Archivi tag: poesia

Una stagione all’inferno | Arthur Rimbaud

Titolo: Una stagione all’inferno
Titolo originale: Une saison en enfer
Autore: Arthur Rimbaud
Cenni sull’autore: Arthur Rimbaud nasce nel 1854. Il padre, capitano, si separa ben presto dalla moglie, la quale si stabilisce a Charleville insieme ai figli. Fin da subito Rimbaud si dimostra molto brillante negli studi, vincendo numerosi premi scolastici e manifestando precoci doti poetiche. Quando scrive l’Ofelia ha soltanto quindici anni. Sotto i panni dello scolaro modello suda però
un’anima che mal sopporta le convenzioni e la moralità borghesi: nel 1870 fugge per la prima volta a Parigi. L’anno successivo si stabilisce definitivamente nella capitale, installandosi in casa dell’amico Verlaine e della moglie di
lui, Mathilde. La fama del genio poetico di Rimbaud non stenta ad affermarsi nell’ambiente parigino, ma il suo cattivo carattere e la propensione allo scandalo gli chiudono le porte della pubblicazione. Intanto l’atmosfera in casa Verlaine si fa tesa. Completamente assorbito da Rimbaud, Verlaine accetta infine di lasciare la moglie per lui. Inseguiti da Mathilde e dalla madre di lei, i due fuggiaschi raggiungono Bruxelles, poi Londra. È del 1873, dopo alti e bassi, la definitiva rottura: Verlaine spara contro Rimbaud due colpi di
pistola, uno dei quali lo ferisce a un polso. Rimbaud lo denuncia per tentato omicidio e omosessualità. Il ritiro della denuncia non evita a Verlaine la condanna a due anni di carcere. Rimbaud, sconvolto, abbandona la poesia – ha solo vent’anni – e si imbarca in lunghe e contorte peregrinazioni: l’Italia, Alessandria d’Egitto, Cipro, l’Africa nera, dove lavora come trafficante d’armi. I suoi viaggi febbrili si arrestano nel 1891, a trentasette anni: muore a Marsiglia dopo aver subito l’amputazione di una gamba, probabilmente ammalato
di cancro. Alle opere pubblicate in vita, le ‘Illuminazioni’ e ‘Una stagione all’inferno’, si aggiungono le poesie sfolgoranti e rivoluzionarie che faranno della sua figura un mito di gioventù consumata e di indiscutibile genio.
Anno di pubblicazione: 1873
Edizione: contenuta nel volume ‘Rimbaud: vita, poetica, opere scelte’, I grandi poeti, edizione speciale per il Sole 24 ORE
Traduttore: Diana Grange Fiori
Edizione consigliata: ‘Una stagione all’inferno – Illuminazioni’, Oscar Mondadori
Numero pagine: 224
Prezzo: € 8,50
Consigliato: sì! (ma munitevi di apparato critico e conoscenze biografiche)

                                                                  « Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito. »

 



Stamattina devo aver appoggiato il piede sbagliato sullo scendiletto. Altrimenti non si spiegherebbe perché la mia testa abbia associato una tazza di latte coi cereali (la crusca, detesto la crusca) ad Arthur Rimbaud. Non si spiegherebbe perché sono entrata in punta di piedi nella stanza-studiolo, ho aperto l’anta dell’armadio-libreria con un timore quasi reverenziale e ho tirato giù dallo scaffale il volume grosso e blu che giace lì da tempo immemore. In copertina, lo scatto in bianco e nero del nostro diciassettenne terribile, gli occhi grigietti, l’espressione tra assorta e beffarda.
La verità è che ho sempre avuto un po’ paura di Arthur Rimbaud. Cioè, uno che a quindici anni è capace di scrivere una cosa come l’Ofelia non vi fa prudere le mani per la vergogna? Mi fa sentire idiota, perché so di non poterlo capire. No, non capire: capire è la parola sbagliata. Perché la poesia non si capisce, si sente. E io che voglio sempre capire tutto smarrisco gran parte del piacere lungo il percorso.
Perciò, se non posso raccontare quel che ho capito, fatemi almeno dire quello che ho sentito o appreso. Cosa insomma ho trattenuto e distillo con le mani come una sorsata di verità.
Eccolo qui.

