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La sonata a Kreutzer | Lev N. Tolstoj

Titolo: La sonata a Kreutzer
Autore: Lev N. Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”,“Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo“Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Edizione: Bur Superclassici
Traduzione: Mario Visetti
Numero pagine: 151
Consigliato: Assolutamente sì

Sono un rudere, io, un menomato. Una cosa sola c’è in me, so “io”: e ho fede di sapere quello che non tutti riusciranno a conoscere tanto presto.

son kreut

Qualche tempo fa, nel tentativo di consolare un’amica che, avendo lasciato il proprio ragazzo e avendolo rivisto con un’altra, si sentiva quantomai sola e ripeteva “Alla fine rimango sola sempre e solo io”, ho compiuto uno degli errori più grossi della mia carriera di consolatrice. Le ho risposto, con la convinzione di darle sicuramente molto sollievo, quello che da tempo ho constatato: “Sei solo anche quando stai con qualcuno”. L’altra ragazza che era al momento con noi ha tremato sul posto, tanto il movimento di dissenso espresso dalla sua testa era forte. “No, se stai con qualcuno non sei solo”, ha detto mitigando l’indignazione con una risata nervosa “solo che…” ed è passata ad altre consolazioni socialmente più accettabili.
Be’, bella mia, bisogna vedere allora che cosa si intenda per solitudine. Se si fa riferimento solo al piano fisico, allora tanto vale prendersi un gatto. Ma se si intende quello spirituale, allora posso portare sul banco delle prove tutta una caterva di sensazioni, pensieri, angosce e costrutti mentali che dimostrano quanto due persone, seppure insieme, seppure unite in una relazione più o meno stabile, siano in realtà lontane anni luce e addirittura parlino (e più spesso non parlino) lingue diverse.
Se avete letto il libro, capirete perché io, incontrando Pozdnysev su quel treno diretto dalla notte verso l’alba, mi sia sentita invasa da un sentimento di rivalsa.

“L’amore… l’amore è la preferenza assoluta di una, o di uno, nei confronti di tutti gli altri.”
“Preferenza per quanto tempo: un mese, due mesi, mezz’ora?”
“No, scusi, lei evidentemente parla di un’altra cosa.”
“No, parlo proprio di questo. […] È una cosa che succede solo nei romanzi, nella vita vissuta non capita mai. Nella vita pratica succede forse che tale preferenza duri un anno, ed è già un fatto raro, più spesso mesi, quando non settimane, o giorni, o anche ore”[…]
“Oh, ma che dice! Ma no, via!” esclamammo tutti a una voce.
“Sì, signori, lo so bene” scattò il signore canuto alzando la voce più di noi. “Voi parlate di ciò che credete avvenga, io parlo di ciò che è. Ogni uomo prova per qualsiasi bella donna quello che voi qualificate amore.”

Quando una scultura è coperta da un velo, possiamo indovinarne il soggetto dalle forme, la bellezza dalla grazia dei lineamenti, dall’armonia dei drappeggi. Ma se, caduto il velo, vi scopriamo un mostro, allora solo due cose possiamo fare: ricoprirlo rapidamente, per non vederlo più, e star bene attenti a non dirlo a nessuno, oppure possiamo fermarci a contemplarlo e prendere atto della sua esistenza. Se una qualche bruttura ci viene rivelata da un’esperienza personale, e quindi ci troviamo come l’illuso ammiratore che vede cadere il velo, percepiamo la colpa come nostra, vedendo che nessun altro ha scoperto la verità (non può essere vero se nessuno l’ha visto). E stiamo zitti, cercando di ricordare l’impressione che la scultura coperta ci aveva dato. Ma provate a levare il velo all’improvviso davanti a un gruppo di persone prese dall’ammirazione per quelle forme idealizzate: la disillusione li armerà contro di voi.
Tolstoj fa questo: prende un uomo disilluso che si fa beffe dell’amore come sentimento nobile ed elevato, trattandolo per quello che è – un desiderio fisico, lo mette in un treno tra tanti illusi, e poi lascia che racconti la sua storia, mentre il giorno diventa notte e la luce abbandona sempre più il suo volto tanto da lasciare distinguibile, verso fine, solo la sua voce. Una voce tra le tante, una voce come le altre. Poi, è l’alba. Si scende dal treno e tutto ricomincia.

Il treno di Tolstoj va dritto dritto verso il punto che lui vuole smuovere nelle coscienze dei suoi contemporanei: poiché l’amore è fisico, e di conseguenza è cosa ben volubile, allora diamoci alla castità, e sposiamoci definitivamente, senza mai divorziare, per giustificare la nostra maialeria e riscattarci dal nostro peccato educando i figli alla castità. E se poi ci estinguiamo, allora sarà il regno di Dio (tanto prima o poi deve accadere). Ed è qui che la nostra idea diverge, solo nel rimedio. Perché per giungere a questa cattolicissima conclusione, lui opera le persone a cuore aperto, tirando fuori i pensieri e le realtà più viscide e inguardabili, senza cercare di occultare alcunché: Pozdnysev è cinico anche verso se stesso, non è pronto a trovare in altri la giustificazione della propria condotta.

Per sottolineare quanto il suo racconto sia molesto, Pozdnysev alterna le parole alle scuse. Scusi se vi incomodo, sarà stanco, non vorrà più ascoltarmi, né salutarmi e tenermi la mano. Con la rassegnazione di chi sa di aver compiuto un reato imperdonabile (anzi, due).

Tolstoj non è poi così cinico, se si considera la soluzione che propone all’impossibilità dell’amore coniugale. Mi meraviglio dell’ingenuità della sua conclusione, dopo la performance di Pozdnysev. Ha fatto molto di più Saul Bellow, quando in  Un futuro padre  ha scombussolato un normalissimo fidanzatino con il terrore di mettere al mondo figli disgraziati, odiosi, aventi tutti i difetti peggiori della loro madre e dei loro nonni, lo ha fatto decidere sulla necessità di troncare ogni rapporto con la fidanzata scroccona e arraffona, e poi, come se nulla fosse, gli ha fatto dimenticare tutto grazie al fatto che la fidanzata ha deciso di lavargli i capelli, e gli ha massaggiato dolcemente la testa.
Ma erano tempi diversi, religioni diverse. Col tempo, sicuramente, ci siamo inaciditi.
Sempre sotto il velo, però.

