Archivi tag: Letteratura tedesca

Il cielo diviso | Christa Wolf

Titolo: Il cielo diviso
Titolo originale: Der geteilte Himmel
Autore: Christa Wolf
Notizie sull’autore: Christa Wolf era nata come Christa Ihlenfeld a Landsberg an der Warthe, il 18 marzo del 1929. Aderì con entusiasmo alla fondazione della DDR e il suo lavoro presso una fabbrica di vagoni ferroviari ispirò il suo primo libro, «Il cielo diviso» (1963). Ma i libri che le diedero successo furono «Cassandra» del 1983 e «Medea. Voci» del 1996. Dal 1993 emersero i rapporti intrattenuti con la Stasi tra il 1959 e il 1962, in seguito assai ridimensionati. Nel 2002 è apparso il libro diaristico «Un giorno all’anno. 1960-2000». L’ultimo libro, «Con uno sguardo diverso» (2005), raccoglie otto racconti che spaziano dalla sperimentazione letteraria alla fine della sua vita coniugale. (Fonte)
Anno pubblicazione: 1963
Edizione: e/o
Prezzo: 10 euro
Traduzione: Maria Teresa Mandalari
-> Consigliato: sì, ma solo se potete dedicare a questo libro molto più tempo di quanto ne richieda la semplice lettura

-Che fai?- chiese lui.
-Noi siamo il faro. Là fuori, sul mare, c’è la nostra barchetta. Fa
segnali di soccorso. Noi rispondiamo ai segnali.
-Raggiungerà il porto?- chiese lui.
-Senz’altro,- disse Rita
-E troverà ancora gente nella città sprofondata?
-Sì,- disse lei. -La città non era sprofondata. La barca era andata
troppo alla deriva.
-Sicché, chiunque è in pericolo vede il nostro faro?
-Sì,- disse Rita. –Chiunque lo vede, se vuole.
-E nessuno sprofonderà più solitario?
-No,- disse lei.- Nessuno.

Germania Est, 1959. Rita conosce Manfred, se ne innamora, va a vivere con lui in città, dove frequenta l’Istituto Magistrale e nel frattempo lavora in fabbrica, dove si avvicina al mondo operaio. Manfred decide però di lasciare l’est per trovare condizioni migliori e per Rita questo evento segnerà un crollo, che la porterà a tentare il suicidio, ma infine a guarire. In sintesi, questa è la trama del “Cielo diviso”. Ben poca cosa rispetto a ciò che questo libro realmente è.
Ho iniziato a leggerlo quasi un mese fa. Ora, io non sono una lettrice estremamente rapida, ma non mi era mai capitato di impiegare così tanto tempo per leggere un libricino di circa 200 pagine. Ieri sera, arrivata finalmente all’ultima parola, ho riflettuto e cercato di
capire il perché. E mi sono resa conto di aver letto e riletto almeno un paio di volte ogni singola frase. A volte perché vi trovavo delle verità che mai nessuno scrittore si era premurato di rivelarmi, altre volte perché mi sembrava di non aver capito ciò che stava succedendo, altre ancora solo perché mi rendevo conto di avere tra le mani qualcosa di straordinario che meritava di essere scrutato a fondo. E mentre i giorni passavano, Rita e Manfred, questi due amanti così reali e normali (tanto da credere, come tutti gli amanti, che il loro amore fosse qualcosa di unico e insuperabile) mi diventavano sempre più familiari, come se nella loro piccola mansarda fossi vissuta anch’io per un po’ di tempo. Familiari, eppure sempre un po’ sfuggenti, come se non mi fosse dato di sapere proprio tutto.
Questo romanzo è così: nulla è davvero detto, tutto sfiorato, nel momento in cui si crede di avere tutta la vicenda sotto controllo,
ecco che arriva qualcosa a squarciare le certezze fino a quel momento acquisite. La narrazione inizia in sostanza dalla fine. E’ l’agosto
del 1961, Rita si trova in ospedale, illesa ma fortemente traumatizzata. Tentativo di suicido? Non ne abbiamo la certezza.
Sappiamo comunque che la causa di questo trauma è un cuore ferito. E lentamente, tra narrazioni al presente e flashback al passato in cui la prima e la terza persona si alternano molto liberamente (ma alla fine capiamo che è Rita a tenere le fila della narrazione), veniamo a conoscenza di come Rita e Manfred si sono conosciuti e si sono amati, ma anche di come la Storia si è infiltrata tra di loro creando un muro,che poi si concretizzerà il 13 agosto del 1961 nel muro vero e proprio che divise per anni la Germania e il mondo.
Non è possibile scindere questa storia dalla Storia (con la S maiuscola) che vi fa da sfondo. La Germania della fine degli anni ’50 è un paese alle prese con i fantasmi del passato e le ombre del presente, un paese in cui ciascuno ha qualcosa di cui vergognarsi o qualcosa da temere, un paese in cui il sospetto e il timore la fanno da padroni, dove le simpatie di qualcuno in alto decidono la carriera
e la vita delle persone. Rita, ragazza di campagna, ingenua ed innocente, si trova catapultata in un mondo in cui deve imparare a
sopravvivere, distinguendo tra amici e nemici, tra persone di cui fidarsi e persone da cui guardarsi. A farle da guida c’è Manfred, che
la ama, ma non riesce a dimostrarlo mai fino in fondo. Manfred, che si copre di un manto di indifferenza per non dimostrare tutto l’odio che prova verso quel mondo. Manfred, che capisce perfettamente che solo l’innocenza di Rita potrebbe salvarlo, ma che non riesce a fare a meno di andarsene per trovare una realizzazione che l’est non gli potrà mai offrire. E dietro a tutto questo, i litigi, le beghe, le problematiche e le ipocrisie di una fabbrica di treni, dove Rita lavora e si scontra con le più disparate visioni del mondo.
Non c’è in questo romanzo, come ci si potrebbe aspettare, un’aperta critica al socialismo. Christa Wolf non è una dissidente, il suo
rifiuto si muove contemporaneamente verso chi accetta in modo acritico sia il capitalismo sia il socialismo, e soprattutto verso chi non fa nulla per modificare dall’interno il mondo socialista, ma preferisce la via più breve, quella di fuggire.
Rita diviene così il modello di colei che sceglie di non partire, ma di guardare con fiduciosa speranza a ciò che l’est può offrire e di
provare con semplicità a cambiare le cose, cominciando a lavorare sul proprio cuore.
Se ci riesca, non lo sappiamo. Ognuno di noi, oggi, dovrebbe avere gli strumenti per dare il proprio giudizio.

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Christa Wolf potete leggere la recensione di:
-> Medea. Voci


Opinioni di un clown | Heinrich Böll

Titolo: Opinioni di un clown
Titolo originale: Ansichten eines Clowns
Autore: Heinrich Böll
Notizie sull’autore: Böll era l’ottavo figlio di un falegname di Colonia. Cresciuto in ambiente cattolico, pacifista e progressista, Böll si oppose al partito nazista e negli anni trenta rifiutò l’iscrizione nella Gioventù hitleriana. […] Nel 1949 fu pubblicato il primo romanzo, Der Zug war pünktlich (Il treno era in orario). Böll frequentò il Gruppo 47 insieme a Günter Grass, Ingeborg Bachmann e altri. Nel 1951 ricevette un premio per il racconto satirico Die schwarzen Schafe (La pecora nera). Seguirono molti romanzi e racconti. Sono per lo più ambientati nella Germania post-bellica e raccontano di emarginati in una società che cerca di rimuovere velocemente il passato. La sua opera è stata definita Trümmerliteratur (“letteratura delle macerie”), con implicito riferimento alle rovine causate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, che gradualmente diminuirono nei due decenni del dopoguerra e la ricostruzione. Böll fu un esponente di spicco degli scrittori tedeschi che cercarono di confrontarsi con la memoria della guerra, il nazismo e l’Olocausto, e i relativi sensi di colpa. [continua a leggere]
Anno pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Prezzo: 9 euro.
Traduzione: Amina Pandolfi
-> Consigliato: Sì.

 

In una Germania postbellica le ombre dei decenni appena passati si allungano tanto sulle nuove quanto sulle vecchie generazioni, che sentono pesare sulle proprie spalle anni e anni di responsabilità e di misfatti. Ognuno cerca di distogliere gli occhi dai propri rimorsi, di coprirne il chiasso con le chiacchiere dei circoli borghesi e il loro vuoto buonsenso o, ancor peggio, il loro moralismo e apparente conservatorismo religioso. Ma perché mi dilungo? Costoro non sono i protagonisti, non hanno voce in capitolo nel libro, tant’è che conosciamo giusto qualche nome a titolo informativo, qualche tratto evanescente. La loro parte, se c’è, è quella dei bersagli, perché appunto Opinioni di un clown si intitola questo romanzo di Heinrich Boll.

Il nostro antieroe, o forse meglio sarebbe dire eroe anti, è un clown di nome Hans Schnier, afflitto in egual misura da mal di testa e malinconia (entrambi mali duri a morire), con la curiosa dote di saper riconoscere gli odori attraverso il filo del telefono – dettaglio non trascurabile, perché gli altri personaggi del libro, quei borghesi dabbene di cui sopra contro cui lui si scaglia, saranno qualificati in gran parte dagli odori che Hans associa loro, ad esempio: “Immediatamente mi colpì in viso una zaffata d’alito che sapeva di birra”.   Un modo efficace per descrivere alludendo solamente.

Hans è il figlio di una ricca famiglia protestante, ma è stato cresciuto nel segno del cattolicesimo, educazione da cui ha ottenuto solo di diffidare di entrambe le religioni. In un dialogo che è una dichiarazione di modus vivendi, dichiara infatti: “I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali […]. I protestanti mi fanno star male per quel loro pasticciare intorno alla coscienza […] e gli atei mi annoiano perché parlano sempre di Dio. […] Io sono un clown”.

Sin dalla prima pagina lo vediamo intrappolato in una vita scandita da punti di partenza e punti di arrivo, fatta di monete per il taxi, chiavi nelle toppe, giornali comprati in edicola – una “scioltezza perfettamente studiata”. Il romanzo però, come spesso accade, inizia laddove questo automatismo si inceppa.

Siamo di fronte a una crisi: lavorativa, poiché la sua carriera ha subito una battuta d’arresto a causa di un infortunio, e amorosa, perché Maria, la sua donna, cattolica praticante, ha preferito diventare «una first lady del cattolicesimo tedesco».

Il romanzo si muove su due piani contrapposti: da un lato il tentativo disperato di Hans di riavere Maria, che si mette in atto sostanzialmente tramite una serie di telefonate dirette a tutti quegli odiati membri della Bonn dabbene, contro cui – stabilito che non vogliono aiutarlo – Hans si scaglia senza mezzi termini, mettendoli davanti alla loro ipocrisia. Dall’altro apprendiamo la vicenda di Hans e Maria grazie a un grande flashback, a partire dalla loro conoscenza fino alla separazione.

Più che di azione, si tratta quindi di aggiustare i conti con la propria coscienza, di dire tutto ciò che si è taciuto perché mantenuti dall’odiata società. Hans non teme di dare giudizi: “Io penso che i vivi sono morti e i morti sono vivi, ma non come lo intendono i cristiani e i cattolici”. E ancora: “Erano così commossi da tutta quell’aria di pentimento e da quelle altisonanti dichiarazioni di democrazia che ogni incontro finiva sempre con grandi abbracci e proteste di fratellanza. Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. È molto facile, un gioco da bambini, pentirsi di grave colpe: errori politici, adulterio, assassinio, antisemitismo. Ma chi perdona un particolare, chi comprende i dettagli?”.

Per una volta non è la società a guardare l’outsider, ma l’outsider a guardare con occhio chirurgico la società, a penetrare sotto la sua pesante maschera e a vederla per come essa è: grottesca, alla deriva, aggrappata a falsi miti, falsa lei stessa. Il cerone che il clown si applica sul volto è quello più appariscente, perché illuminato dai riflettori del palcoscenico, ma non è l’unico.

Chi può essere a cantare l’umanità quando i suoi abitanti sono diventati dei pagliacci? Un clown, che qui fa il pagliaccio ma non lo è. Com’era quella frase? Ah sì: “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni”.

Arrivati alla fine del libro, dopo che Hans ha esternato tutto il proprio risentimento, il punto di non ritorno è stato oltrepassato. Tutte le menti capaci di vedere la verità sono messe al bando dalla propria epoca, additate a capro espiatorio, Hans lo sa, e così sceglie lui stesso di non rientrare in quel circolo vizioso da cui un’accidentale caduta lo aveva tratto in salvo. Non resta altro che dipingersi ancora una volta il viso – “l’abito professionale è la migliore corazza, vulnerabili sono soltanto i santi e i dilettanti”, si legge alla fine – con una biacca un po’ secca, vedere le screpolature che si aprono in corrispondenza delle rughe – “come il viso di una statua appena dissepolta nel corso di scavi archeologici” – e uscire in strada, scegliendo di non scegliere un ruolo, ma di sedersi sui gradini della stazione di Bonn, con una chitarra, e cantare, cantare ciò che sente e non ciò che gli viene detto, “cantare fuori dal coro”. E tuttavia è davvero una vittoria? L’atto di emarginare se stesso, preservando la propria dignità, la propria individualità, è un successo, alla maniera dei vecchi eroi contro, o solo uno sconfiggersi prima che lo faccia qualcun altro?

Per concludere con una nota personale, di questo romanzo di Heinrich Böll non so cos’altro dire se non che è straziante, e che mi ha spiazzata perché me lo aspettavo molto diverso. Ero pronta a un cinismo gratuito, ho trovato il dolore di una ferita che non si rimargina, parole senza speranza e piene di risentimento, ma più che dovute. Da piccoli ci dicevano sempre che i clown, che ci facevano ridere dal palcoscenico, in realtà erano persone molto tristi. Ora, leggendo questo romanzo, ho avuto il privilegio di vedere le lacrime di un clown, uno spettacolo a cui non sono potuta rimanere indifferente. “Pensa a me, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, mentre il caffè  gli sgocciola sulle pantofole”. La sua sofferenza è vera, non conosce indulgenza verso chi gli ha portato via la persona che ama, eppure sa perdersi in momenti di tenerezza quasi puerile quando pensa a costei – “…e il viso così vicino alla sua testa da poter portare con me nel sonno il profumo dei suoi capelli” – se la immagina infelice nella vita che ha scelto, non capisce come abbia potuto darla vinta a loro e alle loro ciance, spera che tornerà da lui anche se infondo sa che non lo farà. Alla fine, vedendolo sui gradini della stazione di Bonn, mi sono fermata e ho lanciato una moneta nel suo cappello. La voce della stazione annunciava un treno da Amburgo. Lui ha smesso di cantare per un istante, come spaventato dal tintinnio della moneta – un nuovo istante da aggiungere alla sua collezione. Io sono passata oltre, e lui ha ricominciato.

Chiara Sandretto 

 


Medea. Voci. | Christa Wolf

Titolo: Medea. Voci.
Autore: Christa Wolf
Cenni sull’autore:  Nata nell’attuale Polonia, trascorse l’infanzia sotto il nazismo ma alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò insieme alla sua famiglia, protestante e di origini modeste, nella Germania dell’Est. Laureata in germanistica all’università di Jena negli anni ’50 sposò lo scrittore  Gerhard Wolf e nel ’62 iniziò a lavorare come critica letteraria presso la rivista dell’unione degli scrittori della Ddr. Raggiunse la notorietà l’anno successivo con il romanzo Il cielo diviso, in cui narrava l’amore al di qua e al di là del Muro. Quegli anni, spiegò poi, furono i più duri perché coincisero con la presa di coscienza che la Ddr non era un’alternativa al nazionalsocialismo, non era ciò che lei e i suoi amici avevano sperato. Divenne sospetta al regime, spiata e intercettata. A pochi mesi dalla fine del comunismo pubblicò un breve testo, Che cosa resta,  che parlava di una scrittrice famosa, sorvegliata dalla Stasi. Le si ritorse contro: accusata di opportunismo, si disse che voleva presentare se stessa come vittima denunciando tardivamente il regime. Divenne persona non gradita. Anche perché, solo dopo la caduta del Muro, lasciò la Germania per gli Stati Uniti, accettando una borsa di studio di nove mesi della fondazione Getty a Los Angeles. Per i suoi detrattori era una fuga, dettata dalla scoperta di un dossier in cui si accertava la sua collaborazione con la polizia segreta tra il 1959 e il 1962.[continua a leggere]
Traduzione: Anita Raja
Edizione: E/O
Pagine: 196
Costo: € 10.00
Consigliato: Sì.

 

Medea è una delle figure femminili più famose di tutti i tempi. La sua storia è stata raccontata da molte fonti, ma certamente il nome che oggi è più facile veder associato al suo è quello di Euripide. “La Medea di Euripide”, si dice. La sua trasposizione tragica ha infatti di un’enorme fama che ha trasportato la strega della Colchide dalla Grecia a Roma e ancora fino a noi, e come spesso accade in queste occasioni, la sua versione è diventata la versione. Medea è un’infanticida, una carnefice che nel nome dell’amore di Giasone ha ucciso. Nella sua tragedia Euripide mette in scena la donna nel suo lato più oscuro, una femmina-maga la cui perfidia si mostra senza riserbo nel momento in cui il suo orgoglio e i suoi sentimenti vengono feriti.

Ma Christa Wolf, indagando e ripercorrendo la storia del mito di Medea fino alle origini, lo ha riportato alla luce nella sua veste pre-euripidea: «Una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli» dice la Wolf. «[…] Fu un momento straordinario».

Così Medea non ha più le mani macchiate di sangue. Non è responsabile né della morte del fratello, né di Glauce, né dei figli. È spettatrice, suo malgrado, della bestialità altrui e dell’ignoranza superstiziosa dei Corinzi – che simboleggiano la civiltà, contrapposti alla Colchide, qualcosa di simile a uno stato di natura – che la ritengono causa delle loro sventure nonostante lei si sia sempre impegnata a curarli, offrire loro i suoi consigli e i suoi medicamenti. Non riuscirà mai a integrarsi a Corinto, rimarrà sempre un corpo estraneo nel ventre di questa città malata, e per spiegarlo basta l’immagine della sua “casetta d’argilla”, che sta “incollata di spalle alle mura del palazzo come un nido d’uccello”.  Il fulcro di Corinto l’ha rigettata, senza tuttavia espellerla. E così lei vivrà, senza mai capitolare, fiera e ardente nella sua vitalità primitiva e apparentemente inestinguibile.

Questo è il fulcro della narrazione a più voci della Wolf, in cui la figura di Medea è raccontata in ogni capitolo da un personaggio diverso: il tema dell’estraneità. Medea osserva il mondo occidentale senza comprenderlo, proprio lei che da sempre ha avuto una sorta di potere, la “seconda vista”, che le permette di cogliere la verità delle cose e di capire le persone come una specie di primitiva empatia. Guarda Corinto e cosa vede? Una città in cui le monete correnti sono la gloria, la fama, la brama di potere – non capisce come si possa vivere in un simile mondo, ella stessa ci sta stretta, vi sgomita, vorrebbe andarsene ma non può per tante ragioni.

Stranieri a Corinto non sono però solo Medea e i Colchi, ma anche gli stessi corinzi, prigionieri inconsapevoli della loro città, pronti a scagliarsi contro l’Intrusa perché così dice loro il sovrano, che non vede l’ora di liberarsi di quella spina nel fianco. A nessuno importa che non ci siano prove della sua colpevolezza, basta presentarla come causa delle sventure di Corinto: la siccità, la carestia, il terremoto e infine la peste. “Imparai che non c’è menzogna troppo grossa a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. I rapporti sono basati sulla sfiducia, sul tentativo di prevaricazione, e Giasone non fa eccezione. Se è stato un eroe al tempo degli Argonauti ora non lo è più, esattamente come la nave che ha trasportato il vello d’oro ora giace arenata, abbandonata dalla gloria.

Chi possiede il dono di elevarsi sopra le cose, di vederle nella loro vera luce, è destinato a essere preso di mira, perché, come si legge, gli uomini hanno sempre bisogno di un capo espiatorio, perché un solo bersaglio è più facile da abbattere. Così riflette Medea: “Su questo disco che chiamiamo terra non esistono più, mio caro fratello, altro che vincitori e vittime”. E ancora, alla fine: “Che cosa mi resta? […] E’ pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene?Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta”.

La scrittura di Wolf è unica nel suo genere – toccante, impetuosa, a volte sembra inarcarsi come la pelle sotto un brivido, e se a volte ci si perde è più che perdonabile – ed è riuscita a mio parere a riportare in superficie una versione del mito pressoché sconosciuta, una donna dalla dignità immensa messa in ombra da una maga. Ciò non toglie naturalmente bellezza alla versione euripidea, straordinaria nel suo potere di scendere in fondo al cuore umano, là dove i sentimenti sono ancora indifferenziati, mescolati l’uno nell’altro.

Io non ho ancora fatto la mia scelta. Bisogna proprio farla? Forse, a distanza di secoli, queste due Medee possono coesistere. Quale sia più vera, quale più autentica, a voi decidere.

Chiara Sandretto 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: