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Mentre morivo | William Faulkner

Titolo: Mentre morivo
Titolo originale: As I lay dying
Autore:  William Faulkner
Cenni sull’autore: William Cuthbert Faulkner, nato Falkner, è stato uno scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo statunitense, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, autore di opere spesso provocatorie e complesse. Le opere di William Faulkner sono caratterizzate da una scrittura densa di pathos e di grande spessore psicologico, da periodi lunghi e sinuosi e da una cura meticolosa nella scelta dello stile e del linguaggio. Nella pratica stilistica, fu considerato il rivale di Ernest Hemingway, che gli si oppone con il suo stile conciso e minimalista. È stato ritenuto forse l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni trenta: Faulkner si allaccia alla tradizione sperimentale di scrittori europei quali James Joyce, Virginia Woolf, e Marcel Proust, ed è noto per l’uso di strumenti espressivi innovativi: il flusso di coscienza, narrazioni elaborate da punti di vista multipli e salti temporali nella cronologia del racconto.
Traduzione: Mario Materassi
Anno di pubblicazione: 1930
Edizione:  Adelphi
Pagine: 231
Costo: € 10
-> Consigliato: Assolutamente sì!

Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo.

Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, in sole sei settimane, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”.Okay, a questo punto o sei gesùcristorisorto o sei un buffone. Perché un romanzo costruito com’è costruito questo si scrive in sei settimane solo se hai dei superpoteri di qualche tipo. Ora, wikipedia alla mano, proverò ad analizzarlo e a metterci dentro anche le mie impressioni. Che sono molto, molto positive.Partiamo dall’intreccio. È semplicissimo. Siamo nel sud degli Stati Uniti, anno imprecisato, una famiglia di campagna. La madre muore, e il suo desiderio era di essere sepolta lontano dai suoi cari che in vita aveva odiato. Il marito, i figli e la figlia iniziano così un viaggio che dovrà portarli alla cittadina di Jefferson, dove seppellirla.
Il romanzo si apre in medias res, con Chash, uno dei figli, che sta costruendo la bara sotto gli occhi della madre morente.Un intreccio semplice ma architettato splendidamente. Il libro è scritto in flusso di coscienza, i capitoli si alternano con le voci dei familiari che raccontano il modo in cui vedono l’evento della morte della madre/moglie. Già dal titolo – che fa riferimento a un verso dell’Odissea – siamo introdotti nel viaggio funebre del carro e della famiglia, dei suoi segreti raccontati attraverso simboli o accenni a volte poco chiari e complessi da decifrare. Emblematico il capitolo di Vardaman, il figlio più piccolo, che recita solamente la frase “mia madre è un pesce”, perché nato dal mero gesto meccanico della riproduzione. Più avanti si trova invece la frase secondo quale, la madre di Jewel (terzo figlio, nato dall’adulterio) è un cavallo, poiché nato da una passione focosa. In questo gioco di simboli, Darl, il secondo figlio, non ha madre poiché non è mai stato amato da sua madre, in quanto arrivato senza essere desiderato.
Dice il signor Tull (il vicino di casa insieme alla moglie Cora) riguardo a Darl:“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Il tono in cui tutto è raccontato è tragico, drammatico, ma è capace anche di raggiungere vette di comicità e di grottesco incredibili, soprattutto perché non è affatto semplice capire al volo il significato che Faulkner ha messo dietro le quinte. La lucudità è poca. Lo stile è ostico, ma dopo una ventina di pagine ci si fa l’abitudine. La cosa sbagliata da fare è fermarsi per rileggere. Bisogna andare avanti, perché dopo tutto va al suo posto. Con un po’ di pazienza, si arriva a ciò che l’autore vuole dire.

Darl, il figlio non amato, conosce anche i segreti del fratello Jewel e della sorella Dewey Dell. Sopravvissuto alla grande guerra, nei suoi occhi si scorgono le scintille della pazzia. Il fratello Cash ne farà una riflessione che colpisce come un pugno per la sua franchezza: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”.

