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Infinite Jest | David Foster Wallace

Titolo: Infinite jest
Autore: Davide Foster Wallace
Cenni sull’autore: Wallace nasce a Ithaca, New York, il 21 febbraio 1962 da Donald Wallace e Sally Foster. Fino alla quarta elementare, Wallace ha vissuto a Champaign, Illinois, per poi trasferirsi a Urbana, dove ha frequentato la Yankee Ridge School. Iscritto all’Amherst College, la stessa università del padre, si è laureato nel 1985 in letteratura inglese e in filosofia, con una specializzazione in logica modale e matematica, per poi frequentare il primo semestre del corso di filosofia presso l’università di Harvard, che abbandonò alla fine del 1989 dopo il ricovero alla clinica psichiatrica McLean’s.

A metà della sua brillante carriera universitaria, il giovane David Foster Wallace, un perfetto nerd appassionato di filosofia, matematica e logica, ha quella che lui stesso definisce “una crisi di mezz’età a vent’anni”: in preda a un improvviso calo di motivazione lascia gli studi per un semestre e se ne torna a casa; gli capita in mano The Balloon, un racconto di Donald Barthelme, uno dei maestri della narrativa postmoderna; ne rimane folgorato, comincia a scrivere.La sua prima opera pubblicata è The Broom of the System (La scopa del sistema), nelle parole dell’autore “il romanzo di formazione di un giovane wasp ossessionato da Wittgenstein e Derrida”, che riceve dalla critica un’accoglienza entusiastica.

Il mondo della critica letteraria nota subito il talento di Wallace che, a soli venticinque anni, si distingue per il suo stile ironico, complesso e acuto. Nel 1989 esce negli Stati Uniti “La ragazza con i capelli strani”, una raccolta di racconti che tocca temi tipici di Wallace e viene considerata un suo manifesto poetico e stilistico.

Il successo è immediato e i paragoni illustri (benché spesso non incontrino il favore di Wallace) abbondano: i nomi di De Lillo, Pynchon, Barth e di tutti i grandi padri della narrativa postmoderna e sperimentale vengono citati per elogiare uno stile che mescola intellettualismo e comicità, surrealtà e iperrealismo, ironia e reale commozione.

Il secondo romanzo, “Infinite Jest”, esce nel 1996 e Wallace diviene in poco tempo un autore di culto internazionale. Il romanzo, considerato il capolavoro dello scrittore americano, descrive la complessità della società contemporanea: le difficoltà nei rapporti interpersonali, l’uso delle droghe, il ruolo sempre più importante del mondo dello spettacolo, dei media e dell’intrattenimento, l’esasperata competizione sociale, raccontata attraverso il tennis, sport praticato a livelli agonistici dallo stesso Wallace.

Nel frattempo, dopo aver pubblicato nel 1999 un secondo libro di racconti, Brief Interviews with Hideous Men (Brevi interviste con uomini schifosi), che raccoglie pezzi inediti e già apparsi su rivista nel corso di diversi anni, Wallace è tornato a due dei suoi grandi amori di gioventù, la matematica e la filosofia, nel suo volume più recente, Everything and More, uscito nell’autunno 2003 negli Stati Uniti: un saggio sulla storia del concetto di infinito nella matematica che lo consacra ancora una volta come artista geniale capace di scrivere di tutto con immancabile acutezza di visione e perizia stilistica.

Wallace è stato trovato dalla moglie, Karen Green, impiccato nel patio di casa sua a Claremont, in California, la sera del 12 settembre 2008.

Fonti: http://www.wikipedia.it;http://www.railibro.rai.it

Traduzione: Nesi E.; Villoresi A.; Giua G.
Anno di pubblicazione (ed. originale): 1996
Edizione: Einaudi, 2006
Pagine: 1281
Costo: € 27,00
Valutazione: ●●●○○ (3/5)
Consigliato: Ni, per molti, ma non per tutti.

La differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia: Ucciderebbe qualcun altro pur di uscire dalla gabbia?

Leggere Infinite Jest significa immergersi totalmente nel mondo creato da David Foster Wallace: la trama è solo un elemento contingente che veicola la vera essenza del romanzo (e su quale sia questa essenza se ne potrebbe discutere per giorni): quindi se concepite lo scorrere del tempo in linea retta; se pensate che pagine e pagine di pensieri, emozioni, sensazioni rendano un libro “lento”; se siete dei fan delle tre unità di spazio, tempo e azione allora state alla larga da questo libro. Semplicemente non fa per voi.

Per me Infinite Jest è una vorticosa immersione nell’inferno della dipendenza: dipendenza da Sostanze, dipendenza da una persona, dipendenza maniacale dalle proprie routine, dipendenza da un’ideologia, dipendenza dall’agonismo e dall’idea di successo, dipendenza dall’intrattenimento.
La dipendenza nasconde spesso un totale vuoto interiore oppure maschera un’interiorità stracolma e ormai traboccante di pensieri, ricordi, emozioni troppo dolorose perché la coscienza le possa tollerare.

C’è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi: omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore.
Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston iniziano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che per lo meno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all’infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto. Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle Sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un’altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde

Attorno a questo nucleo centrale, Wallace ha costruito un mondo distopico (anche se, per certi aspetti, mica tanto) in cui gli USA hanno ampliato i loro confini, a nord verso il Canada e a sud verso il Messico dando vita all’Interdipendenza, ovvero alla Organization of North American Nations (O.N.A.N.). Inoltre, quelli che una volta erano gli Stati Uniti del nord est sono diventati un’enorme e insalubre discarica annessa al Quebec conosciuta come La Grande Concavità. Di converso, il Canada tende a non voler riconoscere il territorio come proprio (per ovvi motivi): si tratta, insomma, di una terra di nessuno. 
Un modo dove i valori hanno perso significato e gli uomini e le donne dell’era dell’Interdipendenza sono suscettibili a qualsiasi forma di dipendenza, in cui anche l’intrattenimento diventa uno strumento per lenire i dolori di un’esistenza ormai svuotata da qualsiasi senso.
Gli americani vengono descritti come bambini capricciosi che, per dirla con il buon vecchio Freud, non hanno mai imparato a sublimare il principio del piacere e a trovare la loro soddisfazione secondo le vie indicate dal principio di realtà. Non sanno assumersi le loro responsabilità, ma le scaricano sulle spalle degli altri (a livello politico sui Canadesi, a livello personale assumono le Sostanze che leniscono il dolore e narcotizzano la coscienza.)

D. F. Wallace ha uno stile straordinario: Il suo stile si adatta al personaggio riuscendo a far provare le emozioni di cui scrive. È riuscito a trasmettermi l’angoscia e il dolore di una crisi di astinenza da stupefacenti o alcool (nonostante l’unica vera crisi di astinenza che io abbia mai provato, è quella dal cioccolato); mi ha fatto appassionare alle vicende del Quebec post-interdipendenza, mi ha fatto diventare un’esperta di stupefacenti e narcotici, mi ha fatto venire voglia di entrare in un gruppo degli AA (alcolisti anonimi) di Boston (perché sono i più fighi di tutti, perché ci sono i coccodrilli), mi ha fatto guardare con altri occhi il mondo del tennis e dell’agonismo.

Siate uno Studioso del Gioco. È una cosa profonda, come la maggior parte dei cliché sportivi. Potete piegarvi o spezzarvi. In mezzo non c’è granché. Provate a imparare. Siate allenabili. Provate a imparare da chiunque, specialmente da quelli che falliscono. Questa parte è difficile. Compagni che fanno fiasco o scoppiano o crollano, scappano, scompaiono dalle graduatorie mensili, escono dal circuito. Compagni dell’Eta in attesa che deLint bussi piano alla loro porta e chieda di fare quattro chiacchiere. Avversari. Tutto può essere educativo. Il tuo essere un promettente Studioso del Gioco sarà una funzione di ciò a cui riuscirai a prestare attenzione senza scappare. Reti e recinzioni possono essere specchi. E fra le reti e le recinzioni anche gli avversari diventano specchi. Ecco perché la cosa mette paura. Ecco perché tutti gli avversari sono terrorizzanti e gli avversari più deboli lo sono in modo particolare.
Cercate di vedere voi stessi nei vostri avversari. Vi porteranno a capire il Gioco. Ad accettare il fatto che il Gioco riguarda la gestione della paura. Che il suo scopo è allontanare da voi ciò che sperate non tornerà.

A questo punto posso immaginare che starete pensando: se è tutto così stupendo, perché solo tre stellette? Già perché! La risposta è che alla fine di tutte le belle descrizioni di Wallace non mi è rimasto quasi nulla: un’esaltazione momentanea, una forte carica emotiva hic et nunc ma poi tutto mi scivolava addosso, come se non lo avessi mai letto; anzi verso la fine in un angolino della mia mente c’era anche una certa insoddisfazione e noia per la ripetitività delle descrizioni e delle situazioni, un pensiero molesto che si affacciava timidamente con la sua vocina per dire con un certo imbarazzo:“Va beh, adesso basta però, passiamo ad altro”, come quando vado a una mostra di pittura astratta e al quindicesimo quadro che mi suscita senza ombra di dubbio emozioni e sensazioni da dipanare ed esplicitare, comincio a stancarmi. Per carità, a me la pittura astratta piace però a dosi moderate, ecco, sì. Una mostra al giorno per due mesi forse è troppo.

