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L’incantatrice di Firenze, Salman Rushdie

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Salman Rushdie. L’incantatrice di Firenze. Potrei aprire questo libro su una pagina a caso e ritrovarmi immediatamente catapultata in tempi remoti, posti all’altro capo della terra: bastano poche righe di questo autore per sentirti rapiti dalla magia e dimenticare tutto il resto. Lo leggo per questo Rushdie, perché mantiene la promessa di portarmi via, e facendolo mi conduce di volta in volta in posti nuovi, nello stesso libro, addirittura, siamo andati in India, in America, e non ci siamo mai dimenticati di passare per Firenze. Per farlo, abbiamo seguito un misterioso viaggiatore che attraversa terre sconosciute e affronta innumerevoli pericoli per farsi ricevere alla corte Mogol, al cospetto di Akbar il Grande, diretto discendente di Gengis Khan. Dovrebbero bastarvi questi pochi elementi per capire che siamo di fronte a un capolavoro letterario itinerante. Si valicano confini, si sfidano mappamondi e clessidre, e si va avanti e indietro senza fermarsi, e la mente insegue leggera e incuriosita questa trottola di parole e personaggi. Se poi vi specifico che il misterioso viaggiatore è Niccolò Vespucci, nipote del grande navigatore che fu Amerigo Vespucci, bhè, vi chiederete come faccia tutto questo a stare insieme senza diventare un gran pasticcio senza capo né coda. La risposta è una: Salman Rushdie. Lo scrittore che ha sfidato una religione, che per scrivere ha rischiato la pena di morte, è capace di questo, e ben altro. Per tutta la lettura, in sua compagnia, mi sono barcamenata tra nomi e segreti di corte, regine immaginarie e improbabili coincidenze, e la cosa grandiosa è che tutto mi è sembrato ovvio, quasi che questa illogicità fosse naturale.

Per sbrogliare questa matassa caleidoscopica potrei partire dal titolo e parlare dell’incantatrice di Firenze, chi è? Come collega Occidente e Oriente? E come può unire Machiavelli (sì, QUEL Machiavelli) e la corte Mogol? A spiegarvi tutto vi svelerei troppo, mentre voglio riservarvi il piacere della lettura e del farvi condurre da chi questa storia l’ha ideata. Posso solo accennarvi al fatto che l’incantesimo avviene tutte le volte in cui vi ritroverete a credere a cose incredibili, e vi stupirete di quanti lati comuni esistano nelle varie culture. Basta solo cambiare prospettiva. E lasciare trasportavi dalle parole.

Lasciatevi incantare da un libro che non smetterà di stupirvi sino all’ultima parola.

Luana Cau

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Zorro. L’inizio della leggenda | Isabel Allende

Titolo: Zorro. L’inizio della leggenda
Titolo originale: El Zorro. Comienza la leyenda
Autore: Isabel Allende
isabelCenni sull’autore: Isabel è una bambina vivace ed inquieta che legge moltissimo. L’immaginazione della piccola si alimenta di romanzi d’avventura, di romanzi rosa, ascoltati alla radio, in cucina assieme alle inservienti e soprattutto di racconti narrati dal nonno o dalla nonna, che ha la passione dei misteri legati allo spiritismo che lasceranno nella nipotina i semi di fantastiche storie. Grazie all’aiuto dello zio Salvador Allende, futuro presidente del Cile, poi ucciso nel colpo di Stato del 1973, Isabel e la sua famiglia non ha problemi economici e può frequentare le migliori scuole. Nel 1956 la madre si risposa con un diplomatico e la famiglia farà dei soggiorni all’estero, prima in Bolivia dove Isabel frequenta una scuola privata americana, poi in Europa e in Libano, a Beirut dove frequenta una scuola privata inglese. Queste esperienze le permetteranno di conoscere un mondo diverso da quello della sua infanzia. Anche se lui letture cambiano: legge libri di filosofia, psicologia, psicanalisi e frugando nella camera del patrigno, trova un “libro proibito” che influenzerà il suo futuro di scrittrice: nascosta in un armadio La ragazzina Isabelita legge “Le mille e una notte”.
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 348
Consigliato: Vivissimamente. 

Per sua fortuna, le persone che lo circondavano, preoccupate com’erano delle loro passioni e delle loro imprese, dimenticarono di controllarlo. Arrivò ai quindici anni senza grandi difetti né pregi, fatta eccezione per una smisurata sete di giustizia che non saprei se collocare nella prima o nella seconda categoria; diciamo semplicemente che era un tratto imprescindibile del suo carattere. Potrei aggiungere un’altra sua peculiarità, la vanità, ma così facendo anticiperei troppo, visto che emerse in un secondo momento, solo quando Diego si rese conto che i nemici aumentavano, il che è sempre un buon segno, così come gli ammiratori, sopratutto quelli di sesso femminile.

11) Zorro

 

Arrivava un momento, a casa mia, quando ero più piccola, in cui bastava che andasse in onda una sigla televisiva per far sì che sulla cucina scendesse un’aura di sacertà senza eguali, era il momento in cui un cavallo nero impennava all’orizzonte e la sigla televisiva faceva così “Zorro, Zorro, ha una vita segreta; Zorro, Zorro il segno suo è la zeta”. Per quante volte avessimo già visto le trite e ritrite puntate, l’eroe mascherato di nero continuava ad avere su di noi, figlie, l’effetto che aveva prodotto su mio padre fin dalla sua infanzia. Un eroe semplice, il cui mezzo era un cavallo nero dal nome Tornado, che si occupava di campagnoli e usava come uniche armi una spada e una frusta. Era ciò che più di vicino mio padre sarebbe potuto essere da bambino, e siccome certe cose si portano dentro, non era difficile capire quanto ci tenesse, consapevole di tutte le volte in cui Zorro avrebbe battuto Moncada, continuava a fare un tifo speranzoso, quasi la sorte potesse cambiare e strizzare l’occhio all’avversario tanto odiato. E di questo suo baluginio di tremiti e speranza, noi siamo state le dirette ereditiere, innamorate di questo hidalgo dall’accento seducente, i modi spagnoli, l’agilità di gatto e la furbizia di volpe.

