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Le correzioni | Jonathan Franzen

Titolo: Le correzioni
Titolo originale: The corrections
Autore: Jonathan Franzen
Cenni sull’autore:  Jonathan Franzen è nato il 17 agosto 1959 a Western Springs, una cittadina a pochi chilometri da Chicago (Illinois), ma è cresciuto a Webster Groves, nel Missouri, da padre svedese e da madre statunitense. Ha studiato al Swarthmore alla Freie Universität di Berlino. Vive a New York e parla il tedesco. Esordisce nel 1988 con La ventisettesima città. Nel 2002 viene consacrato dalla critica con Le correzioni che riceve il National Book Award nella sezione Romanzo e il James Tait Black Memorial Prizeper la narrativa. Pubblica regolarmente racconti e saggi sul New Yorker e su Harper’s. È uno dei compilatori dei lemmi del Futuro dizionario d’America (The Future Dictionary of America, 2005). Nel corso del 2007 stringe un accordo con la casa editrice Farrar, Straus and Giroux per il suo nuovo romanzo, ma a causa di ritardi e collaborazioni con giornali e riviste, non completa la prima stesura fino al dicembre 2009. Il romanzo, Libertà (Freedom in originale) è stato estremamente atteso negli Stati Uniti, il Time dedica a Franzen l’onore della copertina, ed il volume, incentrato sulla vita di una famiglia del Midwest, è uscito in libreria il 31 agosto 2010.
Edizione: Einaudi
Pagine: 599
Costo: 14,50 €
Consigliato: Sì.

“Aveva perso le tracce di ciò che voleva, e poiché una persona è ciò che vuole, si poteva dire che avesse perso le tracce di se stesso.” 

A scuola
Alle elementari abbiamo avuto tutti la prof che ci correggeva i qual è con l’apostrofo, o le virgole dove non vanno messe. Abbiamo assaggiato cosa significava essere corretti. Eravamo nel torto, ci hanno raddrizzatto. Forse solo perché noi potessimo correggere altri, una volta adulti.

A casa
La mamma ci avrà detto un sacco di volte che non si fa questo e non si fa quello. Ci ha corretti. Lo ha fatto per il nostro bene. Immaginate di crescere tra continue correzioni al vostro comportamento. Renderebbe irrespirabile l’aria familiare. Ma succede.

Da grandi
Si cresce strani quando non abbiamo imparato a crescere. Quando siamo anarchici dentro, che non si comprendono e non comprendono. Quando amiamo follemente tutto quanto solo per odiarlo ulteriormente. Invece di correggerci, aumentiamo esponenzialmente il numero degli errori, finché raggiunge un punto critico ed esplodiamo.

Da bambini
Dopo essere stati grandi si torna bambini. E allora capiamo che la più grande correzione di tutte è correggere noi stessi tanto da capire che la vita è nostra e che la speranza la gestiamo noi. Allora ci rendiamo conto che non dobbiamo più farci correggere dagli altri, ma correggerci noi come crediamo meglio.

Da innamorati
Se qualcuno ci dice di tentare e noi non tentiamo perché abbiamo paura di soffrire, allora non siamo pronti ad amare, non ci siamo ancora corretti, vogliamo solo correggere gli altri. Nel momento in cui ci diamo completamente a qualcuno, allora siamo pronti a ricevere egualmente un’altra persona. Allora saremo capaci di vivere e correggerci ogni giorno sempre meno, perché anche se è vero che siamo sbagliati tutti dal primo all’ultimo, è anche vero che è questo essere sbagliati a renderci così belli da far innamorare qualcuno.

Marco Tamborrino


Libra | Don DeLillo

Titolo: Libra
Titolo originale: Libra
Autore: Don DeLillo
Notizie sull’autore: DeLillo è nato e cresciuto nel Bronx (N.Y.) da genitori italiani originari di Montagano, un paesino in provincia di Campobasso, emigrati subito dopo la Grande guerra e che l’autore cita in Underworld, libro in cui la famiglia di uno dei personaggi, Jimmy, proviene da “near town called Campobasso, in the mountains, where boys were raised to sharpen knives.” .Frequenta scuole cattoliche fino agli studi universitari; l’influenza degli studi cattolici traspare in molti dei suoi scritti e principalmente in Underworld (1997).Finiti gli studi, inizia a lavorare come pubblicitario e ad interessarsi di arte e musica, particolarmente al jazz e alla scrittura. Nel 1971 pubblica il suo primo romanzo, Americana, tradotto in italiano solo nel 2000. Nel 1972 pubblica End Zone, non ancora tradotto in italiano, e l’anno successivo Great Jones Street (tradotto in italiano nel 1997) che narra di un artista rock ritiratosi a vivere in un ambiente spoglio. Alla fine degli anni settanta intraprende un lungo viaggio formativo in Medio Oriente e in India; successivamente si trasferisce in Grecia, dove vive per tre anni e scrive il suo ottavo romanzo, I nomi, che ha un buon successo come thriller psicologico. Torna quindi negli Stati Uniti dove scrive Rumore bianco (White Noise) con cui, nel 1985, vince il National Book Award. Viene ascritto al cosiddetto postmodernismo insieme a Thomas Pynchon e Paul Auster. Osservatore acuto della società americana nel passaggio di millennio e del suo immaginario collettivo, descrive la realtà che lo circonda con una scrittura in cui racconta la società attraverso i media, la religiosità, i riti profani e le liturgie della politica comprese di intrighi tesi alla conquista del potere. Molti autori americani, come David Foster Wallace, citano DeLillo come lo scrittore che più li ha influenzati
Anno di pubblicazione: 1988
Edizione: Einaudi
Traduzione: Massimo Bocchiola
Pagine: 424
Consigliato: Consigliatissimo.

