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Un giorno perfetto | Melania G. Mazzucco

Titolo: Un giorno perfetto
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: BUR – extra (2009)
Numero pagine: 409
Costo: 12.9 euro
-> Consigliato: non troppo, sopratutto a chi non ha mai letto la Mazzucco e potrebbe farsi un’idea sbagliata di questa scrittrice

Consapevole, subito, senza scampo, di non voler rivivere quel passato né fuggire in un qualunque futuro. Di non volere una donna nuova, una vita nuova. Voglio stare con te dove sono già stato. L’unica novità che cerco: tornare con te.

Il giorno non è perfetto, e il libro neppure. Se mi ero abituata a venerare la Mazzucco e a leggere qualsiasi sua cosa come se fosse la cosa più bella scritta al mondo, mi devo ricredere: così come i tuoi migliori amici ti deludono, a volte, gli scrittori che preferisci, scrivono cose che non potrebbero piacerti affatto. E questa è una di quelle volte, e la forte delusione di fine lettura mi spinge a scrivere una riflessione su questo libro, poiché è troppo facile dire ‘è bello’, è un po’ meno facile spiegare perché non sia bello.
Partiamo dall’ossatura del libro. Lo schema è intrigante: 409 pagine volte a raccontare un solo giorno, in cui i capitoli si suddividono tra Notte, Mattina, Pomeriggio e Sera e si chiamano con i nomi delle ore. Il giorno rappresentato è uno fatidico, non uno a caso, uno di quelli che spezzano la routine quotidiana, il continuo inseguirsi delle ore, uno di quei giorni che nascono come tutti gli altri, ma che finiscono per cambiarti la vita. Si dice in giro che il giorno perfetto sia il matrimonio, beh, in questo giorno perfetto hanno la meglio solo matrimoni distrutti, in caduta libera o già caduti e frantumati in mille pezzi, matrimoni i cui cocci taglienti vengono raccolti dalle solite vittime innocenti: i figli. Si seguono parallele, ma con disastrosi incroci, le due storie di Antonio e Emma, e di Elio e Maja, rispettivamente una coppia di condizioni modeste e la famiglia di un onorevole. Antonio poliziotto ossessionato da una moglie che lo ha abbandonato strappandogli via i figli, Elio, suo protetto di scorta, ossessionato dalle elezioni imminenti, ignaro dei reali desideri e pensieri di una moglie troppo giovane. E si avvinghiano a queste quattro figure centrali figli adolescenti ormai incomprensibili, professori omosessuali, figli anarchici e impegnati a far saltare in aria un McDonald’s per espurgare il mondo dalle multinazionali e così a seguire.

Ora, non per dire, Melania, ma la d’Urso o come si chiama lei, durante il pomeriggio a quel programma idiota, sa fare di meglio. Tira fuori storie simili reali, o presunte tali, che fanno piangere gli spettatori che nonostante la crisi, di soldi, di valori, nonostante tutte le cose belle e intelligenti del mondo, hanno tempo di stravaccarsi sul divano a farsi ciucciare il cervello da queste porcherie.
La fiere della banalità. La fiera degli stereotipi. Una contrapposizione perbenista e finta tra ricco e povero. Tra dominante e sottomesso. Una contrapposizione ancora più inverosimile quando questi due mondi si intersecano e accettano e si innamorano e, dai, ma dove s’è mai visto? Se le prime ore di questo giorno perfetto mi hanno incollata alla lettura, con il muoversi delle lancette sempre più mi sono sentita presa in giro da te, la stessa autrice di ‘Vita’, un libro così irrompente e affascinante, ricco e ben gestito, non sembri neanche più la stessa scrittrice. O forse sono io che in questa saga di dolore familiare non ho potuto far altro che riconoscere quei classici luoghi comuni che fanno commuovere quest’Italia di disperati e naufraghi nella propria vita.