Quindi, nei confronti di un libro che narrasse le avventure di un eroe di casa, potrebbe dirsi, di questo ospite che a cena aveva sempre modo di raccontarci un’avventura in più, non potevo che essere esigente, chiedere la verità, quei particolari che mi ero sempre persa, chiedere che gettasse luce su quei lati oscuri che mi avevano sempre più incuriosita. Il fatto che a narrare le avventure di questo eroe che è il perfetto incrocio tra il realmente esistito e la leggenda fosse Isabel Allende era di sicuro rassicurante, una penna così dedita alle avventure, ai caldi ritmi spagnoli e latini non poteva che rendere giustizia a Diego de la Vega. Inutile dire che il risultato ha di gran lunga superato le aspettative. Lo scenario storico e geografico è fin da subito inquadrato con grande semplicità: California, fine Settecento, colonialismo spagnolo imperante nell’assoluta convinzione della superiorità della razza bianca sugli indigeni i cui costumi sono riprovevoli. Alejandro de la Vega, valoroso militare spagnolo, conosce, durante una rappresaglia india diretta contro la colonia di padre Mendoza, la sua futura sposa, e così, questa coppia originale darà alla luce il piccolo Diega la cui balia darà il latte dell’infanzia anche al piccolo Bernardo, figlio di un’india. Il resto, è storia, o meglio, leggenda, di tutte e due un po’. Il terreno in cui Diego coltiverà la sua sete di giustizia è fertile, un periodo storico e un inquadramento geografico in cui gli abusi e soprusi sono all’ordine del giorno in nome di una gerarchia prestabilita che il giovane riuscirà a mettere in discussione facendosi forte di una cultura spregiudicata a cui tutte le persone che incontrerà, da un capitano di nave a una comitiva di zingari, daranno elementi per abbattere i pregiudizi. La condizione di sottoposto di suo fratello di latte Bernardo il quale passa per sordomuto, quasi per ritardato, ma che è in realtà un giovane saggio e premuroso, spingeranno ancor più sul senso di onore e di ingiustizia che contribuiranno a far sì che Diego sviluppi una doppia personalità e dia vita a Zorro.

Poiché tutto questo però lo sapete già, vi racconterò perché vale la pena avventurarsi in una nuova versione di questa storia che, bene o male, fa parte di tutte le nostre infanzie. Isabel Allende assume, per raccontare, un punto di vista davvero curioso, non vi svelerò quello di chi, altrimenti vi toglierei gran parte di gusto della lettura, che consente di vedere Zorro non solo in tutti i suoi pregi di eroe, ma lo presenta anche sotto gli aspetti più quotidiani. Diego de la Vega è vanitoso, sempre incline a esagerare le proprie avventure, e abbastanza sfigato in amore: destinato ad amare solo donne che non lo ricambiano, e a fuggire dai letti delle amanti con più solerzia di quanto non faccia Zorro alla fine dei suoi attacchi. Un punto di vista che consente di osservare da vicino il periodo di Zorro più trascurato dalle varie produzioni cinematografiche e televisive, quello trascorso a Barcellona, gli anni di formazione del giovane impavido, quelli in cui apprenderà l’arte dello spadaccino, in cui apprenderà i modi galanti del gentiluomo che sa ballare, corteggiare, vestire, in cui affinerà la bravura del baro nel gioco. E mentre le pagine scorrono via, quando si arriva al finale, si lascia Diego a vent’anni, quando le zeta non sono ancora lontanamente vicine a sfiorare il numero, e in poche pagine viene riassunto ciò che ne sarà di lui. Tutta la narrazione infatti è dedicata all’inizio della leggenda, quella parte di cui tutti danno per scontato di sapere, ma che in realtà in pochi sanno, quella parte che è la più misteriosa, la più intrigante da scoprire in quanto mette in luce i perché che rimangono sospesi e invece sono fondamentali. Il sordomutismo di Bernardo, il perché della maschera di Zorro, il perché di questo nome, e altri mille quesiti che io mi sono sempre posta e che trovo essere i più interessanti, sono racchiusi in queste 350 pagine di narrazione in cui Isabel Allende impiega tutta la sua bravura nell’arte di narrare per restituire un ritratto fedele e al quale ci si affeziona facilmente di questo eroe romantico e lontano dalla contemporaneità, ma sempre vivo nell’immaginario comune. Arrivati alla fine senza nemmeno accorgervene, sentirete una profonda nostalgia per quest’avventura fatta di una parte di storia che si distinse per le ingiustizie a cielo aperto alla fine di una civiltà di vinti che si dimostrerà infinitamente superiore a quella dei presunti vincitori. Il confronto tra vecchio e nuovo mondo in cui lo schiavismo e il colonialismo non producono solo vittime umane, ma anche culturali, nel tentativo di imporre il cattolicesimo e i modi europei, infatti, andrà persa una cultura centenaria fatta di amore per la natura, di una comunicazione simbolica, di una vita semplice, ma completa. Tutti questi fattori insieme contribuiranno a creare il personaggio di Zorro. E, se volete sapere cosa faceva il giovane de la Vega prima di giungere in California e infliggere zeta alle persone e ai luoghi che hanno meritato vendetta, leggete dunque questo libro. In cui scoprirete che a forgiare il carattere dell’eroe mascherato furono elementi tanto spagnoli quanto indi, in cui scoprirete che Bernardo era tutt’altro che un semplice aiutante, e imparerete ad amare ancor più, se possibile, il più galante e sfuggevole degli eroi popolari. Zorro, per servirvi.

