una volta.

“Avevi un trillo in gola, caldo, infame. Là dove tu eri, là si aizzavano minacce e io sempre temevo che uno impazzito d’amore potesse ucciderti. […] Ti recitavo male, cupamente: “Esterina, i vent’anni ti minacciano”. Tu eri in pericolo perché quello era il tuo stato di grazia. Dove tu pasavi, orme d’altre donne sbiadivano. […] Ti vedo stasera e ho sentito il bisogno di toccare in tasca il coltello per risentire almeno nell’arma la furia, il salto alla gola che mi davi. Non ho paura per te adesso. Gli uomini non ti ammazzeranno. Io non dovrò andare di tera in terra a cercare il tuo assassino per tagliargli la strada.”

Di ‘In alto a sinistra’ mi è capitato di parlare con una ragazza la quale diceva che non aveva trovato niente nelle sue parole, se non l’astuzia di infilarle ad arte come perle, una dopo l’altra, in modo che non si potesse non sottolinearle, rimanerne colpiti (per alcuni accenni, vi linko le mie note su aNobii), ma non ho potuto che dissentire. Non è culto della bella pagina il suo, né il labor limae dei poeti da strapazzo. Sono parole vive, pulsanti, parole che avvincono, che ogni cantastorie dovrebbe avere nella borsa insieme alla pipa e a un taccuino, per tirarle fuori nel momento più opportuno e sorprendere, non facendo aprire la bocca di chi lo ascolta ma gli occhi. Non conoscevo Erri prima di sentirlo parlare a Torino, come ho già detto, ma posso assicurarvi che è stata un’ora folgorante, intensa e quanto mai commovente quella che io e altre centinaia di persone abbiamo passato con lui; la sua oratoria pacata ma precisa, esatta fuori e dentro, perché guidata di certo da una qualche esattezza del cuore, mi ha conquistata. Ho pensato che l’umiltà di una persona non mi aveva mai colpita così dura in viso. E una seconda volta è successo quando subito dopo, fuori, è stato lui a ringraziare la calca di persone che gli chiedeva gli autografi (ma quella è stata anche una carezza). Così è stato bello scorrere In alto a sinistra con la sua voce a leggermelo.  Concludo con questa frase-augurio, che mi ha regalato proprio nel giorno dei miei vent’anni:
“La vita che abbiamo a vent’anni è esigente. Appena cediamo in un punto, appena le offriamo una debolezza, una pausa, quella erode, si incista, fa le uova negli occhi e da quel punto muove la sconfitta di noi stessi che all’improvviso, a distanza di anni ci coglie. La vita dei vent’anni è piena di parassiti ansiosi di fare il nido in ogni rinuncia. Nel momento in cui hai smesso di esigere da un uomo più di quello che ha, la tua bellezza s’è fermata, chetata e ti prepara donna da marito.”

Chiara Sandretto


La morte della farfalla. Zelda e Francis Scott Fitzgerald | Pietro Citati

Titolo: La morte della farfalla
Autore: Pietro Citati
Cenni sull’autore:  Nel 1930 Pietro Citati nasce a Firenze. Studia a Torino all’Istituto Sociale e in seguito al liceo classico D’Azeglio. Quando, nel 1942, Torino viene bombardata, la famiglia si trasferisce in Liguria. Qui comincia a leggere e a studiare da autodidatta libri di diversi autori tra cui Shakespeare, Byron, Platone, Stendhal, Omero, Dumas e Poe. Nel 1951 consegue la laurea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa in Lettere moderne. Inizia la sua carriera di critico letterario collaborando a riviste come Il Punto (al fianco di Pier Paolo Pasolini), L’Approdo e Paragone. Insegna italiano fino al 1959 nelle scuole professionali di Frascati e alla periferia di Roma. Negli anni Sessanta comincia a scrivere su Il Giorno. Si occupa di articoli di cultura per il Corriere della Sera fino al 1988. Nel 1988 è critico letterario de la Repubblica. Dirige la collana “Scrittori greci e latini” della fondazione Lorenzo Valla per l’editore Mondadori. Per la sua opera ha ricevuto numerosi e importanti premi. Fra i più recenti il “Prix de la latinité”, conferitogli dall’Académie francaise e dall’Accademia delle lettere brasiliana nel 2000. Sposato, con un figlio, attualmente vive a Roma.
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Mondadori
Numero pagine: 115
Costo: 13€
-> Consigliato: quasi imposto

Così, litigio dopo litigio, bicchiere dopo bicchiere, Zelda e Fitzgerald persero la pace e la salute: abusarono del proprio amore, lo ferirono, lo lacerarono, lo fecero a brandelli, ancor prima di venire travolti dalla follia. Non ne capirono la ragione: nemmeno Fitzgerald, che rappresentò questa perdita nei libri, perché i suoi libri compresero ciò che lui non comprese mai.

Quello tra me e questo libro è stato un incontro puramente casuale. Mi aggiravo tra i libri al Salone Internazionale del Libro di Torino guardando di tutto, ma vedendo ben poco, nella moltitudine di copertine, pagine, titoli, quando ad un tratto ho letto questo titolo e ho visto questa foto: Zelda e Francis Scott immortalati in bianco e nero in tutta la loro magnifica eleganza. Nonostante la stizza per Citati ed il suo imperioso intellettualismo, spinta dalla fascinazione che un anno fa mi colse per questa coppia mentre leggevo ‘Il grande Gatsby’, d’impulso ho fatto mio questo libro e le sue 115 pagine. Come tutti gli incontri casuali, si è in seguito in realtà rivelato un segno del destino, una spinta del fato a scoprire nuovi dettagli, un incontro che, rubando le parole a Kafka,  è stato un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di me.