Alcuni passi, alcune descrizioni mi riempivano il cuore, ma il susseguirsi dei fatti e delle cose impossibili a credersi mi hanno convinta che stavo sprecando tempo a leggere una lettura risparmiabile e rintracciabile in qualsiasi fatto di cronaca all’italiana. Sarà che sono entrata in un’ottica giuridica, ma a leggere di quanta esaltazione del fatto con tutti i vicini là affacciati, mi sono infastidita. E non solo con te, cara Melania, ma con questa mentalità della fascinazione da morte, da omicidio di quello che, il mattino prima, aveva detto ‘Buongiorno, signora’. E poi, sono rimasta offesa dalla rappresentazione dell’adolescenza, così banale, così ormai trita, insomma, è un libro di sette anni fa, e io sette anni fa avevo l’età di una delle ragazzine che hai messo dentro al libro e se potevo ritrovarmi in quel sentimento d’estraniazione tipico di chi si vede crescere o, peggio ancora, rimanere bambina in mezzo ad un mondo di amiche cangianti e mutevoli, poi ho smesso quando hai assunto i toni da Federico Moccia. Banalizzando, stereotipizzando, sorvolando su troppi aspetti importanti di quelli che compongono un’età così difficile e affascinante.

Insomma, arrivata alla mezzanotte di questo giorno imperfetto mi è sembrato di aver letto solo un miscuglio di personaggi inverosimili invischiati in situazioni ancora più inverosimili (il professore omosessuale che smette di essere omosessuale per interessarsi alla mamma perduta e sensuale di una ragazzina quattordicenne bisbetica e arrogante) che si parlano in modo inverosimile. E non ho capito a cosa dovesse portare tutto questo dolore, perché lo vorrei almeno teleologico questo dolore, motivato, greco, sublime, e invece no: mi piazzi lì un finale aperto che non mi dice se questi poveri cristi inverosimili riusciranno a riscattarsi dalle loro vite e dalle storie che gli hai affibbiato.

Se c’è una cosa che posso salvare, che si salva da sola, sempre e comunque, nei secoli dei secoli, è la bellissima immagine di Roma che fuoriesce dalle tue parole. “Ma cos’è, Roma? (…) Roma si fa amare esattamente come una donna, perché ti piace, perché stai bene con lei, perché ti capisce, ti accoglie e ti risponde. Perché, malgrado i difetti e le mancanze che rendono irregolare la sua bellezza, quella bellezza supera ai tuoi occhi tutte le altre”. Ecco, in queste descrizioni di una delle città che amo più al mondo ho ritrovato quello che di te mi ha affascinata: il potere col quale dirigi le parole. Ed è per questi barlumi di bello scrivere che continuerò a leggerti nonostante questo piccolo screzio che mi ha fatto. Il giorno non perfetto è finito. Facciamo così. Andiamo a dormire, e non pensiamoci più.

Luana Cau

Sempre riguardo Melania Mazzucco potete leggere la recensione di:
-> Vita
-> Il bacio della Medusa


Vita | Melania G. Mazzucco

Titolo: Vita
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 2003
Edizione: BUR – Scrittori contemporanei (2009)
Numero pagine: 475
Costo: 10€
-> Consigliato: a chi ama i romanzi corposi, ridondanti di belle parole e le saghe familiari

Di recente ho avuto in lutto in famiglia: uno dei capostipite, ormai giunto alla veneranda età di 96 anni ci ha lasciati in silenzio, così come in silenzio stava ormai conducendo la sua esistenza. Eppure, chissà quante cose aveva ancora da dire, quante cose non ha detto e invece sarebbero potute essere per noi dei tesori. Ma per effetto della provata teoria secondo cui capiamo il valore delle cose solo quando non le possediamo più, credo di aver capito troppo tardi, solo di fronte all’unico evento irrimediabile della vita, cosa si stava perdendo. Nel tessuto familiare si stava creando un buco, una voragine quasi centenaria, non solo di affetti, ma anche di parole, di racconti, di esperienze, di tradizioni e leggende del nostro piccolo clan in cui tutti i maschi, per rispetto, portano lo stesso nome.
Veniva a mancare non solo l’affetto, la figura ormai trisavola, veniva a mancare anche una parte della storia. Così quando mia madre mi ha chiamata per darmi la notizia io sono rimasta impietrita, e mi sono sentita come se avessi sprecato un’occasione, l’occasione di sapere da dove venissi, e visto quanto è difficile sapere dove stia andando, un’occasione d’oro, che mi fornisse almeno una parte della cornice del quadro. Così, quando ho iniziato a leggere ‘Vita’  di Melania Mazzucco, mi sono sentita come se qualcuno mi stesse inviando un segno, o forse un ammonimento, un ‘così impari’.

La Mazzucco infatti ha realizzato su carta quello che è sempre stato un po’ un mio desiderio segreto: partire dalle fronde per arrivare alle radici, sfrondare l’albero genealogico per arrivare a capire dove sorga l’acqua che ha fatto di modo che tramite combinazioni imperfette, casualità e coincidenze io giungessi a vivere dove vivo, figlia dei miei genitori e sorella di mia sorella.
Armata dei ricordi del padre, di un prozio non più vedente, ma ancora capace di riesumare episodi e storie, questa scrittrice di sconfinato talento ha fatto della sua storia di famiglia un romanzo in cui a volte i personaggi sono dotati di super poteri solo come accade nelle saghe famigliari talmente ataviche e polverose che tutto prende il sapore della leggenda, della possibilità, dell’incertezza e del bisogno di ricostruire ad ogni costo, anche prendendo per buone quelle parole che attengono all’invenzione, non alla realtà storica.

Parte da Minturno, prende una nave per l’America e, con Diamante e Vita, due ragazzini di 13 e 9 anni sbarca, agli inizi del Novecento, nella terra dove tutto è possibile, di cui basta il nome ad evocare occhi sognanti, orizzonti e porte aperte per tutti: l’America.
Ma davvero si tratta di ciò, di un Paese aperto a tutti? E’ fondata la leggenda che vuole che gli immigrati senza un soldo in tasca potessero arrivare in America e passare dal ‘barbonaggio’ all’imprenditoria? Questo romanzo, in 475 pagine, risponde a queste domande in modo pungente, toccante, restituendo ai figli del 2000 una realtà ben diversa da quella che si crede di poter trovare.
Insomma, le cose agli inizi del Novecento, se eri italiano, non andavano proprio bene. A volte diventavi ricco, certo, ma poche volte. Le altre diventavi mafioso, collaboravi con la criminalità organizzata, facevi i lavori che nessun altro voleva fare, raccoglievi un dollaro al giorno per 16 ore di lavoro nelle quali costruivi le ferrovie, sì, ma le costruivi per gli americani. Se eri italiano, nel 95% dei casi eri un alienato, nel senso più stretto del termine secondo cui davi la tua vita, la tua salute a costruire qualcosa di cui non avresti mai goduto. Se volevi essere onesto. Se non volevi essere onesto bastava freddare qualcuno in attesa che qualcuno freddasse te, nella grande America aperta per pidocchiosi, ma non per tutti, che ti rimandava indietro se non avevi gli occhi che vedevano.

E’ così che la Mazzucco mi ha attratta nel suo libro, nelle viscere della sua storia, restituendomi qualcosa che non appartiene solo a lei, restituendomi il ritratto di un Paese che è anche il mio: un Paese che non sa dove va, che non si vuole ricordare da dove è venuto, dove è andato. Un Paese che rigetta l’immigrazione senza ricordarsi i tempi in cui senza di essa non sarebbe sopravvissuta. Senza ricordarsi di quando nell’ultimo carro, stipati come sardine, c’eravamo noi, gli italiani. I mafiosi. Quelli che non imparavano l’inglese nemmeno dopo anni di ‘sogno americano’.

E poi, oltre questo sentire comune, questo percorso di infamia comune, c’è la storia personale di Melania Mazzucco vera sino ad un certo punto, favola oltre questo in cui si confonde una storia d’amore struggente, troncata dal destino e che suona così lontana in un mondo in cui sai sempre dove si trovano le persone che ti interessano, con chi sono, cosa fanno, a che ore si sposteranno grazie a mezzi di comunicazione la cui inesistenza faceva perdere due amanti in un continente troppo grandi per ritrovarsi.
Il titolo è dedicato solo ad uno dei due personaggi, è dedicato solo a Vita, figura di grande imponenza, maliziosa, forte, contraddistinta da una volontà di ferro, dalla fermezza di nervi, una donna alla Mazzucco, come già ne avevo conosciute leggendo Il bacio della Medusa. Vita ce l’ha fatta, è diventata ricca, ma solo per la sua capacità di vivere nel presente, di prendere per buono quello che c’è strappandogli tutta la positività possibile e opponendola alle angherie di una vita in cui Diamante non c’è più. Mentre Diamante sta portando l’acqua, facendo il waterboy, il lavoro dei più umili, il lavoro degli sfruttati, pensando a come togliere Vita dalla mondezza della strada. In un continuo allontanarsi, ritrovarsi, prendersi, senza mai davvero lasciarsi, ballano questi due personaggi sul teatrino di un amore focoso, ma incerto, con grandi progetti, ma poche speranze, di grandi dolori che lacerano l’anima di Diamante Mazzucco, nonno della talentuosa scrittrice.

Si saldano in questo romanzo la platealità della storia di una generazione, e l’intimità degli eventi di una famiglia, il tema della ricerca che spinge tutti i personaggi di questa storia a buttarsi nel passato, in terre antiche, l’incapacità di arrestarsi in pace sinché tutto non è ritrovato e rimesso al proprio posto. Ed è inutile dirlo, ritrovare è quasi sempre impossibile. Arriva la Grande Guerra, la televisione, i nuovi figli, e le parole si perdono, gli eventi si confondono, le carte si perdono sin quanto un cuore curioso non decide di ritagliarsi il suo posto, di ricercarsi. E’ stata questa l’operazione di Melania Mazzucco che le ha fruttato il premio Strega, un’operazione che è  un tentativo di riordinare, di aggrapparsi anche con le grinfie agli ultimi brandelli di una storia che è la propria, ma ormai troppo labile.

Ancora una volta, sul finale, ho sentito quel brivido di nostalgia, quei brividi che solo i grandi scrittori ti sanno regalare.
Il brivido di aver capito che sei al capolinea: saltare giù dal treno, giunti a destinazione. E Melania Mazzucco ci riesce sempre, a relegarmi in queste storie melanconiche e avvolgenti che poi, lo so già, non mi lasceranno in pace per mesi. Se non anche per anni.

Luana Cau 

Di Melania Mazzucco potete leggere anche la recensione di:
-> Il bacio della Medusa 


Il bacio della Medusa, Melania G. Mazzucco

Titolo: Il bacio della Medusa
Autrice: Melania G. Mazzucco
Cenni sull’autrice: 
Nata a Roma 46 anni fa, Melania Mazzucco, laureata in Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e in Cinema al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha scritto per anni soggetti e sceneggiature per il cinema. Dal 1995 collabora all’Enciclopedia Italiana Treccani, per la quale ha curato il settore letteratura e spettacolo di varie opere dell’Istituto. Nella narrativa ha esordito nel 1992 con il racconto “Seval” e altri suoi racconti sono stati pubblicati successivamente da varie testate. I romanzi “Il bacio della Medusa” (1996) e “La camera di Baltus” (1998) sono stati ben accolti da pubblico e critica. Con il terzo romanzo, “Lei così amata” (2000), la Mazzucco ha vinto il SuperPremio Vittorini, il Premio Bari Costa del Levante, il Premio Chianciano e il Premio Napoli. Ha scritto inoltre numerose storie per la radio e articoli e recensioni sul teatro. Proprio per il teatro, insieme con Luigi Guarnieri ha scritto, a metà degli anni ’90, “Una pallida felicità – Un anno nella vita di Giovanni Pascoli” vincitore della Medaglia d’oro per la drammaturgia italiana nel 1996. Ha vinto con il romanzo “Vita” il Premio Strega 2003.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1996
Edizione:
BUR
Numero pagine:
493
Costo:
11€
-> Consigliato:  
A chi ama la crudeltà che spezza il cuore e allo stesso tempo lo disinfetta con la sua capacità di stupire

“Io credo che la vita sfugga, sia altrove, in quello che non è scritto, non è catalogato, provato, registrato. Non è tanto nei fatti, ma nel come i fatti vengono vissuti. Capisci? Tu non hai mai risposto alle mie domande, io t’avevo chiesto un’altra cosa. T’avevo chiesto il come. La vita è una cosa, la biografia è un’altra.”

Questo romanzo è entrato nella mia vita sotto forma di consiglio e poiché a consigliarmelo è stata una lettrice più che qualificata, ho deciso di seguire il consiglio e per una volta acquistare guidata da mano altrui piuttosto che dalla mia solita ispirazione. Ho lasciato che stesse per un anno sugli scaffali della mia libreria, il tempo giusto affinché potesse giungere il momento in cui da solo mi avrebbe chiamata. Chiusa pagina 493, ho capito che non solo avevo fatto bene a fidarmi del consiglio, ma anche che davvero i libri ci chiamano, come se dalle loro copertine potessero ammiccare per indicarci che è finalmente giunto il grande momento del sodalizio libro – lettrice che si consuma ogni notte, alla fine della giornata.

La Medusa è una figura che nella caleidoscopica valanga di personaggi epici mi ha sempre affascinata e allo stesso tempo curiosamente intimorita, una creatura che solo con lo sguardo poteva tramutare in pietra, allo stesso tempo potente, ma ripudiata, affascinante, ma sottomessa, più che un mostro in realtà, rappresentava ed incarnava un modello di donna che ha abitato le case della storia e che ancora oggi sussiste. E il modello di donna che contemporaneamente può pietrificare, essere ripudiata e sconfitta da Perseo viene rappresentato alla perfezione in questo romanzo carnale, crudele, stilisticamente lirico, che porta sulla scena Norma, contessa, e Medusa, sua serva. C’è anche un uomo in questa storia, marito di Norma. Un uomo che dalla sua donna viene tradito con un’altra donna. Melania Mazzucco non da voce all’omosessualità in questo romanzo, piuttosto, al meccanismo di emancipazione sentimentale di una donna che vuole amare una persona che non sia quella impostale dalla borghesia e dagli eventi del destino, che vuole amare, insomma, la persona della quale è innamorata, per la quale compone poesie e con la quale riesce ad essere se stessa.

Questa è soltanto la cornice di un quadro dipinto a parole stupende che sconvolgono, tirano pugni continui a tutte le sensazioni interne che si possono provare durante una lettura, stupore, ammirazione, paura, sollievo, si passa con facilità dalla vacanza felice tra amanti alla cartella clinica di una donna che ripudiata da un marito istituzionalizzato e incapace di comprenderla decide di far analizzare la sua sessualità in termini medici con l’intento di farla dichiarare incapace. Una donna viene dichiarata incapace solo perché ha aperto il cuore e si è ritrovata ad amare un’altra donna. E’ un racconto, quello della Mazzucco, che appare datato a causa del continuo intervento del tempo nella storia (i primi lampioni agli albori del Novecento, le prime automobili), ma estremamente attuale per il tema trattato e per la contemporaneità delle ingiustizie.

Ci si addentra in questa storia senza sapere cosa aspettarsi e ci si ritrova invischiati, in un continuo scivolare verso il profondo dell’animo umano, in faccende private che spingono per venire alla luce e farsi da vedere da un lettore che sgrana gli occhi di fronte alla deviazione che possono prendere le storie, alle musiche che possono comporre le parole. E in un orgasmo di trama e stile, si arriva fin troppo in fretta alla fine e si esce dalle vite di Norma e di Medusa, due donne i cui nomi parlano già abbastanza, senza bisogno di aggiungere chissà quanto.

I libri purtroppo finiscono, le sensazioni che ci lasciano però no, ci accompagnano nel nostro percorso di lettura, e, quando i dettagli della storia saranno svaniti, rimarranno comunque le forti emozioni che la Mazzucco mi ha trasmesso con il suo primo romanzo, quello che lei chiama esperimento, e quello che per me è un esperimento più che riuscito.

Luana Cau 


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