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Cose preziose | Stephen King

Titolo: Cose preziose
Titolo originale: Needful Things
Autore: Stephen King
Cenni sull’autore: Acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha, a sua volta scrittrice. Le sue storie sono numerosi bestseller che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian del Palma, Rob Reiner e Frank Darabont. Nel 2003 gli è stata assegnata la National Book Foundation Medal per il contributo alla letteratura americana e nel 2007 l’associazione Mystery Writers of America gli ha conferito il Grand Master Award.
Anno di pubblicazione: 1991
Edizione: Sperling Paperback
Traduttore: Tullio Dobner
Numero pagine: 768
Costo: 11.9€
-> Consigliato: Sì, ma non come primo approccio a King

E’ stato bello tornare a Castle Rock, dopo tanti anni.
Avevo già fatto un giro turistico in questa curiosa e alquanto bizzarra città grazie a“Quattro dopo mezzanotte”, “Cujo”, “La metà oscura” e “La zona morta”.
E’ stato nostalgico, e’ stato divertente,ma anche un po’ deludente.

Non so cosa sia stato a funzionare poco questa volta, e dire che ero partita con le migliori intenzioni. Leggere King è per me come tornare alle origini, come quando torni a casa dopo un lungo viaggio, ti soffermi in fondo al vialetto, ti guardi intorno e pensi: “finalmente sono tornata”.

Ecco,per me King è più o meno questo, ritrovare quel tepore domestico che mi ha fatto innamorare della lettura: la felicità di constatare che nonostante gli anni siano passati, la mia vita e la mia mente sono cambiati, l’effetto che mi fanno letture di questo genere è sempre lo stesso.
Quasi lo stesso.

Questa volta sono arrivata a metà vialetto, ho posato le valigie, c’ho pensato un po’ su, e poi sono risalita in macchina e me ne sono andata.
Delusa, si , ma non molto. In fondo tutte le relazioni hanno i loro alti e bassi.

Le prime 400 pagine non sono state niente male: un misterioso negozio apre in questa -ormai nota agli affezionati di King- “tranquilla” cittadella di provincia, Castle Rock.
Si chiama ‘Cose preziose’ e vende veramente cose preziose: c’e’ chi compra occhiali da sole appartenuti ad Elvis Presley e nell’indossarli si ritrova a girovagare per le stanze di Graceland , c’e’ chi compra canne da pesca che hanno il potere di riportarti agli anni della tua infanzia, c’e’ chi compra figurine del baseball rare e con dedica “personalizzata”, c’è chi compra amuleti dai strani poteri…in questo negozio trovi tutto, quello che desideri, ma proprio tutto.
A quale prezzo vi chiederete voi. Ecco, questo e’ l’unico problema: non e’ che sia un negozio costoso,il proprietario infatti, più che soldi, preferisce altri generi di ricompense. Vuole “favori” in cambio,pericolosi e perfidi che fanno parte di un piano più grande ed articolato il quale scopo avrete l’onore di scoprirlo soltanto alla fine del libro.

Fin qui tutto bene, lettura scorrevole e sicuramente ipnotizzante, vogliamo capire qual e’ questo piano e allora le pagine scorrono via che e’ una bellezza.
Troviamo una miriade di personaggi – più o meno importanti- Alan il vice sceriffo vedovo di moglie e figlio venuti a mancare in uno strano incidente, Polly Chalmers, la sarta che ha una storia con Alan, Buster Keeton, Nettie, Wilma…….
Poi la magia si compie,il grande piano giunge a maturazione e tutti gli ingranaggi del meccanismo diabolico iniziano a girare…. I buoni e i cattivi escono allo scoperto e il grande avvenimento che aspettavi con ansia dall’inizio del libro viene svelato.
Ed è qui che inizia l’inesorabile declino.

I cattivi sono rappresentati da Mr.Gaunt, vecchietto dal dubbio fascino e che compie giusto 2-3 atti considerevoli dall’inizio alla fine. I buoni sono 4 o 5 provincialotti maldestri e arrangiati in qualche modo, riforniti di armi ridicole a dir poco (come ad esempio il gioco dei fiori di carta dei maghi). La battaglia che aspettavi da pagina 2 si risolverà in davvero 2 pagine di numero.
Tutto quadrerà alla perfezione in maniera quasi nauseante.