– Quando è il tuo compleanno?
– Il diciotto ottobre, – rispose Lee.
– Libra. La Bilancia.
– Sì, la Bilancia, – disse Ferrie
– L’Equilibrio, – disse Shaw.
Quelli della bilancia. Alcuni sono positivi, padroni di sé, equilibrati, con la testa a posto, saggi e rispettati da tutti. Altri invece sono negativi, cioè piuttosto instabili, impulsivi. Tanto, ma tanto, ma tanto influenzabili. Propensi a spiccare il salto pericoloso. In entrambi i casi, la chiave è l’equilibrio.
 

A volte finisci dei libri e non è che ti senti privato di un amico. Ti senti privato di un mondo intero. Finisci dei libri e ti chiedi cosa succede là fuori, perché mai tu sei dentro casa a leggere. Ti portano via un universo. Le ultime pagine. Le lacrime che colano sull’inchiostro. E le domande, le migliaia di domande prima dell’ultima riga. Ti hanno derubato, quando finisci dei libri. Così io mi sono sentito: come se mi avessero tolto ogni certezza. Le certezze derivate da un mese di lettura, da un mese di lettura sulla vita di Lee Harvey Oswald. Ventiquattro anni. Una vita giovane, eppure una vita immensa. Adesso ho bisogno di aria. Ho finito un libro che è poesia. Quando finisci un libro che è poesia è normale che ti venga voglia di uscire a respirare un po’ d’aria fresca. È il disfacimento interiore delle proprie convinzioni. Le parole che graffiano, stridono, si artigliano ai tuoi vestiti, ti si accalcano addosso. Non puoi farci niente. Sono gelide e secche, sono lì per fare del male.

Ma che cos’è Libra?
Io penso che Libra sia Lee Harvey Oswald, e che Lee Harvey Oswald non possa essere altro che Libra. Il romanzo stesso. Tutti i dettagli della sua vita. L’infanzia, la giovinezza, l’amore. L’Unione Sovietica, l’odio per il sistema capitalista. Lee Harvey Oswald è conosciuto dalla maggior parte di noi semplicemente come l’assassino del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fiztgerald Kennedy. Ci fermiamo qui e lo odiamo. Pensare a un complotto sarebbe troppo complesso. Un complotto implica centinaia di piste da seguire, centinaia di dati su centinaia di personaggi, tutti coloro che sono entrati in contatto con Lee Harvey Oswald. Perché alla fine gira tutto intorno a lui. Tutto riporta a lui. Sono un capro espiatorio, disse prima di venire ucciso da Jack Ruby.

“C’è abbastanza mistero nei fatti così come li conosciamo, abbastanza complotto, coincidenza, questioni irrisolte, vicoli ciechi, molteplicità di interpretazioni. Non c’è bisogno, pensa, di inventare la grande macchinazione magistrale, la congiura che si ramifica impeccabilmente in dieci direzioni diverse.”

Non ce n’è bisogno, già. Ma alla fine non si può far altro. Fu veramente Oswald a uccidere il presidente. Era l’unico a sparare, quel giorno? Ventidue novembre millenovecentosessantatre. Come mai tutte le persone che entrarono in contatto con lui negli ultimi mesi della sua vita morirono pochi anni dopo? De Lillo intreccia ai fatti reali sulla vita di Oswald gli eventi fittizi che darebbero vita a un grande complotto per assassinare il presidente e far pensare che Oswald fosse stato inviato da Cuba, e alimentare quindi una nuova invasione dell’isola dopo il fallimento della Baia dei Porci. Ancora oggi, dopo tre inchieste (una delle quali è la famosa e abnorme Commissione Warren), non si è riusciti a dimostrare che si trattasse di un complotto. E così hanno deciso che è stato lui e basta. Lee Harvey Oswald ha ucciso il presidente. Da solo. Ma noi non leggiamo Libra per sapere questo. Questo lo sappiamo già. Noi leggiamo Libra per sapere se la vita di L. H. Oswald era una vita come tante oppure una vita speciale. E scopriamo, quasi con sorpresa, che era entrambe le cose. Che tutte le nostre vite soneo entrambe le cose. Speciali e normali. Che l’amore è speciale e normale. Che avere una figlia, diventare padre, è insieme una cosa meravigliosa, inaspettata e incredibile, tanto quanto una cosa quotidiana e noiosa.

Chi è Lee Harvey Oswald?
“L’assistente sociale scrisse: «Le risposte alle domande rivelano che il ragazzo sente fra sé e le altre persone un velo che lo rende irraggiungibile, ma preferisce che il velo resti intatto».”

Lee H. Oswald è un ragazzino maltrattato dai compagni di scuola che vive da solo con la madre. Si spostano in continuazione. A dieci anni ha già cambiato sei scuole. Cresce leggendo il manuale dei marines di suo fratello Robert, già arruolato. Poi inizia a leggere letteratura marxista. Si arruola a 18 anni. Nell’esercito gli capita di sbagliare, e viene spedito nel carcere di rigore ad Atsugi, Giappone. Conosce il sistema della prigione americana. Poi, passando per la Finlandia, va in Unione Sovietica. Si innamora di Marina, la sposa, e quando si accorge che il comunismo è tutto tranne quello che pensava, torna in Amerca. Qui viene preso di mira dai servizi segreti americani, ex agenti della CIA che tramano per uccidere il presidente e far partire un’invasione di Cuba. Viene preso di mira perché ha tutte le caratteristiche del personaggio di cui questi congiurati hanno bisogno. È l’uomo perfetto.

“L’obiettivo principale è che Kennedy muoia.
Il secondo obiettivo è che muoia Oswald.”

Secondo la classica ricostruzione dei fatti, quella che – più o meno – tutti conosciamo, Lee Harvey Oswald sparò tre proiettili in meno di sei secondi. Il primo ferì lievemente il presidente sotto il mento. Il secondo mancò il bersaglio. Il terzo aprì un buco nella testa di JFK. In Libra, quando Oswald sta mirando per sparare il terzo proiettile, nel mirino del suo fucile vede la testa del presidente esplodere, ma non per il suo colpo. Sono un capro espiatorio, disse. E noi, ancora oggi, non sappiamo quale sia la verità.
Ma Lee Harvey Oswald era anche il ragazzo che ha saputo amare con tutto se stesso come qualsiasi essere umano. Il ragazzo che passava le notti a fissare la figlia, tanto l’amava. Tornato in America si mise a picchiare Marina, è vero, ma paradossalmente non smise mai di amarla.

“Il saluto con cui le rispondeva era infantile, un agitar di mano, un piacere profondo e toccante. Sembrava dirle, dalla sua barchetta: – Guardaci, siamo un miracolo, così autentico e sicuro.”

Quali sono i personaggi che ruotano attorno all’universo di Libra, al mondo di Lee Harvey Oswald?
Ce ne sono tanti. Ogni attentatore ha la sua storia, la sua famiglia, i suoi sentimenti. Ogni membro dell’operazione volta ad assassinare Kennedy richiede pagine e pagine di approfondimento. Niente è messo lì a caso. il più rilevante è forse David Ferrie (pilota della marina), omosessuale convinto di avere il cancro.

“- Dave, tu in cosa credi?
– In tutto. Specialmente nella mia morte.
– La desideri?
– La sento. Io sono la pubblicità vivente del cancro.
– Ma ne parli così volentieri.
– Perché, avrei altra scelta?”

Poi c’è Marguerite Oswald, la madre di Lee. Nei suoi capitoli sembra sempre parlare a un giudice in un’aula di tribunale. Dice che non può spiegare la vita di suo figlio con una semplice deposizione. Deve raccontarla tutta. E i toni con cui racconta sono drammatici, forti, impregnati di un opprimente senso di perdita allo stesso tempo umano e storico. E dopo Marguerite c’è Marina. Marina e il suo amore sincero per Lee, convinta che le cicatrici che lei e il ragazzo portano sulle braccia siano un segno del destino, un segno che li ha fatti incontrare e li farà stare insieme. Ma quando lui comincia a picchiarla, lei inizia a chiedersi se l’ami veramente, pur rimanendo invariato il suo amore per lui.
A Marguerite e Marina si aggiunge una carrellata di personaggi più o meno importanti. Ma ognuno di loro, a modo suo, è tragico e malinconico. Ognuno si porta dietro una tristezza infinita, e il lettore sa perfettamente che tutto dovrà culminare con la morte del presidente. Perché è l’anima del complotti, terminare con una morte.
Win Everett, ideatore dell’attentato, a tal proposito formulerà questo pensiero:

“Le trame possiedono una logica. C’è una tendenza, nelle trame, a evolvere in direzione della morte. Lui era convinto che l’idea della morte fosse insita nella natura di ogni trama. Nelle trame di narrativa come in quelle di uomini armati. Più la trama di un racconto è fitta, più è probabile che approdi alla morte. La trama di un romanzo, credeva, è il nostro modo di localizzare la forza della morte fuori dal libro, di esorcizzarla, di contenerla.”

Qual è il senso di Libra?
Forse DeLillo non aveva un secondo fine. Forse lo scrittore americano voleva solo scrivere un bel romanzo sulla questione documentandosi molto. Ma io credo che abbia voluto dare anche un segnale. Che la vita di ogni essere umano non è semplice. Non si può giudicare da un gesto. Non si può rinchiudere in un istante di tempo e lasciarla lì. Kennedy era un simbolo prima ancora che un uomo. E Lee Harvey Oswald o coloro che sono rimasti nell’ombra l’hanno distrutto. Ma perché? Non sono umani anche loro? Non sono simboli anche loro? Simboli di un America, di un sistema sbagliato?

Marco Tamborrino 


Snow crash | Neal Stephenson

Titolo: Snow Crash
Autore Neal Stephenson
Cenni sull’autore:  Un autore di fantascienza statunitense noto soprattutto per le sue opere di genere postcyberpunk con una tendenza a divagare nell’esplorazione di argomenti di matematica, economia e di storia della scienza
Anno di pubblicazione:  1992
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 551
Costo: 11,60 €
Consigliato: Sì!

Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti.

 

Devo ancora decidere se ho capito bene tutta la storia che c’è dietro, il mito di Babele, i culti antichi, la religione come virus e gli altri simpatici dettagli propinati uno dietro l’altro a uno che di questa materia sa ben poco. So solo che mi è piaciuto un casino, che le ultime duecento pagine me le sono bevute in un paio di pomeriggi. Mi sono distratto e ho riso tanto: mi è servito.

Allora, a partire dal nome del personaggio principale, Hiro Protagonist (lol), tutto il romanzo è basato su un’ironia acuta e non sempre intuibile, anche perché le scene sono impostate in modo tale da apparire tutte serie e non sempre è facile scorgerne il lato comico. Ma è anche basato su approfondite ricerche di storia antica, e da qui l’autore crea un collegamento con la tecnologia e l’informatica che è davvero notevole, così com’è notevole il mondo a cui dà vita, un mondo che dopo un po’ diventa un punto di riferimento per il lettore, un mondo cui ci si affeziona.

Si parte dal presupposto che nel cervello abbiamo due tipi di apprendimento linguistico:
– Quello che sviluppiamo quando impariamo la nostra lingua nazionale.
– Quello che è preesistente ed è strettamente funzionale al nostro DNA e ai nostri geni.

Il primo è quello che usiamo tutti i giorni, quello più importante.
Il secondo è quello “infettato” da un virus proveniente dallo spazio, il “metavirus”, e che può venire modificato successivamente con il ripresentarsi di questo virus, controllando le parti più semplici del cervello e assumendo così il controllo totale sulla persona.