Il signorino Rimbaud era veramente così terribile, scavezzacollo e canagliesco come le antologie ce lo descrivono. Dopo una full-immersion di cento pagine nelle sua biografia, ho concluso che, umanamente, non c’è nulla che possiamo salvare. Era forse dolcissimo, un pezzo di pane, con coloro che amava (poi, amava veramente qualcuno?), ma un autentico testa di cazzo con tutti gli altri. Passatemi la licenza poetica. Non sapeva stare al suo posto, tenere a freno la lingua. Non aveva uno straccio di moralità. Canzonava gli affetti. L’istruzione, puah: io sono il più intelligente di tutti, adesso toglietevi dai piedi. La religione: oh, porco ***. Era un vagabondo, adorava rotolarsi nel sudiciume, alcol, droghe, orge non ne parliamo. Il disastro era il suo elemento, il disordine la sua prima necessità. A vent’anni aveva già macinato tante esperienze estreme quante noi mortali non possiamo neanche immaginarne. A vent’anni era già vecchio, spompato, aveva già consumato tutta la sua vita. A vent’anni aveva già smesso di far poesia.
Ed è questa eccezionale, estrema, eccessiva forza vitale, portata fino alla distruzione, che si ritrova nella sua poesia. Nella prosa e nella poesia, perché ‘Una stagione all’inferno’ è un’opera ambigua, che rimane nel mezzo.
Ma non possiamo trascurare un dettaglio fondamentale dell’esperienza poetica di Rimbaud: che la sua vita è la sua poesia, che egli vive per far poesia e vive così per fare una poesia così. L’abisso che contempla non è fine a se stesso: è per fare della sua poesia un abisso che nell’abisso si precipita. E scopre di trovarcisi di lusso. « Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi veggente: lei non capisce di certo e io non saprei quasi spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto attraverso la deregolamentazione di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è davvero colpa mia », scrive in una lettera all’ex professore Izambard. E ancora, nella celebre ‘Lettera del Veggente’:

« Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la propria anima, la investiga, la saggia, la impara. […] Ma si tratta di rendere l’anima mostruosa. Immagini un uomo che semini e coltivi verruche sulla propria faccia. Dico che bisogna essere veggente, rendersi veggente. Il poeta si rende veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata deregolamentazione di tutti i sensi. Tutte le forme di amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, attinge in sé tutti i veleni, per conservarne solo la quintessenza ».

Lo scempio che Rimbaud fa di sé non è dunque lo smarrirsi del ragazzino stordito da Parigi. Non è semplicemente cedere alle tentazioni. Rimbaud si scaraventa volontariamente in una vita di eccessi perché pensa che solo nell’eccesso ci si possa conoscere e, una volta conosciutisi, essere poeti. Rimbaud non si mette alcun limite perché non vuole che la propria arte abbia un limite. Ed è questo a renderlo così straordinario, inimitabile, diverso da tutti. Ha il coraggio, il talento, la follia di essere costantemente sopra le righe. « Un uomo che vuol mutilarsi è dannato sul serio, vero? Credo d’essere in inferno, dunque ci sono. È l’adempimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Genitori, avete fatto la mia infelicità e la vostra. Povero innocente! L’inferno non può intaccare i pagani. È ancora la vita! Più tardi, le delizie della dannazione saranno più profonde. Su, presto, un delitto, che io possa precipitare nel niente secondo la legge umana » è il suo grido guerresco in ‘Una stagione all’inferno’, il grido invasato di un bambino per cui « La morale è la debolezza del cervello ».