Patrizia Oddo

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Il dottor Zivago | Boris Leonidovič Pasternak

Titolo: Il dottor Zivago
Titolo originale: Доктор Живаго
Autore: Boris Leonidovič Pasternak
Cenni sull’autore: Boris Leonidovič Pasternak (in russo: Борис Леонидович Пастернак; Mosca, 10 febbraio 1890 – Peredelkino, 30 maggio 1960) è stato un poeta e scrittore russo. Suo padre Leonid era artista e professore alla Scuola moscovita di pittura, sua madre, Rosa Kaufmann, era pianista. Tra le personalità della cultura – musicisti, artisti e scrittori – Pasternak ebbe modo di incontrare a casa dei genitori anche Lev Tolstoj, per il quale suo padre Leonid illustrò i libri. Fin dall’incontro col compositore russo Skrjabin, Pasternak sognava di diventare pianista e compositore e si dedicava al piano, alla teoria di musica e la composizione. Compiuti gli studi al liceo tedesco di Mosca nel 1908, però, si iscrisse alla Facoltà di filosofia all’università di quella città. Durante il semestre all’Università di Marburgo, la Philipps-Universität, nell’estate del 1912 e dopo i viaggi in Svizzera ed in Italia, maturò la sua decisione di dedicarsi alla poesia. In quegli anni scrisse le sue prime poesie, che uscirono nell’almanacco Lirika (Лирика) e mostrano l’influenza del simbolismo e del futurismo. Nel 1914 pubblicò la sua prima raccolta di poesie nel libro Il gemello delle nuvole (Близнец в тучах), seguito da Oltre le barriere (Поверх барьеров, 1917), che gli portò un riconoscimento ampio negli ambienti letterari. Dal 1914 fu membro del gruppo di poeti futuristi Centrifuga (Центрифуга). Nel 1922 Pasternak sposò Evgenija Vladimirovna Lourie da cui ebbe un figlio. Divorziarono nel 1931. Seguì un secondo matrimonio nel 1934 con Zinaida Nikolaevna Neuhaus; la famiglia si trasferì nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936. Dopo la seconda guerra mondiale Pasternak mise mano al suo primo e unico romanzo, Il dottor Živago (Доктор Живаго). Il romanzo venne rifiutato dall’Unione degli Scrittori che ai tempi del regime comunista non poteva permettere la pubblicazione di un libro che, fortemente autobiografico, raccontava i lati più oscuri della Rivoluzione d’ottobre. La stesura dell’opera, che fu bandita dal governo, fu causa per l’autore di persecuzioni intellettuali da parte del regime e dei servizi segreti che lo costrinsero negli ultimi anni della sua vita alla povertà e all’isolamento. Ad ogni modo il manoscritto riuscì a superare i confini sovietici e il libro, nel 1957, venne pubblicato per la prima volta in Italia, tra molte difficoltà, dalla casa editrice Feltrinelli in una edizione diventata poi storica, di cui subito parlò il critico letterario Francesco Bruno. Il libro si diffonderà in occidente e nel giro di pochissimo tempo, tradotto in più lingue, diventerà il simbolo della testimonianza della realtà sovietica.
Nel 1958, Il dottor Živago frutterà a Pasternak l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura. Dapprima Pasternak inviò un telegramma a Stoccolma esprimendo la sua gratitudine attraverso parole di sorpresa e incredulità. Alcuni giorni più tardi, in seguito a pressanti minacce e avvertimenti da parte del KGB circa la sua definitiva espulsione dalla Russia e la confisca delle sue già limitatissime proprietà, lo scrittore con rammarico comunica all’organizzazione del prestigioso premio la sua rinuncia per motivi di ostilità del suo Paese. Pasternak rifiuta così la fama e il riconoscimento che avrebbe trovato all’estero per non vedersi negata la possibilità di rientrare in Patria. Da allora trascorrerà il resto dei suoi giorni senza aver ritirato il premio e comunque perseguitato. Morirà due anni più tardi in povertà a Peredelkino, nei dintorni moscoviti, nel 1960.
Il romanzo fu pubblicato legalmente in Russia solo nel 1988, nel periodo di riforma dell’Unione Sovietica promosso da Gorbačëv, e sarà nel 1989 che il figlio dell’autore Evgenij si recherà in Svezia per ritirare il premio spettante al padre 31 anni prima. (fonte: Wikipedia)
Traduzione: Pietro Zveteremich, Maria Olsoufieva e Mario Socrate.
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Feltrinelli (Universale Economica)
Pagine: 471 (con incluse le poesie di Zivago)
Costo: € 10,00
Consigliato: Si

Credo che non ti amerei tanto se in te non ci fosse nulla da lamentare, nulla da rimpiangere. Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita.

Ho conosciuto Jurij Andrèeviĉ Zivago e Larisa Fëdorovna Guichard diversi anni fa attraverso i volti affascinanti di Omar Sharif e Julie Christie, protagonisti di un film che vinse cinque Golden Globe e cinque Oscar. Non ricordo quasi nulla della trama di quel film, ma è piacevolmente impresso nella mia memoria come uno dei più bei film d’amore che abbia mai visto. Ed è uno dei film preferiti di mia madre, l’abbiamo visto insieme e l’ho pure registrato per lei. Insomma, un’aura di positività circonda nella mia memoria “Il dottor Zivago”.

Qualche tempo fa, in una delle mie spedizioni in libreria, ho visto su uno scaffale il libro: era un periodo di sconti e il libro mi chiamava con voce suadente, promettendo di farmi rivivere le piacevoli emozioni del film. Potevo tirarmi indietro? Ovviamente no e così l’ho comprato.

La lettura non è stata delle più semplici, soprattutto le prime cento pagine sono state abbastanza difficili da digerire e la tentazione di abbandonare Jura e Lara al loro destino molto forte. Troppi personaggi, troppe vicende che corrono parallele senza apparente rapporto tra loro. Inoltre trovo snervante la consuetudine degli scrittori russi di descrivere le città citando continuamente i nomi delle strade, come se fosse ovvio sapere dove si trovi il Mercato Smolènsk a Mosca oppure ritenere che l’esatta ubicazione di una farmacia all’angolo del vicolo Starokoniùsenny sia un’informazione rilevante.
(Ho provato la stessa irritazione con “Il Maestro e Margherita” e “Anna Karenina”, quindi se qualcuno conosce la motivazione per questa ossessione odonomastica degli scrittori russi, ebbene si faccia avanti e me la spieghi!)

L’inizio faticoso ben si coniuga con il tono minore degli ultimi due capitoli: mi piace pensare che Pasternak avesse tutta l’intenzione di continuare le vicende appena accennate nella parte finale ma non ci sia riuscito.

Non mi sono data per vinta e ho continuato a leggere: senza accorgermene ho iniziato a camminare per le strade di Mosca, a riconoscere i luoghi (ma i nomi delle vie continuano a non dirmi proprio nulla), a seguire tutti i personaggi che popolano la vicenda del Dotto Zivago, conosciuti ancora bambini per poterne meglio cogliere i cambiamenti sopravvenuti con il tempo e le esperienze. E le vite di tutti, come dei fili, hanno iniziato a intrecciarsi tra loro per tessere una trama che a pieno diritto si inserisce nella grande tradizione epica russa, come riporta la motivazione per l’attribuzione nel 1958 del premio nobel per la letteratura.

Tutti, infatti, svolgono un ruolo nella vicenda del dottor Zivago e di Lara: non c’è n’è uno per cui Pasternak spende più parole del necessario, basta aspettare e con pazienza gli eventi si dispiegheranno davanti agli occhi del lettore e ciascuno avrà la sua parte.

Le vite di Jurij e Lara scorrono parallele e si sfiorano sin dalla loro adolescenza: il giovane a Jurij Andrèeviĉ Zivago rimane subito colpito da Lara. Dopo essersi sfiorate più volte, le loro vite si allontanano e tornano a correre parallele.

[…]erano tutti insieme, vicini, e alcuni non si riconobbero, altri non si erano mai conosciuti, e certe cose rimasero per sempre ignote, altre attesero per maturarsi una nuova ccasione, un nuovo incontro.

Vite normali che devono affrontare eventi eccezionali, la guerra e la rivoluzione, che li fanno nuovamente incontrare e amare.

 Il loro era un grande amore. Ma tutti amano senza accorgersi della straordinarietà del loro sentimento. Per loro invece, e in questo erano una rarità, gli istanti in cui, come un alito d’eternità, nella loro condannata esistenza sopravveniva il fremito della passione, costituivano momenti di rivelazione e di un nuovo approfondimento di se stessi e della vita.

Ho amato Jura e Lara per le loro mancanze, per i loro errori, per l’incapacità di cambiare nonostante tutto intorno a loro tutto cambiasse a velocità vertiginosa. Pasternak non ce li descrive come due eroi, duri e puri, che sacrificano tutto per i loro ideali; no, nulla di tutto ciò nella descrizione di Lara e Jura. Sono due persone colte la cui sensibilità stride fortemente con la vuota retorica dell’ideologia rivoluzionaria e questo è la causa di tutte le loro difficoltà: continuare a vedere la realtà così com’è e non come dovrebbe essere secondo la propaganda sovietica.

Non sono certo gli unici a trovarsi in difficoltà, ma a causa delle loro vicende personali si trovano al centro dell’attenzione e quindi nella necessità di dimostrare la loro fedeltà alla rivoluzione o, in caso contrario, di mimetizzarsi in mezzo a tutti gli altri.

Sul versante opposto di Jurij e Lara ci sono Tonja (la moglie di Zivago) e Pavel Antipov (il marito di Lara). Tonja è pragmatica, sin dai primi disordini capisce che la situazione sta precipitando, che la loro vita deve cambiare soprattutto per garantire la sopravvivenza dei figli. Rinuncia senza lamentele alla sua casa e alle comodità a cui è sempre stata abituata, spinge il marito ad andare in Siberia (nella vecchia tenuta di famiglia) con la speranza di coltivare la terra per non patire più la fame e il freddo dell’inverno. E’ una donna forte che non si abbandona a lamentele o al ricordo del passato e ha chiaro il suo dovere: salvare la sua famiglia. Si rende subito conto, ancora prima di Jurij, dell’attrazione del marito verso Lara, di cui loderà sempre la disponibilità ma metterà in guardia Zivago:
”Devo sinceramente riconoscere che è una brava persona, ma non voglio fingere: è proprio il mio opposto. Io sono venuta al mondo per semplificare la vita e cercare il giusto cammino, lei per complicare la vita e far sbagliare strada ”

Pavel Antipov, invece, sacrifica tutto per la rivoluzione: sente che soltanto negli ideali rivoluzionari troverà quell’autenticità che manca nella sua vita familiare. A differenza di Zivago, non riesce a trovare l’appagamento nelle piccole cose della vita e sente che la famiglia limita le sue possibilità.