Facciamo una cosa King, la prossima volta che passo da casa, ti faccio uno squillo prima… e poi ci riproviamo. Si sa, il primo amore non si scorda mai.

Michela Bocchicchio

Sempre riguardo Stephen King potete leggere la recensione di:
-> Misery
-> 22/11/’63

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The Help, Kathryn Stockett

Titolo: “The Help” –L’Aiuto
Autore: Kathryn Stockett
Cenni sull’autore: Kathryn Stockett è nata a e cresciuta a Jackson, in Mississipi. Dopo la laurea in letteratura si è trasferita a New York dove ha lavorato nell’editoria e nel marketing dei periodici. “L’aiuto” è il suo primo romanzo, accolto con grande favore di critica e pubblico.
Anno di pubblicazione: 2009
Edizione: Oscar Mondadori Contemporanea
Tradotto da: Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese
Numero pagine: 526
Costo: 10,50€
-> Consigliato: Con il cuore, si.

 

Siamo a Montgomery, Alabama.
E’ il primo dicembre 1955, una nera qualunque sta tornando dal lavoro, sale in un autobus e si siede nell’unico posto libero. L’autobus riparte e alcune fermate dopo alcuni bianchi salgono a bordo; il conducente si avvicina alla nera qualunque e le ordina di lasciare libero il posto destinato ai bianchi e di rimanere in piedi.
La nera qualunque non lo fa.
L’autista, James Blake, ferma l’autobus e chiama la polizia.
La nera qualunque viene arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine.
Quella nera qualunque era Rosa Parks, e quello sarà l’inizio della rivolta non violenta contro l’ingiustizia e la segregazione razziale che da quel momento si diffuse in tutti gli Stati Uniti del sud.
Fu la scintilla che accese la miccia.
Quella notte, l’allora sconosciuto pastore protestante Martin Luther King si riunì insieme ad alcuni leader della popolazione afroamericana residente a Montgomery per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto.
Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non fu rimossa la legge che legalizzava la segregazione.
Nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama.
Da quel momento, Rosa Parks divenne un’icona del movimento per i diritti civili e quell’autobus è adesso esposto all’Henry Ford Museum.

Quando iniziamo la lettura di ‘The Help’ siamo a Jackson, Missouri ed è il 1962. Anche li, come nel resto degli stati del Sud degli USA vigevano le leggi Crow, che hanno creato e mantenuto la segregazione razziale per più di cinquant’anni; prevedevano scuole pubbliche separate, luoghi pubblici con entrate diverse per i bianchi e per i neri, differenziazione dei bagni,dei ristoranti, ospedali, supermercati… i cartelli “White Only” pendevano praticamente sulle porte di ogni attività pubblica e privata di ogni città d’America.

Aibileen ha quarant’anni passati e fa la domestica da quando ne aveva 14, anzi da quando ha memoria. E’ una delle tante afroamericane che lavorano presso famiglie di bianchi benestanti, una come tante. Trascorre la sua giornata ad allevare figli non suoi e ad accontentare i capricci di donne bianche insoddisfatte e pigre lasciandosi sottomettere alle più bieche umiliazioni. Mae Mobley è la sua diciassettesima bambina bianca che cresce, è una pallina di amore e di dolcezza ed è Aibileen a coccolarla, consolarla, dirle “Tu sei buona, tu sei dolce, tu sei bellissima” quando la madre è troppo occupata per andare dal parrucchiere, giocare a bridge,fingere che la sua vita sia perfetta.

L’estate che sta per cominciare a Jackson sembra una come tante, Skeeter torna dal college insoddisfatta e incerta riguardo al suo futuro, si riavvicina alle sue amiche di un tempo – tra cui Elizabeth, la madre di Mae Mobley- e si ritrova imprigionata in quella scatola di perbenismo e ipocrisia, dalla quale era fuggita, obbligata a rispondere a dei ‘sacri’ doveri come fare le brava mogliettina sempre con il sorriso stampato in faccia.
Lei, soffocata da una madre ansiosa e di vecchio stampo, non vuole un uomo da sposare per poi diventare come tutte le sue amiche, apparentemente felici ma profondamente insoddisfatte; non le basta questo, vuole altro, vuole di più, vuole diventare giornalista e scrittrice ed è proprio durante una delle tante partite a bridge a casa di Elizabeth che le viene un’idea, un’idea folle, pericolosa ma assolutamente perfetta.
L’idea le viene fornita Hilly, una delle tante mogliettine perfettineconicapelligonfiedilgirodiperlesoprailmaglioncino, che annuncia orgogliosa un suo brillante progetto, quello cioè di far costruire un bagno per la ‘servitù’ fuori di casa.
Skeeter sta zitta, lei che ha un vuoto enorme dentro da quando la sua domestica Constantine l’ha lasciata senza motivo e che le ha regalato i più bei ricordi della sua infanzia,non ce la fa ad accettare questa ulteriore umiliazione, ma al tempo stesso non può a voce alta, discostarsi da idee e convinzioni che per quei tempi erano orribilmente normali.
Skeeter sta zitta ma intanto dentro al suo cervello prende campo l’idea di scrivere un libro che racchiuda al suo interno le opinioni di una parte della popolazioni alla quale non è mai richiesto avere opinioni: lei vuole sapere cosa ne pensano le domestiche. Inizia cosi un’opera di convincimento per coinvolgere Aibileen e Minny, sua cara e fedele amica, a partecipare a questo progetto rischioso ma quanto mai necessario.
Affronteranno le iniziali diffidenze, l’imbarazzo nel trovarsi dalla stessa parte del divano, le difficoltà nel dover parlar male di donne amiche di Skeeter che mentre scrive il libro si rende conto sempre più della stupidità e dell’ignoranza che circonda il suo paese: cittadini che organizzano party per raccogliere fondi per i bambini africani per poi rinchiudere in garage le proprie domestiche dalle quali si fanno allevare i bambini. L’ipocrisia è imperante nella nostra società e per quanto tutto questo ci appaia ridicolo ed inconcepibile adesso, è terrificante rendersi conto di quanta disumanità e crudeltà ci siamo macchiati per ignoranza.
Skeeter lo sa, ed è per questo che tenta il tutto per tutto per portare a termine questo progetto che vuole raccontare la vita di dodici donne di colore che lavorano come domestiche, le umiliazioni che hanno subìto ma anche i gesti di amore e compassione che hanno ricevuto dalle loro datrici di lavoro: ricevere i soldi per poter pagare il college ai propri figli, sentirsi dire di essere l’unico motivo per il quale si sono alzate dal letto la mattina…

Le vite ed i racconti di queste donne si intrecceranno grazie ad uno scopo comune, quello cioè di riuscire a scrivere un libro che possa cambiare le cose, che poi ci riescano o meno non conta, l’importante è tentare, nel piccolo di far partire l’ingranaggio del cambiamento.
E’amicizia vera quella che le unirà, al di là dell’età, del colore e del mondo che le circonda.

“The Help” è un romanzo dolce come il miele, ma al tempo stesso è la dimostrazione di quanto la stupidità sia stata l’unica padrona in questo triste secolo, di quanti errori si possono commettere per paura di cambiare, di spostare vecchi confini verso orizzonti più lontani e aperti, di quanto dolore avremmo e ci saremmo risparmiati se fossimo stati più audaci.
Un libro meraviglioso che senza dubbio vi aprirà la mente, vi aprirà il cuore, vi farà sorridere e vi farà cadere qualche lacrima, di gioia, di tristezza, di commozione vera ed autentica che il coraggio di queste donne vi ispireranno.

P.S: Da questo libro ne è stato tratto un film omonimo molto apprezzato sia dalla critica che dal pubblico; si è aggiudicato ben 5 candidature ai Golden Globe 2012 con la vittoria del premio per la migliore attrice non protagonista a Octavia Spencer, che commossa e intimida ha ricevuto incredula il premio Oscar.

« Una volta, tanto tempo fa, c’erano due bambine. Una aveva la pelle nera, l’altra bianca»
Mae Mobley mi guarda, attenta.
«La piccola nera dice alla piccola bianca: “Com’è che hai la pelle cosi chiara?”. E la bianca: “Non lo so. E tu, com’è che ce l’hai cosi nera?Secondo te che vuol dire?” Ma nessuna delle due lo sapeva. Così la bianca dice: “Be’, vediamo un po’. Tu hai i capelli, e anch’io ho i capelli”.» Do a Mae Mobley una carezzina sulla testa.
« La piccola nera dice: “Io ho il naso, e tu hai il naso”. » Le stringo un po’ il nasino, e lei fa lo stesso a me.
« La piccola bianca dice: “Io ho le dita dei piedi, e tu anche ce l’hai”. » Faccio lo stesso con le sue ditine, ma lei non arriva alle mie perché ho su le scarpe bianche da lavoro.
« “Dunque siamo uguali, però di due colori diversi” dice la bambina nera. La bianca dice che ha ragione e cosi loro due diventano amiche. Fine »
La piccolina mi guarda. Oddiosantissimo, era una favola proprio penosa, se mai ce n’è stata una. Non c’era neppure una storia. Però Mae Mobley sorride e fa: « Di nuovo ».
Così la ripeto. Alla quarta volta si addormenta.
« Domani te ne racconto una un po’ più bella » le dico all’orecchio.

Michela Bocchicchio 


Le anime morte, Nikolaj Gogol’

Titolo: Le Anime Morte
Autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Cenni sull’autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (20 marzo 1809 – Mosca, 21 febbraio 1852) è stato uno scrittore e drammaturgo russo, ucraino di nascita. Gogol’ è considerato uno dei grandi della letteratura russa. Già maestro del Realismo, si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Tra le opere più significative si ricordano i racconti Taras Bul’ba (1834) e Arabeschi (1835), la commedia L’ispettore Generale (1836), la raccolta I Racconti di Pietroburgo (1842) e il romanzo Le anime morte (1842).
Anno di pubblicazione: 1842
Edizione: Oscar Mondadori Classici
Tradotto da: Giacinta De Dominicis Jorio
Numero pagine: 526
Costo: 8,50€
-> Consigliato: Agli amanti della letteratura russa.

Continua il mio viaggio alla scoperta della letteratura russa, sono arrivata a Gogol’ passando da Dostoevskij, ed è proprio il caso di dire meglio tardi che mai.
“Le Anime Morte” staziona nella mia libreria dal 2006 quando, mi decisi a comprarlo dietro ispirazione di un personaggio televisivo della serie ‘Gilmore Girls’.
Durante la lettura di “Delitto e Castigo” più di una volta si è fatto riferimento a Gogol’, cosi che non ho potuto far altro che pensare fosse un segno, un indizio, per la mia prossima lettura.

E’ stato più forte di me confrontare i due stili di scrittura e trovare delle grandi affinità che mi hanno fatto sorridere –come quando ritrovi un vecchio amico- ma anche delle difformità importanti: Dostoevskij raffigura l’umanità in maniera cupa e fortemente introspettiva, non possiamo far altro che sentirci addosso quell’aria afosa e soffocante di Pietroburgo, tanto che quando chiudi le pagine ti riesce difficile, per un po’, riemergere da quell’atmosfera angosciante.
Gogol è una sagoma! Il suo stile arguto e caustico posso rintracciarlo solo nei personaggi e nelle storie di Jane Austen, è furbo e pungente e si diverte ad indicarci da un angolino da che parte guardare, e poi se la ride alle nostre spalle come un matto mentre cerchiamo di capire se quello che ci ha mostrato è una buffonata o è la realtà; non gli piace mostrarci la profondità e la sfaccettatura della mente umana, no, lui ci descrive i fatti, e dobbiamo essere noi a capire lo scopo di quello che accade, quali sono le intenzioni dei personaggi, quali sono i buoni, e quali i cattivi.
Dostoevskij invece ci alleggerisce il compito, mettendoci di fronte ai fatti già compiuti, a riflessioni già fatte, a posizioni già prese.

Gogol’rischia di più lasciando al lettore il libero arbitrio .
La sua intraprendenza però, gli costa cara, l’uscita infatti de “Le anime morte” è seguita da moltissime critiche e polemiche; è proprio il suo grande amico Puskin a spiegargli dove ha sbagliato: “nessuno scrittore, prima di lui ha saputo rappresentare con tanta chiarezza la volgarità della vita e dell’uomo banale, nessuno ha descritto con maggior nitidezza tutte quelle piccolezze che sfuggono allo sguardo dei più. Ha spaventato la Russia perché ha mostrato una volgarità senza salvezza e senza tregua.”
Lui si difende dicendo che non ha descritto i difetti della Russia, ma i propri: ogni personaggio raffigura una bruttura del proprio carattere, li trasferisce nel romanzo e quasi per miracolo riesce a liberarsene.
Forse una giustificazione fantasiosa, forse è la verità, ma quello che è certo è che Gogol’ ha scritto un’opera di rottura nella letteratura russa che fino a quel momento sembrava non accorgersi della realtà dei fatti.
La sua intenzione era quella di scrivere un grande poema seguendo il modello dantesco, diviso in tre libri, partendo cioè dagli aspetti negativi del popolo russo per arrivare alla salvezza interiore di questi ultimi, una vera e propria evoluzione dall’Inferno fino al Paradiso.
Purtroppo “Le Anime Morte” non era destinato ad avere vita facile.
Dopo l’uscita del primo volume, Gogol’ rimane impressionato dai giudizi negativi ricevuti, si ammala di esaurimento nervoso ed impiega cinque anni a scrivere il secondo volume che poi brucerà integralmente a causa di una crisi religiosa.
Prova a riscriverlo da capo ma non arriverà mai alla fine,il terzo libro non verrà mai alla luce.

Seppur incompleto, “Le Anime Morte” è un’opera superba e d’indubbio valore.
Il protagonista è caratterizzato da tratti cosi ambigui e destabilizzanti che faticherete a collocarlo all’interno dei vari generi. Il suo obiettivo è quello di crearsi, sulla carta, un buon numero di servitori in modo da farsi assegnare delle terre , così come prevedeva la legge dell’epoca, e quindi arricchirsi. Per arrivare a questo ha intenzione di acquistare, per pochi rubli, le anime morte, ossia i servi della gleba morti tra un censimento e l’altro e per i quali i proprietari dovevano continuare a pagare la tassa governativa fino al censimento successivo.
Le anime morte però, sono anche le anime perse, vendute e corrotte che Gogol’ descrive pagina dopo pagina.
La lingua è di un’incredibile forza e originalità, le parole assumono una quantità di significati intrecciati che contribuiscono a rendere estremamente densa la lettura dell’opera.
Vi esorto a compiere questa lettura perché più che soffermarci sulla trama –che purtroppo è incompleta- credo sia importante indugiare sulle riflessioni che ne scaturiscono.
Che poi, pensandoci bene, è il vero scopo della lettura.

“Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol.”. F.Dostoevskij

Michela Bocchicchio 


Delitto e Castigo, Fedor M. Dostoevskij

Titolo: Delitto e Castigo
Autore: Fedor M. Dostoevskij
Cenni sull’autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione letteraria coincide con l’affermazione della “scuola naturale”, che risale al fatidico 1847, anno in cui il metodo realista prende definitivamente il sopravvento. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di Dostoevskij. La sua vita è marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859. Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che verrà utilizzato in tutti i romanzi successivi.
Dostoevskij muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli Karamazov, il capolavoro dello scrittore, ma dal Diario veniamo a sapere che Dostoevskij progettava una prosecuzione del romanzo, in cui si sarebbe vista la costruzione di una società felice a partire dal ramo sano della famiglia Karamazov, il giusto Alësa. (Fonte: http://www.greendayfactory.it/)
Anno di pubblicazione: 1866
Edizione: BUR
Tradotto da: Antonio Moresco
Numero pagine: 585
Costo: 11€
-> Consigliato: SI

Un grande, immenso ed incredibile romanzo.
In “Delitto e Castigo” Dostoevskij riversa tutto il proprio genio il quale non verte solo sull’ambito letterario, ma si avvale anche di profonde conoscenze filosofiche, politiche, psicologiche e sociali.

Sono molto orgogliosa di questa lettura; dopo un inizio zoppicante e complicato stavo quasi per gettare la spugna, pensavo “ma è possibile che questo tanto decantato romanzo sia tutto qui?”, non ho ceduto alla voglia che avevo di uscire da quelle atmosfere cupe e soffocanti e mi sono imposta di finirlo.
Questa sensazione di costrizione alla lettura è però durata poco, anzi pochissimo.
E’ stato impossibile per me resistere al richiamo febbrile di queste pagine che si sono susseguite con una curiosità e morbosità poche volte provata soprattutto in una lettura definita “classica”, niente di più sbagliato nel definire quest’opera!

E’ una di quelle letture che non possono lasciarti indifferente, che volente o nolente una volta portata a termine ti lascia il cervello sottosopra e la voglia di rovesciare tutte le tue convinzioni per dimostrare che nulla nella vita è statico e inerte.
In “Delitto e Castigo” si rappresenta la natura dell’animo umano nei suoi istinti più estremi, eternamente in bilico tra il bene e il male, fra giusto e sbagliato, dubbi rappresentati perfettamente dal popolo russo soggetto ideale per simboleggiare questa umanità variegata.
Una girandola di ubriachi, pazzi, idioti, suicidi, miserabili e lussuriosi animano una fosca San Pietroburgo oppressa da un’afa che traspira attraverso le pagine e ti soffoca; evento chiave dell’intero romanzo è un duplice omicidio per mano di Raskolnikov che avviene nelle primissime pagine e che vede come vittime una vecchia usuraia e sua sorella.
E’ lecito uccidere una persona per fini superiori? Raskòlnikov, imbevuto di idee superomistiche, ne è fermamente convinto; parte dal presupposto che gli uomini si dividano in due categorie: quella inferiore (gli uomini comuni) cioè, per cosi dire, il materiale che serve unicamente per la procreazione di altri esseri simili a sé, e gli uomini veri e propri, aventi cioè il dono o la capacità di dire nel loro ambiente una parola nuova.
In nome di questa differenza di genere, gli uomini di valore possono commettere ogni sorta di delitti e trasgredire la legge al contrario di quelli comuni che sono tenuti all’obbedienza e al rispetto delle regole.
Ci porta l’esempio di Napoleone, al quale sono state perdonate le guerre, le stragi affinchè perseguisse i suoi obiettivi, è giustificabile tutto ciò? Chi ci da il diritto di giudicare quali scopi sono condannabili?

“Secondo me, se le scoperte di Keplero e di Newton, per qualche combinazione, in nessuna maniera avessero potuto divenir note agli uomini altrimenti che col sacrificio della vita di uno, di dieci, di cento persone e via dicendo, che impacciassero quella scoperta, o che si fossero messe sulla sua strada come un ostacolo, allora Newton avrebbe avuto il diritto, e sarebbe perfin stato in obbligo… di eliminare quelle dieci o cento persone, per far note le sue scoperte a tutta l’umanità”

L’introspezione psicologica è talmente profonda che è impossibile non trovarsi d’accordo con queste riflessioni, e sta qui tutto il genio di Dostoevskij che in mette in scena la rappresentazioni delle più intime e sordide pulsioni dell’animo umano.
Ogni personaggio rappresenta non solo un carattere ma un’idea: Sonja, personificazione dell’amore; Svidrigàilov, lussurioso e abbietto; Razumichìn che rappresenta il buon senso e la lealtà; c’è la famiglia Marmeladov a raffigurare l’umanità più misera e sciagurata.
La costruzione della trama è lineare e perfetta verso un crescendo di angoscia e disperazione. Il protagonista Raskòlnikov, attorno alla cui figura ruota tutto un mondo di uomini disperati, puri, gretti, meschini, oppure lucidi, perversi o giusti, è megalomane e spietato ma la sua enorme sofferenza, che egli prova pur rifiutandola, fa si che si senta pietà per lui e si speri nella sua espiazione.
L’epilogo è meravigliosamente triste quanto ideale perché non c’è delitto senza castigo.

Un libro che lascia turbati e scossi dalla profondità e verità delle vicende narrate, un capolavoro che tutti dovrebbero leggere e che non può lasciare indifferente, questo ve lo assicuro.
Amo Dostoevskij, con tutto il cuore.
“Delitto e Castigo” per me è stato una conferma nei suoi riguardi, per voi, se siete ancora dei profani nei suoi riguardi, spero sia una l’inizio di un nuovo amore.

Michela Bocchicchio


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


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