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Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi

Titolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi
Cenni sull’autore: Collodi nasce nel 1826 a Firenze in via Taddea (sulla casa oggi c’è una lapide). Il padre Domenico era cuoco e la madre, Angiolina Orzali, domestica. Quest’ultima era originaria della omonima frazione di Pescia che ispirò lo pseudonimo che rese lo scrittore famoso in tutto il mondo. Poté studiare grazie all’aiuto della famiglia Ginori. Il giovane Lorenzini fu infatti ospitato nel palazzo Ginori di via de’ Rondinelli, sulla facciata del quale una targa ne ricorda la permanenza. Dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa, per diventare prete e contemporaneamente ricevere un’istruzione. Fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso un’altra scuola religiosa degli Scolopi.
Nel 1843, sempre studiando, iniziò a lavorare come commesso nella libreria Piatti a Firenze. Entrò così nel mondo dei libri e in seguito diventò redattore e cominciò a scrivere. Nel 1845 ottenne una dispensa ecclesiastica che gli permise di leggere l’Indice dei libri proibiti. Nel 1847 iniziò a scrivere recensioni ed articoli per la Rivista di Firenze.
Nel 1848, allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza si arruolò volontario combattendo con altri studenti toscani a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò una rivista satirica, Il Lampione (censurata da lì a breve). Nel 1849 diventò segretario ministeriale.
Nel 1850 diventò amministratore della libreria Piatti, che, come spesso accadeva all’epoca, svolgeva anche attività di editoria.
Nel 1853 fondò un nuovo periodico, Scaramuccia, un giornale teatrale su cui scrisse piccole commedie. Nel 1856 scrisse un articolo utilizzando per la prima volta lo pseudonimo di Collodi. Dello stesso anno sono le sue prime opere importanti: Gli amici di casa e Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
Nel 1859 partecipò alla Seconda guerra d’indipendenza come soldato regolare piemontese nel Reggimento Cavalleggeri di Novara. Finita la campagna militare ritornò a Firenze. Nel 1860 diventò censore teatrale. Nel 1868, su invito del Ministero della Pubblica Istruzione, entrò a far parte della redazione di un dizionario di lingua parlata, il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.   Nel 1875 ricevette dall’editore Felice Paggi l’incarico di tradurre le fiabe francesi più famose. Collodi tradusse Charles Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Effettuò anche l’adattamento dei testi integrandovi una morale; il tutto uscì l’anno successivo sotto il titolo de I racconti delle fate.
Nel 1877 apparve Giannettino, e nel 1878 fu la volta di Minuzzolo. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino. Vi pubblicò poi altri racconti (raccolti in Storie allegre, 1887).
Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini.
Morì a Firenze nel 1890; è sepolto nel cimitero delle Porte Sante.   (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Collodi)
Anno di pubblicazione: 1883
Edizione: varie; consigliata quella Giunti con le illustrazioni di A. Mussino
Illustrazioni (ediz. Giunti): Attilio Mussino
Pagine: 192 (ed. Giunti del 2002)
Costo: € 9,90
-> Consigliato: Sì (soprattutto agli adulti)

A me Pinocchio ha sempre fatto simpatia, una simpatia istintiva e non ho mai trovato disdicevole che il suo più grande desiderio (almeno quello dichiarato) fosse di diventare un bambino vero: nessun bambino vuole distinguersi dagli altri per la sua diversità, non vuole essere additato per strada e non vuole diventare famoso come fenomeno da baraccone. Essere diversi, uscire dal coro e distinguersi per l’originalità delle proprie scelte è cosa che comincia ad avere un suo fascino nell’adolescenza e, comunque, non interessa a tutti. Ma ai bambini non interessa: vogliono essere come tutti gli altri; che poi si devono adattare alla loro eventuale diversità è cosa diversa da quello che possono desiderare.