È complesso, lo so. Nemmeno io sono sicuro di quello che dico. Proprio per niente.

Allora, L. Bob Rife, una specie di magnate che possiede i media di mezzo mondo, riesce a rielaborare questo virus e a spargerlo iniziando a creare una nuova religione (discendente di quella antica sumerica) grazie anche al fatto che lo Snow Crash, il virus, la droga, la religione, si diffonde sia virtualmente sia biologicamente. Virtualmente nel Metaverso, uno spazio tridimensionale a cui le persone più ricche della terra accedono dal loro computer, dove intacca le menti degli hacker, distruggendone i cervelli, biologicamente attraverso normali siringhe, come una droga. Dopodiché, gli infettati vengono dotati del “dono delle lingue”. Praticamente parlando con grugniti incomprensibili perché sono a conoscenza dell’assetto linguistico di tutte le lingue del mondo. Una moderna Babele. Qualcosa del genere.

Va be’, insomma, Hiro deve sventare tutto questo, perché senza volerlo se ne trova immischiato. Lui e quella bambina rompipalle di Y.T.
Ah, non posso dimenticare di dire quanto ami Zio Enzo e quanto mi stia sulle palle Raven. La Mafia è quasi brava, in questo romanzo. E Zio Enzo ha una filosofia tanto tanto tenera. Mi sta proprio simpatico.

Marco Tamborrino

 


Mentre morivo | William Faulkner

Titolo: Mentre morivo
Titolo originale: As I lay dying
Autore:  William Faulkner
Cenni sull’autore: William Cuthbert Faulkner, nato Falkner, è stato uno scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo statunitense, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, autore di opere spesso provocatorie e complesse. Le opere di William Faulkner sono caratterizzate da una scrittura densa di pathos e di grande spessore psicologico, da periodi lunghi e sinuosi e da una cura meticolosa nella scelta dello stile e del linguaggio. Nella pratica stilistica, fu considerato il rivale di Ernest Hemingway, che gli si oppone con il suo stile conciso e minimalista. È stato ritenuto forse l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni trenta: Faulkner si allaccia alla tradizione sperimentale di scrittori europei quali James Joyce, Virginia Woolf, e Marcel Proust, ed è noto per l’uso di strumenti espressivi innovativi: il flusso di coscienza, narrazioni elaborate da punti di vista multipli e salti temporali nella cronologia del racconto.
Traduzione: Mario Materassi
Anno di pubblicazione: 1930
Edizione:  Adelphi
Pagine: 231
Costo: € 10
-> Consigliato: Assolutamente sì!

Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo.

Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, in sole sei settimane, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”.Okay, a questo punto o sei gesùcristorisorto o sei un buffone. Perché un romanzo costruito com’è costruito questo si scrive in sei settimane solo se hai dei superpoteri di qualche tipo. Ora, wikipedia alla mano, proverò ad analizzarlo e a metterci dentro anche le mie impressioni. Che sono molto, molto positive.Partiamo dall’intreccio. È semplicissimo. Siamo nel sud degli Stati Uniti, anno imprecisato, una famiglia di campagna. La madre muore, e il suo desiderio era di essere sepolta lontano dai suoi cari che in vita aveva odiato. Il marito, i figli e la figlia iniziano così un viaggio che dovrà portarli alla cittadina di Jefferson, dove seppellirla.
Il romanzo si apre in medias res, con Chash, uno dei figli, che sta costruendo la bara sotto gli occhi della madre morente.Un intreccio semplice ma architettato splendidamente. Il libro è scritto in flusso di coscienza, i capitoli si alternano con le voci dei familiari che raccontano il modo in cui vedono l’evento della morte della madre/moglie. Già dal titolo – che fa riferimento a un verso dell’Odissea – siamo introdotti nel viaggio funebre del carro e della famiglia, dei suoi segreti raccontati attraverso simboli o accenni a volte poco chiari e complessi da decifrare. Emblematico il capitolo di Vardaman, il figlio più piccolo, che recita solamente la frase “mia madre è un pesce”, perché nato dal mero gesto meccanico della riproduzione. Più avanti si trova invece la frase secondo quale, la madre di Jewel (terzo figlio, nato dall’adulterio) è un cavallo, poiché nato da una passione focosa. In questo gioco di simboli, Darl, il secondo figlio, non ha madre poiché non è mai stato amato da sua madre, in quanto arrivato senza essere desiderato.
Dice il signor Tull (il vicino di casa insieme alla moglie Cora) riguardo a Darl:“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Il tono in cui tutto è raccontato è tragico, drammatico, ma è capace anche di raggiungere vette di comicità e di grottesco incredibili, soprattutto perché non è affatto semplice capire al volo il significato che Faulkner ha messo dietro le quinte. La lucudità è poca. Lo stile è ostico, ma dopo una ventina di pagine ci si fa l’abitudine. La cosa sbagliata da fare è fermarsi per rileggere. Bisogna andare avanti, perché dopo tutto va al suo posto. Con un po’ di pazienza, si arriva a ciò che l’autore vuole dire.

Darl, il figlio non amato, conosce anche i segreti del fratello Jewel e della sorella Dewey Dell. Sopravvissuto alla grande guerra, nei suoi occhi si scorgono le scintille della pazzia. Il fratello Cash ne farà una riflessione che colpisce come un pugno per la sua franchezza: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”.

Ogni personaggio è pitturato come una figura tragica con il suo passato tragico. Il padre ingobbito e senza denti, testardo e coccciuto, anche nel suo amore verso la moglie morta che non ricambiava allo stesso modo. E proprio Addie, la moglie, la madre, che ha dato altri due figli al marito per cancellare Jewel, l’adulterio. Cash, il figlio falegname, la gamba rotta e la meccanica gestualità che gli fa costruire la bara di fronte alla madre morente. Darl, il figlio soldato non amato, pazzo e muto sui segreti del fratello e della sorella. Jewel, che durante le giornate di un’estate sembra stanchissimo perché di notte se ne va di casa a lavorare il campo di un altro uomo per guadagnare dei soldi e comprasi un cavallo selvaggio. Sempre Jewel, nato dall’amore della madre per un altro uomo, l’unico figlio che le madre abbia veramente amato, anche se lui l’amava e l’odiava insieme. Dewey Dell che tiene nascosta la sua gravidanza. Vardaman, il più piccolo, il bambino innocente che assiste allo squartamento di sua madre – il pesce che ha appena pescato – per essere cucinata. Il bambino che vede tutto l’orrore del rito di sepoltura (la decomposizione della madre, gli avvoltoi, il rogo appiccato dal fratello pazzo, la prostituzione della sorella) e che per Natale sogna un trenino rosso visto un giorno dietro una vetrina (“Mi faceva male al cuore come il treno”). La coralità del libro è, nell’insieme, devastante. Ai personaggi della famiglia si aggiungono gli interventi di chi le sta vicino durante il suo pellegrinaggio, come il dottore Peabody.

Un solo capitolo è dedicato a Addie, la moglie/madre morente, che sembra quasi parlare post mortem. “Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura”. In lei e nel suo odio per le parole, prima fra tutte la parola “Amore” che il marito utilizza per descrivere l’atto sessuale, troviamo tutto l’odio di un essere umano per i suoi cari, a partire dal marito e per finire con Darl, il figlio mai voluto. Darl che la vedeva così: “Quella sera trovai la mamma seduta accanto al letto dove lui dormiva, nel buio. Piangeva con violenza, forse perché doveva piangere così, in silenzio; forse perché per lei le lacrime erano come l’inganno, odiandosi perché lo faceva, odiando lui perché era costretta a farlo. E allora capii che avevo capito. Lo capii chiaro e tondo, quel giorno, come quel giorno capii di Dewey Dell”.

Ci sono sconcerto e incredulità nelle persone che la famiglia incontra durante il suo viaggio. Non riescono a credere che stiano facendo tutta quella strada per seppelire una persona. In una scena verso la fine, mentre il carro è fermo in un paesino, c’è tutta la triste realtà del gesto che il padre di famiglia e i suoi figli stanno compiendo. Le donne passano a distanza dal carro con un fazzoletto sul naso, una guardia si ferma e dice a Anse (il padre) di sloggiare. Capitoli prima, un uomo aveva pensato questo: “«Ora che è morta, sarà superiore a certe stupidaggini» dico io. Perché io ai morti porto lo stesso rispetto che gli portano tutti, ma i morti vanno rispettati, e una donna che è morta da quattro giorni il modo migliore di portarle rispetto è di metterla sottoterra il prima possibile. Ma loro, niente”.

Se l’intreccio è semplice, il meccanismo dell’intreccio stesso è più complicato di quanto si possa immaginare. In sole duecentotrentuno pagine si mischiano molte voci e i loro tormenti. Dalla voce più innocente (Vardaman, “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”), a quella più tragica e presente (Darl, che domina su tutti con ben 19 capitoli su 59), passando per l’essere donna troppo presto di Dewey Dell (“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”). [Tra l’altro nella frase appena riportata è descritta la gravidanza in maniera sublime facendo uso di pochissime parole].

Bisogna chiudere gli occhi per trovare – in sintonia fra di loro – l’assurdo, il comico, il simbolico, l’inconcluso e il grottesco che permeano tutta la tragedia. Ma una volta chiusi gli occhi il risultato è meraviglioso.

“Ci vogliono due persone per farti, e una per morire.
È così che il mondo finirà.”

Marco TamborrinoE’ disponibile anche una video recensione su YouTube che potete apprezzare cliccando QUI


22/11/’63 | Stephen King

Titolo: 22/11/’63
Titolo originale: 22/11/’63
Autore:  Stephen King
Cenni sull’autore: Acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha, a sua volta scrittrice. Le sue storie sono numerosi bestseller che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian del Palma, Rob Reiner e Frank Darabont. Nel 2003 gli è stata assegnata la National Book Foundation Medal per il contributo alla letteratura americana e nel 2007 l’associazione Mystery Writers of America gli ha conferito il Grand Master Award.
Traduzione: Wu Ming 1
Anno di pubblicazione: 2008

Edizione: 
 Sperling & Kupfer
Pagine: 768
Costo: € 23,90 (li vale tutti)
-> Consigliato: Assolutamente sì!

«Aveva perso l’abitudine al romanticismo».


Prendete una caduta. Ginocchio sbucciato. Un po’ di sangue, acqua ossigenata, cerotto. Roba da poco, ma quel bruciore dà comunque fastidio. Non dispiacerebbe tornare indietro nel tempo ed evitare di cadere. Ma cosa succede se, rimanendo in equilibrio, faccio cadere mia sorella di otto anni a faccia in giù e prende un colpo talmente forte che bisogna portarla al pronto soccorso?

Perché cambiare il passato?
Perché le cose vadano meglio.

Ehi, aspettate un attimo. Il mondo attuale, il mondo come lo conosciamo, non è detto che sia il peggiore degli scenari pensabili. Non è affatto detto.

In realtà quello che io voglio dire (e che forse pensate sia il messaggio del romanzo) non è che il passato non va cambiato, perché noi non possiamo cambiare il passato e questo è un dato di fatto. In letteratura possiamo. Nella realtà no. Quello che King vuole dirci è che ogni cosa, anche il gesto più piccolo e apparentemente insignificante, ha una sua importanza, ha una sua “onda d’urto” più o meno ampia, e dovremmo iniziare a considerare le azioni che compiammo come parte integrante della nostra vita e quella degli altri, dar loro importanza, giudicare quali sono giuste e quali sbagliate.

Salvare Kennedy è giusto o sbagliato?
Cosa può causare un gesto del genere?
Ma soprattutto, innamorarsi è giusto o sbagliato?

Quest’anno Woody Allen ha firmato un altro film, Midnight in Paris, e il protagonista è un nostalgico degli anni ’20. Così come il protagonista di King, Jake Epping, è un nostalgico di quell’epoca che deve cambiare, e la nostalgia lo porterà all’amore, e l’amore lo porterà alla sofferenza. Perché è così che si ama. Soffrendo. Lo sappiamo tutti, vero? Ma certo che lo sappiamo tutti. Siamo degli inguaribili romantici. E nessuno perderà mai l’avitudine al romanticismo. Forse nei libri possiamo cambiare il passato (in male o in peggio), ma non possiamo cambiare la condanna all’innamoramento. E alla fine è sempre quello che ti frega.

Cose che rendono questo romanzo degno di essere letto:

1) Analisi sociale dell’America di fine anni ’50 e inizio anni ’60;
2) Aspetto fantascientifico innegabilmente affascinante;
3) King non aveva mai parlato dell’amore così come ora.

L’ultima ragione sarebbe sufficiente, da sé, per farti andare – o’ tu lettore – immediatamente in libreria e spendere l’ira di Dio per questo romanzo. Ma già il fatto che il fattore horror (possiamo chiamarlo così?) sia quasi assente, se non solamente nell’aspetto psicologico, dovrebbe convincerti e toglierti ogni timore.

Noi – tu, io – torneremmo indietro per salvare Kennedy? A che pro? E se il passato non volesse essere cambiato? A che pro toccare le corde di quell’arpa che è la storia, romperne una e rovinare tutto, tutto, al solo scopo di salvare Kennedy? Tutto questo perché noi pensiamo che salvandolo tutto migliorerebbe. Che, se lo salvassimo, torneremmo nel 2011 trovando un mondo migliore. Perché? Inguaribili ottimisti. Umani.

Allora, è andata così. Io sono finito in una tavola calda da quattro soldi, e ho incontrato il signor Stefano. Come suona male. Facciamo il signor King. Ebbene, non so perché ma s’è messo a dirmi che sul retro, nella dispensa, c’era un passaggio temporale che portava al 9 settembre 1958. Mi ha detto che si potevano fare grandi cose viaggiando nel tempo. 22 novembre 1963. Perché io? Sono stato messo di fronte a una decisione importantissima, a un gesto estremo, e da ogni gesto scarutiscono delle conseguenze, giusto? Più un gesto è grande, più grandi sono le conseguenze. Studiare matematica o fisica non serve per arrivarci. Signor King, lo vada a dire ai licei italiani che trattano materie umanistiche – in facciata…

E ancora: non sappiamo, noi comuni mortali, se sia stato veramente Lee Oswald a uccidere JFK quel 22 novembre. Nella postfazione King parla delle documentazioni racocolte per scrivere il romanzo, e asserisce che si spingerebbe fino a un 98-99% di probabilità che sia stato veramente Oswald a sparare al presidente americano. L’altra minuscola percentuale riguarda le teorie del complotto (che io avvallo, pur senza nessuna documentazione). Del resto, King non c’era. Non c’ero nemmeno io. Voi c’eravate? No, con molta probabilità. E Oswald fu ucciso poche ore dopo da un altro pazzo. Che strano, eh?

Ma chi era Lee Harvey Oswald? Semplicemente un povero americano con sogni di gloria irrealizzati che non riusciva ad accettare questa sua condizione di semi-povertà. Picchiava sua moglie e aveva eccessi di collera contro razzismo e capitalismo che assomigliano molto ai delirii di uno squilibrato. E basta. Tutto qui. L’attentatore, il famoso uomo che uccide Kenney. Fine della storia.

No, sbaglio anche io. La storia non ha mai fine. La storia siamo noi – lo dice rai 3. La storia non si cambia, al massimo la si studia, la si prova a capire. E nella Storia, quella con la S maiuscola, convivono milioni, miliardi di piccole storie frutto di gesti, anche minuscoli e involontari, che forse un giorno vivremo o che forse non vivremo mai. Chi lo sa. Possiamo solo dare un po’ più di importanza alle parole e alle azioni di quanto facciamo ora. Non ci sta molto. Non possiamo cambiare il passato, ma il futuro lo scriviamo noi.

Marco Tamborrino

Riguardo Stephen King potete leggere anche la recensione di:
-> Misery 


Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline

Titolo: Viaggio al termine della notte
Autore: Louis-Ferdinand Céline
Cenni sull’autore: A fine Ottocento, Courbevoie è un villaggio a nord della Francia, un “ambiente piccolo borghese fatto di commercianti, modiste e bottegai”. È lì che, il 27 maggio 1894, nasce il primo e unico figlio di Fernand e Marguerite Destouche. Si chiama Louis-Ferdinand e, col nome di Céline, è destinato a diventare uno dei più grandi e controversi scrittori del secolo scorso. Céline è considerato uno dei più influenti scrittori del XX secolo, celebrato per aver dato vita a un nuovo stile letterario che modernizzò la letteratura francese ed europea. La sua opera più famosa, Viaggio al termine della notte, è un’esplorazione cupa e nichilista della natura umana e delle sue miserie quotidiane, dove la misantropia dello scrittore è costantemente ravvivata da un acuto cinismo. Lo stile del romanzo – con il continuo mischiarsi di linguaggio popolare ed erudito e il frequente uso di iperboli ed ellissi – impose Céline come un innovatore nel panorama letterario francese. Per le sue prese di posizione e affermazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, esposte in alcuni pamphlet accusati di antisemitismo,  Céline rimane oggi una figura controversa e discussa.
Traduttore: Ernesto Ferrero
Anno di pubblicazione: 1932
Edizione: Corbaccio
Numero pagine: 575
Costo: 18, 60 €
-> Consigliato: Sì, tantissimo.

 

Esistono degli scrittori mediocri e degli scrittori discreti. Poi vengono quelli bravi e ancora dopo quelli bravissimi. Infine, sull’ultimo gradino, c’è Céline.

Ho impiegato due mesi per leggere uno dei più bei libri che mi sia mai capitato tra le mani. Una fatica enorme, sul serio. Ogni pagina è ricca di cinismo, le parole si rincorrono tra annichilimento e comicità come mai nessun altro autore ha osato fare. Blasfemo, provocante, immorale, sporco, depravato. Ma anche commovente e dolce, fino ad arrivare a renderti immensamente triste. Céline mischia tutto questo con una bravura assurda. Un tizio che era un medico e che poi è stato esiliato per antisemitismo. Un nazista, anche. Ma con la penna è Dio. Sembra essere passato sulla terra per raccontare a noi poveri idioti la verità sulla vita. Tutto il resto della letteratura a confronto è zero. Un romanzo che fa scandalo per quello che dice, per quello che rivela. Come vanno realmente le cose tra gli uomini. L’ipocrisia messa a nudo nella sua totalità.

Céline è passato prima per gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, poi è finito nelle colonie africane. È stato a New York e ha conosciuto la bella America delle donne e della gente ricca così come la brutta America delle catene di montaggio a Detroit. Infine è tornato in Europa, a Parigi, in tempo di crisi, a guadagnarsi da vivere a buttare la sua esistenza nella periferia della capitale francese, tra gente moralmente abietta e priva di ogni bene materiale. Céline però non fa sconti neanche con se stesso. Il protagonista, Ferdinand Bardamu, è la sua immagine, il suo riflesso. Spesso si rimprovera nei suoi pensieri, ma le sue azioni riconducono sempre a un comportamento antieroico e umanamente vero. Pensate solamente alle circostanze di cortesia. Quando salutate una persona anche se vi sta immensamente sulle palle o le fate gli auguri di compleanno. Céline lo dice. Dice che gli uomini fanno sempre così, che il loro è un continuo mentire a tutti, un persistere a comportarsi falsamente, sempre, per tutta la vita, finché ci si accorge che è troppo tardi per rimediare e si muore. È lo scandalo della gente senza Dio, senza patria, senza amici, senza moglie, senza una casa, una famiglia, una città propria. È l’errare umano sia nell’animo che nel corpo. Ci si deteriora, ci si ammala. Non c’è niente da fare. Rimane solo la scelta della morte. Perché il mondo è orribile, e la felicità se ne va via in fretta. Anche Bardamu l’ha conosciuta, la felicità. In America, con Molly. E Céline a proposito ci lascia un passo che è forse uno dei più bei passi d’amore mai scritti: “Buona, ammirevole Molly, vorrei se può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che non sono cambiato per lei, che l’amo ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene tanto peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanto della sua bellezza in me, così viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per me almeno vent’anni ancora, il tempo di arrivare alla fine. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d’America”. Un pezzo del genere non andrebbe neanche commentato. Non è facile intuirne l’importanza, non è immediato. La levatura culturale è evidente solo dopo averlo riletto tre, cinque, dieci volte. Sta tutta qui, l’immensità di Céline. Le parole che ne fanno uno dei massimi scrittori mai esistiti. Nella profondità dell’accostamento di queste parole.

A tratti delirante, la narrazione distende su innumerevoli argomenti, fino a toccare praticamente tutti i sentimenti umani. È sorprendente la forza evocativa del raccontare, perché di mostrato c’è ben poco. Ogni ambiente sembra evanescente, un miraggio, qualcosa di poco solido e mal costruito, ma in realtà è lo stile di Céline che arriva al limite del vero, del conosciuto. Quando Bardamu è in Africa, c’è la descrizione di un tramonto che è da brividi. Te lo immagini poco, quel tramonto. Ma la descrizione rimane da brividi.

“Sono tornato a trovare Molly e le ho raccontato tutto. Per nascondermi la pena che le facevo, s’è data un gran daffare, ma comunque non era difficile vedere che ce l’aveva. L’abbracciavo più spesso adesso ma era un dispiacere profondo il suo, più vero che da noi, perché noialtri abbiamo piuttosto l’abitudine di dirlo più grosso di quel che è. Con gli americani è il contrario. Non osano capire, ammetterlo. È un po’ umiliante, ma comunque, è proprio pena, non è orgoglio, non è nemmeno gelosia, né scene, è nient’altro che la vera pena del cuore e bisogna ben dirsi che tutto questo ci manca dentro e quanto al piacere di provare della pena siamo a secco. Ci vergogniamo di non essere ricchi di cuore e di tutto e anche d’aver comunque giudicato l’umanità più bassa di quel che in fondo è davvero”. Oltre questo cinismo chiunque può notare una vena di speranza, una dolcezza d’animo poco comune. Più nichilista diventa Bardamu (così come Céline), più i pochi passi dove traspare la gentilezza sono delicati e unici. Fanno tenerezza. Ci ridanno quel poco di gioia che ci è rimasta da una lettura così moralmente negativa. È il semplice ritratto dell’uomo. Del resto, come dice lo stesso Céline: “La tristezza del mondo assale gli esseri come può, ma ad assalirli sembra che ci riesca quasi sempre”. Non siamo forse noi una prova vivente di questa cosa?

La parte più ironica e comica è paradossalmente quella della guerra. Eccetto alcuni momenti di lucidità, non si riesce mai a capire bene cosa accada, sennonché Bardamu odia profondamente la guerra, e all’inizio asserisce perfino che non riesce a capacitarsi come i tedeschi, cui cui fino a qualche mese prima conversava con tutta tranquillità, gli stessero sparando.“Dunque niente errori? Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non era proibito! Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata. Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria, come le lotterie, i fidanzamenti, la caccia coi cani!… Niente da dire. Di colpo scoprivo la guerra tutta intera. Ero sverginato”. Forse non tutti sanno che la psicanalisi è nata proprio dopo la Grande Guerra. Dal fronte tornavano i soldati mezzi matti per gli orrori di morte con cui si erano ritrovati a contatto, e in qualche modo bisognava curarli. Ironico, tra l’altro, il fatto che anche Bardamu abbia avuto dei problemi di salute mentale, in seguito alla sua esperienza di guerra, e che abbia mentito volontariamente ai medici per non essere fucilato. Ma poi cosa resta per chi rimane vivo? Un andare avanti trascinandosi inutilmente, parafrasando Céline. Un invecchiare e perdere l’occasione di vivere come si dovrebbe vivere. Alla fine, secondo lui, siamo tutti delle carogne, degli inutili sacchi di carne. Be’, come dargli torto. “Quel che è peggio è che uno si chiede come l’indomani troverà quel po’ di forza per continuare a fare quel che ha fatto il giorno prima e poi già da tanto tempo, dove troverà la forza per quelle iniziative sceme, quei mille progetti che non arrivano a niente, quei tentativi per uscire dalla necessità opprimente, tentativi che abortiscono sempre, e tutti per arrivare a convincersi una volta per tutte che il destino è invincibile, che bisogna sempre ricadere ai piedi della muraglia, ogni sera, sotto l’angoscia dell’indomani, sempre più precario, più sordido. Forse è l’età che sopraggiunge, traditoria, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco. Tutta la gioventù è già andata a morire in capo al mondo nel silenzio della verità. E dove andar fuori, ve lo chiedo, quando uno non ha più dentro una quantità sufficiente di delirio? La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io”. Per l’appunto, dove troviamo la forza di alzarci alla mattina? Qui Céline non ce lo dice, ma io credo che venga dalle persone cui siamo più affezionati. È un’ipotesi non contemplata nel mondo di Bardamu, dove tutti gli esseri umani, a parte pochi (tra cui Molly e Robinson), sono meschini falsi e adulatori, dove niente è puro. L’uomo è marcio e continua a marcire. Niente da fare. Quest’opera è l’incarnazione del nichilismo.

“L’egoismo degli esseri che si sono mescolati alla nostra vita, quando si pensa a loro, da vecchi, si dimostra innegabile, cioè come se fosse d’acciaio, di platino, e persino più durevole del tempo stesso”. Alla fin fine si potrebbe dire che Céline dice le stesse cose per tutto il romanzo, ma con parole diverse. C’è da dire che non mi aspettavo il finale tragico che c’è stato. Avrei voluto forse una consapevolezza positiva del protagonista, ma non sono stato accontentato. Tutta la narrazione è costellata di eventi più o meno drammatici, come l’episodio di Bébert, che personalmente è quello che più mi ha toccato. C’è stata quasi la lacrimuccia. Incredibile, dato il cinismo con cui Céline descriveva il tutto. Eppure io trovavo un dispiacere e una sincera commozione in mezzo ai lunghissimi periodi negativi. Forse sono troppo buono. “Si è mai visto qualcuno scendere all’inferno per sostituire un altro? Mai. Si vede che ce lo butta giù. È tutto”. Non ci leggete anche voi, in queste parole, un’insana voglia da parte di Bardamu di interpretare colui che scenderebbe all’inferno per sostituire qualcuno? Lui lo farebbe, ma agisce da essere umano. La usa un po’ come scusa, questa argomentazione. “Era solo dentro di me che quello capitava, per farmi sempre la stessa domanda. Ho finito per addormentarmi sulla domanda, nella mia notte privata, quella bara, tanto ero stanco di camminare e di non trovare niente”. Céline riesce a dirci, con pochissime parole, quanto ci sia dentro ogni uomo, quanti interrogativi ci poniamo nella vita, dimenticandoceli magari appena ci addormentiamo alla sera. È di una tristezza infinita. Che poi, è proprio così che facciamo nella vita vera. Può ognuno di noi affermare con tristezza che si offrirebbe di morire in cambio di qualcun altro? Un bambino magari. Uno sconosciuto. Invece, in tanti casi, non salveremmo neanche chi amiamo e ci ama. Alcuni lo farebbero. Altri no. Non possiamo saperlo se non nelle condizioni specifiche. “Tanto vale non farsi illusioni, la gente non ha niente da dirsi, ognuno parla soltanto delle proprie pene personali, si capisce”.

Molti si staranno chiedendo dove voglia andare a parare. Oppure si stanno chiedendo se non intenda fare altro che un elenco dei temi trattati da Céline riportando i dovuti esempi. Voglio solo dirvi che questo romanzo è un’opera di una portata abnorme, che leggerlo potrà solo arricchirvi ma al tempo stesso anche demolire le vostre convinzioni. È un inferno leggerlo. Proprio un viaggio, come dice il titolo. La notte è l’oscurità che ci avvolge. La miseria umana. E il libro è appunto un viaggio ai confini di questa miseria.“Scoppieremmo se avessimo un po’ di coraggio, ci limitiamo a decadere da un giorno all’altro. La nostra tortura prediletta è rinchiusa lì, atomica, nella nostra stessa pelle, col nostro orgoglio”. Un tale accostamento di termini varebbe non uno, ma dieci premi nobel. Tanti stupidi scribacchini si sono aggiudicati quel premio, ma Céline no, Céline era antisemita e quindi niente Nobel. Ma eccolo qui, tra gli immortali, a mettere crudelmente a nudo la nostra schifezza interiore e morale, a dirci che l’uomo è una contraddizione con le gambe.

Marco Tamborrino 


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


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