Elisa Lai

Sempre riguardo Lev Tolstoj potete leggere la recensione di:
-> Guerra e pace


Il dottor Zivago | Boris Leonidovič Pasternak

Titolo: Il dottor Zivago
Titolo originale: Доктор Живаго
Autore: Boris Leonidovič Pasternak
Cenni sull’autore: Boris Leonidovič Pasternak (in russo: Борис Леонидович Пастернак; Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) è stato un poeta e scrittore russo. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era pianista. Tra le personalità della cultura – musicisti, artisti e scrittori – Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre Leonid illustrò i libri. Fin dall’incontro col compositore russo Skrjabin, Pasternak sognava di diventare pianista e compositore e si dedicava al piano, alla teoria di musica e la composizione. Compiuti gli studi al liceo tedesco di Mosca nel 1908, però, si iscrisse alla Facoltà di filosofia all’università di quella città. Durante il semestre all’Università di Marburgo, la Philipps-Universität, nell’estate del 1912 e dopo i viaggi in Svizzera ed in Italia, maturò la sua decisione di dedicarsi alla poesia. In quegli anni scrisse le sue prime poesie, che uscirono nell’almanacco Lirika (Лирика) e mostrano l’influenza del simbolismo e del futurismo. Nel 1914 pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel libro Il gemello delle nuvole (Близнец в тучах), seguito da Oltre le barriere (Поверх барьеров, 1917), che gli portò un riconoscimento ampio negli ambienti letterari. Dal 1914 fu membro del gruppo di poeti futuristi Centrifuga (Центрифуга). Nel 1922 Pasternak sposò Evgenija Vladimirovna Lourie da cui ebbe un figlio. Divorziarono nel 1931. Seguì un secondo matrimonio nel 1934 con Zinaida Nikolaevna Neuhaus; la famiglia si trasferì nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936. Dopo la seconda guerra mondiale Pasternak mise mano al suo primo e unico romanzo, Il dottor Živago (Доктор Живаго). Il romanzo venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori che ai tempi del regime comunista non poteva permettere la pubblicazione di un libro che, fortemente autobiografico, raccontava i lati più oscuri della Rivoluzione d’ottobre. La stesura dell’opera, che fu bandita dal governo, fu causa per l’autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia, tra molte difficoltà, dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui subito parlò il critico letterario Francesco Bruno. Il libro si diffonderà in occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica.
Nel 1958, Il dottor Živago frutterà a Pasternak l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Dapprima Pasternak inviò un telegramma a Stoccolma esprimendo la sua gratitudine attraverso parole di sorpresa e incredulità. Alcuni giorni più tardi, in seguito a pressanti minacce e avvertimenti da parte del KGB circa la sua definitiva espulsione dalla Russia e la confisca delle sue già limitatissime proprietà, lo scrittore con rammarico comunica all’organizzazione del prestigioso premio la sua rinuncia per motivi di ostilità del suo Paese. Pasternak rifiuta così la fama e il riconoscimento che avrebbe trovato all’estero per non vedersi negata la possibilità di rientrare in Patria. Da allora trascorrerà il resto dei suoi giorni senza aver ritirato il premio e comunque perseguitato. Morirà due anni più tardi in povertà a Peredelkino, nei dintorni moscoviti, nel 1960.
Il romanzo fu pubblicato legalmente in Russia solo nel 1988, nel periodo di riforma dell’Unione Sovietica promosso da Gorbačëv, e sarà nel 1989 che il figlio dell’autore Evgenij si recherà in Svezia per ritirare il premio spettante al padre 31 anni prima. (fonte: Wikipedia)
Traduzione: Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva e Mario Socrate.
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Feltrinelli (Universale Economica)
Pagine: 471 (con incluse le poesie di Zivago)
Costo: € 10,00
Consigliato: Si

Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.

Ho conosciuto Jurij Andrèeviĉ Zivago e Larisa Fëdorovna Guichard diversi anni fa attraverso i volti affascinanti di Omar Sharif e Julie Christie, protagonisti di un film che vinse cinque Golden Globe e cinque Oscar. Non ricordo quasi nulla della trama di quel film, ma è piacevolmente impresso nella mia memoria come uno dei più bei film d’amore che abbia mai visto. Ed è uno dei film preferiti di mia madre, l’abbiamo visto insieme e l’ho pure registrato per lei. Insomma, un’aura di positività circonda nella mia memoria “Il dottor Zivago”.

Qualche tempo fa, in una delle mie spedizioni in libreria, ho visto su uno scaffale il libro: era un periodo di sconti e il libro mi chiamava con voce suadente, promettendo di farmi rivivere le piacevoli emozioni del film. Potevo tirarmi indietro? Ovviamente no e così l’ho comprato.

La lettura non è stata delle più semplici, soprattutto le prime cento pagine sono state abbastanza difficili da digerire e la tentazione di abbandonare Jura e Lara al loro destino molto forte. Troppi personaggi, troppe vicende che corrono parallele senza apparente rapporto tra loro. Inoltre trovo snervante la consuetudine degli scrittori russi di descrivere le città citando continuamente i nomi delle strade, come se fosse ovvio sapere dove si trovi il Mercato Smolènsk a Mosca oppure ritenere che l’esatta ubicazione di una farmacia all’angolo del vicolo Starokoniùsenny sia un’informazione rilevante.
(Ho provato la stessa irritazione con “Il Maestro e Margherita” e “Anna Karenina”, quindi se qualcuno conosce la motivazione per questa ossessione odonomastica degli scrittori russi, ebbene si faccia avanti e me la spieghi!)

L’inizio faticoso ben si coniuga con il tono minore degli ultimi due capitoli: mi piace pensare che Pasternak avesse tutta l’intenzione di continuare le vicende appena accennate nella parte finale ma non ci sia riuscito.

Non mi sono data per vinta e ho continuato a leggere: senza accorgermene ho iniziato a camminare per le strade di Mosca, a riconoscere i luoghi (ma i nomi delle vie continuano a non dirmi proprio nulla), a seguire tutti i personaggi che popolano la vicenda del Dotto Zivago, conosciuti ancora bambini per poterne meglio cogliere i cambiamenti sopravvenuti con il tempo e le esperienze. E le vite di tutti, come dei fili, hanno iniziato a intrecciarsi tra loro per tessere una trama che a pieno diritto si inserisce nella grande tradizione epica russa, come riporta la motivazione per l’attribuzione nel 1958 del premio nobel per la letteratura.

Tutti, infatti, svolgono un ruolo nella vicenda del dottor Zivago e di Lara: non c’è n’è uno per cui Pasternak spende più parole del necessario, basta aspettare e con pazienza gli eventi si dispiegheranno davanti agli occhi del lettore e ciascuno avrà la sua parte.

Le vite di Jurij e Lara scorrono parallele e si sfiorano sin dalla loro adolescenza: il giovane a Jurij Andrèeviĉ Zivago rimane subito colpito da Lara. Dopo essersi sfiorate più volte, le loro vite si allontanano e tornano a correre parallele.

[…]erano tutti insieme, vicini, e alcuni non si riconobbero, altri non si erano mai conosciuti, e certe cose rimasero per sempre ignote, altre attesero per maturarsi una nuova ccasione, un nuovo incontro.

Vite normali che devono affrontare eventi eccezionali, la guerra e la rivoluzione, che li fanno nuovamente incontrare e amare.

 Il loro era un grande amore. Ma tutti amano senza accorgersi della straordinarietà del loro sentimento. Per loro invece, e in questo erano una rarità, gli istanti in cui, come un alito d’eternità, nella loro condannata esistenza sopravveniva il fremito della passione, costituivano momenti di rivelazione e di un nuovo approfondimento di se stessi e della vita.

Ho amato Jura e Lara per le loro mancanze, per i loro errori, per l’incapacità di cambiare nonostante tutto intorno a loro tutto cambiasse a velocità vertiginosa. Pasternak non ce li descrive come due eroi, duri e puri, che sacrificano tutto per i loro ideali; no, nulla di tutto ciò nella descrizione di Lara e Jura. Sono due persone colte la cui sensibilità stride fortemente con la vuota retorica dell’ideologia rivoluzionaria e questo è la causa di tutte le loro difficoltà: continuare a vedere la realtà così com’è e non come dovrebbe essere secondo la propaganda sovietica.