Non ho remore a dire che, librariamente parlando, si tratta di uno degli incontri più folgoranti, belli, coinvolgenti che mi siano capitati. Per due ore o poco più in cui non sono stata capace di sfilare il naso dal libro e accorgermi della realtà intorno, mi è sembrato di essere presente ad una della festa dei Fitzgerald, una delle feste sfarzose che tenevano e a Parigi e in America per affogare i problemi nell’alcol e detenere la scena di un palco che in realtà non apparteneva loro.  Citati ha un modo di narrare talmente naturale che sembra quasi di sentir parlare di due vecchi amici in comune, come se egli stesso li conoscesse ed io all’epoca della loro esistenza fossi troppo piccola per ricordarli ora. Come un parente in visita per poco, uno dei più grandi critici italiani, mi ha rinfrescato la memoria e l’ha rinfresca ai miei dimentichevoli occhi di bambina che avevano visto, ma non conosciuto la coppia letteraria più commentata, distrutta, logorata di sempre. Non è una biografia, La morte della farfalla è più un racconto di echi lontani, di memorie passate, il resoconto di ciò che è stato e non tornerà mai più, la storia non permette due volte che la congiunzione astrale di nascite porti a conoscersi, amarsi e sconvolgersi a vicenda due personalità così forti e brillanti come lo furono Francis Scott e la sua amata Zelda.

Insicuro lui, spavalda lei, i Fitzgerald sono stati i perfetti protagonisti dell’unico libro che non abbiano scritto, o che non abbiano scritto per intero, ossia della loro tormentata storia di soldi sprecati, vendette reciproche ingiustificate, onerose lettere d’amore sempre piene di parole dolci sino alla malattia di Zelda, al motivo che distrusse le loro vite già incrinate, già in caduta libera verso la rovina totale. Citati permette di entrare in questa storia tragica in punta di piedi, sussurra quasi a non voler disturbare la memoria, è oggettivo nei fatti, bravo a scegliere quali discorsi intromette e quali escludere per non dire più di quanto sia lecito e rispettoso nei confronti di questa coppia che morì troppo giovane, senza mai farsi capire, come tanti dei protagonisti di Fitzgerald, ombre sulla cresta dell’onda destinate a svanire nell’oblìo totale.  Furono un esempio di amore e morte, del perfetto connubio che nelle arti ha sempre trovato spazio riservato alle anime che amavano troppo per capirsi davvero e non avevano il tempo di fermarsi a riflettere come se ballassero un valzer scandito dalla musica di un’orchestra impazzita.

Si erano amati, vicendevolmente distrutti il talento, incapaci di separarsi, incapaci di stare insieme. Come Fitzgerald stesso ha scritto, Zelda era la cosa più dolce della sua vita, non rinunciò ad essa nemmeno quando sentiva il suo talento scivolare via a causa delle continue permanenza di lei in vari ospedali psichiatrici: Zelda, infatti, era schizofrenica, una schizofrenia latente per lunghissima parte della sua vita, che la pervadeva sin dall’infanzia, ma che passò nascosta e segreta tra balli sfrenati, lussi, braverie continue della coppia per la quale il sonno sembrava non essere importante.

Un ritratto dolce, appassionato, malinconico, quello di Citati che ha restituito ai magnifici Fitzgerald degli anni ’20 un pezzo della loro meritata immortalità: non vissero come vollero in vita, ma certo grazie a chi ancora li legge sono riusciti a conquistare la fama e la dignità che il loro oggettivo talento merita. Come Citati non ha paura di dire, Tenera è la notte è il più grande romanzo del Novecento, addirittura, secondo il critico, si tratta di un romanzo perfetto. Ma Fitzgerald non lo seppe mai, e meno ancora lo seppe Zelda, ormai consumata dai suoi demoni, ormai lontana da quel ruolo di regina delle farfalle che la sua esuberanza le aveva attribuito.

E’ la storia di una vita, ma è anche la storia dei libri di uno dei più grandi scrittori mai esistiti, è la storia di come il genio umano si sviluppi senza soddisfarsi mai, senza mai sentirsi arrivato, sin quanto tutto non si ritrova a bruciare nell’atto finale di una tragedia, quella dei Fitzgerald, che fu il contenuto del libro che Scott non riuscì mai a concludere.

Luana Cau


Il film della sua vita | Angelo Morino

Titolo: Il film della sua vita
Autore: Angelo Morino
Cenni sull’autore: Angelo Morino è nato nel 1949 in provincia di Torino e si è laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne con una tesi su Mario Vargas Llosa. Contemporaneamente al suo impegno come docente nelle università di Torino e L’Aquila, ha tradotto innumerevoli romanzi dallo spagnolo e dal francese, contribuendo in modo fondamentale a far conoscere in Italia la letteratura ispanoamericana: ha tradotto Puig, García Márquez, Isabel Allende, Bolaño, Vargas Llosa e moltissimi altri, decine di autori che senza il suo contributo non avremmo mai potuto conoscere. Era inoltre a sua volta scrittore: agli otto libri che ha pubblicato in vita se ne sono aggiunti due, ritrovati nel suo computer dopo la morte precoce avvenuta nel 2007.
Anno di pubblicazione:  2012
Edizione: Sellerio
Numero pagine: 218
Costo: 13€
-> Consigliato:  Decisamente sì

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

Thais Siciliano 


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