Ogni personaggio è pitturato come una figura tragica con il suo passato tragico. Il padre ingobbito e senza denti, testardo e coccciuto, anche nel suo amore verso la moglie morta che non ricambiava allo stesso modo. E proprio Addie, la moglie, la madre, che ha dato altri due figli al marito per cancellare Jewel, l’adulterio. Cash, il figlio falegname, la gamba rotta e la meccanica gestualità che gli fa costruire la bara di fronte alla madre morente. Darl, il figlio soldato non amato, pazzo e muto sui segreti del fratello e della sorella. Jewel, che durante le giornate di un’estate sembra stanchissimo perché di notte se ne va di casa a lavorare il campo di un altro uomo per guadagnare dei soldi e comprasi un cavallo selvaggio. Sempre Jewel, nato dall’amore della madre per un altro uomo, l’unico figlio che le madre abbia veramente amato, anche se lui l’amava e l’odiava insieme. Dewey Dell che tiene nascosta la sua gravidanza. Vardaman, il più piccolo, il bambino innocente che assiste allo squartamento di sua madre – il pesce che ha appena pescato – per essere cucinata. Il bambino che vede tutto l’orrore del rito di sepoltura (la decomposizione della madre, gli avvoltoi, il rogo appiccato dal fratello pazzo, la prostituzione della sorella) e che per Natale sogna un trenino rosso visto un giorno dietro una vetrina (“Mi faceva male al cuore come il treno”). La coralità del libro è, nell’insieme, devastante. Ai personaggi della famiglia si aggiungono gli interventi di chi le sta vicino durante il suo pellegrinaggio, come il dottore Peabody.

Un solo capitolo è dedicato a Addie, la moglie/madre morente, che sembra quasi parlare post mortem. “Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura”. In lei e nel suo odio per le parole, prima fra tutte la parola “Amore” che il marito utilizza per descrivere l’atto sessuale, troviamo tutto l’odio di un essere umano per i suoi cari, a partire dal marito e per finire con Darl, il figlio mai voluto. Darl che la vedeva così: “Quella sera trovai la mamma seduta accanto al letto dove lui dormiva, nel buio. Piangeva con violenza, forse perché doveva piangere così, in silenzio; forse perché per lei le lacrime erano come l’inganno, odiandosi perché lo faceva, odiando lui perché era costretta a farlo. E allora capii che avevo capito. Lo capii chiaro e tondo, quel giorno, come quel giorno capii di Dewey Dell”.

Ci sono sconcerto e incredulità nelle persone che la famiglia incontra durante il suo viaggio. Non riescono a credere che stiano facendo tutta quella strada per seppelire una persona. In una scena verso la fine, mentre il carro è fermo in un paesino, c’è tutta la triste realtà del gesto che il padre di famiglia e i suoi figli stanno compiendo. Le donne passano a distanza dal carro con un fazzoletto sul naso, una guardia si ferma e dice a Anse (il padre) di sloggiare. Capitoli prima, un uomo aveva pensato questo: “«Ora che è morta, sarà superiore a certe stupidaggini» dico io. Perché io ai morti porto lo stesso rispetto che gli portano tutti, ma i morti vanno rispettati, e una donna che è morta da quattro giorni il modo migliore di portarle rispetto è di metterla sottoterra il prima possibile. Ma loro, niente”.

Se l’intreccio è semplice, il meccanismo dell’intreccio stesso è più complicato di quanto si possa immaginare. In sole duecentotrentuno pagine si mischiano molte voci e i loro tormenti. Dalla voce più innocente (Vardaman, “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”), a quella più tragica e presente (Darl, che domina su tutti con ben 19 capitoli su 59), passando per l’essere donna troppo presto di Dewey Dell (“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”). [Tra l’altro nella frase appena riportata è descritta la gravidanza in maniera sublime facendo uso di pochissime parole].