Nell’inferno creato da Rimbaud finisce coinvolto anche il poeta Verlaine, che per quel ragazzino terribile perderà la testa, la casa, la moglie, i bambini e lo seguirà in una rocambolesca fuga qui e là per l’Europa. Una storia d’amore di grandi slanci e furiosi litigi, per un pelo non finita in tragedia fisica ma sicuramente risoltasi per entrambi in catastrofe spirituale.
Giusto per darvi un’idea, ecco cosa scrive Constable Lombard, della Quarta Brigata del servizio segreto della polizia parigina, a proposito dello ‘strano ménage’:

« Poco tempo fa, M.me Verlaine è andata a cercare suo marito tentando di riportarlo indietro. Verlaine ha replicato che era troppo tardi, che non potevano tornare a vivere insieme e che in ogni caso non era più il suo uomo. ‘La vita matrimoniale mi fa orrore!’ gridò ‘Ci amiamo come due tigri!’ E, così dicendo, si era denudato il petto di fronte alla moglie: era pieno di lividi e di ferite fatte con la lama di un coltello dal suo amico Rimbaud. Queste due creature avevano l’abitudine di lottare e ferirsi l’un l’altra come animali selvatici in quanto solo così potevano avere dopo il piacere di fare di nuovo la pace. »

È così che Verlaine finisce smarrito in Rimbaud e nel suo inferno, che forse è troppo fragile per sopportare. Lo ritroviamo imbrigliato nel primo dei Deliri di ‘Una stagione all’inferno’, nei panni della Vergine Folle. Lui la Vergine Folle, Rimbaud lo Sposo Infernale. Pochi paragrafi, ma che ci danno la misura di quanto profondamente anche Rimbaud sentisse la misura della propria dismisura.
« Accanto a quel caro corpo addormentato » dice la Vergine dello Sposo « quante ore della notte ho vegliato, chiedendomi perché volesse tanto evadere dalla realtà. Nessun uomo formulò mai un desiderio simile. Riconoscevo, – senza temere per lui – , che poteva rappresentare un pericolo grave per la società. Ha forse qualche segreto per cambiare la vita? No, mi rispondevo, li cerca soltanto ».

Cambiare la vita, cambiare il modo di vivere, la poesia, il modo di fare poesia. Rimbaud l’incendiario. Rimbaud il più solo e il più folle dei rivoluzionari. Forse, uno dei più tristi. « Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini ».

Chiara Pagliochini

 

Annunci

Le poesie | Cesare Pavese

Titolo: Le poesie
Autore: Cesare Pavese
Cenni sull’autore: nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura«come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista«La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista.  Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».  (Fonte)
Anno di pubblicazione: a partire dal 1936, con varie modifiche e aggiunte
Edizione: Einaudi
Comprende le raccolte: ‘Lavorare stanca’, ‘La terra e la morte’, ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, ‘Sfoghi’, ‘Rinascita’, ‘[Le febbri di decadenza]’, ‘Blues della grande città’, ‘Estravaganti scelte’ e altre poesie
Pagine: 347
Costo: € 13,50
-> Consigliato: Certo che sì

“Un tempo nel mondo si sono cantate forse altre cose, ma ora, che cosa cantare altro che ebbrezze? Ebbrezze di vino, di poesia, ebbrezze di amore, di sigarette e di rinuncia?”

Il Pavese poeta lo conoscevo, finora, soltanto con ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’. E pensare che per se stesso Pavese era più poeta che prosatore. Non riconoscere questa parte di lui, questa parte considerevole e magnifica, è in certi sensi come fargli un torto. E non sia mai che vogliamo far torto al nostro Cesare bello.
L’antologia che ho per le mani offre al lettore la possibilità di spaziare su un campo lunghissimo. Oltre alle celebri raccolte ‘Lavorare stanca’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’ contiene infatti la produzione giovanile, ancora acerba, dello scrittore, quella in cui l’uomo-il bambino terribile-Pavese strilla più acute le sue sofferenze e ci si mostra senza il velo della finzione poetica.
La caratteristica principale della poesia di Pavese è il suo andamento quasi prosaico, il suo impasto terroso che la rende consistente e piacevole alla lettura. Il ritmo è sempre lo stesso, il ritmo antico dei solchi e delle valli che tanto ben conosce chi l’ha sperimentato in ‘La luna e i falò’. Soprattutto la somiglianza la si avverte in ‘Lavorare stanca’, descritta dal poeta come ‘l’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza’. Tra i componimenti che ho preferito figurano: ‘I mari del Sud’, ‘Antenati’, ‘Pensieri di Deola’, ‘Lavorare stanca’, ‘Pensieri di Dina’, ‘Estate’, ‘Agonia’.