Incapace di rendersi conto dei particolari, colse l’essenziale, intuendo che Patulja interpretava erroneamente il suo sentimento per lui. Non apprezzava il senso materno che in lei faceva una cosa sola con l’amore, senza comprendere quanto fosse più grande quell’affetto del comune amore di una donna.

E’ un personaggio triste e insoddisfatto verso cui non riesco a provare antipatia. Il suo errore è quello di non avere fiducia negli esseri umani e di riporre tutte le sue speranze negli ideali rivoluzionari, che presto verranno traditi dalle stesse azioni messe in atto per garantire la supremazia della Rivoluzione.

Leggendo delle vicende del dottor Zivago, che, nonostante le sue grandi e molteplici capacità, preferisce vivere ai margini della nuova società che si va costruendo, mi è venuto spontaneo pensare che dietro questo personaggio si nascondesse Pasternak, che rifiuta il Nobel per la letteratura e preferisce continuare la sua vita lontano dai riflettori, nonostante tutti i vantaggi che quel premio avrebbe comportato. E ho anche dato a Jurij Andrèeviĉ Zivago il volto di Boris Pasternak perché è così che viene descritto: un volto dal naso camuso, un tipo come tanti altri, ma ricco di fascino per il senso di libertà e di naturalezza che si sprigionava continuamente da lui.
E da chi, del resto, Jurij può aver preso le sue idee, entusiaste prima e deluse poi, sulla rivoluzione se non dal suo creatore? Da chi gli viene la visione profondamente religiosa della storia e del ruolo dell’uomo nel mondo? Chi lo ha aiutato a mettere in versi le vicende più salienti della sua vita? Chi gli ha inculcato il rifiuto di giudicare le persone non per le loro azioni ma per la loro appartenenza religiosa ed etnica?

Ovviamente le risposte non le so con certezza, ma mi piace immaginare che Zivago sia l’alter ego di Pasternak. Questo è il vantaggio di leggere un libro di uno scrittore morto che non ha mai fatto grandi proclami. Posso fargli le domande e darmi le risposte, tutto da sola: nessuno verrà a smentirmi.

Adesso dovrei scrivere della Rivoluzione e della grandezza di Pasternak di far diventare fatti quotidiani i grandi eventi storici che hanno portato alla creazione dell’Unione Sovietica, senza sminuirne la vastità. La sua capacità di tratteggiare personaggi fittizi che incarnano le diverse forme che ha assunto la Rivoluzione sovietica: l’esaltazione degli inizi per la promessa di libertà e la disillusione degli anni successivi, quando la retorica dei rivoluzionari di professione si allontanava sempre di più dalle reali esigenze delle persone, che finivano per pagare un prezzo troppo alto per delle speranze mai realizzate. Ma questo va ben oltre le mia capacità di lettrice appassionata e lascio a ciascuno di voi la curiosità di leggere le appassionate parole di Zivago.

Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti.


La donna del tenente francese | John Fowles

Titolo: La donna del tenente francese
Titolo originale: The French Lieutenant’s Woman
Autore: John Fowles
Cenni sull’autore:  romanziere inglese (Leigh-on-Sea, Essex, 1926 – Lyme Regis, West Dorset, 2005). La sua opera narrativa, che si giovò spesso di uno stile parodistico, ricco di metafore e funambolismi verbali, ebbe un tema di fondo comune, quello del potere, soprattutto nel rapporto tra i sessi, inteso come la forza che un essere umano può esercitare su un altro, violentandolo, annientandolo o anche, ironicamente, aiutandolo ad acquistare personalità e umanità. Al primo romanzo, The collector (1963), seguirono The magus (1965), The French lieuten ant’s woman (1969), considerato il suo capolavoro, The ebony tower (racconti, 1974), Daniel Martin (1977), Mantissa (1982), A maggot (1985), tutti tradotti in italiano. È autore anche di una raccolta di versi, Poems (1973), e di alcuni studî, tra cui The enigma of Stonehenge (1980), pubblicato per i Monumenta Britannica, e Wormholes (1998). John Fowles è morto il 5 novembre 2005 a 79 anni.
Anno di pubblicazione: 1969
Edizione: Mondadori
Traduzione: Ettore Capriolo
Pagine: 511
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Si (anzi, io ne renderei obbligatoria la lettura)

Il romanziere resta sempre un dio, dal momento che crea (neanche il più aleatorio dei moderni romanzi d’avanguardia è riuscito a sopprimere completamente il suo autore); ciò che è cambiato è che non siamo più gli déi dell’immagine vittoriana, onniscienti e sentenziosi; ma déi secondo una nuova immagine teologica, e il nostro principio fondamentale è la libertà, non l’autorità.

Il titolo “La donna del tenente francese” ha sempre avuto su di me un forte potere evocativo legato al ricordo infantile del trailer del film ispirato al romanzo ( uscito sugli schermi nel 1981). Sulla base di queste poche informazioni avevo costruito una serie di aspettative, anzi direi di “certezze”: con quel titolo la trama non poteva che raccontare di forti passioni, di un amore contrastato tra un ricco gentiluomo e una giovane donna di bassa estrazione sociale e con un passato torbido, il tutto magistralmente incorniciato in epoca vittoriana.

Quando se ne è presentata l’occasione, ho iniziato a leggere questo romanzo come se si trattasse di una vecchia conoscenza, di una rilettura. E invece ero lontana anni luce dalla realtà del libro (e anche del film).

Sarebbe interessante (per me solo presumo) fare una digressione su come le informazioni tratte dal contesto vengono travisate sulla base delle conoscenze già acquisiste e poi utilizzate per costruire sistemi di credenze poco coerenti con la realtà. Insomma, mi era bastato un titolo per attribuire al libro delle caratteristiche basandomi sulle mie precedenti letture di Dickens e Austen. Forse è per questo che il libro di Fowles non è molto letto? Si da un’occhiata al titolo e si fanno delle inferenze che conducono a conclusioni quasi del tutto erronee. “La donna del tenente francese” è un libro sulla libertà individuale e sulle strade, spesso tortuose, che bisogna percorrere per potersi sentire liberi; è un viaggio dentro la mentalità vittoriana e i grandi temi che l’hanno caratterizzata: il dovere, il progresso, la religiosità.

I due personaggi principali, Charles e Sarah, rappresentano l’uno l’epoca vittoriana con tutte le sue contraddizioni e ipocrisie e l’altra il superamento di quell’epoca. Charles è il tipico esponente della piccola nobiltà, è un gentiluomo e uno scienziato ma che non riesce a liberarsi dalle pastoie che gli impediscono di essere autentico.

Questo – il fatto che ogni vittoriano avesse due facce – è l’attrezzo che dobbiamo portarci appresso durante i nostri viaggi nell’Ottocento. […] ed è per questo, credo, che la miglior guida dell’epoca è molto probabilmente Il dottor Jeckyll e Mister Hiyde. Dietro una tardiva impalcatura di romanzo gotico, si nasconde infatti una verità molto profonda e rivelatrice. 

Sarah è invece una donna “moderna” nel senso che ha un progetto chiaro e si assume la responsabilità di realizzarlo, anche se per farlo è costretta a mettersi al margine della società, che le affibbia un’etichetta infamente senza cercare di conoscere le ragioni del suo comportamento.

Pochissimi vittoriani erano disposti a mettere in dubbio i meriti del mimetismo, ma era proprio questo che si leggeva negli occhi di Sarah. Il suo sguardo timido, e tuttavia diretto, conteneva un messaggio molto moderno: “Parla chiaro, Charles, parla chiaro”. E bastava a prendere in contropiede l’interlocutore.

Guida d’eccezione in questo tour è John Fowles, nel senso che spesso lo stesso autore si intromette e spiega perché un certo personaggio non può che avere quei sentimenti oppure ci illustra quali potrebbero essere delle scelte alternative ma sempre abbastanza coerenti con la mentalità vittoriana. In alcune occasioni Fowles diventa uno dei personaggi (marginali) del suo libro: ha la necessità di vedere da vicino le sue creature per capire quali sono le loro intenzioni.

Ho scandalosamente distrutto l’illusione? No. I miei personaggi continuano a esistere, è in una realtà che non è meno, o più reale, di quella che ho appena distrutto. L’invenzione come disse un greco circa duemilacinquecento anni fa, è intrecciata in tutte le cose. Io ritengo che questa nuova realtà (o irrealtà) sia più valida, e vorrei che voi pure condivideste la mia convinzione di non poter controllare del tutto queste creature della mia mente, come voi non controllate – […] – i figli, i colleghi, gli amici o addirittura noi stessi. 
Dite che questo è assurdo? Che un personaggio o è “reale” o “Immaginario”? Se tu la pensi così, “hypochite lecteur”, posso soltanto ridere. Tu non consideri del tutto reale neanche il tuo passato; lo agghindi, lo indori, lo diffami, lo censuri, lo rattoppi… in una parola lo romanzi e lo metti su uno scaffale, è il tuo libro, la tua autobiografia romanzata. Tutti noi non facciamo che sfuggire alla realtà reale. È questa una definizione fondamentale dell’homo sapiens.
Se quindi pensate che questa sciagurata digressione (ma sia davvero al tredicesimo capitolo) non abbia niente a che fare con il vostro Tempo, il vostro Progresso, la vostra Società, la vostra Evoluzione tutti gli altri fantasmi della notte a lettere maiuscole che fanno risonare le loro catene dietro le quinte di questo libro… io non discuto. Ma diffido di voi.