Bisogna chiudere gli occhi per trovare – in sintonia fra di loro – l’assurdo, il comico, il simbolico, l’inconcluso e il grottesco che permeano tutta la tragedia. Ma una volta chiusi gli occhi il risultato è meraviglioso.

“Ci vogliono due persone per farti, e una per morire.
È così che il mondo finirà.”

Marco TamborrinoE’ disponibile anche una video recensione su YouTube che potete apprezzare cliccando QUI


Le vergini suicide | Jeffrey Eugenides

Titolo: Le vergini suicide
Titolo originale: The Virgin Suicides
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore: Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Traduttrice: Cristina Stella
Anno di pubblicazione: 1993
Pagine: 213
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 9.50 €
-> Consigliato: Sì.

“La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”

 

 

Con questo incipit spiazzante, simile più a un finale di partita che non a un’ouverture, Eugenides ci dice già tutto: chi, come, dove, quando. Niente effetto sorpresa, niente suspence. Sappiamo tutto ciò che ci serve già dalla prima riga. Tutto tranne il perché. Perché le sorelle Lisbon si sono uccise, una dopo l’altra come anelli spezzati di una catena? Questo è l’unico interrogativo a cui l’autore non risponda sin dal principio, e l’unico motore dell’intera vicenda.

Superato l’incipit, dunque, ci lasciamo condurre in un lungo flashback che dovrebbe svelare i retroscena del dramma di cui conosciamo le linee generali e le protagoniste, mossi dalla volontà di andare più a fondo, di capire qualcosa delle vittime e di cosa abbia potuto spingerle al gesto estremo. Leggere per capire.

Ma quello che ci troviamo davanti è ancora una volta un’anomalia: il narratore –  o forse dovrei dire i narratori, perché sì, di voce collettiva si tratta. Il paragone che mi è venuto, come a molti altri, leggendo, è stato quello del coro delle tragedie greche. Il coro guarda, commenta, a volte interagisce marginalmente, non possiede la chiave di volta dell’azione, e lo stesso accade qui (Eugenides ha smentito quest’ipotesi, ma la sua risposta non mi convince del tutto). Chi racconta è appunto un “coro” di voci maschili, tra cui spiccano alcuni nomi non fondamentali, per lo più personaggi di second’ordine destinati a brevi e non impressionanti apparizioni.

Una tecnica narrativa insolita ed efficace, perché se da un lato vediamo alcuni di questi giovani interagire (seppur marginalmente) con le cinque sorelle, dall’altro c’è sempre chi resta escluso da questo contatto – chi, come noi, rimane spettatore, a guardare dalla casa di fronte a quella dei Lisbon, a spiare ogni movimento e a prenderne nota.

Narratori, però, piuttosto insoddisfacenti, perché, proprio a causa della loro esclusione dalla vita delle ragazze, non sono in grado di darci nessuna risposta che non sia una congettura. Perché assumersi l’onere di raccontare la storia delle sorelle Lisbon, allora? Essi sono mossi da un amore-ossessione che si sviluppa, dapprima come semplice curiosità, immediatamente dopo il primo suicidio (“Nei primi giorni che seguirono al funerale, il nostro interesse per le sorelle Lisbon non fece che aumentare“). È in questo momento che le ragazze iniziano ad esistere, prendono consistenza. Cosa fanno? Cosa amano? Sono felici?

L’indagine diverrà sempre più morbosa, al punto che i loro oggetti, le fotografie, persino delle cose raccolte dall’immondizia, vengono accuratamente conservati, imbustati, numerati come veri e propri reperti scientifici. Il racconto (ho dimenticato di dire che si tratta di un lungo flashback, poiché i giovani sono ora uomini fatti e maturi) è poi arricchito anche da testimonianze di persone con cui questi improvvisati “custodi” della vita e della morte delle Lisbon parlarono a seguito dei loro suicidi. Dunque narrare per capire, ripercorrere ogni tappa di quei fatidici tredici mesi per trovare un dettaglio che darà senso al disegno, verificherà l’equazione che da cinque variabili è diventata uno zero.

Nella rievocazione che le vede protagoniste, le cinque sorelle suicide – Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese – rimangono in pratica per tutto il romanzo un’unica figura mitica e irraggiungibile, collettiva quanto quella dei narratori. L’identificazione è facilitata dalla loro somiglianza esteriore e dalla distanza ideale e fisica da cui le si guarda, che annulla le differenze: esse sono viste come cinque angeli dai capelli biondi e dagli occhi chiari, come creature bellissime vestite in modo simile, accomunate dallo stessa vita  opprimente (e poi, come a ribadirlo, dalla stessa volontà di uscire da essa) che non permette loro di svilupparsi.

 

 

Se all’inizio la famiglia e la loro casa sembrano perfette, il suicidio della prima figlia, Cecilia, incrina lo specchio. L’odore di marcio inizia a levarsi dalla casa in cui le altre quattro restano rinchiuse per ordine di una madre-domina che si ostina a tarpare loro le ali nel nome del loro “bene”, a conservare le apparenze ad ogni costo. Ma l’infezione si diffonderà, e sarà contagiosa.

La casa-prigione diventa per i nostri narratori un antro in cui cercare di introdursi, e di essa vediamo il lento declino, sfacelo esterno e interno, quasi che su di essa gravasse davvero una maledizione – dopo il coro greco, qui mi viene in mente il paragone con la peste di Tebe, flagello che ha una causa celata all’interno della città stessa – di cui faranno le spese le protagoniste.

«Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere» dice a un certo punto Therèse.

Un desiderio semplicissimo e irrealizzabile, per un motivo o per l’altro – la continua attenzione mediatica, la madre, i ragazzi stessi – e così, non avendo mai un attimo di pace alla luce del giorno, alle sorelle rimaste non resta che una scelta: darsi, con la morte, l’estrema libertà.

Tutto è ben architettato, in un “patto suicida” che non vuole pietà: Invitati dentro casa loro alcuni ragazzi, cosicché essi siano allo stesso tempo troppo esaltati e troppo impegnati a guardare in giro per accorgersi di quello che sta succedendo davvero, esse si uccidono una dopo l’altra, in silenzio, lontano da altari sacrificali troppo vistosi. Non lasciano nessun biglietto, nessuna spiegazione alla domanda che ci ha assillati fin dall’inizio: perché.

Ai narratori non resta che contemplare il loro fallimento: “Alla fine avevamo le tessere del puzzle, ma comunque le disponessimo, c’erano sempre spazi mancanti, vuoti di una forma bizzarra delineati da ciò che li circondava, come paesi di cui non conoscevamo il nome.”

Quello che Eugenides mette in scena qui è sì la tragedia delle cinque sorelle Lisbon, da sempre impietosamente osservate e mai comprese (“Avvertivamo il senso di reclusione che comporta l’essere ragazze, con la testa che ribolle di idee e di sogni, per poi imparare le combinazioni di colori più adatte. Ci si rese conto della fraternità che ci univa; esistevamo tutti nello spazio come animali con la stessa pelle, e loro ci conoscevano benissimo, benché ai nostri occhi rappresentassero un mondo inesploratoE infine comprendemmo che le ragazze erano proprio donne camuffate, che capivano l’amore e anche la morte[…]”), ma anche il funerale indiretto della middle-class in cui esse si sono mosse nella loro breve esistenza, fatta di giardini ben curati e di irrigatori automatici sempre in funzione, di schemi, convinzioni, apparenza e soprattutto di tanta incomunicabilità – un’amara eredità, questa, che l’autore sembra cogliere direttamente dalle mani di Richard Yates.

Chiara Sandretto

 


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