Bellissime – quasi superfluo dirlo – le due raccolte ‘La terra e la morte’ e ‘Verrà la morte e avrà i tuoi occhi’, in cui il respiro mitico e sanguigno somiglia più a quello dei ‘Dialoghi con Leucò’. Il mito e la campagna, il mito-della-campagna, due elementi inscindibili nella produzione pavesiana. Ma soprattutto si affacciano i due mostri sacri in continua lotta per il possesso del suo spirito: l’Amore e la Morte. Può sembrare un binomio banale, un binomio così abusato da essere cliché, ma talmente sentito e vissuto dal poeta da improntarci tutta la propria esistenza.
Quando penso a Pavese, mi avviene di immaginarlo come un innamorato della vita, un innamorato folle, deluso e vendicativo. Un bambino irrequieto che scrolla il suo giocattolo perché non funziona più. Un adolescente così arrabbiato da minacciarla col coltello, quella vita che l’ha tanto respinto. Pavese la minaccia e si inventa un ideale di Morte, l’ideale di una morte eroica con cui vendicarsi da tutti i torti e nella quale, infine, redimersi. Due cose potrebbero portargli l’amore della vita, la gloria poetica (un desiderio fortissimo già nei primi anni) e l’amore per una donna. In Pavese l’amore è forza salvifica che storna il dolore della vita ma che, allo stesso tempo, è esso stesso distruzione, attraverso la gelosia, il possesso, l’abbandono. Il modo più puro e anche più doloroso di amare è l’amare nel ricordo, nel sogno, quella donna, quella sartina bionda che un giorno è stata nostra e che adesso non possediamo più. Quella donna che con le sue carezze ci ha sottratto al capriccio di una morte ventenne e che adesso ci scaraventa di nuovo nell’abisso di una solitudine immensa o di una fine necessaria.
Nelle poesie giovanili di ‘Rinascita’ Pavese ha appena vent’anni, ma dentro ne sente il doppio. Ama come un uomo adulto e come un uomo adulto e disperato, senza speranze, vuol morire. Non vorrebbe morire, se potesse vivere. Ma non può, non riesce, continuamente è deluso.
Cesare, Cesare, più ti conosco e più penso che una carezza non ti sarebbe bastata. Più ti conosco e più penso che la tua fame di carezze era insaziabile. Non bastavano donne, non bastava un mondo, non bastava una vita per saziarla.

Chiara Pagliochini

Sempre riguardo Cesare Pavese potete leggere la recensione de:
-> Paesi tuoi
-> La luna e i falò 


Poesie (1923-1976) | Jorge Luis Borges

Titolo: Poesie (1923-1976)
Autore: Jorge Luis Borges
Cenni sull’autore:  Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”. (Fonte:  http://en.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges )
Traduzione: Livio Bacchi Wilcock
Edizione: Rizzoli
Pagine: 317
Costo: € 10.40
Consigliato: Assolutamente sì.

Datemi un rastrellino

Stanotte, appena chiuso il libro, son rimasta ore e ore a rigirarmi nel letto assalita da orde di pensieri appallottolati. Perché Borges ha colpito nel segno, in quel modo delicato ma preciso con cui nei cartoni animati una freccia colpisce il centro del bersaglio affettando le altre che dignitosamente si godevano il loro momento di gloria. Un sibilo leggero, una stilettata netta e poi la perfezione del silenzio. E tutti questi pensieri, mi son detta, devo fermarli da qualche parte, anche perché sarebbe il caso di dormire. Jorge, hai avuto una cura pazzesca nel forgiare le tue frecce, ma ora fatti più in là ché mi occupi tutto il letto.
Come ripicca, credo, stamattina i pensieri appallottolati son scomparsi, Jorge se li è portati via con un colpo di mano come se fossero uno yo-yo.