Fowles quindi si intromette a piene mani nella vita dei suoi personaggi (come è ovvio che sia) e ci svela l’inganno,ma la finzione del romanzo ne esce rafforzata: i personaggi così ben delineati nella mente dellp scrittore, sfuggono alla sua volontà e vanno verso direzioni impreviste. Fowles non sceglie per loro ma ci illustra tutte le possibili alternative, li accompagna passo passo e poi lascia al lettore la responsabilità di scegliere quale è la decisione presa dai personaggi.

La sola maniera per non prendere partito in una lotta è di mostrarne due versioni. A questo punto non ho che un problema: non posso fornire le due versioni contemporaneamente, e tuttavia la seconda, tanto è forte la tirannide dell’ultimo capitolo, sembrerà, qualunque essa sia, quella “reale” e definitiva.

 

Patrizia Oddo


La ragazza di fuoco | Suzanne Collins

Titolo: La ragazza di fuoco.
Titolo originale: Catching Fire
Autore: Suzanne Collins
Cenni sull’autore: Nata nel 1962 in Connecticut, la Collins inizia la sua carriera come sceneggiatrice di programmi tv. Dal 1991, Suzanne Collins è stata impegnata nella scrittura per programmi televisivi per bambini. Ha lavorato nello staff di numerosi show di Nickelodeon, fra i quali Clarissa Explains it All (nominato agli Emmy) e The Mystery Files of Shelby Woo. Per bambini in età prescolare, Suzanne ha scritto diverse storie per la serie Little Bear and Oswald (nominato agli Emmy) e ha anche co-scritto l’acclamato Rankin/Bass Christmas special, Santa, Baby! Più recentemente è stata la capo scrittrice per Clifford’s Puppy Days di Scholastic Entertainment. Mentre lavorava allo show Generation O! ha incontrato lo scrittore per bambini James Proimos, che le consigliò di scrivere dei libri per bambini. Un giorno pensando ad Alice nel paese delle meraviglia, è rimasta sorpresa di quanto dovesse sembrare pastorale l’ambientazione ai bambini che, come lei, vivevano in città. A New York, è più probabile cadere in una botola piuttosto che nella tana di un coniglio, e, anche se succedesse, sicuramente non troverai un tea party. Ma cosa potresti trovare? Be’, questa è la storia di Gregor the Overlander, il primo libro della sua serie fantasy, The “Underland Chronicles”. La fama le arriva con il romanzo The Hunger Games, primo di una trilogia, da cui sarà tratto un film in uscita negli Stati Uniti, adattato per il grande schermo dalla Collins stessa e diretto da Gary Ross. I romanzi della saga sono stati accolti con vasto successo di pubblico e di critica.
Traduzione: Simona Brogli e Fabio Paracchini
Anno di pubblicazione: 2009
Edizione: ediz. Mondadori
Pagine: 375
Costo: € 17,00
-> Consigliato: Si, questo e gli altri della serie.

AVVERTIMENTO:  se non avete letto Hunger Games passate prima da QUI (Recensione ad Hunger Games)

Cerca di ricordarti chi è il nemico.

La ragazza di fuoco è il secondo libro della saga di Hunger Games; rispetto al primo libro, questo non racconta una storia in sé conclusa perché la fine ci rimanda in maniera diretta al terzo libro, Mockingjay, e bisogna proprio leggere anche quest’ultimo per avere un quadro d’insieme. Chi legge rimane con l’amaro in bocca perché il libro si interrompe proprio sul più bello, ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, La ragazza di fuoco è godibile quanto il primo, pieno di colpi di scena e, anche se molti di questi si intuiscono sin dai primi capitoli, la Collins riesce a tenere il lettore incollato alle pagine sino all’ultima parola (che non è la parola “fine” ma “quindi?”). Il magnetismo che si sprigiona dalle pagine è, almeno in larga parte, dovuto alle continue sorprese, alle mosse dei vari personaggi che ci sorprendono. Per tale ragione è difficile scrivere di questo libro: qualsiasi descrizione della trama rischia di rovinare la lettura facendo intuire come si evolverà la storia.
Rispetto a Hunger Games, la Collins amplia lo scenario e ci fa conoscere direttamente gli altri undici distretti di Panem, mostrandoci che la sottomissione nei confronti di Capitol city non è così omogenea come sembrava. Ci sono alcuni distretti in cui la ribellione è palese e forse (ma è solo una sensazione, nulla viene mai mostrato al lettore) neanche a Capitol City tutti condividono la politica del presidente Snow.
La storia, ridotta all’osso proprio per evitare spoiler, vede Katniss ritornare nell’arena insieme ad altri tributi (tutti vincitori delle precedenti edizioni) per celebrare la 75° edizione degli Hunger Games, l’edizione della memoria per celebrare in maniera ancora più grandiosa la vittoria di Capitol city su ribelli e rammentare a tutti la distruzione del tredicesimo distretto. La motivazione, letta direttamente dal presidente Snow (colui che comanda a Panem), è la seguente:

Nel settantacinquesimo anniversario, affinché i ribelli ricordino che anche il più forte tra loro non può prevalere sulla potenza di Capitol city, i tributi maschio e femmina saranno scelti tra i vincitori ancora in vita.

Quindi si ricomincia: Katniss (e tutti gli altri tributi) vedono venir meno il patto che ogni vincitore stringe con Capitol city: i vincitori non devono più tornare nell’arena, la loro vita può scorrere tranquilla e piena di ogni comfort. Il loro unico dovere è partecipare al circo mediatico che ogni anno viene messo in piedi in occasione degli Hunger Games. 
Ma si tratta di uno stratagemma del presidente Snow per eliminare Katniss che ha osato sfidare le regole degli Hunger Games (leggete il primo libro della saga e capirete), diventando un simbolo per tutti coloro che nei dodici distretti vogliono ribellarsi: la ragazza di fuoco, la ghiandaia imitatrice (mockingjay, il titolo del terzo libro).
La questione è che Katniss non ha fatto nulla per accendere la scintilla della rivolta a Panem, lei non ci pensava proprio al mondo fuori dall’arena: tutto quello che ha fatto durante gli Hunger Games era dettato dall’obiettivo di sopravvivere. Ma questa non è una giustificazione né per i suoi amici, che la rimproverano per essersi assoggettata alle richieste mediatiche degli Hunger Games (ma aveva altra scelta?), né per i ribelli che, grazie a lei, hanno intravisto la possibilità di avere la meglio su Capitol city, né per il presidente Snow, che si trova a gestire il dissenso ormai esploso in alcuni distretti.
Katniss si trova ancora (e non sarà l’ultima) nella scomoda posizione di dover rendere conto del proprio comportamento: è ormai un personaggio pubblico e le sue scelte hanno ripercussioni su molte altre persone. Insomma, una volta entrati nella spirale degli Hunger Games è impossibile uscirne perché bisogna recitare la propria parte per non urtare la suscettibilità del pubblico di Capitol city e, allo stesso tempo, non scontentare i politici che usano i vincitori come arma di manipolazione dell’opinione pubblica.
Di certo non esiste la possibilità di scegliere se tornare nell’arena: rifiutarsi significherebbe mettere in pericolo non solo la propria vita ma quella di tutti i propri cari ed è su questo che il Presidente Snow e gli Strateghi fanno affidamento per ridurre al minimo qualsiasi protesta da parte dei vincitori. Rispetto al passato c’è però una sostanziale differenza: tutti i tributi si conoscono da molto tempo perché hanno avuto occasione di frequentarsi nelle edizioni degli Hunger Games successive a quella che hanno vinto. Alcuni sono amici, altri sono legati da vincoli profondi di affetto ma non esiste né amicizia né affetto nell’arena perché uno solo dei tributi ne uscirà vivo. Anche il pubblico di Capitol city è affezionato ai propri beniamini e non manda giù che dovrà perderli tutti, tranne uno. Si tratta di uno scontro all’ultimo sangue tra amici e conoscenti.
Dopo un primo momento di sconcerto, mi sono resa conto che questa situazione non è estranea neanche alla nostra esperienza: sto pensando a quelle situazioni lavorative che impongono una competizione estrema, dove solo chi riesce a far fuori (metaforicamente) tutti gli altri potenziali concorrenti viene premiato. Situazioni in cui la competizione non viene giocata soltanto sul campo della competenza e la scorrettezza, il doppio gioco, l’ipocrisia sono considerate comportamenti vincenti.
Come ci comportiamo quando siamo noi i tributi nell’arena? Abbiamo mai pensato che se ci alleassimo potremmo sconfiggere più facilmente i vari presidenti Snow? Ci siamo mai chiesti chi è il vero nemico?

E a Panem come va a finire? Io non ve lo dico. Da me non avrete neanche il più piccolo indizio, perché se poi decidete di leggere il libro non me lo perdonereste mai! Anzi vi do un consiglio: se non avete ancora letto il primo libro della serie, non leggete la trama de “La ragazza di Fuoco” su Goodreads perché contiene spoiler su “Hunger Games” (come ho scoperto a mie spese!).
L’unica cosa che posso assicurarvi è che Katniss arriva viva all’ultima pagina di questo secondo libro (ovvio, altrimenti non ci sarebbe stato un seguito!)

Patrizia Oddo


Ogni cosa è illuminata | Jonathan Safran Foer

Titolo: Ogni cosa è illuminata
Titolo originale: Everything is illuminated
Autore: Jonathan Safran Foer
Cenni sull’autore: Vive a Brooklyn, New York, con la moglie, la scrittrice Nicole Krauss, assieme alla quale è stato tra i curatori del Futuro dizionario d’America, pubblicato nel 2005 da McSweeney’s, il figlio Alexander (che chiamano anche Sasha) e il loro cane George.
Ha frequentato la Princeton University dove gli sono stati assegnati vari premi di scrittura creativa. Prima di cominciare a scrivere frequentò per un certo periodo la Mount Sinai School of Medicine. Nel 2000 gli è stato assegnato il premio per la narrativa Zoetrope: All-Story.
Era l’editore dell’antologia A Convergence of BirdsOriginal Fiction and Poetry Inspired by the Work of Joseph Cornell.
Ha pubblicato su The Paris Review, Conjunctions, The Guardian, The New York Times e The New Yorker.
Nel 1999 si è spostato in Ucraina per fare ricerche sulla vita di suo nonno. Nonostante non l’avesse programmato, questo viaggio ispirò il suo romanzo d’esordio Ogni cosa è illuminata, dal quale è stato tratto il film omonimo nel 2005.
Grazie a questo libro ha ricevuto il premio National Jewish Book Award e un Guardian First Book Award. Il suo secondo romanzo è Molto forte, incredibilmente vicino.
Foer ha poi scritto Se niente importa, in cui descrive l’impatto ambientale degli allevamenti intensivi, le sofferenze patite dagli animali da macello e la sua decisione, presa anche dalla moglie, di abbracciare il vegetarismo per rispetto dei diritti degli animali.
Nel novembre 2010 ha pubblicato Tree Of Codes, un’opera realizzata ritagliando parole di un libro già esistente (The street of crocodiles di Bruno Schulz). Si noti che anche il titolo dell’opera non è altro che un ritaglio dal titolo del libro di Schulz.
Traduzione: Massimo Bocchiola
Anno di pubblicazione:2002
Edizione: Guanda
Pagine: 327
Costo: 15,50
-> Consigliato: Si

E se dobbiamo batterci per un futuro migliore, non dobbiamo conoscere il nostro passato e riconciliarci con esso?

Quando leggo un libro cerco sempre di trovare il messaggio che vuole comunicare, di capire la tesi che vuole dimostrare: i libri che hanno un messaggio e dimostrano una tesi sono i miei preferiti, soprattutto se posso ricondurre questa tesi a qualche teoria psicologica, meglio ancora se riesco a trovare la dimostrazione di uno qualche fondamento clinico.

Nel libro di J. S. Foer tutto questo c’è: c’è un messaggio e c’è una tesi che viene ampiamente sviluppata e dimostrata con dovizia di particolari e di eventi a sostegno della tesi medesima. Ma questo è anche il suo limite (almeno secondo me) perché è tutto troppo esplicito, troppo artificioso. La mia impressione, leggendo il libro, è che l’autore abbia prima sviluppato la sua tesi e poi gli abbia “cucito” addosso una storia che, in certi passaggi, risulta macchinosa.

Qual è questa tesi? I segreti (celati, rimossi, mistificati) del passato trovano sempre il modo di “emergere”, di far sentire il loro peso sulle generazioni successive, anche quando queste non sanno nulla, a livello consapevole, di cosa è accaduto. Il peso del passato oscura la vita presente nelle forme dell’incertezza, dell’angoscia, del senso di perdita soprattutto perché i segreti vengono trasmessi alle future generazioni attraverso l’ansia degli adulti senza alcuna possibilità di trasformare questa ansia in parole, che aiuterebbero a dare un senso alla sofferenza e al senso di mancanza che dolorosamente può diventare la base su cui si edifica la personalità.

Per dimostrare la sua tesi, Jonathan Safran Foer sviluppa il suo romanzo su due piani temporali.

Jonathan (giovane ebreo americano in viaggio in Ucraina per cercare le sue origini) racconta la storia di Trachimbrod (con i toni epici, a volte tragici a volte comici, della saga ebraica) sino alla distruzione avvenuta ad opera dei nazisti. Da questo villaggio, Safran (il nonno di cui Jonathan porta il nome) è fuggito verso gli Stati Uniti, grazie all’aiuto di una donna, Augustine. Jonathan è ha saputo di questa vicenda da poco: la nonna gli ha dato una foto del nonno (morto poco tempo dopo essere giunto negli Stati Uniti) in compagnia di una donna di nome Augustine. Jonhatan decide di partire per l’Ucraina alla ricerca di questa donna; non sa bene perché ma sa che deve cercarla per capire meglio se stesso e conoscere questo nonno di cui sa solo quello che gli è stato raccontato dalla nonna. Intuisce che c’è qualche doloroso segreto di cui la nonna non riesce a parlargli.

Il secondo romanzo lo scrive Alex (il giovane ucraino che, insieme al nonno, accompagna Jonathan nella sua ricerca) ed è la storia tragicomica del il viaggio reale compiuto alla ricerca di ciò che rimane di Trachimbrod, ma che si rivela un viaggio nella storia del suo paese e della sua famiglia. In entrambi i romanzi, il filo conduttore è l’occultamento del passato e la necessità di dire sempre la verità che, per quanto dolorosa, aiuta a rimanere se stessi e ad accettare gli errori commessi, a essere onesti e autentici con i propri figli senza dover rinnegare nulla di sé e della propria storia. Questa affermazione è valida sia che si tratti di persone sia di un’intera nazione. Non è un caso, che il viaggio di Jonathan coincide con i festeggiamenti per il primo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, nella celebrazione di un presente che non vuole ammettere le ombre del passato che portano il nome di antisemitismo e collaborazionismo.

La necessità della verità e il rifiuto della menzogna come base su cui costruire la propria vita investe in modo prepotente soprattutto Alex, che gradualmente getta la maschera di uomo cinico e superficiale che porta per assecondare l’immagine che ha di lui il padre, per rivelarsi un ragazzo sensibile che non ha vergogna delle sue ansie e delle sue insicurezze, ma anzi fa leva su quelle per accettare le proprie responsabilità.

Per Alex è un’operazione dolorosa, perché la maschera è tenacemente attaccata alla sua pelle e senza si trova indifeso e vulnerabile. Parallelamente, chiede a Jonathan di dare ai personaggi che animano Trachimbrod un lieto fine che non riescono a cogliere, anche quando questo è a portata di mano e dipende solo dalle loro scelte. Jonathan non accoglie nessuna delle richieste di Alex: non si può tacere la verità, anche se è spietata, non si possono tacere le responsabilità di ciascuno nell’adempimento di quello che a posteriori sembra un ineluttabile destino, ma che a ben vedere è il risultato di scelte e omissioni volontarie.

La differenza temporale si accompagna a una diversità di stile che riflette la personalità dei due autori. Jonathan racconta le vicende di Trachimbrod in maniera tradizionale, almeno per quanto riguardo lo stile. I personaggi e l’intera storia hanno, però, il sapore delle fondazioni mitiche e vi troviamo tutti i “tipi” e i temi delle saghe ebraiche; gli espedienti grafici (intere pagine con punti di sospensione, titoli dei capitoli con un layout curvilineo) imprimono una specifica coloritura emotiva alla narrazione, stratagemmi che poi J. S. Foer riprenderà con maggiore consapevolezza in “Molto forte, incredibilmente vicino”.

Il viaggio alla ricerca di Trachimbrod nell’Ucraina moderna è scritto rispecchiando la scarsa conoscenza che ha Alex della lingua inglese: interi brani sembrano usciti dal traduttore di Google! Sicuramente bisogna riconoscere l’abilità di Foer in questa operazione che fa usare ad Alex parole che, a rigore di vocabolario, sono dei sinonimi del termine corretto ma che, rispetto al contesto, sono sbagliate, imitando il risultato di una traduzione letterale. Bravo anche il traduttore (Massimo Bocchiola) che ha dovuto ricreare lo stesso effetto in italiano. Dal punto di vista stilistico, insomma, una bella trovata ma dal punto di vista del lettore risulta un’operazione che rende difficoltosa e, in certe parti, poco piacevole la lettura. Meno male che, man mano che scrive il romanzo, l’inglese di Alex, grazie anche alle indicazioni di Jonathan, migliora e quindi la lettura diventa più scorrevole. Quindi abbiate fiducia e non vi fate scoraggiare dall’inglese maccheronico di Alex.

Patrizia Oddo

Sempre riguardo Jonathan Safran Foer potete leggere la recensione di:
-> Molto forte, incredibilmente vicino 


Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi

Titolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi
Cenni sull’autore: Collodi nasce nel 1826 a Firenze in via Taddea (sulla casa oggi c’è una lapide). Il padre Domenico era cuoco e la madre, Angiolina Orzali, domestica. Quest’ultima era originaria della omonima frazione di Pescia che ispirò lo pseudonimo che rese lo scrittore famoso in tutto il mondo. Poté studiare grazie all’aiuto della famiglia Ginori. Il giovane Lorenzini fu infatti ospitato nel palazzo Ginori di via de’ Rondinelli, sulla facciata del quale una targa ne ricorda la permanenza. Dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa, per diventare prete e contemporaneamente ricevere un’istruzione. Fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso un’altra scuola religiosa degli Scolopi.
Nel 1843, sempre studiando, iniziò a lavorare come commesso nella libreria Piatti a Firenze. Entrò così nel mondo dei libri e in seguito diventò redattore e cominciò a scrivere. Nel 1845 ottenne una dispensa ecclesiastica che gli permise di leggere l’Indice dei libri proibiti. Nel 1847 iniziò a scrivere recensioni ed articoli per la Rivista di Firenze.
Nel 1848, allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza si arruolò volontario combattendo con altri studenti toscani a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò una rivista satirica, Il Lampione (censurata da lì a breve). Nel 1849 diventò segretario ministeriale.
Nel 1850 diventò amministratore della libreria Piatti, che, come spesso accadeva all’epoca, svolgeva anche attività di editoria.
Nel 1853 fondò un nuovo periodico, Scaramuccia, un giornale teatrale su cui scrisse piccole commedie. Nel 1856 scrisse un articolo utilizzando per la prima volta lo pseudonimo di Collodi. Dello stesso anno sono le sue prime opere importanti: Gli amici di casa e Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
Nel 1859 partecipò alla Seconda guerra d’indipendenza come soldato regolare piemontese nel Reggimento Cavalleggeri di Novara. Finita la campagna militare ritornò a Firenze. Nel 1860 diventò censore teatrale. Nel 1868, su invito del Ministero della Pubblica Istruzione, entrò a far parte della redazione di un dizionario di lingua parlata, il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.   Nel 1875 ricevette dall’editore Felice Paggi l’incarico di tradurre le fiabe francesi più famose. Collodi tradusse Charles Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Effettuò anche l’adattamento dei testi integrandovi una morale; il tutto uscì l’anno successivo sotto il titolo de I racconti delle fate.
Nel 1877 apparve Giannettino, e nel 1878 fu la volta di Minuzzolo. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino. Vi pubblicò poi altri racconti (raccolti in Storie allegre, 1887).
Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini.
Morì a Firenze nel 1890; è sepolto nel cimitero delle Porte Sante.   (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Collodi)
Anno di pubblicazione: 1883
Edizione: varie; consigliata quella Giunti con le illustrazioni di A. Mussino
Illustrazioni (ediz. Giunti): Attilio Mussino
Pagine: 192 (ed. Giunti del 2002)
Costo: € 9,90
-> Consigliato: Sì (soprattutto agli adulti)

A me Pinocchio ha sempre fatto simpatia, una simpatia istintiva e non ho mai trovato disdicevole che il suo più grande desiderio (almeno quello dichiarato) fosse di diventare un bambino vero: nessun bambino vuole distinguersi dagli altri per la sua diversità, non vuole essere additato per strada e non vuole diventare famoso come fenomeno da baraccone. Essere diversi, uscire dal coro e distinguersi per l’originalità delle proprie scelte è cosa che comincia ad avere un suo fascino nell’adolescenza e, comunque, non interessa a tutti. Ma ai bambini non interessa: vogliono essere come tutti gli altri; che poi si devono adattare alla loro eventuale diversità è cosa diversa da quello che possono desiderare.

Il mio Pinocchio è prima di tutto quello dello sceneggiato tv di Comencini trasmesso per la prima volta nel 1972 (ma ne ho visto una replica qualche anno dopo) e la colonna sonora è incisa in modo indelebile nella mia memoria (per chi fosse curioso ecco il video ).
Ho conosciuto poi il Pinocchio di Edoardo Bennato, un burattino che non apprezza la propria libertà e decide di diventare un bambino vero:

E adesso che ragioni come uno di noi
i libri della scuola non te li venderai
come facesti quel giorno
per comprare il biglietto e entrare
nel teatro di Mangiafuoco
quei libri adesso li leggerai!  (da “É stata tua la colpa”, E. Bennato 1977)

Ho rimosso il Pinocchio di Benigni e mi astengo dal fare commenti su quello della Disney.

Ma Pinocchio “vero”, quello di Collodi per intenderci, che tipo è? Per rispondere a questa domanda mi sono decisa a leggere il libro (forse rileggere anche se non ricordo di averlo mai letto da piccola) e sono rimasta abbastanza sorpresa nello scoprire che io sono un po’ Pinocchio e, secondo me, lo siamo tutti.
Pinocchio non è proprio un tipo ingenuo (come il suo omonimo disneyano), ma è abbastanza centrato su se stesso (ma quale bambino non lo è?), vuole fare solo quello che gli piace, che gli sembra interessante. Per non compiere il suo dovere (insomma per disubbidire) si deve raccontare un sacco di frottole (lo faccio dopo, adesso non posso, nessuno lo saprà mai). Con me a volte funziona e se la mia coscienza (il mio Super Io, come direbbe il caro vecchio Freud) continua a disturbarmi, trovo il modo di zittirla. Ed è proprio quello che fa Pinocchio quando arriva il Grillo Parlante: lo prende a martellate e lo fa fuori! Che soddisfazione leggere che Pinocchio non è per niente ossequioso nei confronti di questo fastidioso insettucolo che non si fa i fatti suoi! Ai miei occhi Collodi ha guadagnato mille punti. Certo la coscienza poi torna anche sotto diverse forme: chiocciole, serpenti, uccelli.

Purtroppo per lui, però, quando mente alla fata (che è poi la sua mamma adottiva) gli si allunga il naso e quindi non può proprio dire le bugie, o meglio non potrebbe perché lui ci prova lo stesso. Adesso andate indietro con la memoria e ricordate cosa succedeva quando mentivate ai vostri genitori: lo capivano subito! E non perché i genitori sono dotati di superpoteri (ci piacerebbe, ma purtroppo non ce li danno) ma perché i bambini non sono bravi a dire le bugie e quindi mamma e papà hanno vita facile (poi quando crescono è tutta un’altra storia.)

Nonostante le sue scelte lo portino spesso in situazioni spiacevoli, Pinocchio non impara subito dai propri errori: sbaglia e risbaglia! Ecco, un’altra cosa in cui io sono come Pinocchio: ci metto un po’ ad imparare, sono recidiva! Ma, come dice il vecchio adagio, “sbagliando si impara” e anche in questo caso si rivela la saggezza dei detti popolari: le scelte avventate sono la strada maestra che conducono Pinocchio a conoscere interessanti personaggi e a vivere mirabolanti avventure, imparando a cavarsela da solo; insomma senza una certa dose di ribellione difficilmente il nostro burattino avrebbe avuto una vita diversa da quella di Geppetto [ovviamente, questo vale per tutti ma non per mia figlia]

Conosce Mangiafuoco e impara che anche i cattivi più cattivi possono commuoversi; incontra il Gatto e la Volpe e impara a diffidare di chi dichiara di essere interessato al bene altrui ma, intanto, fa’ i propri interessi; viene arrestato per essere stato derubato e sperimenta sulla propria pelle lo scarto che può esistere tra la giustizia e la legge; si lascia convincere da Lucignolo a seguire la carovana dei bambini verso il Paese dei Balocchi e impara che bisogna diffidare da chi ti propone di avere tutto e subito senza il minimo sforzo; dentro la pancia del pesce-cane (non balena, quella è una mistificazione disneyana) ha la possibilità di mettere a frutto ciò che ha imparato nel corso delle sue peregrinazioni (durate due anni da quello che ci dice Collodi) e assumersi la responsabilità di se stesso e del padre.

La fine è la parte debole della storia, affrettata e troppo pedagogica.

Pinocchio però non è soltanto la storia di un burattino che, a un certo punto (magari controvoglia), si ritrova grande: è anche la storia degli adulti che di Pinocchio si prendono cura. Cambiando la mia prospettiva di osservazione devo dirvi che, oltre che un po’ Pinocchio, mi sento anche Geppetto e (meno però) Fata.

Ho provato una grande tenerezza di fronte alla delusione di Geppetto che si aspettava riconoscenza da Pinocchio per avergli dato la vita e, soprattutto, per i sacrifici che fa per lui privandosi del cibo e dei vestiti con l’intenzione di assicurare al figlio la possibilità di istruirsi e di essere alla pari con gli altri ragazzi (eh si, i genitori fanno dei piani per i propri figli senza porsi il problema di quello che loro effettivamente vorrebbero, basandosi su quello che è il “loro bene”). È la stessa delusione di molti genitori (tra cui io stessa) di fronte all’atteggiamento dei propri figli che non colgono la volontarietà di alcuni gesti che si fanno nei loro confronti: insomma, cari figli, non è per nulla scontato che i genitori facciano tanti sacrifici per i figli. Pinocchio è egoista? Si, come lo sono tutti i bambini, i quali non sono tenuti a interrogarsi troppo sulle scelte che fanno i genitori: la consapevolezza delle rinunce fatte (piccole o grandi che siano, sono sempre rinunce) a loro favore arriva dopo e con questa, spero, anche un po’ di gratitudine. Come Pinocchio anche io sono stata egoista con i miei genitori e ho dato per scontato molte delle cose che facevano per me, pensando che era loro dovere in quanto scritto in una sorta di contratto implicito stipulato al momento stesso in cui mi avevano voluta. Come Geppetto mi rendo conto che non c’è nulla di scontato ma si tratta di scelte: ad ogni genitore il compito di definire il delicato equilibrio tra il proprio ruolo genitoriale e le proprie necessità in quanto persona.

La Fata che, a differenza di Geppetto, non raccoglie le mie simpatie: troppo comodo rispondere ai capricci e alle monellerie di Pinocchio scomparendo e, per di più, facendogli credere di averne causato la morte! Cara Fata nessuno (almeno da sessant’anni a questa parte) ci obbliga a diventare genitori e se tu non avevi mezzi farmacologici a disposizione sicuramente, servendoti dei tuo poteri magici potevi trovare un accordo con la cicogna affinché evitasse di passare dalla tua dimora.

Ammetto che anche a me, in certe situazioni, balena l’idea di andarmene e tornare quando mia figlia avrà smesso di lagnarsi o di fare richieste improponibili. Però (io come la stragrande maggioranza dei genitori) non lo faccio e sto lì a sorbirmi le lagne (magari urlando, mica sono una santa), a gestire i miei sensi di colpa per qualche frase poco felice mischiata agli urloni e a lambiccarmi il cervello nel tentativo di trovare una soluzione accettabile che non metta a repentaglio la mia autorevolezza (e, purtroppo, devo dirvi che spesso fallisco) e, nel frattempo, garantisca la mia salute mentale mettendo a tacere la pargola.

Le vicende di tutti i personaggi sono narrate con un linguaggio elegante e con uno stile ironico di chi sa come va il mondo e non si fa’ troppe illusioni. Se poi avete l’accortezza di prendere un’edizione illustrata (consiglio quella con le classiche illustrazioni di Attilio Mussino) il libro può diventare anche una gioia per gli occhi (a me piacciono i libri illustrati!).

Patrizia Oddo 


Il team dei commentatori: chi siamo e perché lo facciamo

Era molto tempo che volevo realizzare questo post al fine di rendere più chiaro quel meccanismo di presentazioni di recensioni che ogni tanto metto in moto sulla pagina quando scrivo che un nuovo titolo x è stato commentato da una persona y. Ora, oltre me, ci sono dieci volenterose persone che arricchiscono il blog e l’altrui punto di vista consigliando dei libri con dei commenti particolarmente ricercati ed approfonditi; nessuno di noi ha la pretesa intellettualoide di recensire per bravura, o per saggezza, tutto ciò che commentiamo lo facciamo per amore dei libri e per quella trasmissione che omerica fu orale, tecnologica ormai avviene anche e sopratutto attraverso i social network. Ho impiegato un anno e sette mesi a trovare chi volesse seguirmi nella composizione di questo blog, chi fosse disposto a raccontare ciò che legge; in mezzo ai 12.274 ‘fan’ della pagina loro sono i poveri perseguitati dalla sottoscritta che ha notato il loro particolare dono del consigliare e ha deciso di riunirli in questa sorta di team che di volta in volta ci consiglia un titolo sempre nuovo o ci ricorda di un titolo che abbiamo già letto e che ci induce alla discussione. Qui di seguito li troverete in ordine alfabetico che si presentano con delle righe che li ho persuasi (anche se il termine giusto sarebbe costretti) a scrivere per creare finalmente questo post. Bando alle ciance, a loro la parola.

Alessandro Casile 

Ho un nome che mi piace averlo. Sono Alessandro, nato lettore a 17 anni in compagnia di Cujo e Dorian Gray. Fu quella la mia prima presa di coscienza, la mia prima seria conversione. Da allora è stato facile comprendere come leggere è vitale, il bisogno che soddisfava la curiosità e che allo stesso tempo l’accresceva. Così curioso della vita e delle persone, di quanto fosse importante capire bene il mondo per capire anche gli altri. Leggere ne sono certo m’ha fatto diventare una persona migliore, capace di fare scelte decisive e serie, chissà se giuste, ma certamente fiere e coraggiose. Leggere ne sono certo ha seminato in me la voglia di scrivere, che adesso è tanto forte quasi da decidere cosa fare del mio futuro. Un libro c’è sempre stato per ogni occasione e quasi sempre quando ci doveva essere, perché sono stati loro a scegliere me e non io loro. I libri sono doni ricevuti che è bene condividerli. Io sono Alessandro, un libro aperto. Leggetemi, scrivetemi.  Potete seguirmi anche sul mio blog.

Chiara Coppola

Ciao a tutti,

quando ho cominciato a pensare a cosa scrivere in queste righe di presentazione non è che avessi le idee molto chiare. Insomma, ero abbastanza confusa e con tantissime idee in testa, quasi come un vulcano in eruzione!
Alla fine però sono giunta alla conclusione che cominciare con le cose basilari sia utile sia per me che per chi leggerà questa presentazione da strapazzo!
Mi chiamo Chiara, ho 21 anni e sono romana. Amo la mia città, non la cambierei mai con nessun’altra al mondo, per quanto apprezzi altre città europee. Ma Roma è Roma, c’è poco da fare. Studio; la vita dello studente universitario è dura, da squattrinato e perennemente da sottoposto a stress-da-esami-che-non-finiscono-mai. Per fortuna studio una cosa che mi appassiona, ovvero la storia dell’arte. La amo da sempre, sin da piccolina, ma non l’ho capito veramente solo alla fine del liceo. Sono, in realtà, una mancata maestra d’asilo. Leggo, e leggo da sempre. Ricordo il primo libro che mi fu regalato (uno della collana Battello a Vapore), ricordo il primo libro che mi fu dato da leggere a scuola (“C’era due volte il barone Lamberto” di Gianni Rodari), ricordo l’autrice che mi stregò quando, a circa nove anni, giravo senza meta in biblioteca: Bianca Pitzorno. Se oggi sono quella che sono, devo ringraziare Bianca e Gianni. Quando leggo mi isolo completamente e quando leggo qualcosa di veramente straordinario ne parlo per mesi e mesi con tutti (fu il caso di “Anna Karenina”, per esempio), dando il tormento a tutti colori i quali mi sono vicini. Adoro leggere i grandi classici ed ho un amore smisurato per Alexandre Dumas, scoperta dell’anno appena passato. Ho un amore particolare nei riguardi di Agatha Christie, della quale ho letto quasi tutta la produzione con Hercule Poirot da protagonista, non amo particolarmente il fantasy come genere, e Isabel Allende è la scrittrice contemporanea che apprezzo di più, sino ad ora.
Mi piacciono molto i segnalibri colorati, vivaci. Alcuni li compro, altri li faccio io stessa. Leggo ovunque, benchè mi dispiaccia l’eventuale stropicciamento di pagine e copertina in una borsa. Non posso farci niente però, almeno un libro deve sempre accompagnarmi durante la giornata!

Chiara Pagliochini 

Chiara. Ventuno anni portati male. Studio Lingue e letterature straniere presso l’Università di Urbino; per il resto dell’anno vivo in una terra desolata che  alcuni chiamano Umbria. “Da grande” sarò uno scrittore o un pastore oppure  aprirò una di quelle belle librerie dove puoi anche sederti a prendere una  tazza di tè coi muffin al cioccolato. Ho ricominciato a leggere seriamente soltanto dall’anno scorso (ho passato una brutta adolescenza di fantasy scadenti e letteratura femminista, capitemi); ho una grande ammirazione per la letteratura inglese e americana. Non disdegno alcun genere e sono sempre aperta ai consigli ed è probabile che mi vediate passare da un fantasy a Jane Austen e da lei a Freud senza batter ciglio. I miei libri, se potessero, mi denuncerebbero per molestie: matita, righello!, e implacabili orecchie sono i miei strumenti di tortura. Accetto critiche, suggerimenti e inviti a cena. Se pensate che abbia qualche interessante squilibrio mentale e volete studiarmi come oggetto per una tesi di Psichiatria, troverete materiale molto utile sul mio blog.<

Chiara Sandretto

Sono nata sotto il segno dei gemelli diciannove anni fa, sulle ultime propaggini della primavera. Ho un nome che non ho mai digerito facilmente, per quel detto che recita “nomen omen est”, il nome è un presagio, e quindi il mio, Chiara, è stato da sempre come una dichiarazione di poetica, o un tracciato su cui sarei dovuta rimanere per essere coerente con me stessa. Ho un carattere abbastanza timido, anche se vengo spesso definita una persona solare – da qui il mio soprannome, Sunny – e affabile. Sono un’ottima costruttrice di castelli di carta e spesso ho slanci entusiasti, piani bellissimi che poi inevitabilmente subiscono un drastico ridimensionamento. Tolgo le parole di bocca a Cyrano de Bergerac: «io parto per strappare una stella al cielo e poi, per paura del ridicolo, mi chino a raccogliere un fiore». Questa timidezza, che a volte diventa introversione, ha trovato ottimi sbocchi nell’arte, in particolare in musica e letteratura. Ho iniziato a suonare il pianoforte a tre anni e mezzo, poco dopo a leggere e a scrivere. «Non so chi sono, ma so che amo leggere», e «Io non parlavo mai. […] Scrivere, ho scritto tanto. Ma scrivere è una forma sofisticata di silenzio» sono due delle citazioni che meglio mi definiscono. Scrivere è qualcosa che mi aiuta a capirmi e ad addomesticare i fantasmi, anche se non sto parlando di me stessa. Sul perché mi piaccia leggere potrei dire molte cose, ma forse una delle ragioni principali è perché una parte di me è sempre ansiosa di essere un’altra, altrove, persa al crocevia dei mondi.

Domenico Marino

E’ nato agli albori degli anni ’80 nei pressi di Bari, e si vanta in modo puerile di condividere il giorno di nascita con Cesare Borgia e Roald Dhal. È inciampato nella lettura da piccolo e da quel momento non è più stato possibile vederlo senza un libro in mano, finché è riuscito a trasformare questa attività in un mezzo di sostentamento, guadagnandosi (male) da vivere come editor freelance. Lettore onnivoro, ha però un debole per la mitologia, i poemi cavallereschi, i saggi storici, gli autori vittoriani e quelli giapponesi, e soprattutto per la letteratura fantastica in ogni sua declinazione. Spera di vincere un giorno il premio Hugo, e di vedere Neil Gaiman ritirare il Nobel per la Letteratura. Nel frattempo si accontenterebbe di vederlo assegnato a Murakami.

Elisa Lai

Io, simile a un conquistatore nella sua tenda campale, tracciavo le linee col carbone attraverso gli oceani e i continenti: da Mozambico, a Sumatra, alle Filippine, al Mar dei Coralli… e intorno a questo mio lavoro regnava un grande silenzio sospeso. L’ho chiamato lavoro, e forse era un gioco, ma per me era più bello che scrivere una poesia; giacché a differenza delle poesie, (che hanno il loro fine in se stesse), esso preparava l’azione, della quale nessuna cosa è più bella! Quelle linee di carbone mi rappresentavano la scia sfavillante della nave Arturo: la certezza dell’azione mi aspettava, come, dopo i be sogni della notte, s’accende il giorno, che è la bellezza perfetta. Il principe Tristano davvero delirava quando diceva che la notte è più bella del giorno! Io, da quando sono nato, non ho aspettato che il giorno pieno, la perfezione della vita: ho sempre saputo che l’isola, e quella mia primitiva felicità, non erano altro che un’imperfetta notte, […] in fondo l’ho sempre saputo. E adesso, lo so più che mai; e aspetto sempre che il mio giorno arrivi, simile a un fratello meraviglioso con cui ci si racconta, abbracciati, la lunga noia…

(Elsa Morante, L’isola di Arturo)

Ho deciso di riportare un passo di uno dei miei romanzi preferiti per spiegare cosa sia per me la lettura. La lettura è quella che trasforma un essere umano qualunque nell’adolescente Arturo che, alla fine di ogni giornata, sera dopo sera, è impegnato a tracciare sulla mappa gli itinerari dei suoi futuri viaggi. I viaggi della nave Arturo, i viaggi della nave Elisa, i viaggi della nave Lettore. Eterno adolescente, in perpetua fase di decollo. I suoi sono spostamenti potenzialmente infiniti, e gustosi anche nella sola fase di premeditazione. L’amore per gli ambienti gonfi di odore di carta, la bellezza del tenere un libro in mano, la ricerca dell’opera adatta a noi, in quel preciso momento o in un futuro caso di necessità, sono solo alcuni dei piaceri che si sommano al ritmo che le parole ci imprimono addosso.
Ciò che rende la lettura ciò che è è la sua capacità di far partire per lunghi viaggi, sì, ma anche di farci ritornare a casa. L’esperienza ci porta a scoprire tante isole, alcune delle quali diventano per noi prolungamenti della nostra terra materna.
Poco importa che io sia una studentessa, un venditore di polli al mercato o un astronauta: sono una Lettrice, e le mie isole sono quelle di Elsa Morante, Sandro Penna, Dino Buzzati, Virginia Woolf, Frank McCourt, Dostoevskij, Vladimir Nabokov, Michail Bulgakov. Finché loro esisteranno, la Lettrice potrà sempre tornare a casa.



Marco Tamborrino

Ho 17 anni, ormai 18, e sono un lettore abbastanza accanito. Dico abbastanza perché trascorro alcuni periodi leggendo molto lentamente o non leggendo affatto. Prediligo i contemporanei ai classici anche se Charles Dickens ha un posto speciale nel mio cuore. Nel tempo libero scrivo anche, narrativa più che altro. Il mio autore preferito è Cormac McCarthy mentre il gruppo sono i Sigur Rós. Tante volte mi dicono che sono arrogante e presuntuoso (per tralasciare egocentrico), ma non è poi così vero, perché sono sempre pronto ad ammettere la superiorità intellettuale di qualcuno. Sono una persona disponibile che ama discutere con le persone serie e mature. Un ultima cosa: recensisco per questa pagina perché è una pagina meravigliosa e la sua amministratrice non è da meno.

Michela Bocchicchio

Provo a descrivere in poche righe chi sono e perché leggo.
Ho 25 anni e vengo da Arezzo, nella mia bellissima amata Toscana. Mi sono laureata 2 anni fa in Scienze Infermieristiche e da allora lavoro presso il Pronto Soccorso della mia città. È un lavoro difficile e duro, che richiede tantissima forza di volontà ma amo molto quello che faccio e, alzarmi la mattina felice di andare al lavoro, per me è tutto.
Da quando a 6 anni ho iniziato a leggere non ho più smesso; avevo un gran bisogno di evadere, di scappare, di sognare, e nei libri ho trovato la mia salvezza; Mi ricordo che andavo da sola alla biblioteca del mio piccolo paesino e ricordo ancora che il primo libro preso in prestito è stato “Cenerentola” della Disney, il giorno dopo lo avevo già restituito. Il primo libro che mi ha cambiato la vita è stato “Piccola Principessa”di Frances Hodgson Burnett, è difficile da spiegarne il motivo a distanza di quasi 20 anni ma ricordo che piansi tantissimo e che lo presi in prestito molte volte, nel mio piccolo mondo di bambina quel libro significò la libertà e lo ricordo ancora con immenso affetto.
Ho letto praticamente di tutto nella mia vita di lettrice per arrivare a scoprire che i generi che preferisco sono i contemporanei femminili: Simone DeBeauvoir, Sylvia Plath, Sibilla Aleramo, Emily Dickinson …. Mi piacciono le donne che parlano di donne e delle loro storie difficili e tormentate:riesco a trarne sempre dei messaggi di forza e di coraggio.
Ovviamente amo anche i classici: Dumas, le Brontë e Doestoevkij occupano un posto speciale nel mio cuore; e poi arriviamo a Baricco che adoro senza cognizione di causa, ma i veri amori nascono cosi: senza poterne spiegare il motivo.

Senza libri sarei senza dubbio diventata una persona peggiore ed è per questo che faranno sempre parte della mia vita: non vogliono niente in cambio, ma ti regalano mondi interi.
Buone letture a tutti.

Patrizia Oddo

Patrizia, laurea in psicologia, nata a Palermo e trapiantata a Roma, lettrice appassionata con una missione: diffondere l’amore per i libri nell’universo-mondo. Questo significa, purtroppo per i malcapitati, che regalo (quasi) sempre dei libri. Mia figlia ormai è rassegnata, guarda il padre e con un’espressione divertita dice: “Mamma pensa sempre ai libri!” Ed è proprio così! Per quanto possa spingere indietro i miei ricordi, i libri (e i fumetti) sono sempre presenti. Ho imparato a leggere su Topolino e chiedevo spesso dei libri in regalo. A ogni trasloco, i libri mi hanno seguito. Adesso ho sempre un libro nella borsa: non si sa mai dovessi avere del tempo per leggere! Negli ultimi anni (con la nascita della pargola) ho sempre meno tempo per leggere e ed è relegato ai tragitti che faccio in treno per andare al lavoro o ai momenti in cui aspetto mia figlia nello spogliatoio della piscina. Proprio per questo sono diventati momenti preziosi che mi fanno apprezzare ancora di più la bellezza di un libro.

Stefania Trombetta

Imprigionata al tempo degli impavidi moschettieri, intrappolata in sale da ballo sfavillanti di nobildonne russe, in fuga nella Terra di Mezzo, eccomi a combattere, forse inerme ma agguerrita ventenne, l’eterna lotta fra Classici e Contemporanei, sempre pronta a sguainare la spada per difendere il mio Tempo, ma costantemente sconfitta dall’esercito dei Libri del Passato, che continua ostinatamente ad occupare dispoticamente la mensola de “I miei libri preferiti” .

Di giorno aspirante giurista, di sera, in compagnia di una pinta di caffè e protetta dal mio personalissimo Mantello dell’Invisibilità (il fidato piumone), mi rifugio in quei mondi tipici del Feuilleton, delle grandi epopee o dell’arte poetica otto-novecentesca.

Fra una canzone dei Beatles, un film di Al Pacino ed un trancio di pizza ai peperoni, mi piace pensare che la mia vita possa essere costantemente travolta ed elettrizzata dall’Universo cartaceo, sempre prontamente e benevolmente disponibile ad accogliermi e, a volte, consolarmi.

Thais Siciliano

Mi chiamo Thais, e già qui la gente si ferma. Ma cosa vuol dire? Ma perché ti hanno chiamata così? Ma un nome normale non potevano dartelo? Malgrado le domande siano sempre le stesse, mi piace avere un nome che in Italia poche altre hanno. Non è voglia di distinguersi a tutti i costi, è il desiderio di ritagliarsi una nicchia in cui ci sono solo io. Come l’angolo di camera mia in cui c’è la libreria, con cui ho un rapporto intimo e quasi simbiotico. Quando non so dove altro andare, mi appoggio lì. È la prima cosa che vedo quando apro gli occhi al mattino. Prima ancora di mettermi gli occhiali (sono miope come una talpa) sto lì e osservo i libri, nella nebbia del risveglio, mentre cerco di liberarmi dei sogni. Non sono disposti in nessun ordine preciso sugli scaffali, ma li riconosco dalla costa, li accarezzo con lo sguardo, e spesso è il non riuscire a riconoscerne uno – magari infilato in un angolino in cui non guardo mai, troppo in alto o troppo in basso, schiacciato fra due tomi più visibili e prepotenti – a darmi la forza di alzarmi dal letto e avvicinarmi per controllare di che cosa si tratta.
A questo punto vi domanderete, sì vabbè, bello starsene lì a rimirare i libri appena svegli, ma non devi andare a scuola, o a lavorare? Ma quanti anni hai? Ne ho 26, diciamo 27 perché manca poco e preferisco i numeri dispari, ma me ne sento addosso circa 17. E no, non vado a scuola – certo, a mio tempo ci sono andata, fino alla laurea specialistica – né lavoro, o meglio, non devo uscire di casa per lavorare. Faccio la traduttrice, il che vuol dire svegliarsi quando mi pare, starmene lì a rimirare i libri, e poi prepararmi un tè e mettermi davanti al computer, al calduccio, nella mia stanzetta. Bello, no? Certo. Peccato che il mondo dell’editoria sia una giungla, e il lavoro scarseggi, soprattutto se si è giovani e alle prime armi come me. Sono riuscita comunque a tradurre un paio di romanzi, tra poco inizierò il terzo, quindi sono contenta.
Intanto, per riempire il tempo ma non solo, seguo un master pomeridiano in traduzione editoriale… Ovviamente la mia vita non ruota proprio tutta attorno alla letteratura, sono anche fidanzata da sette anni, ho una famiglia numerosa e pochi ma buoni amici, viaggio spesso e volentieri, amo gli animali, sono vegetariana. Ma non voglio tediarvi, perciò eccomi qua, innamorata dei libri fin da quando ho imparato a decifrare i segni scritti su una pagina e forse anche da prima, perennemente con la testa tra le nuvole, con le mie ossessioni, le mie debolezze, le mie paure, come tutti.
La foto che allego rappresenta il momento più felice della mia vita professionale: il primo manoscritto da tradurre per Einaudi. L’ho scelta perché, quasi per caso, ci sono praticamente tutti gli oggetti che scandiscono il ritmo delle mie giornate: tazza di tè, computer, pila di libri sullo sfondo. Oltre a un sorriso che vorrei avere sempre.


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