Non sono certo gli unici a trovarsi in difficoltà, ma a causa delle loro vicende personali si trovano al centro dell’attenzione e quindi nella necessità di dimostrare la loro fedeltà alla rivoluzione o, in caso contrario, di mimetizzarsi in mezzo a tutti gli altri.

Sul versante opposto di Jurij e Lara ci sono Tonja (la moglie di Zivago) e Pavel Antipov (il marito di Lara). Tonja è pragmatica, sin dai primi disordini capisce che la situazione sta precipitando, che la loro vita deve cambiare soprattutto per garantire la sopravvivenza dei figli. Rinuncia senza lamentele alla sua casa e alle comodità a cui è sempre stata abituata, spinge il marito ad andare in Siberia (nella vecchia tenuta di famiglia) con la speranza di coltivare la terra per non patire più la fame e il freddo dell’inverno. E’ una donna forte che non si abbandona a lamentele o al ricordo del passato e ha chiaro il suo dovere: salvare la sua famiglia. Si rende subito conto, ancora prima di Jurij, dell’attrazione del marito verso Lara, di cui loderà sempre la disponibilità ma metterà in guardia Zivago:
”Devo sinceramente riconoscere che è una brava persona, ma non voglio fingere: è proprio il mio opposto. Io sono venuta al mondo per semplificare la vita e cercare il giusto cammino, lei per complicare la vita e far sbagliare strada ”

Pavel Antipov, invece, sacrifica tutto per la rivoluzione: sente che soltanto negli ideali rivoluzionari troverà quell’autenticità che manca nella sua vita familiare. A differenza di Zivago, non riesce a trovare l’appagamento nelle piccole cose della vita e sente che la famiglia limita le sue possibilità.

Incapace di rendersi conto dei particolari, colse l’essenziale, intuendo che Patulja interpretava erroneamente il suo sentimento per lui. Non apprezzava il senso materno che in lei faceva una cosa sola con l’amore, senza comprendere quanto fosse più grande quell’affetto del comune amore di una donna.

E’ un personaggio triste e insoddisfatto verso cui non riesco a provare antipatia. Il suo errore è quello di non avere fiducia negli esseri umani e di riporre tutte le sue speranze negli ideali rivoluzionari, che presto verranno traditi dalle stesse azioni messe in atto per garantire la supremazia della Rivoluzione.

Leggendo delle vicende del dottor Zivago, che, nonostante le sue grandi e molteplici capacità, preferisce vivere ai margini della nuova società che si va costruendo, mi è venuto spontaneo pensare che dietro questo personaggio si nascondesse Pasternak, che rifiuta il Nobel per la letteratura e preferisce continuare la sua vita lontano dai riflettori, nonostante tutti i vantaggi che quel premio avrebbe comportato. E ho anche dato a Jurij Andrèeviĉ Zivago il volto di Boris Pasternak perché è così che viene descritto: un volto dal naso camuso, un tipo come tanti altri, ma ricco di fascino per il senso di libertà e di naturalezza che si sprigionava continuamente da lui.
E da chi, del resto, Jurij può aver preso le sue idee, entusiaste prima e deluse poi, sulla rivoluzione se non dal suo creatore? Da chi gli viene la visione profondamente religiosa della storia e del ruolo dell’uomo nel mondo? Chi lo ha aiutato a mettere in versi le vicende più salienti della sua vita? Chi gli ha inculcato il rifiuto di giudicare le persone non per le loro azioni ma per la loro appartenenza religiosa ed etnica?

Ovviamente le risposte non le so con certezza, ma mi piace immaginare che Zivago sia l’alter ego di Pasternak. Questo è il vantaggio di leggere un libro di uno scrittore morto che non ha mai fatto grandi proclami. Posso fargli le domande e darmi le risposte, tutto da sola: nessuno verrà a smentirmi.

Adesso dovrei scrivere della Rivoluzione e della grandezza di Pasternak di far diventare fatti quotidiani i grandi eventi storici che hanno portato alla creazione dell’Unione Sovietica, senza sminuirne la vastità. La sua capacità di tratteggiare personaggi fittizi che incarnano le diverse forme che ha assunto la Rivoluzione sovietica: l’esaltazione degli inizi per la promessa di libertà e la disillusione degli anni successivi, quando la retorica dei rivoluzionari di professione si allontanava sempre di più dalle reali esigenze delle persone, che finivano per pagare un prezzo troppo alto per delle speranze mai realizzate. Ma questo va ben oltre le mia capacità di lettrice appassionata e lascio a ciascuno di voi la curiosità di leggere le appassionate parole di Zivago.

Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti.


I fratelli Karamazov | Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Titolo: I Fratelli Karamazov
Titolo originale: Братья Карамазовы
Autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Cenni sull’autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione letteraria coincide con l’affermazione della “scuola naturale”, che risale al fatidico 1847, anno in cui il metodo realista prende definitivamente il sopravvento. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di Dostoevskij. La sua vita è marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859. Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che verrà utilizzato in tutti i romanzi successivi.
Dostoevskij muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli Karamazov, il capolavoro dello scrittore, ma dal Diario veniamo a sapere che Dostoevskij progettava una prosecuzione del romanzo, in cui si sarebbe vista la costruzione di una società felice a partire dal ramo sano della famiglia Karamazov, il giusto Alësa. (Fonte: http://www.greendayfactory.it/)
Anno di pubblicazione: pubblicato a puntate sul ‘Messaggero russo’ tra 1879 – 1881
Edizione: Einaudi
Tradotto da: Agostino Villa
Numero pagine: 1033
Costo: 18 €
Consigliato: assolutamente, vivissimamente sì!

‘Vedete, noi siamo nature ampie, karamazoviane, capaci di mescolare insieme i più opposti contrari che immaginar si possa, e di ficcar lo sguardo, nello stesso istante, in entrambi gli abissi, nell’abisso al di sopra di noi, l’abisso degli ideali più alti, e nell’abisso al di sotto di noi, l’abisso della più bassa, della più fetida caduta morale. […] I due abissi, i due abissi, o signori, nello stesso identico momento: senza questo, noi siamo infelici e insoddisfatti, la nostra esistenza non è piena.’

In questa lunga fase di sedimentazione vengo sempre più rendendomi conto che Dostoevskij è uno di quegli autori che bisognerebbe leggerli ai bambini in culla, quando ancora non sono in grado di capire, perché forse, solo ascoltandolo, solo cullati da questa strana ninna nanna, crescerebbero su più intelligenti, più umani. Questo è il grande potere narrativo di Dostoevskij: rendere l’umano più umano di quanto non sia già. E il mio rammarico, solo questo, è di averlo scoperto così tardi.