Luana Cau


Il vizio di parlare a me stessa | Goliarda Sapienza

Titolo: Il vizio di parlare a me stessa
Autore: Goliarda Sapienza
Cenni sull’autore: «Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio),Il filo di mezzogiorno (Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. (Per continuare a leggere, clicca qui)
Anno di pubblicazione: 2011
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 251
Consigliato:

 

<<Ricordare è tutto: l’etica fondamentale della vita>>

7) Il vizio di parlare a me stessa

E’ intima Goliarda. E infatti questo non è un romanzo. Il vizio di parlare a me stessa è il nome sotto cui sono stati riuniti i suoi taccuini, nei quali scriveva pensieri, fugacità, in cui annotava rabbie e frustrazioni, ma anche momenti semplici, come un raggio di sole preso sul mare; sono i taccuini che lasciò in eredità ad Angelo Pellegrino, il marito, il quale ora li regala a noi, scoprendoci una nuova parte di questa scrittrice che il Novecento ha mal compreso e poco valorizzato. Si tratta degli anni ’80, Goliarda è una sessantenne che ha occhi e sensibilità per qualsiasi cosa le accada intorno, nulla le sfugge, è una vera e propria protagonista del suo tempo, ha l’attualità in pugno e realizzare confronti generazionali le viene facile, se pur doloroso. Figlia di Maria Giudice, convinta socialista, e di Giuseppe Sapienza, anch’egli socialista, la Goliarda dei taccuini è alle prese con difficoltà economiche, le quali la costringono ad accantonare il richiamo letterario, per spingerla nuovamente verso il mondo del teatro, dove guadagna dando ripetizioni di dizione. Il teatro, così come il cinema, non le aggradano, sono mondi claustrofobici, è solo con la scrittura che si sente libera. E dunque riempie fogli, fogli, fogli, che noi ora possiamo leggere, sviscerare, quasi violando l’intricata mente di una donna la cui penna fu un vizio, un vizio per lei, al pari del tabacco e del bere, e un vizio per noi, lettori, che ne vorremmo sempre di più, sempre un pezzetto in più.

La lucidità della scrittrice è lampante: quello che dovrebbe essere un diario di segreti, sembra in realtà la bozza di un articolo di giornale, talvolta, o di un romanzo, tanta è la linearità e la coerenza di idee. Salta subito all’occhio la necessità di ricercare quel disordine geniale, demoniaco, sublime irrazionale nello stile, ma non nelle idee, che sono chiare, sì, piene di vita, ma compatte, non sfugge una sola virgola nonostante raccolgano tutti gli aspetti della vita interiore della scrittrice, ma anche esteriore, quella che la circonda. E’ di quegli anni il riconoscimento di mille figli naturali, la cui notizia, appresa da un quotidiano, getta Goliarda in alcuni pensieri malinconici riguardo la sua sterilità, il suo bisogno di sentirsi madre, una figura così ricercata, tanto che poi, più avanti, dirà del dolore di non poter più pronunciare la parola mamma in seguito alla morte di questa; è forte il dolore del distacco materno, ma è altrettanto forte il dolore dell’impossibilità di non poter ricoprire questo ruolo così ambito, che le darebbe un impegno personale, ma anche sociale. Ma per Goliarda è un attimo, e dalla sfera privata, da un dolore che sente come intimo e segreto, si passa subito alla necessità di valutare ciò che accade intorno: la ripercussione del comunismo. Quest’ideologia ormai tramontata, che ha scosso i fiori del campo italiano come un vento imperterrito, viene valutata negativamente da Goliarda che, dopo un viaggio in Russia e in Cina, dopo la sua esperienza transiberiana, sente di dover rigettare questa lezione politica e si chiede cosa accada alla sua generazione, figlia di fascismo e comunismo, così imborghesita e reazionaria. Proprio per separarsi nettamente da questo imperante atteggiamento borghese, ruba oggetti di valore e viene condannata ad un periodo di reclusione a Rebibbia; un atto di sfida, ricercato e mai rivalutato che la conduce in carcere, dove le sembra di trascorrere il periodo più vero della sua vita, circondata da donne sature di esperienze, di sentimenti, di insegnamenti. Ed è sulle donne che spesso Goliarda si sofferma, da quelle come Virginia Woolf, che con il loro passo forte e deciso hanno saputo sfidare oltrepassare la linea di confine e farsi sentire dagli uomini, a quelle che invece sono la condanna della propria stessa stirpe con i moralismi e le lingue da serpi. Poi amici, innumerevoli amici, Goliarda sente di non esserne mai stanca, di volerne sempre di nuovi, affamata di vita come è, e benedice la gioventù, della quale coglie sofferenze e egoismi. C’è il viaggio in Europa, con un ritratto così vivido da poter quasi sentire l’odore dei canali di Copenhagen. E nomi di letterati, Moravia, Pasolini che, come lei, hanno contribuito al proprio tempo, rendendo gli anni Ottanta italiani un palco di produzione artistica notevole, della quale non rimane che essere nostalgici. E la morte, la morte come spettro, ma non come paura, perché in fondo la morte è di chi rimane, non di colui che la vive in prima persona.

E di Luana? Di Luana-lettrice che ne è stato? E’ presto detto. Conoscevo già Goliarda Sapienza, ne lessi L’arte della gioia ormai quattro o cinque anni fa, restandone affascinata e eroticamente ammaliata. E prendere possesso di questi Taccuini, scoprire chi è stata Modesta, la protagonista del romanzo appunto citato, per Goliarda, scoprire quanto sia stato doloroso il travaglio editoriale di questo imperdibile personaggio per questa madre letteraria così spesso rifiutata, è stato un colpo. Non un colpo che mi abbia indebolita, l’ho recepito, anzi, come quelle palle di cannone che poi rimangono sulle mura ad abbellirle nei secoli, come un orpello invidiabile. Mi sono sentita vicina a questa donna, naturalmente ammirata, e, inevitabilmente, invidiosa dell’incredibile capacità di raccontarsi e di raccontare, di analisi, di comprensione. Ho sentito dolorosamente vivo e mio il passaggio in cui Goliarda spiega cosa sia per lei Angelo che va via, quando il lavoro lo porta lontano da lei, e tutto diventa assenza, ma mai elemosina d’amore, è una donna, questa scrittrice, che sa affidarsi al proprio uomo, ma tiene forte la sua posizione, ama appassionatamente, ma non dimentica di amare anche se stessa. Pensieri e parole come proiettili a volte, e a volte come carezze, che mi hanno convinta che pensare e scrivere, e sopratutto, ricordare, siano azioni fondamentali, quasi etiche, quasi dei doveri per il rispetto degli altri, e anche di se stessi. Ho letto inquietudini che sono un po’ anche le mie, e trovato risposte che cercavo senza saperlo. Mi sono nutrita del focolare di Goliarda sapendo che di donne ce ne sono tante, ma di donne così ce ne sono veramente poche.