Quindi siamo punto e a capo? No. Nell’andare via, il rumore dei pensieri ha lasciato sulla strada dei meravigliosi relitti. Come la risacca dell’onda, che prima tutto inghiotte rumoreggiando, e poi nel ritirarsi lascia qui una conchiglia, là un granchietto di un rosso vivo. Pietre di un giardino zen in riva al mare.

Ed ecco che cosa è la poesia di Borges: un piccolo rastrello. Levigato, leggero, pronto ad accompagnare la tua mano nella cura della tua distesa di sabbia personale. Riga dopo riga, arrivi a circumnavigare un patio (quello delle case di Borges, il tuo), un viso scomparso (dal tuo orizzonte, da quello di Borges), una poesia. E così ti ritrovi un giardino di sabbia ondulata, rimescolata gentilmente ma con vigore, che intorno agli oggetti della tua vita si increspa come l’acqua quando ci lanci dentro un sasso. Le cose prendono peso, la realtà e il silenzio si raccolgono religiosamente attorno alle tue divinità personali. E tu ti senti un po’ più in ordine, rassettato e pronto a farti sferzare da altri venti (tanto, poi, si ricomincia il lavoro).

Non c’è stato finora un poeta capace di parlarmi di casa sua e farmi sentire nella mia. Borges parla del patio e io mi sento i polmoni pieni dell’atmosfera della casa dei miei nonni. Quella quiete che risana, quel profumo di fiori e peperoncini messi a seccare, quel profumo di vini che furono e che son spariti con le gole che li hanno assaporati.

Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.
La notte nuova è come un’ala sopra i tuoi terrazzi.
Sei la Buenos Aires che avemmo, quella che negli anni si allontanò quietamente.
Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.
Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.
Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolce acque torbide.
Prima di illuminare la persiana il tuo basso sole rende felici le tue ville.
Città che si ascolta come un verso.
Strade con luce di patio. 

Solo a riscriverla, la faccia mi impone un sorriso.
Non è solo casa, Borges. E’ anche paura, senso di vuoto e vertigine nel constatare che siamo fatti di sabbia, siamo un sogno sognato da chissà chi altro (forse anche lui sognato, chissà), esseri “un po’ memoria e un po’ oblio”. Ti accarezza come la nonna e ti schiaffeggia come la realtà quando si fa aspra e aggressiva: tu, tutte le persone che sei stato, siete solo il riflesso di tanti altri che furono prima di te. Poi ti lascia ritornare a giocare. Puoi tornare al tuo patio, alla tua casa della nonna, a goderti i momenti di felicità (tieni a mente l’ultimo comandamento di un vangelo apocrifo: Felici i felici).

Fossi in voi io Borges lo terrei da parte per quando avete voglia di rimettervi un po’ in sesto. Perché a discapito di quanto potrebbe sembrare, in quei casi il tentativo di convincersi che nella nostra vita c’è solo luce, c’è solo luce, c’è solo luce, finisce per corroderci. Meglio spegnere una luce e godersi l’ombra, accettarla, e vedere (o meglio, sentire) tutto il resto senza l’alone del sole accecante a deturparne la bellezza.

Elisa Lai


La Terra Desolata, Thomas Stearns Eliot

Titolo: La Terra Desolata
Titolo originale: The Waste Land
Autore: Thomas Stearns Eliot
Cenni sull’autore: Americano per origine, inglese per adozione, europeo per vocazione, T.S. Eliot (1888 – 1965) è probabilmente una delle voci più significative della poesia novecentesca e uno dei maggiori esponenti del modernismo. Della propria produzione diceva “Per quanto possa introdurre la mia opera a nuovi lettori, difficilmente posso raccomandarla”.  E difatti è inutile tentare di descrivere lo spaesamento del lettore di fronte a componimenti quali Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (1917), La Terra Desolata, Gli uomini vuoti (1925), Quattro quartetti (1943).  Amante dei simbolisti francesi, appassionato di antropologia, di Dante (di cui lesse la Divina Commedia prima ancora di conoscere l’italiano), di Joyce, di Conrad, delle religioni orientali, grande amico di Ezra Pound e partecipe di quella generazione che Gertrude Stein definì “perduta”: Eliot è tutto questo e molto altro ancora. La sua capacità di esprimere l’aridità, l’angoscia del suo tempo gli valsero nel 1948 il Premio Nobel.
Anno di pubblicazione: 1922
Edizione: estratto dal volume “T.S. Eliot, Poesie”, Tascabili Bompiani
Pagine: 481 (intero volume); 30 (estratto)
Tradotto da: Roberto Sanesi
Costo: € 10,90
-> Consigliato: Sì, con del materiale critico di supporto.

“Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A che stai pensando? Pensando a cosa? A cosa?
Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”

Penso che siamo nel vicolo dei topi
Dove i morti hanno perso le ossa.

Mi sento sola stasera. Le lacrime premono sulla punta degli occhi. E c’è un piccolo nodo di nausea là in fondo, che non si vuol sfogare in nessun modo. Forse è la stanchezza, è tutto il giorno che sto sui libri con questo piccolo entusiasmo frenetico. O forse è tristezza. Una tristezza piagnucolosa e indefinita, che viene da tanti pensieri sciocchi, inutili, astrattissimi.
Eliot si è aggiunto a tutto questo come un sommario, una coroncina, un regalo premio coi punti dell’Agip. Non è colpa sua, o almeno non solo. Ma sono sicura che non se la prenderà se gli attribuisco un po’ della colpa.
Ho cominciato La terra desolata alle diciotto e trenta di questo pomeriggio. Alle dieci e trenta, ho alzato bandiera bianca. Non c’è dubbio, sono troppo piccola, troppo poco intelligente, ho studiato troppo poco per capirla. Eliot non è un poeta gentile, non vuole farsi capire, non ti presta le battute su un piatto d’argento perché tu possa farle tue e recitarle innanzi a un pubblico. Eliot sta lì, dice le sue battute, parla di antropologia, di cristologia, di tarocchi, di mitologia, e senza le sue note neanche il Padreterno nella sua onniscienza lo avrebbe probabilmente inteso. Ma non si tratta di questo. Ho fatto i miei sforzi, una corsa frenetica dai versi alle note, dalle note ai versi, dall’introduzione ai versi alle note, i commenti dell’antologia, la pagina su Wikipedia. Qualsiasi cosa fosse a mia disposizione per penetrare anche un poco in questo labirinto tascabile. Nulla da fare, la profondità mi rifiuta. Ho intaccato solo di poco la superficie e mi sento come uno che cerchi di pulire il Titanic dalle incrostazioni usando uno spazzolino da denti.
Ma vedete, non è neanche questo. Non è la frustrazione. È il sapore della frustrazione, è quel che rimane in bocca alla fine, quando hai detto “voglio capire” e hai concluso “non ho capito”. È angoscia, sgomento, ansia da prestazione, rammarico, contrizione. Vorresti far qualcosa, scrollare le pagine perché ne piova una polverina dorata di conoscenza. Niente da fare, non è così che si fa.
E allora, se hai percorso rigo per rigo cercando te stessa e non ti sei trovata, se hai scorso le sillabe perché si aprissero e loro hanno solo sbattuto le ciglia, cosa ti resta? Ecco, io penso che resti proprio quel che si promette. Una Terra Desolata, un nulla, un enigma, un vuoto, un intrico ineffabile, la tua miseria umana. “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Certo, Eliot, questo lo fai proprio bene.

“Sulle Sabbie di Margate.
Non posso connettere
Nulla con nulla.
Le unghie rotte di mani sporche.
La mia gente, gente modesta che non chiede
Nulla.”