‘I fratelli Karamazov’ è la storia di tre fratelli (diciamo tre e mezzo), del loro rapporto l’uno con l’altro, del rapporto con l’alto e il basso dell’esistenza e con la figura paterna, il terribile Fёdor Pavlovič. Fёdor Pavlovič è un padre come non ne vorreste mai uno, un buffone, un parassita, un libidinoso, incapace di nutrire qualsiasi affezione che non sia sessuale; non ama i suoi figli, non ha amato le due mogli. Le orge, i soldi, le puttane sono tutta la sua vita.
In uno dei tanti mondi possibili, Mitja, Ivan e Alёsa, i tre fratelli, sarebbero stati angeli di Paradiso ma, essendo nati da lui, hanno nel sangue la stessa febbre, la stessa morbosa attrazione per tutto ciò che è sensuale e vile. Questo non impedisce loro di avere anime grandi, che aspirano all’altissimo, alla salvazione, alla redenzione, a un amore puro e angelicato. Vogliono essere buoni, vogliono avere la fede, vogliono credere e vivere, vivere e credere, e continuamente si sporcano, sprofondano le suole in una densa mota spirituale e ne escono sempre scissi, scossi, malati. Hanno desideri a forma di cattedrali, ma vogliono costruir le cattedrali dentro i pozzi e per farci entrare le cupole, a testa all’ingiù, bisogna essere architetti sopraffini. Ma Alёsa-Il-Santo, Ivan-L’Inquisitore, Mitja-Il-Poeta devono ancora farsi le ossa e per questo costruiscono e decostruiscono, ovunque accumulando detriti.
Se mi venisse chiesto di scegliere se preferisco le pagine dedicate a Ivan (Il grande Inquisitore! Il diavolo con i calzoni a quadretti!), le pagine dedicate ad Alёsa (Lo starec Zosima! Il piccolo Il’juša! Kolja Krasotkin!) o le pagine dedicate a Mitja (‘Il fatto è che seppure precipitassi giù nell’abisso, anche allora, così a capofitto e con le piante in aria, sarei contento di star cadendo proprio in quell’umiliantissima posizione, e ci troverei per me della bellezza’! Grušen’ka! ), ecco, se mi si chiedesse di scegliere, io staccherei a morsi la mano di chi chiede. Non una sola pagina, non una sola parola che annoi o sia di troppo, un risultato eccezionale per un libro di questa mole e di questo spessore intellettuale. Anzi, la pretesa del lettore che non si finisca così presto, no, Dosto, sii gentile, ancora tre o quattrocento pagine io le avrei lette volentieri.

La cosa che colpisce della prosa di Dostoevskij è la sua vivace ecletticità, la sua capacità di sfuggire alle definizioni. In una sola opera confluiscono moltissimi stili letterari, dalla parabola alla vita di santi, dallo stile giuridico al poliziesco, dal caso clinico alla scena corale, dalla concitazione al parossismo drammatico, dall’orrore al patetismo. Rimane al lettore la sensazione di star sfogliando tutte le declinazioni del vissuto, di avere tra le mani un manufatto incantato, un fortino di orrori tutto da esplorare. Esplorando, il lettore cerca se stesso, si trova, sbalordisce, prova disagio, si conosce e si rifiuta. Un momento è giù nel gorgo di Ivan Karamazov, il momento dopo è appeso a testa in giù, un piede incagliato in un gancio alla volta celeste, e si sbraccia insieme a Mitja. Il momento dopo ancora è lì che bacia la terra e vorrebbe stringere e abbracciare e accogliere e conciliare tutto il mondo come Alёsa. È un cammino morale, spirituale, da cui, una volta imboccato, non si può deviare. C’è da fare tutto il percorso, perdere la fede e ritrovarla, essere più nichilisti e atei di quanto si è mai stati e poi voler vestire il saio monacale. Tutte le certezze vengono messe in discussione, si è chiamati a gesti e posizioni estreme. Non c’è via di mezzo. Se non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo Dostoevskij. Se state leggendo Dostoevskij e non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo. Perché se niente si smuove, se dentro restate freddi e monolitici, se non piangete, non ridete e non vi trovano imbambolati sul gradino davanti casa, allora mai nient’altro vi muoverà.

Ho voluto scegliere quest’angolo – l’angolo dell’umano fatto ancora più umano – perché non saprei che altro raccontare. Tante e tali sono le possibili interpretazioni e le prospettive di analisi che distillare tutto quanto sarebbe il tentativo dell’alchimista con la sua folle pietra filosofale. È un romanzo così ampio, così karamazoviano.
E per un attimo proviamo a essere così ampi e karamazoviani anche noi: allarghiamo le braccia e con la punta delle dita tese tranciamo il velo dello spazio-tempo e raggiungiamo lui, Dostoevskij, lontano, tanto lontano, e sfioriamo le sue mani belle, unghia contro unghia, un secondino solo. Oppure allineiamo i suoi romanzi su uno scaffale bene in vista, tra il ricettario che usiamo sempre, il vocabolario e l’elenco telefonico, perché Dostoevskij è una cosa così, materiale da consultazione, una di quelle robe che servono per vivere con più furia, più consapevolezza, più amore la nostra vita di tutti i giorni.

Chiara Pagliochini 

Sempre riguardo Fedor M. Dostoevskij  potete leggere la recensione di:
-> Delitto e castigo
-> Umiliati e offesi 


Un nido di nobili | Ivan Sergeevič Turgenev

Titolo: Un nido di nobili
Titolo originale: Дворянское Гнездо
Autore: Ivan Sergeevič Turgenev
Cenni sull’autore: Ivan S. Turgenev nasce ad Orel nel 1818, da una famiglia  ricca e di antico lignaggio. A vent’anni si reca a Berlino per completare la sua istruzione. Qui rimane colpito dalla constatazione di quanto la società dell’Europa Occidentale sia più moderna di quella russa, tanto che, al ritorno in patria, si distingue per le sue idee “filo-occidentali”, contrapposte a
quelle “slavofile”, convinto che la Russia possa progredire solo imitando l’Occidente e abolendo istituzioni ormai obsolete, come la servitù della gleba. I suoi primi lavori di scrittore vengono accolti con elogi da Belinskij, all’epoca il più influente critico russo. Tra le opere principali ricordiamo le ‘Memorie di un cacciatore’ (1852), ‘Un nido di nobili’ (1859) e ‘Padri e figli’ (1862), il suo capolavoro. Proprio quest’opera scatena in Russia polemiche e contestazioni per il suo sovversivo contenuto sociale e spinge Turgenev a trasferirsi a Parigi, dove si spegne nel 1883.
Anno di pubblicazione: 1859
Edizione: Garzanti
Traduzione: Fasanelli M. R.
Pagine: 180
Costo: 8,80 €
Consigliato: Sì.

“Che cosa pensarono, che cosa sentirono entrambi? Chi può saperlo? Chi può dirlo? Ci sono dei momenti nella vita, dei sentimenti… che si possono soltanto indicare – per poi passare oltre.”

 

Se il talento di Turgenev si potesse imbottigliare in una sola espressione, direi che quel“passare oltre” è sufficientemente riassuntivo della sua poetica.
I miei personaggi sono troppo infelici e non voglio dilungarmi sui modi della loro infelicità? Passiamo oltre.
La genealogia che sto dando di loro rischia di scombussolare il lettore? Passiamo oltre.
L’intensità emotiva di questo passaggio sta diventando eccessiva, scadiamo nel patetico?Passiamo oltre.
Perché perdersi in tenere smancerie, perché dare un po’ di sostanza a questa love story?Passiamo oltre.
Per il passare oltre, Turgenev ha davvero un talento sopraffino. Un talento che evita al lettore il pericolo della noia, e che al contempo non riesce ad interessarlo alle vicende. Perché, ahimè, a passar oltre non si cattura l’attenzione, non si acquisisce leggerezza, ma si pecca di superficialità. Turgenev è convinto che al cuore della vita umana risieda un mistero e, invece di dipanarlo – lui, uno scrittore, uno che ha tutti gli strumenti – dice « Non ho il diritto di indagare. Passiamo oltre ». E invece di ficcare il dito nella piaga, come ogni scrittore che si rispetti dovrebbe fare, si limita ad attaccarci un cerottino.

“Un nido di nobili” è la storia di Lavreskij, un signorotto russo che dopo tanti anni di vita all’estero fa ritorno nella sua proprietà. Il contatto con la terra, con la casa, con la gente gli fanno riscoprire un’anima autenticamente russa, che sembrava sepolta dagli effluvi di tutti i profumi di Parigi.
A Parigi Lavreskij ha lasciato la moglie, bellissima e sofisticata, da cui si è separato dopo la scoperta del suo tradimento. Eccolo, lo vedete anche voi, questo russo europeizzato ma neanche troppo che torna a casa con la coda tra le gambe, senza tante speranze per l’avvenire, senza ambizioni di felicità. La felicità, tuttavia, arriva inaspettata. Il legame con la terra russa, con i vecchi parenti lo rinsalda, lo rinvigorisce e Lavreskij scopre in sé il coraggio di amare ancora.
A suscitare il suo amore è la devota, giovanissima Liza, il cui cuore viene scalfito per la prima volta. Liza è generosa, incapace di far del male, religiosa nelle parole quanto nei fatti. Il sentimento che nutre per Lavreskij è puro e timoroso. Una buona stella sembra brillare per tutti quando si diffonde la notizia della morte della moglie parigina. Sbarazzatasi del terzo incomodo, Liza si sbarazza pure dei dubbi che la attanagliano e in una scena incantevole, ma più accennata che vissuta, promette a Lavreskij il suo devoto cuore.
Ma amare un uomo così tanto e amare Dio così intensamente è possibile? E, soprattutto, da chi dipende la felicità sulla Terra se non da Dio stesso? È lecito per l’uomo cercare di essere felice? Da chi vengono le punizioni che gli sono inflitte? Turgenev ci svela un mondo beffardo, bastardo, che lascia il lettore con l’amaro in bocca.
Gli spunti metafisici del romanzo si inseriscono in un contesto storico-sociale perfettamente delineato. Lo scontro tra slavofili e occidentalisti, la presa di coscienza della nobiltà russa, il rapporto con la servitù della gleba sono solo alcuni degli elementi con cui Turgenev conferisce spessore alla narrazione.
Ma più di tutto, non prendiamoci al giro, al lettore medio interessano i dettagli, quel dito di Lavreskij che sfiora il tasto del pianoforte, i nastri del cappellino di Liza che si gonfiano al vento, le parole della vecchia Glafira in punto di morte (« Ogni uomo, caro mio, è dato in pasto a se stesso ») e il musicista tedesco, Lemm, figura tanto romantica, triste, poeticissima.
Il limite di Turgenev consiste nel non capire quanto il lettore medio sia interessato a ficcare il naso nelle vicende altrui e quanto invece gli ripugni la reticenza. Il lettore non vuole passare oltre: lui vuole passare attraverso.

Chiara Pagliochini


Guerra e pace | Lev Nikolaevič Tolstoj

Titolo: Guerra e pace
Titolo originale: Война и мир
Autore: Lev Nikolaevič Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”, “Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo “Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Anno di pubblicazione: 1865 – 1869
Edizione: BUR
Traduzione: Leone Pacini Savoj, Maria Bianca Luporini
Pagine: 1468
Costo: 12,90€
-> Consigliato: Assolutamente sì! (ma nei dovuti modi e tempi)

“Si dice: le disgrazie, le sofferenze…” esclamò Pierre. “Ma se adesso, in questo stesso istante, mi domandassero: vorresti esser rimasto quello che eri prima della prigionia, oppure di nuovo, da principio, passare attraverso tutte queste cose… com’è vero Dio, un’altra volta la prigionia e la carne di cavallo! Noi crediamo che, non appena qualcosa ci sbalza fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto: e, invece, soltanto allora incomincia il nuovo, il buono. Fin quando c’è vita, c’è anche felicità.”

Quando consegni due mesi di vita nelle mani di un solo romanzo e tutte le sere è il tuo appuntamento fisso – spegni la tv, accantona il pc, limita le uscite – allora il rapporto che si crea tra te e quell’opera è tutto particolare, una cosa che non riusciresti a spiegare in due parole senza sentirti terribilmente ingiusto. Perché se è vero che quel romanzo l’hai amato e odiato, se è vero che l’hai carezzato e poi hai desiderato scagliarlo sul pavimento e saltarci sopra coi piedi, è anche vero che hai imparato a conoscerlo molto meglio di quanto conosci qualunque altro e, se così si può dire, è anche vero che quel romanzo conosce te. E come, col passare degli anni, si ha sempre di più da raccontare su un vecchio amico e giorno per giorno veniamo sorpresi da qualche inaspettato guizzo della sua personalità, così la mole dei commenti, dei pensieri, delle riflessioni è troppo consistente per ridurla in due parole. Metà delle annotazioni le dimentichiamo strada facendo, alcune ci sovvengono soltanto alla fine, altre le veniamo contraddicendo pagina per pagina e così, cammina cammina, sei arrivato alla fine: la tua conoscenza deborda, si rifiuta di limitarsi a una frasetta. Con questo, l’autore della recensione si viene scusando della chilometricità di quanto segue.

Che cos’è Guerra e pace
Guerra e pace è un romanzo storico ambientato in Russia tra il 1805 e il 1820. Particolare attenzione è rivolta a eventi quali la guerra dei tre imperatori, la battaglia di Austerlitz, l’invasione napoleonica della Russia, la battaglia di Borodino, l’abbandono e l’incendio di Mosca, la precipitosa ritirata dei francesi.
Anche al più lampante idiota salta all’occhio che una descrizione del genere dev’essere completamente inadeguata. Ebbene, proviamo a darne un’altra.
Guerra e pace è un romanzo nel quale gli eventi della Grande Storia si intersecano cogli eventi della piccola storia di due famiglie della nobiltà russa, i Rostov e i Bolkonskij. Mentre la Grande Ruota della Storia avanza su se stessa consumandosi, i Rostov e i Bolkonskij verranno consumando le loro vicende umane, di uomini e donne vitali, disorientati, tutti alla ricerca di un senso che renda giustizia all’esistenza, tutti tesi verso una felicità che vanno ricercando ognuno in una direzione diversa.
Il lampante idiota si arriccia i baffi e dice, embè? Va bene, riproviamo.
Guerra e pace è un romanzo in cui la Grande Storia e la piccola storia si formano alla visione filosofica e metafisica del suo autore. Che cosa sia la storia, come e da chi venga portata avanti, in cosa consista la felicità, il bene, perché c’è il dolore, la morte, esiste o no il libero arbitrio, sono solo poche delle tante questioni che Tolstoj non manca puntualmente di affrontare, consegnando al lettore una filosofia completa e complessiva di enorme portata.
Questa terza definizione piace ancora meno al lampante idiota, che solo alla parola “metafisica” ha fatto una smorfia. Il lampante idiota, nella sua lampante idiozia, ha cominciato a chiedersi dove stia la verità e come in un romanzo possa finirci tutta questa roba insieme. Il lampante idiota ha ragione: la nostra definizione pecca già nell’esordio.
Sì, bisogna essere sinceri col lampante idiota. Ebbene, vi inganniamo. Guerra e pace non è un romanzo. Ahimè, no. Non è un romanzo perché per essere romanzo dovrebbe non essere anche un trattato storico. Non è un romanzo e non è un trattato storico perché per essere romanzo e trattato storico dovrebbe non essere anche un trattato filosofico. Quel che sia Guerra e pace non è facile a dirsi e, se una parola è possibile, allora Guerra e pace dev’essere un universo, un universo staccato dal nostro, con le sue leggi di gravitazione particolari, un universo solido, funzionante, completo, che Tolstoj ci consegna in luogo del nostro. Consegnandoci il suo universo, Tolstoj viene in qualche modo a privarci del nostro. Per due mesi, viviamo altrove, due mesi ospiti della Galassia-Tolstoj.

I personaggi
Come, alla fine di un viaggio, più che i posti che abbiamo visto ricordiamo le persone con cui li abbiamo visti e le disavventure, le risate che li hanno accompagnati, così di Guerra e pace ricorderò i personaggi – le persone – che m’hanno accompagnata nel viaggio più che le tappe del viaggio in sé. E temo d’averlo detto più di una volta, per più di un romanzo, ma mai è giusto e sacrosanto quanto questa volta: che a considerare questi personaggi solo dei personaggi si fa un torto a Tolstoj e a se stessi. Mai quanto in questo caso il personaggio è tanto vero, chiassoso, debordante di vita da non poter più essere figurina di carta. Qualche giorno fa, a lezione, il professore di letteratura russa ha raccontato di un tale internato nei gulag che diceva di essere riuscito a sopportare quella terribile esperienza perché il pensiero gli andava alla famiglia Rostov, all’autenticità di Nataša, Nikolaj, del vecchio conte. E così, se una cosa tanto potente può accadere, se pensare a Nataša può risollevarci da una situazione estrema di prostrazione, lenire la nostra disperazione, allora la giustificazione non possiamo trovarla in una somma di tratti particolarmente convincente.
A volte si è così presi dalle vicende umane di questi esserini di inchiostro e corteccia che si scoppia a piangere da una riga all’altra, senza motivo, perché si è troppo felici o troppo tristi o perché quello che accade a loro accade contemporaneamente a noi, la loro vita è la nostra, anche se tra le due non c’è alcuna somiglianza. A molti potrà sembrare un’esagerazione e confesso che suona un po’ sciocco anche a me che lo scrivo, ma è andata così. Per due mesi ho camminato e mi sono guardata allo specchio e ho pensato a me stessa come se non ci fossi solo io, circondata da un crocchio di fantasmi che mi imponevano i loro pensieri e le loro concezioni di vita. E ho parlato da Pierre, son stata male come Andrej, ho cercato Nataša nel mio riflesso. Ho dimenticato che al di sotto della finzione c’ero ancora io, sono stata leggera.
È impossibile in questa sede dare una definizione o anche solo menzione di tutti i personaggi del romanzo. Per questo motivo ho deciso di sceglierne uno solo, che poi è di nuovo Nataša, e per ogni strada mi sembra di tornare a lei.
Nel film del ’67 la prima apparizione di Nataša avviene così:
Inquadratura in campo medio – il salotto di casa Rostov. La contessa Rostova, il marito e alcuni ospiti tra cui Pierre Bezuchov siedono su poltroncine, prendono il tè, si scambiano pettegolezzi su membri dell’alta società e discutono delle imprese di Napoleone. Al centro dell’inquadratura, una porta chiusa.
Tre raccordi sull’asse – la porta si spalanca e Nataša, tredici anni, un vestito bianco, occhi sgranati e un sorriso quasi innaturalmente teso, entra correndo in salotto. La sua figura è investita da un fascio di luce che proviene dal fuoricampo, oltre la porta, ma che sembra emanare da Nataša stessa e si riversa nel salotto come in un quadro del Caravaggio, La vocazione di San Matteo.
Inquadratura in campo medio – Nataša si stringe alla madre e le sussurra qualcosa nell’orecchio, poi esce sempre correndo dalla stanza. Quando la porta si chiude, cessa il fiotto di luce.
Ora, a parer mio, non c’era modo migliore di introdurre Nataša che questo. Perché Nataša è luce, e questa è la definizione più completa che possiamo dare di lei. Nataša è luce che brilla per se stessa e che al contempo illumina tutti gli altri, facendo dono a ognuno della sua vitalità, della sua luminosità di prospettiva. Grazie a lei, molti altri tornano in vita: il principe Andrej Bolkonskij, il fratello Nikolaj, il conte Bezuchov. Nataša è capace di restituire la forza vitale a chiunque l’abbia perduta, per il solo fatto che la sua forza è così immensa che solo una minima parte le è necessaria. L’altra, può donarla tutta. Ma come il sole non si avvede di illuminare la Terra e non si cura di bruciare il raccolto, di seccare il suolo, di accecare gli occhi, così Nataša, se fa del male, non se ne avvede, non già perché sia cattiva ma perché è centrata su se stessa, non concepisce altri sentimenti che non siano i suoi. Così è Nataša, dilaniata tra impeti di grande generosità e un principio di totale egoismo, il suo egocentrismo essendo spontaneo come quello del sole. Ma allo stesso modo che, con la fine del sole, pure la nostra galassia finirà, senza Nataša la Galassia-Tolstoj collasserebbe, trascinando sul fondo tutti gli altri, impedendo loro di trovare una risposta.

Weltanschauung
Due parole, il minimo indispensabile, vale di spenderle sulla visione del mondo che non solo emerge, ma è continuamente esplicitata dall’autore. Per Tolstoj, l’uomo non può fare a meno di avere coscienza della sua libertà. Egli sente di agire di sua volontà e capisce che, se il suo libero arbitrio fosse annientato, non sarebbe neanche più umano. Ma quando l’uomo è inserito nel corso della storia e, in quanto tale, è trascinato da eventi immensamente più grandi di lui, allora si perviene a una contraddizione insolubile. L’uomo è sì libero, ma nel contempo è schiavo della necessità della storia. Che la storia si svolga in un certo modo e non in un altro appare a Tolstoj la conseguenza di una necessità, di una predeterminazione più alta, che conduce a un certo fine con certi mezzi, e non altrimenti. Non sono l’uomo con le sue azioni né il caso a determinare il corso degli eventi storici, poiché il loro svolgimento è già scritto. L’uomo pensa di guidare la storia, in realtà ne è guidato.
Alla domanda “da chi è ordinato il corso degli eventi?” Tolstoj non offre una risposta netta. Certe volte sembra che sia Dio, “senza il quale neanche un capello cade dal capo degli uomini”, certe volte una necessità che è legge, una necessità che esiste ma di cui non si può capire perché esiste, una sorta di legge di gravitazione universale applicata alla storia.
Il problema fondamentale dell’uomo è che si chiede il perché delle cose. La continua ricerca di un senso lo priva della possibilità di essere felice. Per essere felice, l’uomo non ha che due vie, o smettere di chiedersi “perché?” o rispondere “perché è la volontà di Dio”. Al di fuori di queste due vie, la fede o l’indifferenza, non c’è riposo dall’inquietudine.

The dark side of Tolstoj
Ora, chiunque si accinga a una recensione del genere e voglia nascondere al pubblico quanto Guerra e pace sia al contempo estremamente tedioso e, apparentemente, superfluo in molte sue parti non sarebbe un recensionista onesto. Perché, per il lettore del duemila, Guerra e pace è effettivamente tedioso e superfluo in molte sue parti. L’editor di una qualsiasi casa editrice oggi ne sfronderebbe la maggior parte, per presentarci una vicenda ripulita da tutti i suoi orpelli, dalle descrizioni di avvenimenti bellici estremamente complesse e complicate da visualizzare, da personaggi minori il cui impatto sul lettore risulta solo in un incremento di noia.
Tolstoj è uno scrittore molto diverso dagli scrittori che conosciamo, dagli scrittori di oggi. Innanzitutto, è uno scrittore che non sembra in alcun modo curarsi del suo pubblico. Che il lettore lo segua o no, che si interessi o meno, Tolstoj va per la sua strada, incauto, irriverente, egoista. Elitario, impopolare, anti-democratico, poco rispettoso del giudizio altrui, sono tutte cose che mi sento di dire di Tolstoj senza temere di offenderlo. Perché se, nello scrivere Guerra e pace, Tolstoj immaginava un possibile pubblico di lettori, allora non poteva che visualizzarlo come tanti piccoli, barbuti Tolstoj, tutti ugualmente interessati a ciò che aveva da dire. Ma il lettore medio, no, non è interessato almeno al 60% di quel che Tolstoj dice. Sospira, sbuffa, non vede l’ora di scavallare i capitoli in cui Napoleone ha il raffreddore.
Ma proprio per questo enorme limite di sensibilità e comprensione per il prossimo, Tolstoj si qualifica uno scrittore molto più grande dei suoi colleghi contemporanei. Uno scrittore che scrive quel che vuole scrivere fino in fondo, che non risparmia nulla di quel che vuole dire, che dice quel che vuole dire pur sapendo quanto sarà noioso, che non accetta di prostituirsi ai gusti dei lettori più superficiali, quelli che vanno in cerca solo di belle frasette: ecco, uno scrittore del genere non può definirsi altro che onesto. Tolstoj è questo: l’onestà nella sua forma più cruda, con tutti i limiti (apparenti e non) che l’onestà porta con sé.

E se vi state chiedendo, “ma insomma, questo libro t’è piaciuto così tanto oppure ti sei annoiata così tanto?”, la verità sta certamente da entrambe le parti. M’è piaciuto così tanto nonostante mi sia annoiata così tanto. Sembra una contraddizione insolubile, come quella tra necessità e libero arbitrio, il cui scioglimento sta nell’accettarla come una verità di fede.
Il mio augurio è che possiate, un giorno, prendere in mano questo libro, prenderlo in mano in un periodo libero da impegni, un periodo tranquillo o magari disperato della vostra vita. Il mio augurio è che i suoi difetti superficiali non vi impediscano di vedere quanto sia straordinario nel suo centro, quanto vi possa arricchire non come lettori, ma come persone. Perché Guerra e pace – ormai il lampante idiota ha capito – è questo, non solo un libro, ma una diversaesperienza di vita. 

Chiara Pagliochini


Umiliati e offesi, Fedor Dostoevskij

Titolo: Umiliati e offesi
Autore: Fedor Dostoevskij
Cenni sull’autore:  Fëdor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione letteraria risale al fatidico 1847. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di Dostoevskij. La sua vita è marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859. Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che verrà utilizzato in tutti i romanzi successivi.Dostoevskij muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli Karamazov. (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1862
Edizione: Oscar Mondadori
Tradotto da: O. Felyne, L.Neanova e C.Giardini
Numero di pagine: 388
Costo: la mia copia, del 1978, costava Lire 2.500!  Oggi, comunque il prezzo è di euro 9,50.
-> Consigliato: La risposta non può che essere Sì.
“Umiliati e offesi” era in casa mia da parecchio tempo, grazie alla grande passione della mia mamma che, se avesse potuto, probabilmente avrebbe letto volentieri anche la lista della spesa di Dostoevskij. Un romanzo che mi ha praticamente “chiamata”. Era lì, che mi sussurrava un dolce “Leggimi, ti prego!”. E così l’ho letto.
Parlandone con mia madre, e documentandomi un po’ in giro, ho acquisito questa preziosa informazione. “Umiliati e offesi” è, probabilmente, il romanzo più sottovalutato della produzione dello scrittore russo. Gli appassionati infatti, tendono a sottolineare come questo romanzo sia sì bello, ma nemmeno lontanamente accostabile né a ” I demoni”, né a ” I fratelli Karamàzov”, né a tutti gli altri più conosciuti.
Questo dato mi ha incuriosita parecchio, e la mia domanda ricorrente, mentre leggevo era sempre e solo questa: ” Perchè?”.
A lettura conclusa, credo di poter esprimere la mia visione delle cose. ” Umiliati e offesi” non è un romanzo con una grandissima trama alle spalle. Le pagine non son molte, quindi teoricamente, una persona che legge di buona lena dovrebbe terminarlo piuttosto velocemente. E invece non è così. La trama, ripeto, è sicuramente la cosa meno interessante del romanzo, il che penalizza non poco il giudizio finale di un lettore.
Il tutto può esser racchiuso in poche, semplici righe: una giovane donna, Natascia si innamora di un giovane, Alioscia, e con lui decide di lasciare la casa natale, andando a vivere con il suo grande amore. Ma perchè Natascia è costretta a questo terribile e disdicevole passo? Perchè il padre di Alioscia, il principe Valkovskij è assolutamente contrario al loro matrimonio. Ed è contrario anche il padre di Natascia, Nikolàj Ichmenev. Sono contrari perchè, in passato, hanno litigato, a tal punto che ognuno dei due vuol vedere l’altro distrutto. L’io narrante è Vanja, giovane cresciuto presso i genitori della stessa Natascia, che è anche innamorato della giovane. Vanja incontrerà anche una bambina, nel corso del romanzo, alla quale si legherà molto.
La trama è effettivamente semplice. Il problema principale, ovvero la rivalità fra i due genitori, è abbastanza banale. La forza di questo straordinario romanzo però, sta nell’incredibile capacità dello scrittore di delineare caratterialmente i personaggi talmente bene che sembra di conoscerli realmente. Ogni uomo, donna, bambino è indagato alla perfezione, i pensieri, le paure, i reali timori di quella persona li avvertiamo come se fossero vivi, come se fossero reali. E’ capitato, più di una volta, di sentirmi scrutata anch’io da quello sguardo cartaceo del libro, oggetto fisico solo per un momento, come se Dostoevskji fosse lì a guardarmi, per comprendere anche i miei sentimenti, i miei timori, le mie aspettative.
E’ uno degli aspetti che ho preferito di questa lettura. La capacità di scrutare il tuo essere,  attraverso i sentimenti altrui.
Se c’è poi una cosa che mi ha veramente colpita di tutta la trama, è la figura di Natascia. Determinata, perchè decide di andarsene di casa per vivere con il suo amore. Coraggiosa, perchè sa che il suo gesto le procurerà un danno d’immagine in società che mai potrà essere riparato. Fragile, spaventata, ossessionata da febbri, incubi, deliri per i rimorsi che le sorgono. Disperata, perchè ha accanto un uomo la cui forza di volontà e di decisione è pressocchè nulla. Un burattino nelle mani del padre, ecco cos’è il suo uomo. Decisa a non lasciarsi sopraffare dagli eventi che le si scatenano accanto, pungente e tagliente contro il nemico. Una donna moderna, una figura eccezionale, un ritratto vivissimo di una stupenda, stupenda giovane.
Per questo, e per tutto il resto, non posso far altro che ringraziarti, caro Fedor.

Chiara Coppola

Sempre riguardo Fedor Dostoevskij potete leggere la recensione di:
-> Delitto e Castigo


Le anime morte, Nikolaj Gogol’

Titolo: Le Anime Morte
Autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Cenni sull’autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (20 marzo 1809 – Mosca, 21 febbraio 1852) è stato uno scrittore e drammaturgo russo, ucraino di nascita. Gogol’ è considerato uno dei grandi della letteratura russa. Già maestro del Realismo, si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Tra le opere più significative si ricordano i racconti Taras Bul’ba (1834) e Arabeschi (1835), la commedia L’ispettore Generale (1836), la raccolta I Racconti di Pietroburgo (1842) e il romanzo Le anime morte (1842).
Anno di pubblicazione: 1842
Edizione: Oscar Mondadori Classici
Tradotto da: Giacinta De Dominicis Jorio
Numero pagine: 526
Costo: 8,50€
-> Consigliato: Agli amanti della letteratura russa.

Continua il mio viaggio alla scoperta della letteratura russa, sono arrivata a Gogol’ passando da Dostoevskij, ed è proprio il caso di dire meglio tardi che mai.
“Le Anime Morte” staziona nella mia libreria dal 2006 quando, mi decisi a comprarlo dietro ispirazione di un personaggio televisivo della serie ‘Gilmore Girls’.
Durante la lettura di “Delitto e Castigo” più di una volta si è fatto riferimento a Gogol’, cosi che non ho potuto far altro che pensare fosse un segno, un indizio, per la mia prossima lettura.

E’ stato più forte di me confrontare i due stili di scrittura e trovare delle grandi affinità che mi hanno fatto sorridere –come quando ritrovi un vecchio amico- ma anche delle difformità importanti: Dostoevskij raffigura l’umanità in maniera cupa e fortemente introspettiva, non possiamo far altro che sentirci addosso quell’aria afosa e soffocante di Pietroburgo, tanto che quando chiudi le pagine ti riesce difficile, per un po’, riemergere da quell’atmosfera angosciante.
Gogol è una sagoma! Il suo stile arguto e caustico posso rintracciarlo solo nei personaggi e nelle storie di Jane Austen, è furbo e pungente e si diverte ad indicarci da un angolino da che parte guardare, e poi se la ride alle nostre spalle come un matto mentre cerchiamo di capire se quello che ci ha mostrato è una buffonata o è la realtà; non gli piace mostrarci la profondità e la sfaccettatura della mente umana, no, lui ci descrive i fatti, e dobbiamo essere noi a capire lo scopo di quello che accade, quali sono le intenzioni dei personaggi, quali sono i buoni, e quali i cattivi.
Dostoevskij invece ci alleggerisce il compito, mettendoci di fronte ai fatti già compiuti, a riflessioni già fatte, a posizioni già prese.

Gogol’rischia di più lasciando al lettore il libero arbitrio .
La sua intraprendenza però, gli costa cara, l’uscita infatti de “Le anime morte” è seguita da moltissime critiche e polemiche; è proprio il suo grande amico Puskin a spiegargli dove ha sbagliato: “nessuno scrittore, prima di lui ha saputo rappresentare con tanta chiarezza la volgarità della vita e dell’uomo banale, nessuno ha descritto con maggior nitidezza tutte quelle piccolezze che sfuggono allo sguardo dei più. Ha spaventato la Russia perché ha mostrato una volgarità senza salvezza e senza tregua.”
Lui si difende dicendo che non ha descritto i difetti della Russia, ma i propri: ogni personaggio raffigura una bruttura del proprio carattere, li trasferisce nel romanzo e quasi per miracolo riesce a liberarsene.
Forse una giustificazione fantasiosa, forse è la verità, ma quello che è certo è che Gogol’ ha scritto un’opera di rottura nella letteratura russa che fino a quel momento sembrava non accorgersi della realtà dei fatti.
La sua intenzione era quella di scrivere un grande poema seguendo il modello dantesco, diviso in tre libri, partendo cioè dagli aspetti negativi del popolo russo per arrivare alla salvezza interiore di questi ultimi, una vera e propria evoluzione dall’Inferno fino al Paradiso.
Purtroppo “Le Anime Morte” non era destinato ad avere vita facile.
Dopo l’uscita del primo volume, Gogol’ rimane impressionato dai giudizi negativi ricevuti, si ammala di esaurimento nervoso ed impiega cinque anni a scrivere il secondo volume che poi brucerà integralmente a causa di una crisi religiosa.
Prova a riscriverlo da capo ma non arriverà mai alla fine,il terzo libro non verrà mai alla luce.

Seppur incompleto, “Le Anime Morte” è un’opera superba e d’indubbio valore.
Il protagonista è caratterizzato da tratti cosi ambigui e destabilizzanti che faticherete a collocarlo all’interno dei vari generi. Il suo obiettivo è quello di crearsi, sulla carta, un buon numero di servitori in modo da farsi assegnare delle terre , così come prevedeva la legge dell’epoca, e quindi arricchirsi. Per arrivare a questo ha intenzione di acquistare, per pochi rubli, le anime morte, ossia i servi della gleba morti tra un censimento e l’altro e per i quali i proprietari dovevano continuare a pagare la tassa governativa fino al censimento successivo.
Le anime morte però, sono anche le anime perse, vendute e corrotte che Gogol’ descrive pagina dopo pagina.
La lingua è di un’incredibile forza e originalità, le parole assumono una quantità di significati intrecciati che contribuiscono a rendere estremamente densa la lettura dell’opera.
Vi esorto a compiere questa lettura perché più che soffermarci sulla trama –che purtroppo è incompleta- credo sia importante indugiare sulle riflessioni che ne scaturiscono.
Che poi, pensandoci bene, è il vero scopo della lettura.

“Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol.”. F.Dostoevskij

Michela Bocchicchio 


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