Luana Cau


I figli della mezzanotte | Salman Rushdie

Titolo: I figli della mezzanotte
Autore: Salman Rushdie
Data di pubblicazione: 1980
Edizione: Oscar Mondadori Contemporanea
Traduzione: Ettore Capriolo
Numero pagine: 660
Costo: 11 euro
Consigliato: Vivamente sì

I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta; ma non devono mai diventare la creazione bizzarra di una mente sconnessa e malata. No: la malattia non c’entra.

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Accade con i libri made in India una sorta di rituale da lettore, un qualcosa che accade anche quando si legge l’America Latina, ossia, quando si apre uno di questi romanzi, si iniziano già a sentire odori, rumori e voci come se si fosse stati risucchiati in una torre di Babele, e la protagonista indiscussa è già lì, l’India entra in scena ancora prima dei personaggi. Ma lontani anni luce dalle atmosfere di Aladin e anche da quelle malconce periferie che ospitano gli innumerevoli appartenenti alle caste inferiori e in cui attingono la penna scrittori contemporanei sempre desiderosi di denunciare l’ultima realtà sociale degradata alla moda, con Rushdie il percorso è totalmente nuovo, siamo in India, ma dalla parte di coloro che, si può dire, hanno soldi abbastanza da vivere agiatamente e siamo in un periodo storico che va dal 1947 agli anni ’80. Una cavalcata temporanea che va dall’India dell’Indipendenza a quella di Indira Ghandi, in un processo di modernizzazione e svecchiamento di un Paese la cui storia non può affatto essere svecchiata, in cui accanto alle automobili di ultima fabbricazione troveranno sempre posto le vacche sacre. A Saleem Sinai è affidato il compito di raccontarci cosa accadde, ma il modo è bizzarro, si tratta infatti di una sorta di biografia, di un insieme di memorie appartenenti ad un personaggio alquanto singolare il cui narrare degli eventi di portata nazionale è reso possibile dal fatto che sembra che questi si intreccino indissolubilmente con quelli della sua vita privata.

Saleem nasce a mezzanotte il 15 Giugno del 1947, momento in cui nacque l’India sotto il baluardo della tanto agognata Indipendenza, e questa data lo renderà magico, lui, come tutti i bambini nati in quella fatidica mezzanotte che calò su di loro come una maledizione o una sorta di rimedio da fattucchiere del destino. Questa è l’apertura. E allora, forse, ci si aspetterebbe un romanzo serio, una cronaca, una lineare rappresentazione degli eventi al fine della conoscenza storica. E invece no. Risucchiati nel vortice da quest’apertura:

Io sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Bé, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arriva le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro, diciamolo chiaro; nell’istante in cui l’India pervenne all’indipendenza, io fui scaraventato nel mondo;

si viene poi completamente stravolti. O perlomeno, è ciò che è successo a me. L’ho iniziato in un giorno di Gennaio in cui i toni dell’allegria erano lontani dal coinvolgermi, e così decisi di iniziare un libro così, un libro indiano, perché avevo bisogno di magia. Ho fatto la scelta adatta perché, in un mese intero di lettura, ogni volta in cui ho aperto le pagine di questo libro ho potuto sganciare i piedi dal solido pavimento della mia camera e andare ad assistere con i miei occhi agli avvenimenti di un paese in rivolta, ma, prima ancora, agli avvenimenti di un personaggio in rivolta con se stesso, con la propria data di nascita, con la propria genealogia, e con la propria, innegabile, bruttezza. Il ceppo si innesta su una famiglia in cui sono magici e fatali i ritorni, le coincidenze, le scelte prese nel giro di un secondo che rendono per sempre diverse le conseguenze di un’intera famiglia. E’ stato per questo motivo, per il ricordo penetrante di qualcosa che avevo già letto, che ho iniziato a sentirmi parte de I figli della mezzanotte, perché la struttura famigliare, il modo in cui i personaggi venivano a me era lo stesso ed identico del tanto amato Middlesex; indianità e grecità si trovavano accomunate dalla presentazione quasi mitologica degli avi di una famiglia destinata a quelle grandi e piccole cose che accadono in ogni famiglia, ma nelle famiglie letterarie ancora di più. E così, a partire da un nonno tornato medico e innamoratosi della sua pazienza pezzo per pezzo attraverso il buco di un lenzuolo, arriva Saleem Sinai, che, essendo nato nella fatidica mezzanotte, ha un potere: il suo è quello della telepatia. Vissuto da sempre con la convinzione di dover rivestire un ruolo fondamentale nella propria nazione, surclassato da una sorella che diventerà una cantante di fama nazionale, preso in giro per le bizzarre deformazioni che lo rendono un brutto bambino, Saleem diventerà adulto attraverso una vita rocambolesca segnata da due principali eventi. Il primo di questi, appunto, la scoperta di essere telepatico, di poter guardare nel cuore degli uomini, potere che lo aiuterà a fondare la Conferenza dei Figli della Mezzanotte, essendo sua volontà quella di riunire tutti i suoi fratelli dovuti al legame dell’attimo di nascita per creare una società di bambini magici che giovino al proprio paese con i poteri di cui sono capaci. Il secondo di questi, la perdita di questo potere e l’acquisizione di un altro: quello dell’olfatto sensitivo, la messa appunto della scienza dell’etica nasale attraverso cui egli può decifrare negli odori i sentimenti, i fallimenti, i progetti di chi lo richieda per lui.

Si accompagnano a queste due tappe fondamentali, un errore fin dalla nascita, un fratello di coincidenze che lo terrorizzerà a vita, una guerra che non gli appartiene, un amore incestuoso, l’amnesia totale del proprio nome, mentre il Bangladesh ottiene l’indipendenza, così il Pakistan, mentre il comunismo dilaga in India ed Indira Ghandi promuove la campagna per la diminuzione drastica delle nascite. Una lezione di storia che ha i toni dell’inverosimile, in cui tutto diventa il contrario di tutto, e a chi legge non rimane che credere al racconto strampalato di un bambino, poi adulto, megalomane il cui desiderio di pervenire ad uno status di rilevanza nazionale non farà che intralciare il sereno svolgimento delle vite di chi lo attornia.

Questo non è un libro comune, non è le stereotipo dell’India, ci si ritrovano, sì, tanti elementi già conosciuti, ma Rushdie è uno scrittore geniale, e non ha attinto nemmeno una volta da quel pentolone di luoghi comuni spesso utilizzati per presentare a noi snob occidentali un mondo tanto diverso dal nostro. La connivenza di tantissime divinità spesso tra loro in conflitto, la credenza superstiziosa, il convivere di antico e moderno sono presentati in chiave ironica da un uomo che conosce il proprio Paese, che ha subito il giudizio religioso di una fatwa, una condanna, proprio per i toni scanzonati con cui parla della religiosità. C’è un’opera di coscienza tale in questo autore, mista ad uno stile ridanciano, che sa denunciare, ma senza elevarsi al punto di dire che la soluzione è quella alla quale è pervenuto lui, che non si può relegarlo al ruolo del solito ‘mistico d’oriente’. Rushdie – ancora più di Pamuk – è un orientale che conosce i costumi occidentali e ha saputo raccontare la propria identità in modo tale da non rendere un divario troppo ampio rispetto ai secondi senza, tuttavia, scadere nell’etnico da tre soldi.

L’amore, il ruolo fatale delle donne, un sentimento imprenditoriale misto a superstizioni, personaggi improbabili che si avventurano nelle mezzanotti di queste pagine, sono tutti elementi strettamente attorcigliati ad eventi storici che Rushdie mi ha raccontato senza presunzione, non in una comune lezione di storia, ma in un romanzo che è un capolavoro di divertissement e serietà congiunti al punto tale dal sentirsi presi in giro, ma solo al punto di una risata che si riprende giusto in tempo per continuare ad ascoltare. Come quando un bravo professore che sa di dover affrontare un argomento noioso a lezione fa le battute giuste al momento giusto sapendole dosare in modo da dare un po’ di leggerezza in cambio di ancora maggiore concentrazione.

Se un po’ vi ho incuriositi, andate pure a leggere a farvi incantare dalle parole di Saleem/Salman che sono sicuramente narratori molto più abili e meno pasticcioni di me.

Luana Cau


Espiazione | Ian McEwan

Titolo: Espiazione
Titolo originale: Atonement
Autore: Ian McEwan
Cenni sull’autore:  È nato nel 1948 ad Aldershot e vive ad Oxford. È autore di due raccolte di racconti e di dieci romanzi. Tutti i suoi libri vengono pubblicati in Italia da Einaudi. La sua prima pubblicazione è la collezione di brevi racconti Primo amore, ultimi riti nel 1975. Nel 1998 fa discutere la sua premiazione al Booker Prize per il romanzo Amsterdam. Il libro del 1997, L’amore fatale, su una persona affetta dalla Sindrome di de Clerambault, viene da molti considerato un capolavoro, ma anche il suo romanzo Espiazione, ha ricevuto critiche egualmente favorevoli. Nel marzo e nell’aprile 2004, solo qualche mese dopo che il governo britannico lo aveva invitato a presenziare a una cena in onore della First Lady Laura Bush, a McEwan è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti dal Dipartimento per la Homeland Security non essendo provvisto del visto corretto per un soggiorno di lavoro (lo scrittore si accingeva a tenere una serie di lezioni dietro compenso). Solo dopo diversi giorni di esposizione del caso sulla stampa britannica a McEwan è stato concesso l’ingresso, a ragione del fatto che, come illustrato da un funzionario di frontiera, «siamo ancora dell’avviso che lei non dovrebbe entrare, ma il suo caso ci sta procurando un danno di immagine.» Il suo romanzo Chesil Beach, è stato pubblicato il 6 novembre 2007 dalla casa editrice torinese Einaudi, che ha in catalogo tutti i suoi libri, per la traduzione di Susanna Basso.  È soprannominato “Ian Macabre” per i toni cupi di molte delle sue narrazioni.
Edizione: Einaudi
Anno di pubblicazione: 2002
Traduzione: Susanna Basso
Numero pagine: 388
Consigliato: Imposto.

<<Il problema in questi cinquantanove anni è stato un altro: come può una scrittrice espiare le proprie colpe quando il suo potere assoluto di decidere dei destini altrui la rende simile a Dio? Non esiste nessuno, nessuna entità superiore a cui possa fare appello, per riconciliarsi, per ottenere il perdono. Non c’è nulla al di fuori di lei. E’ la sua fantasia a sancire i limiti e i termini della storia. Non c’è espiazione per Dio, né per il romanziere, nemmeno se fossero atei. E’ sempre stato un compito impossibile, ed è proprio questo il  punto. Si risolve tutto nel tentativo.>>

Sono attonita. Sgomenta. Irreparabilmente avvinghiata dalla storia che ho appena terminato di vivere, dalla quale McEwan mi ha gettata via a calci perché abbandonassi i suoi personaggi, i suoi luoghi, i suoi ritorni di parole. Sono ancora sbigottita, meravigliata, incredula. Non avrei mai creduto che potesse essere stata scritta una storia così bella, in un modo così tanto doloroso e con uno stile così perfetto in cui suoni, significati e simboli danzano attorno ad un drammatico filo conduttore fatale.

Gli sviluppi della storia imboccano tre strade abbastanza frequentate da molti scrittori, si parla d’amore, di guerra e di potenza dell’immaginazione e della figlia sua, la scrittura. Il libro, inoltre, è un libro di bugiardi, di bugiardi e per bugiardi, nel senso che sino alla fine vengono raccontate e il lettore a sua volta si racconta un mucchio di falsità per evitare di scontrarsi con l’evidenza dei fatti, con la necessità imperante che la vita e la storia hanno di affermarsi, nonostante tutto e tutti.

Amore, guerra, bugie e immaginazioni si sconvolgono tra di loro al punto tale da avere tutti la stessa portata per i protagonisti di una storia cattiva dalla quale non ci si salva, perché il tentativo di espiazione è fine a se stesso, senza possibilità di sviluppi esteriori, e esattamente come il vaso pregiato che in questo libro ha un ruolo centrale, una volta distrutti i cocci, non li si può più assemblare.

Si parte dall’immaginazione, dalla penetrazione nella mente di una scrittrice in fasce, una piccola donna tredicenne che vuole un ordine nel mondo, uno sviluppo concreto e equilibrato, uno sviluppo simile allo scrivere, che vuole che tutto si adatti per diventare da lei scrivibile, che tutto possa essere romanzato nelle sue luci, ombre e colori. E ai fini della narrazione una bugia in fondo conta solo come una percezione alternativa, un’altra possibilità di vedere lo sviluppo dei fatti, teatrale al punto giusto per condire una narrazione degna in cui è molto quello sui cui si tace, e quello che si cerca di comprendere, di idealizzare. Ai fini della vita reale, una bugia è un evento irreparabile. Le parole possono essere devastanti.

Ed è a questo punto che entra in gioco l’Amore. Il più grande dei sentimenti, l’essenza giustificatrice di fatti e misfatti, di condotte oscure e atti irrazionali, in questo libro deve fare i conti con una bugia, con un’alterazione delle cose tale che l’ostacolo che gli amanti incontrano sulla strada non potrà essere altro che lacerante, un ostacolo con un ego ipertrofico che segna inevitabilmente il destino di due persone, anzi, di tre che vivranno tutto il resto della propria esistenza sulla base di un fatto falso. Sembra quasi di poter morire quando si leggono quelle poche parole torna da me, torna indietro, torna da me. Un sussurro che ha la forza atavica delle cose che si dicono da sempre senza perdere un minimo di credibilità, di compattezza, di forza.

Il potere delle parole. ‘Sì, l’ho visto’, ammettere una cosa sacrilega, farsi parolieri e menzogneri al punto tale da plasmare il corso degli eventi. Distruttivo. Un potere forte, unito a quello dell’immaginazione, poi, devastante. Irreparabile. Inespiabile. E se poi si fa avanti la Guerra, a quel punto le parole scompariranno, salteranno insieme a una bomba, confondendosi in un caleidoscopio di brandelli e di frammenti, senza però che possano perdere il loro vantaggio su tutto il resto; anzi, tutto, in questo romanzo, si nutre di parole, gli amanti lontani, il soldato in guerra, l’infermiera alle prime armi di fronte a feriti ormai condannati.

Scriverle queste parole, sussurrarle, affermarle. Una preghiera tra due persone distanti e follemente innamorate, l’unico appiglio di umanità di un soldato che vede la gamba di un bambino su un albero e si interroga sul senso del mondo, la condanna di una sorella minore che a sua volta conduce all’ergastolo dei sentimenti chi colpe non ne ha, per celare un misfatto troppo grande. Ormai ammuffito quando il tempo di svelare è giunto senza che più niente importi a nessuno.

Ci sono in questo romanzo delle pagine meravigliose su cosa significhi essere scrittori. Su cosa significhi assumere una nuova visuale del mondo per adattarlo alla carta; c’è uno stravolgimento totale, un’inversione completa, non è la carta che si adatta al mondo, è quest’ultimo che prende la forma della prima, che le diventa servo, schiavo, frustrato sotto il desiderio della musicalità e dell’ordine delle parole. A cosa può portare amare la scrittura al punto da vedere l’intera realtà sotto l’influenza di questa?

Lo sa Briony. Lo sanno Cecilia e Robbie, anche se indirettamente. Protagonisti di un amore solido, di un amore impetuoso, fatto di pochi gesti e poche parole, ma cementato al punto da superare gli orrori, le separazioni, da nutrire di forza due persone che di forza non ne hanno più. E’ uno strazio al cuore leggere quelle parole lontane, nutrite ormai solo di echi che risuonano in lontananza, senza una vera lucidità, troppo astratte. Ad un certo punto del libro, Briony ammette di sentire la mancanza della sorella, di Cecilia, e specifica di sentire la mancanza, per la precisione, di ‘lei insieme a Robbie. Il loro amore’ perché a distruggerli non erano bastati né la guerra, né la tremenda bugia che si tenta di espiare in tutto un romanzo che è un tentativo di mettere a posto pezzi di un puzzle deformato sotto l’acido corrosivo dell’irreparabilità.

Ed è alla fine del romanzo, quando non ha più senso tracciare un confine tra buoni e cattivi, quando ormai si sente solo il desiderio che tutto trovi una sua pace, i morti, i rimasti, i colpevoli, che si assume tutto il senso dell’inevitabilità del fatto, quando ormai non si può tornare indietro, e si apprende la difficilissima lezione che “ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare”.

Luana Cau


Belli e dannati | Francis Scott Fitzgerald

Titolo: Belli e dannati
Titolo originale: The Beautiful and Damned
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Cenni sull’autore: La bella vita di F. Scott ha ruotato attorno alle feste e attorno ai cocktail. I coniugi Fitzgerald (ché mai bisogna dimenticare Zelda) hanno inseguito le feste su entrambe le sponde dell’Atlantico, e in questo modo sono diventati l’icona della belle époque contemporanea, quella degli anni ‘20. Scelsero per la loro unica figlia un nome originalissimo: Frances Scott Fitzgerald; e a partire da quel nome traspare l’attaccamento che F. Scott Sr. provava per F. Scott Jr. Internet è piena di lettere e consigli che F. Scott diede alla figlia: consigli di scrittura, soprattutto (minimum fax ne ha pubblicati una buona parte in un piccolo libro intitolato Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato), ma anche di vita: per lui erano importanti il coraggio, la pulizia e l’efficienza, il non preoccuparsi del passato o del futuro, il fregarsene dell’opinione comune, dei trionfi e dei fallimenti, a meno che questi ultimi non nascessero dai propri errori.
Verso la fine degli anni ’20 Zelda aveva cominciato a mostrare segni di squilibrio più evidenti, ma il colpo finale alla leggerezza di quel periodo la dà il crac di Wall Street del ’29. Fitzgerald, per il quale Zelda occupava un posto di primo piano, crolla, e si trova a dover scrivere per Hollywood, mestiere che disprezza ma che in quel momento è l’unico salvagente a sua disposizione. Dal ’20 – anno di pubblicazione di Di qua dal Paradiso – alla morte nel 1940, Fitzgerald pubblica quattro romanzi e quattro raccolte. Nel ’41 verrà pubblicato Gli ultimi fuochi, e in seguito altre sei raccolte di racconti. Ma se volete innamorarvi di Fitzgerald, vi basta Il grande Gatsby.   (rubacchiato da questo bel sito)
Anno di pubblicazione: 1922
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione a cura di: Fernanda Pivano
Numero pagine: 365
-> Consigliato: Consigliatissimo

<<C’è un’unica morale da imparare dalla vita, comunque>> interruppe Gloria, non per contraddirlo, ma in una specie di consenso melanconico.
<<Qual è?>> chiese Maury tagliente.
<<Che non c’è morale da imparare dalla vita.>>

Mi sembra ancora di sentire il rumore di bottiglie infrangersi e di risate posticce. Di vedere abiti costosi e di sentire chiamare un taxi nel cuore profondo della notte mentre tutto il resto di New York dorme e i belli si divertono mentre ancora non sanno di essere ormai dannati.
Mi fanno quest’effetto i libri di Francis Scott Fitzgerald: di dirmi la realtà, di raccontarmi qualcosa che poi posso rielaborare con gli occhi, che posso sentire con le orecchie, mi sembra di potermi trovare negli anni Venti, forse bella e inevitabilmente dannata anche io.
Basta sapere anche poco della storia di Francis e Zelda per conoscere Gloria e Anthony, la coppia di questo libro la cui descrizione è tagliamente e sinteticamente ridotta nel titolo del secondo romanzo dell’autore che più di tutti seppe dare un volto agli Anni Ruggenti, alla frenesia ed isteria di un’epoca in cambiamento, fra nuove mode, nuove tecnologie e lussi sempre più sfrenati. E poi, mi verrebbe da aggiungere a questi due aggettivi così eloquenti, apparenti. In questo libro i personaggi non sono, appaiono. Si appropriano di maschere sfarzose e belle per andarsene in giro a fare baccano, a sperperare rendite inesistenti nella più totale depravazione. Come traspare dalle parole di Gloria, l’unica morale è l’assenza di morale. Tutto si consuma e si spegne e si riduce in un’indifferenza continua, canzonatoria degli impegni della vita, mentre tutto va avanti tra una festa e l’altra. C’è, in questo romanzo, un edonismo sfrenato, un’efferata ricerca della bellezza che non consente all’etica di bussare alla porta delle case che visitiamo nei vari baccanali; l’unica preoccupazione evidente è la paura che tutto possa passare senza la possibilità di rinchiuderlo, a Gloria sembra servire un’assicurazione sull’aspetto, una garanzia di potersi svegliare tutta la vita con lo stesso volto, gli stessi fianchi e lo stesso fascino che lo specchio le rendeva indietro quando vi si rimirava a vent’anni.

Non basteranno una guerra, il dissesto economico e la diseredazione inaspettata da parte del nonno di Anthony a spostare l’attenzione da questa chimera, l’aspetto, la luminosa apparenza.
Eppure, la dannazione è in atto. La maledizione aspetta i coniugi dietro l’angolo e si manifesta negli aspetti più fatiscenti, Gloria non riesce a diventare un’attrice, Anthony diventa un alcolizzato senza via d’uscita, la declassazione da aristocratici a borghesi è in atto da un pezzo quando i due si decidono a fare i conti e scoprono di non avere nemmeno più un conto. E gli amici, quelli di una volta, non ne vogliono più sapere, perché se le apparenze son tutto, lo sono anche per un sentimento nobile come l’amicizia. Quando poi la giovane coppia ormai vecchia a trent’anni otterrà il riscatto, sarà troppo tardi, perché ormai, la vita, che non dona senza chiedere indietro, si è ormai ripresa tutto.

Non riesco a non vedere in Gloria Zelda. Quella che fece innamorare Francis Scott dapprima respingendolo e poi tradendolo e umiliandolo. Non riesco a non vedere in Anthony Francis, uno scrittore che spera sempre e che non combina mai nulla, che scrive e fallisce, che ama la bellezza al punto da non sapere più come trattenerla. E nell’intreccio tra personaggi reali e personaggi fittizi risulta così forte il declino di quest’amore che è straziante accorgersi di come anche un sentimento forte come la luce del sole possa costringersi a diventare forse ombra, buio ripugnante e sperduto. La solitudine che le due coppie hanno vissuto, quando ormai il nome non era più garanzia di prestigio è insieme commiserevole e fastidiosa. Verrebbe voglia di entrare dentro al racconto per prenderli e scuoterli mentre sprecano gli ultimi soldi per comprare una cassa di gin, verrebbe voglia di mettere a zittire Gloria quando inizia ad enumerare i capricci o a umiliare gli altri, o di far sbrigare Anthony a cercarsi un lavoro. Eppure, contemporaneamente, è fortissimo il fascino, l’attrazione nei confronti di tutto questo sfarzo e ostentazione, nei confronti di quest’amore a vent’anni così bello e dieci anni dopo così dannato. Viene quasi da giustificarli, da dar loro ragione quando lasciano che la bellezza assuma il tono della cosa più importante.

E poi c’è la Gente. La Gente di Fitzgerald è descritta minuziosamente. Sembra quasi un circo per lui predisposto. Dai ballerini nei Club, alle bambinaie al parco, dagli amici della coppia ai componenti della Guerra. Sembra che l’umanità intera sia messa a disposizione dello scrittore per fornirgli materiale umano da cui attingere per produrre le cose belle che ha scritto. E tutto, anche i dettagli più volgari nella sostanza, assume nella forma un’eleganza innata, la stessa che traspare dalle foto di quello che fu un uomo fascinoso, ma profondamente insoddisfatto e infelice e innamorato. Molto più bello e dannato di quanto lo fosse Anthony Patch che ha mandato in questo libro a raccontare a tutti che i soldi non fanno la felicità.

E i belli e dannati ne sanno qualcosa.

Luana Cau


Un giorno perfetto | Melania G. Mazzucco

Titolo: Un giorno perfetto
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: BUR – extra (2009)
Numero pagine: 409
Costo: 12.9 euro
-> Consigliato: non troppo, sopratutto a chi non ha mai letto la Mazzucco e potrebbe farsi un’idea sbagliata di questa scrittrice

Consapevole, subito, senza scampo, di non voler rivivere quel passato né fuggire in un qualunque futuro. Di non volere una donna nuova, una vita nuova. Voglio stare con te dove sono già stato. L’unica novità che cerco: tornare con te.

Il giorno non è perfetto, e il libro neppure. Se mi ero abituata a venerare la Mazzucco e a leggere qualsiasi sua cosa come se fosse la cosa più bella scritta al mondo, mi devo ricredere: così come i tuoi migliori amici ti deludono, a volte, gli scrittori che preferisci, scrivono cose che non potrebbero piacerti affatto. E questa è una di quelle volte, e la forte delusione di fine lettura mi spinge a scrivere una riflessione su questo libro, poiché è troppo facile dire ‘è bello’, è un po’ meno facile spiegare perché non sia bello.
Partiamo dall’ossatura del libro. Lo schema è intrigante: 409 pagine volte a raccontare un solo giorno, in cui i capitoli si suddividono tra Notte, Mattina, Pomeriggio e Sera e si chiamano con i nomi delle ore. Il giorno rappresentato è uno fatidico, non uno a caso, uno di quelli che spezzano la routine quotidiana, il continuo inseguirsi delle ore, uno di quei giorni che nascono come tutti gli altri, ma che finiscono per cambiarti la vita. Si dice in giro che il giorno perfetto sia il matrimonio, beh, in questo giorno perfetto hanno la meglio solo matrimoni distrutti, in caduta libera o già caduti e frantumati in mille pezzi, matrimoni i cui cocci taglienti vengono raccolti dalle solite vittime innocenti: i figli. Si seguono parallele, ma con disastrosi incroci, le due storie di Antonio e Emma, e di Elio e Maja, rispettivamente una coppia di condizioni modeste e la famiglia di un onorevole. Antonio poliziotto ossessionato da una moglie che lo ha abbandonato strappandogli via i figli, Elio, suo protetto di scorta, ossessionato dalle elezioni imminenti, ignaro dei reali desideri e pensieri di una moglie troppo giovane. E si avvinghiano a queste quattro figure centrali figli adolescenti ormai incomprensibili, professori omosessuali, figli anarchici e impegnati a far saltare in aria un McDonald’s per espurgare il mondo dalle multinazionali e così a seguire.

Ora, non per dire, Melania, ma la d’Urso o come si chiama lei, durante il pomeriggio a quel programma idiota, sa fare di meglio. Tira fuori storie simili reali, o presunte tali, che fanno piangere gli spettatori che nonostante la crisi, di soldi, di valori, nonostante tutte le cose belle e intelligenti del mondo, hanno tempo di stravaccarsi sul divano a farsi ciucciare il cervello da queste porcherie.
La fiere della banalità. La fiera degli stereotipi. Una contrapposizione perbenista e finta tra ricco e povero. Tra dominante e sottomesso. Una contrapposizione ancora più inverosimile quando questi due mondi si intersecano e accettano e si innamorano e, dai, ma dove s’è mai visto? Se le prime ore di questo giorno perfetto mi hanno incollata alla lettura, con il muoversi delle lancette sempre più mi sono sentita presa in giro da te, la stessa autrice di ‘Vita’, un libro così irrompente e affascinante, ricco e ben gestito, non sembri neanche più la stessa scrittrice. O forse sono io che in questa saga di dolore familiare non ho potuto far altro che riconoscere quei classici luoghi comuni che fanno commuovere quest’Italia di disperati e naufraghi nella propria vita.

Alcuni passi, alcune descrizioni mi riempivano il cuore, ma il susseguirsi dei fatti e delle cose impossibili a credersi mi hanno convinta che stavo sprecando tempo a leggere una lettura risparmiabile e rintracciabile in qualsiasi fatto di cronaca all’italiana. Sarà che sono entrata in un’ottica giuridica, ma a leggere di quanta esaltazione del fatto con tutti i vicini là affacciati, mi sono infastidita. E non solo con te, cara Melania, ma con questa mentalità della fascinazione da morte, da omicidio di quello che, il mattino prima, aveva detto ‘Buongiorno, signora’. E poi, sono rimasta offesa dalla rappresentazione dell’adolescenza, così banale, così ormai trita, insomma, è un libro di sette anni fa, e io sette anni fa avevo l’età di una delle ragazzine che hai messo dentro al libro e se potevo ritrovarmi in quel sentimento d’estraniazione tipico di chi si vede crescere o, peggio ancora, rimanere bambina in mezzo ad un mondo di amiche cangianti e mutevoli, poi ho smesso quando hai assunto i toni da Federico Moccia. Banalizzando, stereotipizzando, sorvolando su troppi aspetti importanti di quelli che compongono un’età così difficile e affascinante.

Insomma, arrivata alla mezzanotte di questo giorno imperfetto mi è sembrato di aver letto solo un miscuglio di personaggi inverosimili invischiati in situazioni ancora più inverosimili (il professore omosessuale che smette di essere omosessuale per interessarsi alla mamma perduta e sensuale di una ragazzina quattordicenne bisbetica e arrogante) che si parlano in modo inverosimile. E non ho capito a cosa dovesse portare tutto questo dolore, perché lo vorrei almeno teleologico questo dolore, motivato, greco, sublime, e invece no: mi piazzi lì un finale aperto che non mi dice se questi poveri cristi inverosimili riusciranno a riscattarsi dalle loro vite e dalle storie che gli hai affibbiato.

Se c’è una cosa che posso salvare, che si salva da sola, sempre e comunque, nei secoli dei secoli, è la bellissima immagine di Roma che fuoriesce dalle tue parole. “Ma cos’è, Roma? (…) Roma si fa amare esattamente come una donna, perché ti piace, perché stai bene con lei, perché ti capisce, ti accoglie e ti risponde. Perché, malgrado i difetti e le mancanze che rendono irregolare la sua bellezza, quella bellezza supera ai tuoi occhi tutte le altre”. Ecco, in queste descrizioni di una delle città che amo più al mondo ho ritrovato quello che di te mi ha affascinata: il potere col quale dirigi le parole. Ed è per questi barlumi di bello scrivere che continuerò a leggerti nonostante questo piccolo screzio che mi ha fatto. Il giorno non perfetto è finito. Facciamo così. Andiamo a dormire, e non pensiamoci più.

Luana Cau

Sempre riguardo Melania Mazzucco potete leggere la recensione di:
-> Vita
-> Il bacio della Medusa


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