Il mio Pinocchio è prima di tutto quello dello sceneggiato tv di Comencini trasmesso per la prima volta nel 1972 (ma ne ho visto una replica qualche anno dopo) e la colonna sonora è incisa in modo indelebile nella mia memoria (per chi fosse curioso ecco il video ).
Ho conosciuto poi il Pinocchio di Edoardo Bennato, un burattino che non apprezza la propria libertà e decide di diventare un bambino vero:

E adesso che ragioni come uno di noi
i libri della scuola non te li venderai
come facesti quel giorno
per comprare il biglietto e entrare
nel teatro di Mangiafuoco
quei libri adesso li leggerai!  (da “É stata tua la colpa”, E. Bennato 1977)

Ho rimosso il Pinocchio di Benigni e mi astengo dal fare commenti su quello della Disney.

Ma Pinocchio “vero”, quello di Collodi per intenderci, che tipo è? Per rispondere a questa domanda mi sono decisa a leggere il libro (forse rileggere anche se non ricordo di averlo mai letto da piccola) e sono rimasta abbastanza sorpresa nello scoprire che io sono un po’ Pinocchio e, secondo me, lo siamo tutti.
Pinocchio non è proprio un tipo ingenuo (come il suo omonimo disneyano), ma è abbastanza centrato su se stesso (ma quale bambino non lo è?), vuole fare solo quello che gli piace, che gli sembra interessante. Per non compiere il suo dovere (insomma per disubbidire) si deve raccontare un sacco di frottole (lo faccio dopo, adesso non posso, nessuno lo saprà mai). Con me a volte funziona e se la mia coscienza (il mio Super Io, come direbbe il caro vecchio Freud) continua a disturbarmi, trovo il modo di zittirla. Ed è proprio quello che fa Pinocchio quando arriva il Grillo Parlante: lo prende a martellate e lo fa fuori! Che soddisfazione leggere che Pinocchio non è per niente ossequioso nei confronti di questo fastidioso insettucolo che non si fa i fatti suoi! Ai miei occhi Collodi ha guadagnato mille punti. Certo la coscienza poi torna anche sotto diverse forme: chiocciole, serpenti, uccelli.

Purtroppo per lui, però, quando mente alla fata (che è poi la sua mamma adottiva) gli si allunga il naso e quindi non può proprio dire le bugie, o meglio non potrebbe perché lui ci prova lo stesso. Adesso andate indietro con la memoria e ricordate cosa succedeva quando mentivate ai vostri genitori: lo capivano subito! E non perché i genitori sono dotati di superpoteri (ci piacerebbe, ma purtroppo non ce li danno) ma perché i bambini non sono bravi a dire le bugie e quindi mamma e papà hanno vita facile (poi quando crescono è tutta un’altra storia.)

Nonostante le sue scelte lo portino spesso in situazioni spiacevoli, Pinocchio non impara subito dai propri errori: sbaglia e risbaglia! Ecco, un’altra cosa in cui io sono come Pinocchio: ci metto un po’ ad imparare, sono recidiva! Ma, come dice il vecchio adagio, “sbagliando si impara” e anche in questo caso si rivela la saggezza dei detti popolari: le scelte avventate sono la strada maestra che conducono Pinocchio a conoscere interessanti personaggi e a vivere mirabolanti avventure, imparando a cavarsela da solo; insomma senza una certa dose di ribellione difficilmente il nostro burattino avrebbe avuto una vita diversa da quella di Geppetto [ovviamente, questo vale per tutti ma non per mia figlia]

Conosce Mangiafuoco e impara che anche i cattivi più cattivi possono commuoversi; incontra il Gatto e la Volpe e impara a diffidare di chi dichiara di essere interessato al bene altrui ma, intanto, fa’ i propri interessi; viene arrestato per essere stato derubato e sperimenta sulla propria pelle lo scarto che può esistere tra la giustizia e la legge; si lascia convincere da Lucignolo a seguire la carovana dei bambini verso il Paese dei Balocchi e impara che bisogna diffidare da chi ti propone di avere tutto e subito senza il minimo sforzo; dentro la pancia del pesce-cane (non balena, quella è una mistificazione disneyana) ha la possibilità di mettere a frutto ciò che ha imparato nel corso delle sue peregrinazioni (durate due anni da quello che ci dice Collodi) e assumersi la responsabilità di se stesso e del padre.

La fine è la parte debole della storia, affrettata e troppo pedagogica.

Pinocchio però non è soltanto la storia di un burattino che, a un certo punto (magari controvoglia), si ritrova grande: è anche la storia degli adulti che di Pinocchio si prendono cura. Cambiando la mia prospettiva di osservazione devo dirvi che, oltre che un po’ Pinocchio, mi sento anche Geppetto e (meno però) Fata.

Ho provato una grande tenerezza di fronte alla delusione di Geppetto che si aspettava riconoscenza da Pinocchio per avergli dato la vita e, soprattutto, per i sacrifici che fa per lui privandosi del cibo e dei vestiti con l’intenzione di assicurare al figlio la possibilità di istruirsi e di essere alla pari con gli altri ragazzi (eh si, i genitori fanno dei piani per i propri figli senza porsi il problema di quello che loro effettivamente vorrebbero, basandosi su quello che è il “loro bene”). È la stessa delusione di molti genitori (tra cui io stessa) di fronte all’atteggiamento dei propri figli che non colgono la volontarietà di alcuni gesti che si fanno nei loro confronti: insomma, cari figli, non è per nulla scontato che i genitori facciano tanti sacrifici per i figli. Pinocchio è egoista? Si, come lo sono tutti i bambini, i quali non sono tenuti a interrogarsi troppo sulle scelte che fanno i genitori: la consapevolezza delle rinunce fatte (piccole o grandi che siano, sono sempre rinunce) a loro favore arriva dopo e con questa, spero, anche un po’ di gratitudine. Come Pinocchio anche io sono stata egoista con i miei genitori e ho dato per scontato molte delle cose che facevano per me, pensando che era loro dovere in quanto scritto in una sorta di contratto implicito stipulato al momento stesso in cui mi avevano voluta. Come Geppetto mi rendo conto che non c’è nulla di scontato ma si tratta di scelte: ad ogni genitore il compito di definire il delicato equilibrio tra il proprio ruolo genitoriale e le proprie necessità in quanto persona.

La Fata che, a differenza di Geppetto, non raccoglie le mie simpatie: troppo comodo rispondere ai capricci e alle monellerie di Pinocchio scomparendo e, per di più, facendogli credere di averne causato la morte! Cara Fata nessuno (almeno da sessant’anni a questa parte) ci obbliga a diventare genitori e se tu non avevi mezzi farmacologici a disposizione sicuramente, servendoti dei tuo poteri magici potevi trovare un accordo con la cicogna affinché evitasse di passare dalla tua dimora.

Ammetto che anche a me, in certe situazioni, balena l’idea di andarmene e tornare quando mia figlia avrà smesso di lagnarsi o di fare richieste improponibili. Però (io come la stragrande maggioranza dei genitori) non lo faccio e sto lì a sorbirmi le lagne (magari urlando, mica sono una santa), a gestire i miei sensi di colpa per qualche frase poco felice mischiata agli urloni e a lambiccarmi il cervello nel tentativo di trovare una soluzione accettabile che non metta a repentaglio la mia autorevolezza (e, purtroppo, devo dirvi che spesso fallisco) e, nel frattempo, garantisca la mia salute mentale mettendo a tacere la pargola.

Le vicende di tutti i personaggi sono narrate con un linguaggio elegante e con uno stile ironico di chi sa come va il mondo e non si fa’ troppe illusioni. Se poi avete l’accortezza di prendere un’edizione illustrata (consiglio quella con le classiche illustrazioni di Attilio Mussino) il libro può diventare anche una gioia per gli occhi (a me piacciono i libri illustrati!).

Patrizia Oddo 


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