[…]

“Dayadhvam: ho udito la chiave
Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
Noi pensiamo alla chiave, ognuno conferma una prigione
Solo al momento in cui la notte cade”

[…]

“Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
[…]
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”

Io non voglio immaginare Eliot affacciato alla finestra. Non voglio sapere cosa vedeva. Questa terra apocalittica, arida, avida, atavica, allucinata io mi rifiuto di credere che fosse la sua. Ma era questo il suo sguardo? Era davvero questo il mondo? Il mondo dopo una guerra mondiale era così? Gli occhi che lo guardavano erano questi? O siamo di fronte al delirio di un pazzo, di un bislacco intellettuale, di uno scrittore egoista ed elitario che spende e spande citazioni a vanvera? Ed io che sono qui seduta al tavolo della cucina, che ascolto musica nelle cuffie a tutto volume per isolarmi dal volume della tv, che aspetto che la casa si svuoti e si acquieti solo per ritrovare una dimensione intima, spirituale, non corrotta, io ragazzina ignorante dell’anno duemiladodici, che si suppone vedrà la fine di questo mondo apocalittico, arido, avido, atavico, allucinato – io, che cosa ne so?
Niente. Io sono qui e posso solo essere triste. Sono triste perché non farò mai poesia. Non ho le palle per la poesia: il mondo non ha bisogno di altre scempiaggini sentimentaliste. Sono triste perché non vedo la cresta dell’onda, non faccio parte di qualcosa, sono una bollicina in isolamento, e non come questi scrittori modernisti che si conoscevano tutti, prendevano il tè insieme, scopavano insieme, si copiavano, si correggevano e cercavano di andare da qualche parte. Noi stiamo andando da qualche parte? Io sto andando da qualche parte? Stiamo fotografando il mondo? Stiamo costruendo qualcosa? Qualcuno potrà leggere le nostre terre desolate?
A volte penso semplicemente che ci sia troppo squallore. Che ci sentiamo ripugnati. Che non sappiamo guardare perché non vogliamo vedere. E per questo non lasceremo niente che valga la pena leggere. Ma forse sono troppo intransigente. D’altronde io parlo per me. Gli altri, in qualche parte del mondo, qualcosa di buono lo staranno pur facendo.
Ma poi penso che non è così importante. Mio padre, ad esempio, dice che non è importante. Certo, c’è la fame nel mondo a cui pensare e pure i conflitti in Cecenia e anche le liberalizzazioni, certo. Dobbiamo pensare a queste cose, dobbiamo prendere una laurea, dobbiamo trovarci un lavoro. Non possiamo perdere tempo a pensare alla letteratura in astratto. No, la letteratura non si mangia, non mette niente in pancia e neanche salva il mondo. Come diceva Oscar Wilde, tutta l’arte è sommamente inutile.
Certo, non ci dobbiamo pensare. Non pensiamoci. Non serve.
La Terra Desolata non mi serve e non serve capirla. No.
Ma allora perché la voglio capire? E perché non poter capirla mi fa venire così voglia di vomitare?

“Che farò ora? Che farò?
“Uscirò fuori così come sono; camminerò per la strada
“Coi miei capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?

“Cosa faremo mai?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’automobile chiusa alle quattro.
E giocheremo una partita a scacchi,
Premendoci gli occhi senza palpebre, in attesa che
Bussino alla porta.

Chiara Pagliochini 


Primo Club del libro di Poesia

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare
che è un’anima al cospetto di se stessa.
(Emily Dickinson)

Siete dei lettori onnivori, desiderosi di spaziare dalla narrativa alla saggistica per approdare, poi, alla poesia?  Siete dei lettori ansiosi di parlare con qualcuno dei versi che più vi hanno scosso il cuore? Siete dei lettori che amano la sperimentazione, e desiderano sondare il fondale del Mar dei Poeti, scovando quelli più affini alla vostra sensibilità? Allora questo Club fa per voi!

Dopo il Club del libro di Narrativa, attracca al molo della pagina “Un buon libro, un ottimo amico” il nuovo, nuovissimo Club del libro di Poesia. La modalità di partecipazione è simile a quella prevista per la narrativa: ci saranno delle gare di citazioni e i vincitori potranno proporre un titolo di una raccolta poetica che parteciperà all’estrazione finale. La gara sarà basata su citazioni in versi e, come al solito, la citazione che raccoglierà più “mi piace” sarà la vincitrice. Verranno svolte cinque gare, poi si procederà all’estrazione.

Tenete pronte le vostre cartuccere di versi, e vincano i migliori!


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: